La condizionalita' che fa bene

Gli interventi dei “4 moschettieri” europei (Gentiloni, Lagarde, Michel e Von der Leyen) invitati dal Governo italiano agli Stati Generali sul futuro economico e sociale del Paese, non devono essere stati completamente apprezzati dal Presidente del Consiglio Conte. Non sono mancati le pacche sulle spalle, i complimenti su come è stata gestita la pandemia, la gentilezza nel linguaggio, la solidarietà sincera riassumibile nella frase ad effetto e in italiano della Presidente della Commissione Europea “l’Europa s’è desta”.

Ma gli avvertimenti ad utilizzare appieno, in tempo e senza furbizie i fondi messi a disposizione non sono mancati. Da qui la pronta risposta di Conte: “non sprecheremo un euro”, come a dire che la musica rispetterà tutt’altro spartito rispetto all’andazzo del passato. Fino ad oggi, infatti, i soldi europei (a fondo perduto!) soltanto in modesta parte sono stati spesi bene. La lista dei fondi europei restituiti a Bruxelles o sperperati è purtroppo lunga e i pugni sbattuti sul tavolo, invocati da una certa politica immaginifica (“l’Italia dà per il bilancio europeo più di quanto riceve”), sono stati sbugiardati con un bel po’ di sarcasmo dagli eurocrati.

Azzardosa la frase di Conte. Ma bisogna prenderla sul serio. Questa volta non si scherza. In ballo non ci sono briciole, ma un’intera infornata. Non solo in gioco c’è la credibilità dell’Italia, ma soprattutto è il futuro del lavoro italiano che può prendere una piega o un’altra a secondo che l’ondata di risorse che arriverà, non esondi, non devii, non si disperda in territori infidi.

Ma di questo si discute poco. Anzi, l’ultima arma dei sovranisti e degli euroscettici è la parola “condizionalità”. Come a dire: “grazie per volerci dare soldi in abbondanza, ma non dovete mettere bastoni tra le nostre ruote. Come spenderli ci pensiamo noi”. Chi ragiona così, o abita sul pianeta di bengodi o mente sapendo di mentire. Non c’è euro del bilancio europeo che può essere speso in Italia senza rispettare le condizioni che lo accompagnano. I Fondi strutturali europei, dal FERS a quello sociale è dal tempo dei tempi che devono essere rendicontati secondo direttive stringenti europee. Se sono dati per fare un acquedotto non possono essere usati per una autostrada. Se riguardano la formazione professionale non possono essere dirottati per finanziare la CIGS. E via dicendo.

La condizionalità condivisa è una garanzia di serietà, di trasparenza, di omogeneità di comportamenti. Quindi, dopo la dichiarazione dalla Commissione che non c’è traccia di intervento di troike, come ai tempi della Grecia, sono del tutto pretestuose le opposizioni all’impiego del MES. Paradossalmente, dovremmo chiedere noi alcune condizioni di gestione dei soldi che entro la fine del prossimo anno dovranno essere impegnati su progetti precisi. Mi limito a indicarne due. 

La prima è di considerare elemento di qualificazione dei progetti l’intensità dell’occupazione prevista, specie se derivanti da riduzioni dell’orario di lavoro o in forma di contratti di solidarietà. Il costo di queste riduzioni dovrebbe essere parte integrante del finanziamento previsto dal New Generation. Dobbiamo pretendere che i progetti siano innovativi, altamente tecnologici, ecosostenibili e che reggano l’impatto con i mercati. Ma devono anche essere orientati ad una occupazione la più ampia possibile, soprattutto femminile e giovanile, in modo che ci siano sempre meno persone inattive e dichiaratamente disoccupate.

La seconda è di prevedere una validazione sociale oltre che economica dei progetti finanziabili. E questa non può avvenire, specialmente per le imprese di medie e grandi dimensioni, che con un consenso di merito espresso, per ogni progetto, dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Il cambiamento delle caratteristiche del lavoro e delle produzioni che si profila è di dimensione inedita. I lavoratori e le lavoratrici hanno diritto a dire la loro, perché in campo ci sono le loro prospettive di vita. E questo sarebbe anche un modo per non far dipendere tutto dalle valutazioni della burocrazia nostrana ed europea.

In definitiva, la condizionalità è un espediente niente affatto impositivo. Serve ad escludere l’arbitrarietà, che a sua volta alimenta il clientelismo, che a sua volta apre le porte anche al malaffare e che sfocia nell’ineguaglianza delle opportunità. Lo spreco è una miscela di tutte queste brutte pieghe che può prendere la gestione dei fondi. Il controllo sociale, più che le dichiarazioni politiche, è l’unico antidoto per evitarlo e per disegnare una nuova dimensione della democrazia economica in Italia e in Europa.