Come salvare il soldato ''capitalismo''

Per chi non si accontenta di sparare sentenze contro tutti e tutto sul sistema economico dei Paesi a capitalismo evoluto, consiglio di leggere l’ultimo libro di Mariana Mazzuccato (assieme a Michel Jacobs, anch’egli economista, come l’autrice, presso l’University College of London). Non bisogna farsi ingannare dal titolo della pubblicazione (Ripensare il capitalismo, Laterza, 2017). Non è affatto condiscendente verso la piega presa dal capitalismo occidentale, individuato come maggiore responsabile della crisi più lunga dopo quella del ’29 e mediocre attore di una ripresa, la più asfittica dell’epoca moderna.

Ma non si limita alla denuncia. Sottopone a serrata demolizione le teorie dominanti il pensiero economico e sollecita anche una loro revisione che “deve tradursi in una serie di direzioni nuove della politica economica, che possano affrontare con maggiore efficacia i problemi del capitalismo moderno” (pg 4-5). Questo esercizio revisionistico – e qui sta il maggiore interesse per questo libro – è compiuto collettivamente da un gruppo notevole di esperti(altri 11, oltre i curatori) tra i quali ci sono Stiglitz (Università Columbia), Cozzi (università di Greenwich), Crouch (Università di Warwick), Kelton (Università del Missouri), Perez (Università di Tallinn). A conferma che si sta sviluppando un pensiero consistente e alternativo alla politica economica “ortodossa”, quella che alla fin fine si affida alle forze spontanee del mercato.

Gli autori sono concordi nel ritenere che - per avere uno sviluppo equo, sostenibile e durevole e per ridurre le disuguaglianze che si sono accumulate in questi anni di crisi – occorra ripensare il concetto di “mercato libero”, dato che esso è il risultato “di interazioni tra operatori economici e istituzioni, sia pubbliche che private” e quindi diversificato a seconda dei Paesi e delle loro “condizioni sociali, legali e culturali più ampie” (pg 31). Aggiungono che occorre consolidare l’opinione che “la forza trainante della crescita economica e dello sviluppo sono gli investimenti, sia pubblici che privati, nell’innovazione tecnologica e organizzativa” che richiedono “forme di finanza molto specifiche: paziente, a lungo termine e responsabile” (pg 33-34).

Da ciò fanno derivare un convincimento, opposto agli economisti ortodossi: “la creazione di valore economico è un processo collettivo. Le imprese non creano valore da sole: nessuna azienda oggi può operare senza i servizi fondamentali forniti dallo Stato” (pg 35). Lo Stato, quindi, è l’unico che può favorire investimenti pazienti, servizi efficienti, ambiente ecosostenibile. Ovviamente, uno Stato che non spreca, che non opprime burocraticamente, che guarda più lontano di quanti puntano al successo finanziario e politico di breve periodo.

C’è inoltre, un altro assunto che li unisce: la disuguaglianza è un ostacolo allo sviluppo. Si fanno forza dei dati dell’Ocse e del Fmi e si concentrano sulla necessità di riequilibrare i rapporti tra capitale e lavoro. “Aumentare i salari di regola costringe le aziende a fare investimenti per migliorare la produttività, che rendono più solida l’economia. Le politiche pubbliche hanno quindi un ruolo importante nella regolamentazione del mercato del lavoro, nell’incoraggiamento della sindacalizzazione e dell’azionariato dei dipendenti e nella gestione del mercato immobiliare. Devono anche garantire sistemi fiscali progressivi, non solo per quanto riguardo il reddito ma anche per il patrimonio e tanto per le imprese, quanto per i singoli individui” (pg 38-39).

In tempi in cui molti, auspicando un rilancio dell’unità dell’Europa, si stanno chiedendo come qualificare la sovranità europea rispetto a quella dei singoli Stati nazionali, può trovare negli studi che compongono questo libro indicazioni e prospettive innovative e concrete. A una condizione. Che non inseguano soluzioni miracolistiche a breve. Queste, oltre che illusorie, farebbero soltanto il gioco di un sistema finanziario ingordo di risultati e soddisfazioni d’immediata riscossione. Questa frenesia ha già prodotto guasti, anche in Italia, dai quali non riusciamo a venirne fuori. Insistere sarebbe diabolico.