Parole forti, incontestabili.

Forse in uno dei periodi più tempestosi del suo non facile Pontificato, Papa Francesco con l’Enciclica “Fratelli tutti” sorprende ancora e costruisce una riflessione di forte spiritualità che al centro colloca proprio il valore del dialogo. E nel momento nel quale la pandemia martella ai fianchi l’umanità, il Papa rilancia un messaggio che riecheggia il percorso coraggioso e imponente della Chiesa degli ultimi sessant’anni quando da Giovanni XXIII in poi ha deciso di parlare a laici e credenti con uno sforzo di modernizzazione che ha avuto fra le sue conseguenze più positive l’affermazione della dignità del lavoro. 

Il valore del dialogo è presente fin dalle prime affermazioni di questa lunga Enciclica che in realtà appare più come una perorazione pastorale a favore di coloro che stanno pagando il prezzo più alto di un periodo nel quale la globalizzazione ha acuito le diseguaglianze, la recessione mondiale le ha consolidate, la pandemia rischia di aggiungere povertà ed esclusione a quelle esistenti. 

Il richiamo è a San Francesco, definito il Santo dell’amore fraterno. Il Papa ne rammenta un frammento sintomatico della sua predicazione: “c’è un episodio della sua vita che ci mostra il suo cuore senza confini, capace di andare al di là delle distanze dovute all’origine, alla nazionalità, al colore o alla religione. È la sua visita al sultano al-Malik al-Kamil in Egitto… Senza ignorare le difficoltà e i pericoli, San Francesco andò ad incontrare il sultano con il medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli, che senza negare la propria identità, trovandosi fra i saraceni od altri infedeli non facciano liti o dispute…”. Sappiamo come andò a finire: né il sultano, né Francesco riuscirono a convertire l’altro alla propria religione, ma affermarono l’importanza del rispetto reciproco, sulla utilità del dialogo. E Papa Francesco chiosa: “egli non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio”. Più avanti afferma: “l’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni e degli interessi legittimi”. 

Un atteggiamento assai lontano dalla faziosità e dall’intolleranza presente oggi nelle relazioni fra Paesi e nella lotta politica. È quel dialogo “che esige di essere arricchito e illuminato da ragioni, da argomenti razionali, da varietà di prospettive, da apporti diversi di saperi e punti di vista, e che non esclude la convinzione che è possibile giungere ad alcune verità fondamentali che devono e dovranno essere sempre sostenute”.   

Su questo piano colpisce l’accento forte che il Papa pone sulla positività delle religioni in un mondo sempre più laicizzato e scristianizzato, proprio per favorire scelte di solidarietà. Fino all’espressione non inedita ma certo molto forte che è questa: “la Chiesa apprezza l’azione di Dio e le altre religioni e nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni… tra le religioni è possibile un cammino di pace”. Cosa dicono queste parole ad un laico? Semplicemente che occorre anche nel campo dell’azione politica e sociale una disponibilità all’ascolto, a cogliere quanto può esserci di costruttivo nelle posizioni degli altri, a collaborare specie nei momenti peggiori e più incerti su ciò che può permettere di fare passi in avanti.

In questo senso l’Enciclica esprime l’esigenza di una linearità di comportamenti agli antipodi della superficialità di certi trasformismi ed opportunismi politici che finiscono con l’essere solo espressione di un attaccamento al potere che mortifica ogni prospettiva progettuale: “oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico per esasperare, esacerbare, polarizzare”.  

A questo proposito la reprimenda per i populismi è assai netta: il Papa descrive i populismi come l’annullamento del concetto di popolo, ma così facendo si apre la via alla distruzione della stessa democrazia che è governo del popolo. Concetti che appare difficile sentire in bocca ad un politico. Ma ancora più esplicito è il monito che viene rilanciato nei riguardi della pretesa di fare il proprio interesse ognuno per conto proprio: “in questo mondo che corre senza una rotta comune si respira una atmosfera in cui la distanza fra il proprio benessere e la felicità dell’umanità condivisa sembra allargarsi”. Ed è importante che il Papa affermi che “si favorisce una perdita del senso della storia che provoca disgregazione”. Perché in tal modo si privano soprattutto i giovani di punti di riferimento, di esempi, di lezioni della storia che possono esser invece molto utili nel falso credo che il passato è tutto da buttare. 

