{"id":1055,"date":"2015-04-21T09:37:32","date_gmt":"2015-04-21T07:37:32","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/prima-e-dopo-l-iri\/"},"modified":"2015-04-21T09:37:32","modified_gmt":"2015-04-21T07:37:32","slug":"prima-e-dopo-l-iri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/prima-e-dopo-l-iri\/","title":{"rendered":"Prima e dopo l\u2019IRI"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">A Pechino nel 1983 un diplomatico cinese, navigato mandarino, disse alla delegazione della Banca d\u2019Italia guidata dal Governatore Ciampi che, grazie alla storia, la Cina comunista aveva potuto evitare gli errori del passato, inventandone sempre di nuovi\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se la storia almeno in tal senso conta, pu\u00f2 essere giustificato porre il problema attuale dell\u2019impresa italiana movendo dalla vicenda dell\u2019IRI fra il 1933 e il 2002. La vicenda \u00e8 stata ristudiata da una cinquantina di ricercatori, coordinati da Luciano Cafagna, Franco Amatori, Valerio Castronovo, Pierluigi Ciocca, Franco Russolillo nel quadro di un progetto di ricerca promosso dalla Fondazione IRI, poi da Fintecna.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I risultati dell\u2019indagine sono stati pubblicati dall\u2019editore Laterza in una \u201cStoria dell\u2019IRI\u201d articolata su cinque volumi analitici curati da Castronovo, Amatori, Francesco Silva, Roberto Artoni, Russolillo, completati da un volume di sintesi dovuto a Pierluigi Ciocca\u00a0 \u201cL\u2019IRI nella economia italiana\u201d \u2013 su cui \u00e8 basato il presente scritto e a cui si rinvia per ulteriori elementi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel gennaio del 1933 l\u2019economia italiana era sull\u2019orlo del baratro: grandi imprese abbandonate dai capitalisti; grandi banche insolventi; Banca d\u2019Italia in dissesto. Era a rischio lo stesso regime. Mussolini ebbe la lucidit\u00e0 politica di capirlo e di affidarsi all\u2019antico nemico socialista e antifascista, Beneduce, il tecnico migliore. Con l\u2019IRI e con un impegno dello Stato superiore al 10 per cento del Pil Beneduce, assistito da Menichella, risolvette il problema. Il crollo fu evitato. La matrice della crisi era industriale. Le banche \u2013 la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano, il Banco di Roma \u2013 e la Banca d\u2019Italia vi furono trascinate dalla loro esposizione verso le grandi imprese manifatturiere e terziarie insolventi. Ma con la legge bancaria del 1936, artefice Menichella, si diedero assetti stabili a un sistema finanziario sino ad allora molto fragile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulle \u201cbraccia dello Stato\u201d fascista \u2013 che non aveva intenzioni interventiste \u2013 rest\u00f2 tuttavia un quinto del capitale nominale delle societ\u00e0 per azioni. Il Duce era ben propenso a ricedere le posizioni di controllo, ma pochi privati si fecero avanti con danaro liquido investibile a prezzi di mercato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019IRI sopravvisse a stento fra il settembre del 1943, con l\u2019Italia spaccata, e il febbraio del 1948, la data del nuovo statuto. A Sal\u00f2, nel 1944, Alberto Asquini e Vincenzo Tecchio salvarono l\u2019Istituto dal radicalismo repubblichino. A Roma, sempre nel 1944, Menichella e il capitano Kamarck, giovane economista non ortodosso, lo salvarono dalla Commissione di controllo alleata. Alla Costituente, nel 1946, lo salv\u00f2 la realistica risposta data da Angelo Costa al quesito postogli da Armando Cammarano per la Sottocommissione Industria: \u201cNoi oggi non possiamo immaginare un\u2019industria privata che sia in grado di prendere per es. un\u2019Ansaldo\u201d. Nel luglio del 1947 De Gasperi \u2013 che aveva appreso nozioni di