Le potenzialità occupazionali nell’ICT in Italia e in Europa

Il settore dell’Information & Communication Technology, meglio noto con l’acronimo ICT, è un comparto economico e del mondo del lavoro che comprende diverse professioni, molte delle quali emerse di recente, che hanno a che fare con i sistemi integrati di comunicazione e con la possibilità di gestire e scambiare comunicazioni grazie alle possibilità offerte da internet e dalle innovazioni tecnologiche. Queste professioni, prese una per una, dimostrano tendenze di crescita per l’immediato futuro davvero interessanti. L’ICT è infatti uno dei comparti del mercato del lavoro in maggiore ascesa in tutto in mondo.

In particolare, secondo recenti stime della Commissione Europea presentati nella Digital Assembly tenutasi a Riga nel 2015, sembra che nel 2020 ci saranno circa 1 milione di vacancies nel settore: ciò vuol dire posti di lavoro, e molti, che per essere occupati avranno bisogno dello sviluppo di competenze digitali a 360°.

Va detto che il settore dell’ICT ha avuto negli ultimi 20 anni un ruolo trainante nell’evoluzione dei sistemi produttivi dei Paesi industrializzati. Grazie all’intensivo miglioramento delle tecnologie informatiche e di telecomunicazione, i beni e servizi ICT sono infatti sempre più utilizzati dai cittadini (per le esigenze di vita quotidiana), dalle pubbliche amministrazioni (per l’erogazione di servizi) e dalle imprese (per le attività produttive).

L’investimento in ICT è diventato dunque un fattore fondamentale di incentivo allo sviluppo economico, poiché consente da un lato la continua crescita in efficienza nella produzione o nell’offerta di servizi, e dall’altro favorisce la creazione di nuovi beni e servizi ICT, che a loro volta creano nuova domanda, nuovi mercati e nuovi settori produttivi (si veda a questo proposito la nota del CNEL L’Information and Communication Technology come fattore di crescita del Paese). Il settore ICT rappresenta pertanto una componente strategica per l’economia europea, in base a quanto già stabilito dall’Agenda Digitale Europea già nel lontano 2011.

Con l’Agenda Digitale Europea del 2011, infatti, la CE ha sollecitato gli Stati membri a diffondere in maniera incisiva l’innovazione nel settore ICT, insistendo su 3 aspetti fondamentali:

  1. la realizzazione di reti a banda larga sul territorio europeo
  2. lo sviluppo di servizi attraverso internet
  3. la capacità della popolazione di utilizzare i servizi proposti

Dal punto di vista del lavoro, i livelli occupazionali che il settore detiene nei 28 Stati membri sono in costante crescita. Secondo dati Eurostat, l’ICT occupa infatti quasi 8 milioni di operatori (nel 2015 il 3,5% dei lavoratori europei, 1 su 30, risulta impegnato nel settore, per un totale di 7 milioni e 734mila contratti di lavoro). Negli ultimi anni l’occupazione nel settore è si è dimostrata decisamente vitale e in forte ascesa, se è vero che dal 2011 al 2015 ha fatto registrare performance di rilievo, con un incremento occupazionale di quasi 1,5 milioni di unità.

Nel quadro UE, la classifica dei Paesi con maggior numero di occupati nell’ICT, l’Italia, forte di 558.300 unità impiegate nel settore, è al IV posto tra i 28 Membri dopo:

  • il Regno Unito (1.542.600 occupati)
  • la Germania (1.465.600 occupati)
  • la Francia (950.100 occupati)

Ma andando a guardare la situazione in relazione al totale della forza lavoro impiegata nei mercati nazionali, la situazione del nostro Paese è non è così rosea, indice anche di un ritardo nell’ammodernamento del tessuto produttivo e amministrativo nazionale. Sul totale degli occupati nel settore ICT, infatti, l’Italia è ben al di sotto della media europea, posizionandosi al XXII posto: i suoi 558.300 occupati nel settore corrispondono infatti solo al 2,5% degli occupati totali. Ai primi posti troviamo invece tre virtuose realtà Nord europeee:

  • Finlandia 6,5% (corrispondente a 157.700 occupati)
  • Svezia 6,1% (293.800 occupati)
  • Regno Unito 5,0% (1.542.600 occupati)

A livello europeo si configura quindi un quadro per il quale l’Italia, pur registrando una lieve crescita nel numero di occupati nel settore, come vedremo appena sotto, non riesce tuttavia a stare al passo dei Paesi che viaggiano a velocità più sostenuta.

In Italia, infatti, il mercato dell’ICT, dopo diversi anni di flessione a seguito della crisi economica e finanziaria globale, con una conseguente contrazione dei livelli occupazionali, ha avuto nel 2015 performance in controtendenza rispetto agli anni precedenti, facendo registrare un incremento del volume di affari e una generale tenuta del comparto, miglioramento che lascia presagire anche a livello previsionale un ulteriore incremento nell’immediato futuro.

Secondo un’indagine Assinform del 2016 intitolata Il mercato ICT 2015-2016, il settore ha recuperato entro i nostri confini nazionali, passando da un calo di fatturato pari a -1,4% (2014) a un incoraggiante +1% del 2015 (64.908 milioni di euro) e a una previsione annua per il 2016 pari a +1,5% (65.882 milioni di euro), crescita piuttosto consistente se si pensa che al 2010 il mercato era fermo a circa 60.000 milioni di euro, con un calo del 6,5% rispetto al 2008.

A questo recente recupero hanno dato contributo quasi tutti i comparti costitutivi dell’ICT, con la sola eccezione dei servizi di rete delle telecomunicazioni (-2,4%,). I settori Servizi ICT, Software e Soluzioni ICT, Dispositivi e Sistemi e Contenuti Digitali e Digital Advertising sono invece tutti cresciuti, raggiungendo rispettivamente 10.368 milioni di euro (+ 1,5%%), 5.971 milioni di euro (+4,7%), 16.987 milioni di euro (+0,6%) e 8.973 milioni di euro (+8,6%).

Anche il numero degli occupati nel settore ICT, secondo dati Eurostat, è cresciuto negli ultimi anni, seppure non come avvenuto in altri contesti nazionali europei. In particolare, se al 2011 il numero degli occupati ICT era nel nostro Paese pari a 523.800 unità (il 2,3% sul totale della forza lavoro), al 2015 il numero totale sale, come detto in precedenza, a 558.300, ossia il 2,5% sul totale della forza lavoro, una percentuale ben lontana anche soltanto dalla media europea del 3,5%.

Tutto questo vuol dire che solo in parte l’Italia è riuscita finora a cavalcare l’onda buona del boom delle professioni digitali, ma ciò non toglie che le opportunità da queste rappresentate siano ancora valide e bisognose di essere colte.

 

Il post originale è in WeCanJob