Sul fisco, Trump peggio di Reagan

Con l’approvazione del bilancio federale, avvenuta il 7 febbraio dopo una fase di stallo e una mediazione fra maggioranza e opposizione nel parlamento degli Stati Uniti, la riforma fiscale varata a dicembre dall’amministrazione Trump diventa pienamente operativa. E pone un’innegabile sfida al resto del mondo, soprattutto all’Europa.

Non è l’unica sfida lanciata dagli Stati Uniti a trazione Trump. Guardando soltanto alla politica economica ce ne sono almeno altre due: la debolezza del dollaro, determinata dai mercati ma salutata ufficialmente con favore dal governo statunitense, in modo da consolidare l’aspettativa che essa durerà a lungo; l’aumento delle tariffe doganali sulle importazioni negli Stati Uniti di una serie di beni, per proteggersi dalla concorrenza dei paesi asiatici ma anche di alcune produzioni europee e italiane.

Nel loro insieme queste politiche hanno una comune finalità strategica, quella di ridurre il deficit di bilancia corrente dei pagamenti che vede storicamente gli Stati Uniti esercitare il ruolo di “locomotiva” del mondo a fronte degli avanzi di Europa, Cina e Giappone. Avanzi che, come si vede nella figura, sono cresciuti a partire dal 2010 e fino a oggi soprattutto a vantaggio dell’eurozona, che dal 2013 ha messo a segno un’eccedenza di esportazioni di beni e servizi sulle importazioni compresa fra il 3 e 4 per cento del Pil mondiale a fronte di squilibri di opposto segno negli USA compresi fra il 2 e 3 per cento. L’obiettivo del riequilibrio va di pari passo con quello di attrarre nuovi investimenti, fornendo incentivi alle imprese multinazionali USA per riportare in patria segmenti di catene del valore delocalizzati e i profitti realizzati all’estero.

 

 

 

Per il raggiungimento di questi obiettivi la riforma fiscale contiene elementi determinanti. L’aliquota di tassazione dei profitti scende negli USA dal 35 al 21 per cento, ma sarà ancora più bassa in molti casi particolari. Si prevede infatti: 1) la deducibilità immediata del costo degli investimenti per un’ampia lista di beni strumentali; 2) l’abbattimento dell’imposta al 13,125 per cento per i redditi derivanti dall’utilizzo di beni immateriali (patent box), categoria che comprende, tramite brevetti e copyright, una grande quota dei profitti realizzati dalle imprese statunitensi dell’economia digitale e delle industrie culturali; 3) l’esenzione dall’imposta dei dividendi distribuiti dalle società controllate all’estero da imprese statunitensi, che potranno essere riportati in patria senza incorrere in una doppia imposizione, successiva a quella già sopportata nei paesi dove sono stati realizzati; 4) l’abbattimento al 13,125 direttamente legato al reddito delle esportazioni di beni e servizi.

Si tratta di un pacchetto che rilancia duramente la competizione fiscale fra Paesi. Va detto tuttavia che la leva tributaria a vantaggio di imprese e investimenti a fini di attrazione e di concorrenza con gli altri Stati è stata ampiamente utilizzata da molti paesi, anche in Europa, prima e dopo la crisi scoppiata nel 2008. L’aliquota d’imposta sui profitti è scesa nel corso degli anni sotto il 35 per cento in tutti i paesi europei e in alcuni è più bassa del 21 (12,5 in Irlanda; 19 nel Regno Unito, destinata a scendere dopo la Brexit). In Italia l’abbiamo portata al 24, così come abbiamo introdotto regimi di agevolazione per i nuovi investimenti (super e iper ammortamento) e per i redditi derivanti dall’utilizzo dei beni immateriali (patent box). La concorrenza fiscale è dura a morire anche all’interno dell’Unione Europea, dove è rimasta al palo la direttiva per l’armonizzazione della base imponibile dell’imposta sui profitti.

La novità della sfida sta soprattutto nelle misure (3) e (4) fra quelle sopra elencate. La (3) adegua la legislazione USA a quella vigente nella maggior parte dei paesi. Un adeguamento di cui si discute da decenni e che, una volta realizzato, potrebbe esercitare effetti di grande rilievo: i profitti delle controllate estere di imprese americane accumulati nel corso degli anni hanno dimensioni importanti, per descrivere le quali occorre ricorrere alla metrica dei “trilioni” (migliaia di miliardi). Il nuovo sistema di incentivi può portare alla decisione di farli rientrare in patria, con l’effetto tra l’altro di esercitare una contro-spinta alla svalutazione del dollaro, oppure a quella di riposizionarli in legislazioni fiscali ancora più convenienti di quella americana, con aliquote inferiori al 21 per cento, con l’effetto di generare una nuova corsa al ribasso delle imposte sui profitti in giro per il mondo, e soprattutto in Europa.

La misura (4) si configura palesemente come un sussidio alle esportazioni, quindi incompatibile con le regole fissate dai trattati internazionali. L’Unione Europea ha annunciato che la impugnerà nelle sedi competenti di regolazione del commercio internazionale (WTO) e avrà buona probabilità di vincere, come già accaduto di fronte a iniziative analoghe degli Stati Uniti negli anni Settanta e Ottanta del passato secolo.

