Il cardinale polacco e la legge

Il caso del Cardinale Polacco che riallaccia la rete elettrica a un fabbricato abitato da abusivi e in più in mora da anni per il mancato pagamento delle bollette è stato all’origine di un ampio dibattito. Un atto di generosità, un gesto d’amore verso i poveri, dicono i sostenitori del Cardinale; un atto illegale che umilia quanti rispettano la legge, obiettano gli oppositori. Se ciascuno interpretasse la legge secondo i suoi convincimenti sarebbe il caos. È la legge che crea la comunità, aggiungono.

Non vale certo, nel caso discusso, la giustificazione obliqua che il Cardinale non volesse violare la legge ma solo richiamare le autorità locali su un problema sociale trascurato. Sarebbe far torto al Cardinale che sapeva quel che faceva: un gesto di disobbedienza civile. Una antica questione sempre presente nella storia e nella cultura europea, a partire da Socrate che contesta la legge della polis come inderogabile guida dell’azione umana per arrivare, in tempi più vicini, ai renitenti alla leva militare che andavano in galera per testimoniare la loro scelta pacifista. La questione è quella del rapporto fra legge e libertà, tra legalità e legittimità.

La legalità è un valore fondante della comunità, soprattutto in un sistema democratico le cui procedure la legittimano politicamente come esercizio di una maggioranza. Anzi, si può dire che oggi il cittadino è in particolar modo sensibile al rispetto della legalità, sfidata da cosche criminali e dall’opportunismo di non pochi cittadini. Violare la legalità è oggetto di sanzioni ed è aperto un largo dibattito sull’entità delle sanzioni e sulla certezza delle pene.

Si deve, allora, concludere che la disobbedienza civile è incompatibile con la legalità di uno Stato democratico? Sarebbe un passaggio rischioso, perché presupporrebbe una sottomissione incondizionata del cittadino nei confronti di uno Stato che rivendicherebbe un ruolo di arbitro e giudice del bene e del male. La disobbedienza civile ha un costo per chi la pratica ma risponde a un dovere etico che, nella misura in cui è avvertito, legittima l’opposizione del cittadino alla legge che ritiene ingiusta.

Il secolo scorso ci ha lasciato la memoria dei mostri dell’obbedienza cieca che ha portato ad accettare la normalità del male. È la disobbedienza civile di quanti hanno fatto valere la loro ragione critica che ha costituito il materiale morale su cui è stata edificata la successiva democrazia. La disobbedienza civile non è negata in un regime democratico; al contrario, può essere un segno di una sua vitalità perché i disobbedienti sono i testimoni vigili, disposti a pagare un prezzo, perché la democrazia non devii dal suo obiettivo di dare risposte eque ai bisogni della collettività, con particolare attenzione ai più sfavoriti.