Il lavoro nero e la maschera del bracciale

Abbasso i braccialetti di Amazon, viva il lavoro nero d’Italia. Paradossale sì, ma fino ad un certo punto. Perché il coro dell’indignazione è giustamente salito in via preventiva (e in campagna elettorale) contro il brevetto riconosciuto negli Stati Uniti alla multinazionale di Jeff Bezos mentre un silenzio pressoché assordante (della politica, in primis) accompagna da sempre i numeri che l’Istat periodicamente comunica sul lavoro sommerso (recentemente sono stati ripresi da una ricerca del Censis-Confcooperative), dove la violazione dei diritti è effettiva, giorno dopo giorno, notte dopo notte, e coinvolge quasi tre milioni di lavoratori, uomini e donne, giovani e anziani. È uno scandalo che non riesce a produrre nemmeno una fioca reazione. Tollerato, sembrerebbe.

Come se riguardasse altri e non il nostro Paese. Tanto che anche nel corposo programma elettorale del Pd, presentato ieri a Bologna da Matteo Renzi, non c’è sostanzialmente traccia della lotta contro il lavoro nero, nonostante l’occupazione sia il tema centrale e unificante delle proposte democrat. Assistiamo così alle tradizionali reazioni asimmetriche di una classe politica piegata al chiacchiericcio, ai tweet, all’irresponsabilità.

Eppure anche i fatti sono asimmetrici.

Dopo aver depositato circa due anni fa la richiesta del brevetto per i braccialetti, Amazon lo ha ottenuto solo qualche giorno fa. Deciderà poi cosa farne. Il braccialetto elettronico non nasce (almeno in teoria) per controllare il lavoro dei dipendenti del gruppo. Dovrebbe servire — secondo le spiegazioni della multinazionale — ad azzerare il rischio dell’errore umano nell’attività di selezione delle merci da spedire successivamente ai clienti.

È del tutto evidente che lo stesso obiettivo (incremento dell’efficienza e della produttività) potrebbe essere ottenuto in altre maniere, con altri dispositivi elettronici, senza finire per robotizzare il braccio di un addetto Amazon. Va da sé che sarà poi il braccio a lasciare la scena a favore del robot, dato che sono proprio i lavori più ripetitivi e a scarso contenuto intellettuale (e creativo) quelli fortemente minacciati dall’automazione. Ma non è (ancora) questo il punto. Ora vanno difesi i lavoratori. E nonostante il Jobs Act abbia aperto più di una breccia sul fronte dei diritti (dal superamento dell’articolo 18 per i licenziamenti al controllo a distanza del lavoratore purché informato fino al demansionamento), abbandonando in questo modo lo spirito garantista dello Statuto del 1970, non è certo quella legge che può permettere una così plateale violazione della dignità e della privacy delle persone che lavorano. «I braccialetti di Amazon non ci saranno mai in Italia», ha detto il ministro Carlo Calenda. E c’è da credergli, o almeno ad aprirgli un credito. Potrebbe finire così se non ci fosse la campagna elettorale.

Più attenzione, invece, andrebbe rivolta alle distorsioni che ci sono nel lavoro, ai troppi dualismi (giovani-anziani, precari-garantiti, uomini-donne, Nord-Sud), alla bassa qualità dell’occupazione, ai livelli spesso indecorosi delle retribuzioni e — dunque — al dilagante lavoro nero cresciuto di oltre il 5% durante gli anni della crisi mentre si perdeva quasi il 3% di quello regolare. Asimmetrie che tutti quelli che si candidano al governo dovrebbe essere capaci di vedere.

Per correggerle.

 

 (*) da Repubblica del 03/02/2018