Previsti quattro esami da parte della Ue

I progetti del Recovery Plan saranno messi sotto esame sulla base di quattro parametri: la coerenza interna dell’insieme di investimenti e riforme che costruiranno il Piano, la rispondenza alle Raccomandazioni specifiche che la commissione Ue ha rivolto a Roma nel 2019 e nel 2020, la coerenza con le indicazioni appena offerte dal Pnr e dagli altri programmi operativi Ue e, nel caso dei Paesi che come l’Italia sono interessati dalla procedura per gli «squilibri macroeconomici» eccessivi, il loro impatto sul set di 11 indicatori che misurano lo stato di salute dell’economia e della finanza pubblica.

L’indicazione arriva dalle Linee guida del «Piano nazionale di ripresa e di resilienza» approvate ieri dal Comitato interministeriale per gli Affari europei, che richiamano l’articolo 14 della proposta di regolamento attuativo della Recovery and Resilience Facility elaborata dalla commissione Ue e iniziano a disegnare il quadro delle regole che dovranno guidare l’architettura degli interventi europei. Come anticipato nei giorni scorsi, il documento con gli indirizzi generali del Piano articola i programmi italiani in missioni per gli investimenti e ambiti di riforma per provare a superare i nodi strutturali che frenano la nostra macchina pubblica e il sistema delle regole su burocrazia, investimenti, fisco, giustizia, lavoro e ricerca. «Abbiamo discusso sei missioni per un’Italia più digitale, verde, competitiva e giusta – riassume al termine della riunione il ministro per gli Affari europei Enzo Amendola che coordina il Ciae -, rispetteremo il cronoprogramma Ue perché non dobbiamo sprecare un’occasione storica per il rilancio del Paese». «Confidiamo di presentare il piano alla prima data utile di gennaio», ha detto il premier Conte aggiungendo che lo slittamento da ottobre a gennaio sarebbe dovuto al fatto che «la commissione ha dilatato i tempi».

Sul fronte dell’innovazione spiega la ministra Paola Pisano «dobbiamo recuperare il ritardo tecnologico accumulato e investire nelle nuove tecnologie. L’infrastruttura di connettività non dovrà limitarsi alla fibra ma utilizzare diverse tecnologie, per esempio il 5G e l’Fwa». Esultano i sindaci: «Nelle linee guida ci sono tutte le 10 azioni che abbiamo proposto», rimarca il presidente dell’Anci Antonio Decaro. L’impalcatura è quella ormai nota. I piani di investimento dovranno puntare su digitalizzazione, transizione ecologica, infrastrutture, istruzione e formazione, inclusione sociale e territoriale e salute, in un elenco che fa spazio anche a un capitolo dedicato alla «competitività del sistema produttivo»; a questi filoni di intervento andranno i sussidi e i prestiti europei, con l’obiettivo di raddoppiare a regime il tasso di crescita del Paese dallo 0,8% del decennio pre-Covid all’1,6% e riallineare alla media Ue i dati sull’occupazione chiudendo la forbice attuale di oltre 10 punti percentuali.

Ma la partita vera inizia ora, nel lavoro sulla definizione dei progetti che sarà aperto anche al «confronto con l’opposizione» come ha voluto ribadire ieri il premier Conte. Ma più degli equilibri politici conteranno quelli tecnici ed economici nello sforzo di coordinare le indicazioni italiane e i parametri Ue.

L’esame legato alla procedura per gli squilibri macro, in realtà, più di una minaccia rappresenta una griglia per concentrare gli sforzi progettuali sui difetti strutturali del Paese. Perché il set degli 11 indicatori utilizzati dalla commissione costruisce una radiografia concentrata sull’economia reale, dal saldo delle partite correnti all’export, dai tassi di occupazione e disoccupazione fino al costo del lavoro per unità di prodotto. Proprio i dati che gli investimenti del Recovery dovrebbero migliorare.

La questione però si complica quando si guarda ai criteri puntuali che dovranno tradurre questi obiettivi. Faticheranno a entrare nel Recovery Plan, spiegano le Linee guida, le infrastrutture che non hanno un livello di progettazione sufficiente considerando i tempi medi necessari alla realizzazione, e nemmeno i programmi che non saranno accompagnati da stime attendibili sul loro impatto su Pil e occupazione. Il rischio di semaforo rosso sarà poi alto per i programmi che non saranno accompagnati da meccanismi puntuali di monitoraggio in corso d’opera, o che non rispetteranno i criteri di sostenibilità. Niente da fare, poi, per «progetti storici che hanno noti problemi di attuazione difficilmente risolvibili nel medio termine»: identikit dietro il quale non sembra difficile riconoscere, per esempio, il Ponte sullo Stretto tornato per l’ennesima volta al centro del dibattito. Ma anche le condizioni di una finanza pubblica investita dalla pandemia senza prima essersi ripresa dai colpi della doppia crisi post-2009 sono un ingrediente centrale da considerare. Perché il programma, avvertono le Linee guida, dovrà «essere compatibile con gli obiettivi di finanza pubblica del governo», e «la riduzione del debito/Pil richiederà un significativo miglioramento del saldo primario di bilancio nei prossimi anni».

Non è un problema da poco anche perché i prestiti, che sono la quota principale del Next generation, incidono sul deficit e sul debito. L’unica eccezione riguarderà i fondi che potrebbero essere dirottati su programmi già presenti nei tendenziali di finanza pubblica, e che però non produrrebbero ovviamente crescita aggiuntiva. Nel solo Recovery (191 miliardi sui 209 totali del Next Generation Ue) i prestiti valgono 127,6 miliardi, cioè quasi 8 punti di Pil da scandire nel 2021-2023 (al netto della quota che potrà “rimborsare” spese già avviate nel 2020). L’equilibrio fra spinta alla crescita e argine al debito, tutto da trovare, dovrà tener conto anche del Sure (28,5 miliardi di prestiti) a cui l’Italia ha già aderito e del Mes che continua a dividere la maggioranza. Anche in questi casi, il mix fra finanziamento di spese già nei tendenziali e nuovi programmi sarà determinante per l’impatto sui saldi.

 

*da Il sole 24 ore, 10/09/2020