economia da Sergio Paronetto, cervello di Via Versilia \u2013 pose fine a un confuso dibattito: \u201cSi vuol far credere che noi \u2013 governo reazionario \u2013 vogliamo smobilitare l\u2019IRI\u2026Bisogna evitare questa sensazione\u2026\u201d. L\u2019IRI ebbe cos\u00ec il suo statuto nell\u2019Italia repubblicana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019intero arco della propria esistenza l\u2019IRI dovette sostituirsi ai privati nel produrre beni e servizi \u201cbase\u201d \u2013 nel senso di Sraffa \u2013 che i privati si erano dimostrati non in grado di produrre. Quella dell\u2019IRI \u2013 al pari di quella della Mediobanca, \u201cbadante\u201d, anche se non sostituto, dei gruppi privati \u2013 \u00e8 quindi al fondo la storia della incapacit\u00e0 dei maggiori capitalisti italiani di stare sui mercati anche facendo a meno dello Stato e delle banche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal dopoguerra gli investimenti dell\u2019IRI si moltiplicarono e gli smobilizzi azionari scemarono fino ad annullarsi negli anni Settanta. Ancora nel drammatico 1992 i privati disattesero la proposta di rilevare le due <em>megaholding <\/em>che il ministro Guarino aveva immaginato per cedere in blocco le imprese pubbliche e conservare al Paese\u00a0 una industria competitiva anche perch\u00e9 imperniata su grandi imprese. Seguirono le privatizzazioni al dettaglio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sempre dal dopoguerra la dimensione dell\u2019IRI si dilat\u00f2 sino a farne, secondo Franco Amatori, \u201cuna conglomerata troppo vasta\u201d. Nei primi anni Ottanta il gruppo annoverava quasi 600mila dipendenti, partecipazioni in un migliaio di societ\u00e0, il 3,6 per cento del valore aggiunto del Paese, la capacit\u00e0 di attivare il 5 per cento del Pil, una presenza manifatturiera nel Mezzogiorno di 75mila addetti, decisiva per l\u2019uscita del Meridione dal sottosviluppo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0La prestazione del gruppo in termini di produttivit\u00e0 fu accettabile negli anni Trenta, mediocre nella guerra mondiale, discreta nella ricostruzione, eccellente nel \u201cmiracolo economico\u201d, cattiva negli anni Settanta, buona negli anni Ottanta, pessima nei primi anni Novanta. Si conferma la valutazione di Herbert Simon, secondo cui l\u2019efficienza non \u00e8 preclusa all\u2019impresa pubblica, cos\u00ec come l\u2019inefficienza non \u00e8 preclusa n\u00e9 all\u2019impresa pubblica n\u00e9 all\u2019impresa privata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Soprattutto, anche nei momenti difficili il gruppo diffuse esternalit\u00e0 preziose per l\u2019intero sistema produttivo. L\u2019IRI addestrava migliaia di dirigenti e dipendenti l\u2019anno, non solo del gruppo; faceva cultura; nel 1964 il presidente Petrilli impegn\u00f2 uno dei suoi <em>manager<\/em> migliori, Gaetano Cortesi, sul fronte dell\u2019innovazione nel raccordo con il CNR. L\u2019IRI arriv\u00f2, nel 1986, a effettuare, da solo, il 15 per cento degli investimenti italiani in R&amp;D.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 l\u2019IRI decadde? Al pari di altre grandi imprese, italiane e straniere, l\u2019IRI incapp\u00f2 in acute difficolt\u00e0 negli anni Settanta. Concorsero almeno tre fattori: la natura \u201cda sproporzioni\u201d della crisi mondiale; gli errori di gigantismo del gruppo; la miopia della politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli <em>shocks <\/em>salariale, petrolifero, di finanza pubblica avevano stravolto i prezzi relativi. La necessaria riallocazione di risorse era specialmente ardua per un colosso a intensit\u00e0 di capitale gi\u00e0 alta quale era l\u2019IRI. I vertici del gruppo insistettero sui programmi di espansione polisettoriale concepiti prima della crisi, a cominciare dalla siderurgia con il raddoppio ulteriore di Taranto, mentre scioperi, conflittualit\u00e0, terrorismo rendevano i rapporti di lavoro asperrimi nelle fabbriche. La classe politica fece dell\u2019Istituto un uso improprio. Si and\u00f2 ben oltre il ruolo che all\u2019impresa pubblica si voleva assegnare in una \u201ceconomia mista\u201d, la categoria che gli stessi economisti dell\u2019IRI \u2013 Paronetto, Saraceno, la Svimez \u2013 avevano contribuito a definire.