Qui la novità è tutta politica, poiché diversamente dal passato gli USA potrebbero decidere di non ottemperare alle decisioni del WTO sulla base di un principio “sovranista” pubblicamente enunciato da alcuni esponenti della maggioranza trumpiana. Potrebbero insomma, pur di affermare che “non è il WTO a decidere sulle leggi degli Stati Uniti”, accettare che i paesi colpiti compensino, autorizzati dal WTO, il costo delle misure protezionistiche, sia quelle fiscali sia quelle tariffarie, con l’aumento delle tariffe doganali sulle importazioni dagli USA. Si tratta però di contromisure meno efficaci di venti-trent’anni fa, dato che l’export USA si concentra sui servizi e non sui beni e assume per quote rilevanti la forma di redditi derivanti da beni immateriali. Il bilancio costi-benefici della guerra fiscale e tariffaria rischia quindi di essere comunque favorevole agli Stati Uniti, con ciò stesso minando la legittimità della sede multilaterale del WTO a vantaggio delle sedi bilaterali, programmaticamente rilanciate e preferite dall’amministrazione Trump.

Non è la prima volta che USA e resto del mondo, e soprattutto USA ed Europa, si trovano in rotta di collisione sulla questione del riaggiustamento delle bilance dei pagamenti. Si tratta del più importante e persistente squilibrio macroeconomico mondiale dell’era “dopo Bretton Woods”, consentito dalla natura del dollaro come principale valuta di riserva. Lo scenario di oggi ha qualche somiglianza con quello degli anni Ottanta, quando l’amministrazione Reagan varò un pacchetto di misure fiscali in parte simili a quelle di Trump e prese avvio un periodo di forte svalutazione del dollaro nei confronti della moneta del principale paese eccedentario, allora leader degli accordi europei di cambio, il marco tedesco. Gli Stati Uniti non riuscirono nell’aggiustamento, anzi allo squilibrio della bilancia dei pagamenti si aggiunse un secondo squilibrio nei conti pubblici. Fu l’impetuosa crescita dell’economia reale americana durante il decennio successivo, trainata dalle innovazioni tecnologiche, a stemperare il conflitto, insieme alla prudenza fiscale delle amministrazioni Clinton e al nuovo contesto europeo dopo la caduta del muro di Berlino, con la Germania impegnata nello sforzo della riunificazione. Quando nel 2004 il WTO sentenziò l’illegittimità di alcune misure fiscali adottate quasi venti anni prima da Reagan l’amministrazione Bush decise di adeguarsi e le cancellò.

Nulla di nuovo sotto il cielo, allora? Purtroppo no, perché oggi i rischi politici del conflitto sembrano sotto molti punti di vista più elevati. Fra le due sponde dell’Atlantico, soprattutto, si è consolidata una narrazione politica pericolosamente divergente. Trent’anni fa non era ancora entrata in gioco la Cina, la quale è diventata – nella narrazione pubblica – il nemico numero uno del neo-protezionismo americano, nonostante l’attivo cinese si sia dimezzato al confronto con gli anni precedenti la crisi e quello europeo al contrario rafforzato. E’ più facile però raccontare come concorrenza sleale quella dei bassi salari asiatici, poiché la competitività europea – quella tedesca ma anche quella italiana, secondo paese eccedentario dell’eurozona – al confronto con gli USA non ha radici in distanze salariali così accentuate come quelle esistenti con i paesi dell’Asia.

Della stessa distorsione soffrono le opinioni pubbliche e le classi dirigenti europee, soprattutto in Germania e Italia, quando le ragioni dell’attivo con l’estero vengono raccontate come frutto della capacità di imprese e sistemi produttivi, dimenticando che esse sono anche conseguenza di una scelta mercantilista che l’Europa ha fatto ben prima degli Stati Uniti. Una scelta basata non sulle tariffe doganali ma sulla bassa crescita economica.

Negli USA la risposta alla crisi ha coinvolto anche la politica fiscale e il bilancio federale ed è stata immediata. Non così nell’eurozona, dove manca una politica fiscale comune e dove ancora nel luglio 2011 la BCE di Trichet alzava i tassi d’interesse mentre la mancata soluzione del debito greco trasmetteva instabilità su banche e debiti sovrani. La seconda recessione del 2012-13 è un evento unicamente europeo. Alla fin dei conti dopo il 2010, come nell’ultimo ventennio del XX secolo, sono stati di nuovo gli Stati Uniti a trainare il mondo con un tasso di crescita dell’economia pari quasi al doppio di quello europeo. L’Europa ne ha opportunisticamente beneficiato.

L’impianto delle politiche europee infatti, in parte per gli automatismi di una costruzione incompleta e imperfetta e in parte per scelte discrezionali dei governi, è distorto verso il risultato di una bassa crescita economica aggregata per l’intera eurozona, con la conseguenza di rendere la domanda estera la componente più importante per l’evoluzione dell’economia reale, e non i consumi e gli investimenti interni. Non a caso la BCE di Draghi dopo aver salvato l’euro auspica, finora inascoltata, una crescita più vivace di salari e investimenti pubblici nell’eurozona.

E’concreto quindi il rischio che l’esperimento trumpiano, a differenza di quello reaganiano, apra le porte a un mondo meno cooperativo e più mercantilista. L’Europa potenzialmente potrebbe lavorare per evitare questo esito. Per frenare ad esempio la corsa alla concorrenza fiscale, almeno quella al suo interno, potrebbe procedere con l’armonizzazione delle basi imponibili delle imposte sulle imprese. Potrebbe farlo, ma dovrebbe sciogliere il velo delle tante ipocrisie che avvolgono e ottenebrano le sue opinioni pubbliche e le sue classi dirigenti, riconoscendo fra l’altro che Trump è anche figlio degli errori europei. Difficile che accada: prepariamoci alle guerre commerciali e, speriamo, soltanto a queste.

 

 

(*) professore di ruolo di Economia politica presso il Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi Roma Tre