Il secondo welfare in italia è in costante crescita

Il 21 novembre u.s. a Torino è stato presentato il Terzo Rapporto sul secondo welfare in Italia, con le ricerche svolte negli ultimi due anni dal Laboratorio Percorsi di secondo welfare del Centro Luigi Einaudi.

Il Laboratorio citato, diretto da Franca Maino con la supervisione scientifica di Maurizio Ferrera è nato nel 2011 per avviare ed approfondire il dibattito sulle trasformazioni dello Stato sociale in Italia.

Si sono studiate principalmente le misure e le iniziative di secondo welfare realizzate con caratteristiche di forte legame con il territorio, con la capacità di fare rete e con l’impiego di risorse non pubbliche che arrivano da attori privati, parti sociali e realtà del Terzo Settore.

L’obiettivo del Laboratorio è quello di rilevare e raccontare esperienze che mettono assieme il ridimensionamento della spesa pubblica e la tutela dei nuovi rischi sociali, offrendo dati e riflessioni sulle dinamiche in atto a tutti i livelli.

Il Terzo Rapporto ci conferma che il secondo welfare è una realtà in continua crescita e sempre più è di una straordinaria importanza per il paese. Crescono infatti le iniziative sociali attivate da attori privati, Terzo settore e parti sociali che giornalmente interagiscono con la vita di milioni di persone, arrivando laddove lo Stato fatica a fornire risposte adeguate ai bisogni dei cittadini.

Il Rapporto ci dice che lo Stato italiano spende una cifra enorme per il welfare: 447,4 miliardi di euro divisi tra pensioni, sanità, assistenza sociale e politiche del lavoro, l’equivalente del 54,1% dell’intera spesa pubblica comprensiva degli interessi sul debito. Prendendo in considerazione anche le spese dedicate all’esclusione sociale, famiglia ed housing, oltre ai costi di funzionamento degli enti che gestiscono le varie funzioni di welfare, il nostro Paese impiega, su questo fronte il 29,9% del proprio PIL.  Si tratta di una percentuale superiore alla media dei 28 Paesi UE (28,7%) e inferiore solo a quello di Danimarca, Francia e Finlandia. Dati che smentiscono il luogo comune secondo cui l’Italia spende meno degli altri Paesi per il welfare.

Allora perché negli ultimi anni, si chiede il Rapporto, il nostro sistema sociale è spesso apparso incapace di fronteggiare in maniera efficace molti bisogni dei propri cittadini?

C’è anzitutto un problema di squilibrio interno.

Abbiamo un eccesso di spesa per pensioni e sanità, mentre investiamo poco o niente in servizi dedicati a famiglia, inclusione sociale, lavoro femminile e formazione.

Questioni che, forse, potrebbero essere affrontate attraverso nuovi investimenti, che appaiono difficilmente realizzabili vista l’attuale situazione economica (pur considerando i positivi segnali di ripresa degli ultimi mesi) e il forte debito pubblico accumulato dal nostro paese (132,6% nel 2016) che impongono vincoli di bilancio che difficilmente potranno essere risolti nei prossimi anni.

A questi problemi endogeni si aggiungono macro dinamiche esogene che riguardano i cambiamenti demografici, i mutamenti delle strutture famigliari, i nuovi rischi e bisogni legati all’evoluzione del mondo del lavoro, l’aumento di fenomeni quali povertà e migrazioni.

Fattori che quotidianamente influenzano – e lo faranno sempre più – il nostro modo di vivere.

E che impongono sfide complesse verso cui il welfare pubblico fatica sempre di più a garantire risposte adeguate ai bisogni crescenti dei cittadini.

In questo contesto non certo semplice, da alcuni anni si sta tuttavia assistendo allo sviluppo di numerose esperienze di secondo welfare, ovvero dice il Rapporto, interventi pensati, sviluppati e implementati da soggetti privati, sia profit che non profit, che vanno ad inserirsi sussidiariamente laddove lo Stato, con il primo welfare di natura pubblica, non riesce ad arrivare.

Sono azione messe in campo da imprese, assicurazioni, banche, fondazioni, cooperative, imprese sociali, gruppi di volontari e altre realtà del Terzo Settore, nonché associazioni datoriali, organizzazioni sindacali e enti bilaterali, che con modalità differenti hanno scelto di sviluppare risposte innovative, il più delle volte a trazione territoriale, che possano positivamente integrare il welfare pubblico in difficoltà.

