Periferie, questione sociale e criminalità minorile in Italia

Lo scorso 23 maggio allo Spazio AP (Accademia popolare dell’antimafia e dei diritti) è stato presentato il dossier Under. Giovani Mafie Periferie dell’Associazione daSud con il contributo della Fondazione con il Sud. Il dossier, pubblicato da Giulio Perrone Editore, è un lungo “racconto del nostro Paese e di una fascia di popolazione (i giovani, chi abita le periferie) che sente il bisogno di trovare una rappresentazione autentica di sé che non è affatto assolutoria o conciliante” (p. 7). Queste le parole usate dai due curatori, Danilo Chirico e Marco Carta, che assieme ad altri 14 tra autrici e autori restituiscono informazioni e dati raccolti in un percorso di osservazione durato dodici mesi nelle periferie del Centro-sud. Luoghi critici che in assenza di politiche sociali ed educative, e in presenza invece di progetti architettonici fallimentari, sono diventati dei ghetti che condizionano la vita dei giovani.

Il dossier è suddiviso in tre parti: 1. Giovani, mafie e periferie; 2. Come si diventa criminali; 3. L’immaginario. Nella prima si approfondisce lo stato delle periferie, dalla Calabria alla Sicilia, dalla Campania alla Puglia e fino al Lazio, affrontando temi quali la scuola (con il ministro Valeria Fedeli), giustizia e carceri (con Francesco Cascini), povertà e Terzo Settore (con Carlo Borgomeo). Nella seconda parte si passa dai dati alle storie, note e meno note, raccontate anche in prima persona da giovani ragazze e ragazzi cresciuti in contesti sociali segnati dalla pressione imperante di famiglie “mafiose”. La terza e ultima parte apre un approfondimento alle immagini che cinema, social media e videogame veicolano attraverso l’evoluzione delle nuove tecnologie e dei nuovi linguaggi. Il rapporto è completato da un reportage fotografico che propone immagini del mondo marginale delle periferie urbane e da un video di lancio e presentazione.

Riportiamo di seguito alcuni dei principali risultati emersi, in chiave trasversale alle aree indagate, rinviando al rapporto per gli approfondimenti territoriali.

Il ritratto dei baby criminali emerso nel dossier rinvia a due profili prevalenti. Il primo si riferisce a giovani, molto spesso minorenni, che rifiutano la scuola, poveri e concentrati nei ghetti urbani o in reti familiari borderline. Si tratta, in altre parole, o di figli di nessuno o di figli d’arte. Il secondo profilo è meno prevedibile e si riferisce ai giovani con la laurea, magari cresciuti in famiglie integre, ma attratti dal potere e dal denaro, specialmente se ruota attorno allo spaccio e al consumo di stupefacenti.

Analizzando il dato di Save the Children, nel dossier Under si legge che la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che abbandona prematuramente gli studi o la formazione si attesta in Italia intorno al 14,7%. In alcune regioni del Mezzogiorno questa media è ancora più alta. Come in Sicilia, dove un giovane su 4 interrompe gli studi alle scuole medie inferiori. Secondo fonti Istat (2015), sono 4 milioni e 598mila le persone che in Italia vivono in assoluta povertà, un record che non si registrava dal 2005. I dati parlano di oltre 3 milioni di minori indigenti. Di questi, 1 milione e 131mila non possono permettersi beni essenziali (cibo, vestiti, una casa), mentre i restanti 2 milioni e 110mila, in povertà relativa, non riescono a mangiare verdure fresche, carne o pesce o equivalente vegetariano almeno una volta al giorno, né ad avere giocattoli, libri e due paia di scarpe, fare una settimana di vacanza all’anno, invitare gli amici, praticare sport, festeggiare il compleanno.

In questo quadro, i baby criminali si occupano prevalentemente di spaccio di droga, riscossione di tangenti e intimidazioni, detenzione di armi, gambizzazioni e delitti su commissione: sono le principali attività illegali tradizionali in cui sono maggiormente coinvolti i baby criminali. Vediamo qualche dato. Nel 1984 i minori denunciati per reati inerenti agli stupefacenti erano appena 578, sei anni dopo diventarono 2.113, fino ad arrivare ai 5.123 under 18 denunciati nel 2016. Cifre che, naturalmente, non riescono a fotografare il dato sommerso, ma che comunque spostano l’allarme sui “baby spacciatori” ad almeno trent’anni fa. Lo conferma il magistrato Francesco Cascini, capo-dipartimento della Giustizia minorile:  oggi “il tema della droga è enorme, quasi il 50% dei reati ha a che fare con gli stupefacenti, ma è difficile da monitorare e l’impatto sociale è sottovalutato” (p. 14). Secondo i dati aggiornati al 15 dicembre 2016 del Ministero della Giustizia, nell’Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni (USSM) c’è stato un aumento costante – quasi il 40% dal 2007 al 2015 – dei ragazzi (italiani e stranieri) presi in carico, passando da 14.744 a 20.538. Mentre i soggetti presi in carico per la prima volta nel 2016 sono stati 7.456, che si aggiungono ai 14.240 già presenti per arrivare a quota 21.696 (il 77% ha meno di diciotto anni). I reati maggiormente commessi sono i furti (26%), lesioni personali volontarie e stupefacenti (11% ciascuno) e rapine (10%).

Il dossier Under Giovani Mafie Periferie è un lavoro corale e di  estremo interesse per il tentativo di mantenere assieme le diverse  componenti che connotano la critica contingenza sociale, economica,  politica e culturale del Paese. In questi termini rappresenta un  ulteriore tassello utile a istruire e promuovere la discussione  pubblica sulle periferie d’Italia, primo fronte di crescenti  diseguaglianze.
Anche il richiamo alle “mafie” nel titolo e nelle argomentazioni degli  autori non è peregrino. L’urbanizzazione disordinata e la deprivazione  sociale e residenziale rifocilla vere e proprie sacche di riproduzione  di diverse forme di delinquenza. Qui si insinua più agilmente l’uso  diffuso della violenza come forma di regolazione sociale e criterio di  distribuzione delle risorse nei mercati illegali. Contesti che  facilitano la genesi di una certa malavita di strada, capace anche di  alimentare le maestranze di potenti gruppi organizzati, anche di tipo  mafioso, non solo nel Mezzogiorno.