Imagination au pouvoir, un raffronto indecente ma istruttivo

Lo so, può diventare irriverente creare un collegamento, sia pure debole, tra le vicende che caratterizzarono il 1968 e quelle odierne. Ma osservando la situazione italiana, nel suo complesso, modellata dall’azione del Governo legastellato, mi torna alla mente, con costanza, uno dei più fortunati slogan agitati nei grandi cortei dei sessantottini di tutto il mondo: l’”imagination au pouvoir”. Anche in Italia, allora, c’era una opposizione sociale, prima studentesca e poi ingrossatasi di operai, che non ne poteva più dello stagnante equilibrio di potere allora esistente, dai luoghi di studio, a quelli di lavoro, per giungere a quelli politico-istituzionali. E lanciava messaggi duri e massimalisti per farsi ascoltare. 

E’ tempo di commemorazioni, ognuno tira l’acqua al proprio mulino e non tocca né a me, né a questa newsletter di prendere partito. Ci terrei, però, a sottolineare due circostanze che non vengono menzionate da chi commemora. La prima: che la culla di quel movimento fu Milano e più precisamente l’Università Cattolica, che però rientrò presto nell’ombra per l’azione di repressione che adottò il Senato accademico nei confronti dei capi di quel movimento. Così Pero e Capanna emigrarono forzatamente in altre università milanesi per proseguire la loro azione movimentistica. La seconda: che senza il coinvolgimento degli operai non so che piega avrebbe preso il movimento studentesco. Quando le fabbriche entrarono in gioco, emblematicamente nel 1969, gli obiettivi non persero radicalità, ma diventarono più gestibili, al punto che, entro poco tempo, da un lato si formarono vere e proprie espressioni partitiche ed il sindacato unitariamente diede sbocco vincente alle lotte e dall’altro i più esaltati si avviarono in percorso che portò, alcuni anni dopo, verso la lotta armata, la clandestinità e la stagione del terrorismo. L’autunno caldo fu più operaio che studentesco, benché gli slogan che restarono famosi furono maggiormente quelli di stampo giovanile.

Molta acqua è passata sotto i ponti della storia. Il mondo è cambiato tanto. E anche nelle elezioni italiane sono echeggiate parole di alternatività, usati slogan dirompenti sia dalla Lega che dal M5S che sono risultati vincenti. Non per un assalto insurrezionale ma per via democratica, l’”imagination au pouvoir” è arrivata a Palazzo Chigi. Il Governo legastellato si è formato sulla scia di quelle radicalità. Ma - a differenza dello slogan dell’altro secolo, che poggiava le sue basi culturali sulla valorizzazione della scienza e della conoscenza e quelle suggestive su Marx, Marcuse e finanche sul Concilio Vaticano II – il governo pentastellato lo ha tradotto in un “contratto” senza scientificità e legittimato soltanto da un clic. Con la conseguenza chela legge di stabilità che si rifà al “contratto” non è gestibile rispetto alle regole europee, peraltro non rifiutate dal Governo e tantomeno è gestibile in base alle possibilità della finanza pubblica italiana, già in partenza dai margini modesti e poi erose ulteriormente dai comportamenti dei mercati monetari e dai possessori di grandi capitali italiani, indaffarati a portarli all’estero.…

Questo modo di procedere non trasforma il potere in fatti concreti e non dannosi… Anzi, se l’annuncio di voler esercitare tanta immaginazione ha allarmato molti, averla proposta come azione di Governo haaperto la strada a una catena di eventi che, solo a pensarli, vengono i brividi. Gli avvisi sono in corso. Basta considerare che, se per un anno lo spread tra Italia e Germania rimanesse sopra i 300 punti, provocherebbe un incremento del costo degli interessi da pagare, pari a 6 miliardi di euro in più: quasi tutta la quota prevista per il finanziamento del reddito di cittadinanza o del pensionamento a quota 100. 

L’incredibile della vicenda è che manca qualsiasi criterio di gradualità nel proporre obiettivi ambiziosi. Rifacciamoci al 1968, all’autunno caldo. Tra gli sbocchi di quel soqquadro, ci furono – tanto per citare le scelte più significative - la riforma dell’università e la conquista delle 40 ore settimanali, che ha liberato il sabato dall’obbligo lavorativo per quasi tutto il settore industriale. Nessuna delle due innovazioni furono dominate dal “tutto e subito”. Ci fu gradualità di applicazione, sia temporale che normativa. E’ vero che il voto del 4 marzo è stato dominato da un diffuso rancore popolare, da una generalizzata richiesta di rottura di continuità con il passato, da un malessere sociale, economico e morale. Ma interpretarlo come una richiesta di felicità brevi manu, è una forzatura voluta con caparbietà dai “momentaneamente vincenti”.

Evidentemente, le ragioni sono altre ed abbastanza meschine. L’immaginazione, come coraggiosa capacità di innovare, per essere strumento di governo deve necessariamente tradursi in strategia, definizioni delle azioni, allocazione delle risorse, implementazione. Se ognuno di questi passaggi è flagellato dalla competizione intragovernativa, l’immaginazione diventa tragico caos che paralizza investimenti e risparmi.  In definitiva, l’ansia elettoralistica è troppo incombente sui due partners del Governo. Soltanto così è interpretabile la sottovalutazione dei comportamenti della Commissione Europea e le rigidità sui contenuti della manovra. Tutto ciò non è indolore per gli italiani, specie per chi lavora o punta ad ottenere un lavoro. I primi segnali ci sono e i prossimi dati dell’INPS e dell’ISTAT ce lo confermeranno. Non parleremo più di calo del lavoro a tempo indeterminato e di crescita di quello a tempo determinato. Caleranno entrambi; nessun tonfo, ma caleranno. Con buona pace del “decreto dignità”, dignitosamente archiviato dagli stessi proponenti il giorno dopo la sua trasformazione in legge. 

La vera vittima sacrificale della legge di stabilità proposta dal Governo legastellato è il lavoro, sia quello di chi ce l’ha, che entra nell’incertezza del futuro, sia quello di chi non ce l’ha, che vede allontanarsi la probabilità di averne uno in tempi ragionevoli. Forse si è ancora in tempo per raddrizzare la rotta, anche perché, paradossalmente, il comportamento dell’Italia, sta accrescendo l’unità dei Paesi dell’Eurozona nel chiedere unanimemente sanzioni contro di noi. Un po’ di attenzione al ruolino di marcia che Merckel e Macron (che pure hanno problemi di consenso nei rispettivi Paesi) stanno imponendo, coraggiosamente, alla riforma dell’Eurozona sarebbe soltanto esercizio di sensatezza. Ma ci vorrebbe una buona dose di correzione dell’immaginazione. Se no, pur facendo finta di immaginare in grande, rimane soltanto il piacere del potere per il potere.