In questa Enciclica non sembrano esserci molte novità, ma certamente essa abbonda di parole forti. Appare molta chiara la direzione di marcia che non è quella di una decrescita, in quanto il Papa vede nel progresso, come del resto i Pontefici che l’hanno preceduto, una promessa di maggiore giustizia sociale e di promozione umana. E dimostra di non condividere il predominio della finanza e dei grandi potentati economici ribadendo con grande forza ad esempio la funzione essenzialmente sociale della proprietà privata. 

Dovrebbero meditare di più alcune frasi di questa Enciclica coloro che sono stati chiamati a guidare le nazioni: “in questo scontro di interessi che pone tutti contro tutti, dove vincere diviene sinonimo di distruggere, come è possibile alzare la testa per riconoscere il vicino e mettersi accanto a chi è caduto lungo la strada? Un progetto con grandi obiettivi per lo sviluppo di tutta l’umanità oggi suona come un delirio”. C’è evidente il recupero di un diverso umanesimo che è quello della migliore tradizione riformatrice del cattolicesimo sociale come del socialismo. E c’è la riaffermazione di quella solidarietà con la quale il sindacato ha saputo costruire unità e conquiste di civiltà per il mondo del lavoro: “molte volte - afferma l’Enciclica - si constata che i diritti umani non sono eguali per tutti. Il rispetto di tali diritti è condizione preliminare per lo stesso sviluppo sociale ed economico del Paese”. Una frase così potevano ben dirla Giacomo Brodolini o Carlo Donat Cattin, o Luciano Lama, o Pierre Carniti.  Il sindacato non mi sembra mai nominato nel corso di questa Enciclica, ma sono tanti i riferimenti alle problematiche del mondo del lavoro e della immigrazione che sono da sempre propri dell’azione sindacale. Mi sembra inoltre quanto mai opportuno il riferimento ad un altro “male” del nostro tempo, quello dell’indifferenza: “vediamo come domina un’indifferenza di comodo, fredda, globalizzata, figlia di una profonda disillusione che si cela dietro l’inganno di una illusione di credere che possiamo essere onnipotenti e dimenticare che siamo tutti nella stessa barca”. Per chi ha operato per tanto tempo nel sindacato questo richiamo fa ricordare invece la passione di tanti militanti e dirigenti delle organizzazioni sindacali indirizzata proprio a contrastare l’indifferenza verso i problemi più gravi del mondo del lavoro a partire dalle ingiustizie presenti e dalle diseguaglianze. L’indifferenza è una forma di egoismo, lo sappiamo bene, che può annidarsi nelle incertezze inevitabili in tempi di crisi rendendo ancora più difficile la partecipazione mentre più facile appare il confondersi in opposte tifoserie. 

È forse anche per questo che il Papa esalta come poche volte è avvenuto il comportamento del buon Samaritano: “diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, nel curare e sostenere i più fragili e i più deboli delle nostre società sviluppate”. E per Papa Francesco i sintomi di una società malata sono quelli che descrivono chi cerca di costruirsi la propria vita voltando le spalle al dolore. Proprio di recente si è provveduto in Italia a modificare il decreto sicurezza. Un atto di governo certamente positivo. Ma esso sarà davvero una svolta se l’Europa comprenderà realmente che le migrazioni si affrontano insieme e se in Italia si saprà passare dall’accoglienza ad un progetto di integrazione che non deprima la nostra identità e sicurezza ma permetta a chi davvero lo vuole di costruirsi un futuro con diritti nel nostro Paese. 

In conclusione dell’enciclica il Papa rammenta l’esempio del beato Charles de Foucauld: “voleva essere in definitiva il fratello di tutti. Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti”. Una concezione diversa dalla retorica del “nessuno deve rimanere indietro”. Per tale motivo la politica e l’impegno sociale devono riscoprire quei valori che ti permettono non di voltarti indietro per vedere chi c’è, ma di camminare accanto a chi fatica, per riportarlo nel gruppo e per garantire a tutti di poter partecipare ad un vero progetto di crescita che non può essere solo economica, ma deve essere anche civile, culturale, politica. 

 

*Presidente Fondazione Buozzi, già Segretario generale UIL