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il governo e i partiti di maggioranza videro nell\u2019IRI, non pi\u00f9 un autonomo, imprenditoriale <em>meccanismo <\/em>produttivo, ma una sorta di <em>strumento<\/em> utile all\u2019ideale della programmazione ma anche a contingenti fini sociali e di gestione del consenso. Nel 1969-1979 l\u2019IRI dovette farsi carico di 24mila dipendenti di aziende dissestate. La nozione degli \u201coneri impropri\u201d \u2013 mai pienamente compensati dalle pubbliche finanze \u2013 costitu\u00ec uno dei varchi attraverso cui s\u2019imposero all\u2019IRI investimenti e posti di lavoro in perdita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli squilibri accumulati negli anni Settanta, denunciati da Pietro Sette, vennero nel decennio successivo parzialmente ricomposti dalla gestione Prodi-Zurzolo. Franco Nobili riafferm\u00f2 la ragion d\u2019essere dell\u2019IRI \u2013 la supplenza dei privati \u2013 ma non attu\u00f2 le ristrutturazioni n\u00e9 ricevette dallo Stato i fondi promessi. Le perdite e l\u2019indebitamento esplosero. La classe politica era stretta fra i vincoli europei, il neo-liberismo di moda, il debito pubblico. Andreatta firm\u00f2 l\u2019accordo con Van Miert forse anche perch\u00e9 vedeva nella fine delle partecipazioni statali la catarsi della politica, compresa la sua parte politica. Nel 1992 l\u2019Istituto fu trasformato da ente pubblico in societ\u00e0 per azioni e prese avvio lo smantellamento del gruppo, come si scelse di non fare per ENI ed ENEL. L\u2019ultimo apporto dell\u2019IRI prima della liquidazione si cifra nei 57 miliardi di euro incassati con la cessione delle sue aziende.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 1992 l\u2019economia italiana ha conosciuto la peggiore <em>performance<\/em> dal tempo di Cavour. Lo <em>stock<\/em> di capitale si \u00e8 eroso. Il progresso tecnico \u00e8 svanito: la produttivit\u00e0 totale dei fattori, dopo essere cresciuta appena dello 0,2 per cento l\u2019anno nel 1996-2007, \u00e8 addirittura diminuita quasi dell\u20191 per cento l\u2019anno tra il 2007 e il 2014. Al Sud l\u2019investimento si \u00e8 dimezzato, prospettando una desertificazione industriale dell\u2019area. La spesa privata in R&amp;D ristagna sul magro mezzo punto del Pil. Nemmeno nella manifattura l\u2019investimento lordo ha generato innovazione. La produttivit\u00e0 manifatturiera, un quarto di secolo fa sui picchi mondiali, \u00e8 oggi del 20 per cento inferiore a quella di Germania, Francia, Regno Unito.\u00a0 Dal 2000 il costo del lavoro per unit\u00e0 di prodotto \u00e8 salito del 40 per cento nell\u2019industria italiana, dello zero per cento nell\u2019industria tedesca. La produttivit\u00e0 ha ristagnato anche nei settori in cui l\u2019IRI era stato pi\u00f9 presente, come la siderurgia e la meccanica. E\u2019 stato smentito chi aveva pensato che la sostituzione dell\u2019impresa privata all\u2019impresa pubblica desse risultati migliori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vi sono economie di scala. Piccolo di rado \u00e8 bello e il distretto non basta. Nella manifattura, il valore aggiunto per addetto \u00e8 di 25mila euro l\u2019anno nelle aziende minori, di 45 mila in quelle con 10-50 addetti, di 67 mila in quelle con 50-250 addetti, di 79mila nelle maggiori. Ma, privatizzato