Sulle dinamiche in atto in tal senso si è concentrato il Terzo Rapporto affrontando temi centrali – come l’innovazione sociale, l’empowerment dei destinatari degli interventi, l’interazione con il Pubblico e l’attivismo “dal basso” – e approfondendo modi operandi, progetti e strategie delle tante realtà che sono parte integrante del secondo welfare.

Dalle imprese che implementano piani di welfare aziendale allo sviluppo della bilateralità, dalle forme di contrasto messe in campo dalle Fondazioni di origine bancaria al ruolo delle Fondazioni di partecipazione per il “dopo di noi”, dalle Youth Bank alle Fondazioni comunitarie nate nel Mezzogiorno, passando per il ruolo sempre più importante del mondo assicurativo, il contributo delle Fondazioni d’impresa all’evoluzione della filantropia istituzionale, fino alle nuove misure di contrasto all’indigenza.

Molto significative sono le cifre dei beneficiari, le persone che in vario modo possono fruire di prestazioni, servizi e sostegni. Il settore della bilateralità, ad esempio, riguarda almeno 6 milioni e 900 mila potenziali fruitori; i grandi fondi sanitari integrativi bilaterali di livello nazionale coprono 2 milioni e 500 mila lavoratori; i fondi, gli enti, le casse e le società di mutuo soccorso aventi fini assistenziali registrati presso il Ministero della Salute (ben 305) riguardano 9 milioni e 150 mila persone, di cui quasi 7 milioni di lavoratori e oltre 2 milioni e 200 mila famigliari; o, ancora, con l’inclusione del welfare aziendale in seno all’ultimo Contratto Collettivo Nazionale dei Metalmeccanici, oltre 200 mila imprese del settore possono attivare programmi di questo genere  - e molte hanno già iniziato a farlo – raggiungendo un bacino potenziale superiore a 1 milione e 500 mila lavoratori.

Anche dove le cifre sono meno rilevanti si registrano dinamiche virtuose che influenzano positivamente la vita dei cittadini. E’ il caso di tutte quelle realtà della cosiddetta filantropia istituzionale con un approccio che mette al centro la crescita e che considera l’azione filantropica come volano di sviluppo locale e delle comunità.

Le Fondazioni di origine bancaria, ad esempio, oltre a fornire contributi economici significativi – oltre 1 miliardo di euro di erogazioni nel 2016 – alle organizzazioni del Terzo settore che operano nel nostro paese, si distinguono per strategie di intervento sempre più innovative, specialmente in ambiti in cui il Pubblico fatica a fornire interventi adeguati. Accanto a loro si registra la sempre più solida presenza di Fondazioni di impresa e di famiglia, di comunità e di partecipazione che sostengono quotidianamente interventi e strumenti in grado di aggredire problemi sociali precisi, senza tuttavia perdere di vista l’inclusione della comunità nel suo insieme.

Secondo il Rapporto ormai il secondo welfare non è più un insieme di iniziative sporadiche, ma di veri e propri nuovi pilastri di un edificio destinato a pesare, nel panorama del welfare e, più in generale, del modello sociale italiano.

Anche perché attorno a questi pilastri si sono progressivamente formate delle cornici regolative e orientative da parte dell’attore pubblico che ne rafforzano la consistenza e l’impatto.

A livello europeo il neo-adottato Pilastro Europeo dei Diritti Sociali ha definito in maniera abbastanza dettagliata il perimetro e i contenuti degli standard sociali che debbono essere garantiti in forma di diritti soggettivi esigibili dai cittadini UE; nel nostro Paese sono stati fissati nuovi paletti normativi intorno ai quali fare ruotare i confini tra primo e secondo welfare, come la riforma del Terzo Settore, le norme sul welfare aziendale e contrattuale o la parte “sociale” del Jobs Act.

Secondo Maurizio Ferrera e Franca Maino siamo arrivati al punto in cui è necessario smettere di pre-giudicare il secondo welfare come programmaticamente erosivo rispetto al primo, a rimanere aperti rispetto al contributo positivo che esso può dare alle chance di vita dei cittadini in questa nuova fase storica di ri-sperimentazione del welfare e dei suoi modelli.

 

La versione integrale del Terzo Rapporto è qui disponibile:

http://www.secondowelfare.it/edt/file/Terzo_Rapporto_sul_secondo_welfare_in_Italia_2017_Versione_integrale.pdf