Il sindacato confederale cambi rito, l’occasione e’ ora

Dieci anni fa, il sindacato confederale era sistematicamente diviso; più o meno come ora. CISL e UIL facevano accordi con il Governo in carica, la CGIL no. In molti rinnovi contrattuali si ripeteva lo spartito. C’erano già i segnali della grande crisi che avrebbe attraversato il mondo occidentale in maniera devastante. Ricorderemo come un incubo il lungo e pesante elenco di posti di lavoro persi e che, ancora ora, molti Stati, compreso il nostro, non hanno recuperato. Il ripiegamento difensivistico del sindacato confederale italiano era nelle cose; ma ha fatto di più. Si è diviso sostanzialmente su come amministrarlo, non tanto sul caso per caso, quanto sulle valutazioni a riguardo dell’intervento dello Stato. Non solo le tre confederazioni si abituarono a questo andazzo, ma anche l’opinione pubblica se ne fece una ragione e finanche i lavoratori, spesso, sono stati messi nelle condizioni di non  comprendere fino in fondo il senso della divisione.

Sempre dieci anni fa, nasceva il PD. Un grande partito si affacciò sul mercato dell’offerta politica e indipendentemente dai risultati elettorali che hanno accompagnato il decennio, è stato riconosciuto come il perno della sinistra italiana. Attorno a lui, piccole formazioni - anche se storiche e vivaci – completavano lo scenario progressista, senza annebbiare il suo ruolo. Anzi, per tutto questo periodo, il PD si è fatto carico della stabilità politica dell’Italia. Per buona parte dell’ultima legislatura ha preso su di sé oneri (molti) ed onori (pochi) del traghettamento verso l’uscita dalla crisi sociale ed economica. Pagando finanche il prezzo di una scissione che ora pesa come un macigno sulle prospettive di successo elettorale.

Quindi, in dieci anni, tanto il sindacato confederale che il partito della sinistra si sono scomposti. Per di più intorno alla questione cruciale del lavoro e del welfare. Cioè intorno a temi essenziali sia per primo che per secondo. Infatti, se si prendono in considerazione gli altri due temi che caratterizzeranno non solo le prossime elezioni ma anche il futuro prossimo – l’immigrazione e l’Europa – le differenze, tanto tra le confederazioni sindacali che tra i partiti che formano la galassia della sinistra, non sono rilevanti. Invece, su come rappresentare il lavoro che è, ma anche il lavoro che sarà, quello di chi è passato attraverso l’esperienza fordista e quello di chi impatta con l’economia digitale, quello di chi lo sta ancora cercando e quello di chi fa straordinari a iosa, le divergenze ci sono, vengono ostentate e talvolta esasperate.

Per di più la crisi che ha generato tante sinistre non dipende dalla bravura o dalle suggestioni degli altri competitors (Destra, M5S). E’ tutta interna alle forze riformiste. E siccome riguarda il lavoro e le sue trasformazioni, si è insinuato di fatto un processo di corporativizzazione della rappresentanza sociale e politica. Ci sono varie Italie sociali che si stanno giocando la partita dell’egemonia culturale e politica. Quella che gode (dei vantaggi delle rendite di posizione finanziarie, professionali, burocratiche, informative, accademiche), quella che corre (sull’onda della globalizzazione, dell’innovazione tecnologica, della società della conoscenza), quella che arranca (tra lavoro incerto, welfare dimagrito, vivibilità poco serena), quella che dispera (perché giovane senza lavoro, adulto a reddito decrescente, anziano in solitudine). E’ una suddivisione forse poco scientifica ma che rende l’idea dell’articolazione delle condizioni materiali e psicologiche in cui si vive, dello sventagliamento delle difficoltà da affrontare, della varietà delle aspettative che si accumulano.

 

 

 

Da qui, la rappresentazione di un corpo sociale da cui non solo non emerge un soggetto egemone, ma che   scompone le identità del lavoro dipendente, di quello autonomo e imprenditoriale, di quello intellettuale, di quello scientifico, di quello di chi un lavoro l’ha perso o non l’ha ancora conosciuto. Una scomposizione che lungo quelle grossolane faglie appena indicate, incide sulle rappresentanze sociali e anche politiche.

Con questo scenario, non c’è da meravigliarsi che la disaffezione per la politica cresca (l’astensionismo nelle elezioni a qualsiasi livello si gonfia sempre di più e il destinatario che ne soffre maggiormente è la sinistra).  L’antipolitica tiene banco, anche se il M5S che l’ha meglio cavalcata finora, incomincia a chiedersi fino a quando potrà vivere di rendita. E’ come se molti italiani avessero smesso di scendere in campo e si siano ritirati sugli spalti in attesa che la confusione dei linguaggi, delle scelte, delle contrapposizioni si diradi. Anche perché non c’è disaffezione per le politiche, privilegiando quelle valoriali (onestà, trasparenza, solidarietà). Quindi, è dalle politiche che bisogna ripartire, per riannodare i fili di un ragionamento che, soprattutto sul lavoro, faccia rinascere passione e impegno, risultati e successo.

L’armamentario logico e argomentativo sul lavoro deve prendere atto che ormai siamo oltre il post fordismo. Non c’è lavoro dignitoso senza impresa sana, senza amministrazione efficiente, senza scuola e cultura ben organizzata. Se si dà cittadinanza a questa dimensione nuova della visione del lavoro (che coinvolge l’ultimo dei lavoratori manuali fino ai manager), occorre ammettere che c’è bisogno di una nuova grammatica per rigenerare la fatica di aggregare il lavoro. Non bisogna lasciare indietro nessuno, ma non si fa molta strada né rilanciando l’assistenzialismo (come fa M5S proponendo 1000 euro per chi non lavora), né il mercantilismo (come fa la destra con la proposta della flat tax, una sorta di alleanza tra ricchi e poveri a danno del ceto medio). Si devono difendere i più deboli con politiche inclusive e affrontando contemporaneamente le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, le distorsioni prodotte dalla globalizzazione ma soprattutto l’innovazione e la diffusione dell’intelligenza artificiale. Con l’obiettivo di proporre a tutti un lavoro possibilmente creativo, stabile, legale.

Comprendere fino in fondo quest’intreccio di politiche e proporre soluzioni praticabili e soddisfacenti è l’unico percorso che potrà smontare la rassegnazione e la cristallizzazione che dominano le divisioni. E’ arduo ma possibile e chiama all’impegno soprattutto il sindacalismo confederale. Se non ce la fanno CGIL, CISL e UIL non aspettiamoci che la galassia dei partiti di sinistra abbia l’energia per ricompattarsi. L’ultimo a provarci è stato il PD di Renzi. Il suo peccato mortale è stato quello di non coinvolgere il sindacato, darlo per perso alla causa. Certo, la divisione tra le Confederazioni non favoriva l’approccio partecipativo, ma doveva provarci, almeno. Gli svantaggi sono stati superiori ai vantaggi. Il tanto di buono che ha prodotto il PD nella sua gestione del potere centrale, è stato sminuito dalla rinuncia ad assumere come interlocutore vitale il sindacato. Ma tant’è.

Ora, la palla è in mano al sindacato confederale A marciare divisi, al meglio si sopravvive. Ma non basta più neanche marciare divisi per colpire uniti. E’ un gradualismo che non fa i conti con la realtà. Ci vuole una forte volontà di marciare uniti, costruendo un lessico comune, un rivendicazionismo comune e una rappresentanza comune non solo sul lavoro che non c’è, ma soprattutto sulla trasformazione del lavoro che c’è e sul lavoro del futuro che si incomincia a vedere. Illusione? Attendiamo fiduciosi.