e frantumato l\u2019IRI, poche imprese da piccole sono diventate medie e da medie sono diventate grandi. La dimensione dell\u2019azienda manifatturiera italiana media supera a stento i 9 dipendenti, rispetto ai 14 della Francia e i 35 della Germania. Le imprese manifatturiere italiane con oltre 250 addetti impiegano solo un quarto degli occupati totali, contro il 45 e il 53 per cento della Francia e della Germania, rispettivamente. Solo una decina di gruppi industriali italiani hanno pi\u00f9 di 15mila addetti. I maggiori producono automobili, pneumatici, cioccolatini, occhialeria, pasta alimentare, abbigliamento unito a rendite autostradali. Anche quando generano profitti tali attivit\u00e0 non sono pi\u00f9 sulla frontiera dell\u2019innovazione capace di ricadute tecnologiche nell\u2019intero sistema.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Correlazione non vuol dire causalit\u00e0. Sul declino italiano influisce una molteplicit\u00e0 di forze, che vanno ben oltre lo scadimento e la chiusura della grande impresa pubblica[1]. Il controfattuale di un\u2019economia italiana che avesse conservato l\u2019IRI nella sua migliore versione \u00e8 analiticamente impossibile, almeno per me.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nondimeno, lo Stato potrebbe in futuro vedersi di nuovo costretto a una funzione di supplenza della grande impresa privata. Nessuno se lo augura, nessuno lo propone. Osta la condizione delle pubbliche finanze. Mentre nel 1933 lo Stato subentr\u00f2 in aziende che c\u2019erano, oggi lo Stato dovrebbe creare le grandi imprese che non ci sono. Ma la questione si imporrebbe qualora i privati mancassero di assicurare al Paese una manifattura competitiva perch\u00e9 capace di produttivit\u00e0 diffusa. La ripresa ciclica, se c\u2019\u00e8, \u00e8 lenta. La crescita di <em>trend<\/em> latita. Mancano gli investimenti pubblici, che tonificherebbero sia la domanda sia l\u2019offerta. Gli ultimi tre governi hanno tagliato la spesa per infrastrutture addirittura in termini nominali, di quasi un quarto. La preoccupazione \u00e8 accentuata dal caso Taranto e da altre emergenze industriali, con circa 40mila posti di lavoro pericolanti sul tavolo del Ministero competente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla scorta delle luci e delle ombre sperimentate con l\u2019IRI, l\u2019eventuale, rinnovata presenza pubblica nell\u2019industria dovrebbe rispondere a tre requisiti: vocazione al progresso tecnico, dirigenza qualificata, separatezza dalla politica. \u00a0 \u00a0 \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si evitino almeno gli errori del passato, ammoniva il diplomatico cinese\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[1] Per lo schema interpretativo su cui \u00e8 basato il cap.10 del volume <em>L\u2019IRI nella economia italiana<\/em>\u00a0 rinvio a P. Ciocca, <em>Ricchi per sempre? Una storia economica d\u2019Italia, 1796-2005,<\/em> Bollati Boringhieri, Torino, 2007.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 (*) Banchiere ed economista<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A Pechino nel 1983 un diplomatico cinese, navigato mandarino, disse alla delegazione della Banca d\u2019Italia guidata dal Governatore Ciampi che, grazie alla storia, la Cina comunista aveva potuto evitare gli errori del passato, inventandone sempre di nuovi\u2026 Se la storia almeno in tal senso conta, pu\u00f2 essere giustificato porre il problema attuale dell\u2019impresa italiana movendo [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":1054,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-1055","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-newsletter"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.2 - 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