{"id":1063,"date":"2015-04-21T08:00:32","date_gmt":"2015-04-21T06:00:32","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/il-disimpegno-dalla-politica-industriale-sta-finendo\/"},"modified":"2015-04-21T08:00:32","modified_gmt":"2015-04-21T06:00:32","slug":"il-disimpegno-dalla-politica-industriale-sta-finendo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/il-disimpegno-dalla-politica-industriale-sta-finendo\/","title":{"rendered":"Il disimpegno dalla politica industriale sta finendo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">(\u2026) Sul finire della grande crisi, nel sistema produttivo italiano, sono attivi un numero molto elevato di imprese in difficolt\u00e0 o in posizioni difensive, un numero ridotto -ancorch\u00e9 qualitativamente essenziale- di operatori di eccellenza e, infine, un gruppo consistente di aziende che, pur non riuscendo a raggiungere sempre risultati di crescita equilibrata, sta tentando di realizzare strategie dinamiche nei modi e nelle forme per loro possibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le \u201cimprese in movimento\u201d, quelle dell\u2019ultimo gruppo, cercano di attuare strategie dinamiche nelle modalit\u00e0 compatibili con la loro struttura e con le fragilit\u00e0 che le contraddistinguono; esse costituiscono, per la loro numerosit\u00e0 e per le caratteristiche intrinseche dei soggetti che ne fanno parte, la componente ove risiedono le maggiori potenzialit\u00e0 di crescita per il sistema produttivo nel suo insieme.<br \/> L\u2019azione, a nostro avviso imprescindibile, per una strategia di sviluppo adeguata consiste non solo nel comprenderne gli elementi costitutivi, i bisogni e i vincoli, ma anche nell\u2019analizzare i diversi aspetti che caratterizzano e differenziano al suo interno questo insieme di operatori.<br \/> Non si tratta, quindi, n\u00e9 di avere come obiettivo esclusivo di una politica pubblica i rari \u201ccampioni nazionali\u201d, come affermato in molte proposte di singoli studiosi o di istituzioni nazionali e internazionali (picking the winners), n\u00e9 di ipotizzare strategie universaliste, ma piuttosto di promuovere la diffusione dei fattori del dinamismo presso una massa consistente di operatori che possono trarre grande vantaggio da appropriate azioni di supporto.<br \/> Dalle analisi applicate che seguiranno, risulta anche evidente che non si tratta di un vasto corpo inerte, ma di una realt\u00e0 che, nonostante le difficolt\u00e0 della crisi e le fragilit\u00e0, ha cercato di reagire con energia.<br \/> Nelle vicende italiane recenti, le imprese di qualit\u00e0 e dinamiche sono presenti in quasi tutti i settori del manifatturiero e con una diffusione anche in classi dimensionali solitamente sottovalutate; con tutti i limiti presenti, riescono a essere attive in misura significativa anche nel campo della ricerca e sviluppo o della presenza sui mercati esteri solitamente considerati preclusi alla piccola dimensione. Si tratta di una presenza gi\u00e0 rilevante all\u2019inizio del periodo, ma che negli anni tra il 2008 e il 2013 si \u00e8 accompagnata a dinamiche sorprendenti.<br \/> Evidentemente si tratta di movimenti caratterizzati anche da grandi debolezze e fragilit\u00e0: proprio l\u2019esplicitazione dei punti di forza e di debolezza della struttura reale dovrebbe costituire l\u2019elemento essenziale per disegnare politiche appropriate con risorse coerenti con gli obiettivi.<br \/> Il peso delle imprese di qualit\u00e0 emerge come determinante fondamentale in tutti i fenomeni analizzati, spesso dominando altri criteri di classificazione: persino nel campo della diffusione di interventi aziendali per la responsabilit\u00e0 sociale e ambientale (approfonditi in un capitolo ad hoc), pi\u00f9 ancora di dimensioni e settori, sembrano aver rilievo le componenti innovative e di dinamismo strategico.<br \/> Se si guarda agli aspetti dimensionali, molte evidenze presentate mostrano una situazione che vede, per le grandi imprese, livelli molto pi\u00f9 elevati della media per tutti i comportamenti pi\u00f9 desiderabili. Si tratta di un fenomeno ampiamente noto e atteso; il fatto che proprio questa categoria di soggetti sia stata assai meno rapida delle classi piccole e medie nel processo di miglioramento strutturale, viceversa, rappresenta una relativa sorpresa.<br \/> In sostanza emerge in modo trasversale, con riferimento a quasi tutte le attivit\u00e0, il ruolo dell\u2019imprenditore schumpeteriano, innovatore e dinamico, in contrapposizione ai molti che non presentano tali caratteristiche; la qualit\u00e0 di ci\u00f2 che Giorgio Fu\u00e0 definiva il fattore organizzativo-imprenditoriale (Fu\u00e0 e Zacchia, 1983) continua a essere determinante nello spiegare strategie e dinamiche, oltre che risultati economici e finanziari.<br \/> La visione che si propone non pu\u00f2 essere considerata esclusiva rispetto ad altri obiettivi, ma ci\u00f2 che si vuole rappresentare \u00e8 che il segmento produttivo segnalato assume dimensioni qualitative e quantitative tali da dover costituire necessariamente uno dei perni dell\u2019azione pubblica.<br \/> La diffusione delle basi informative per approfondire i temi di interesse in modo adeguato \u00e8 ancora troppo limitata e laddove esiste, come nel nostro caso, poco utilizzata per definire correttamente i target della politica.<br \/> Uno dei primi obiettivi del lavoro che si presenta \u00e8 esattamente di natura informativa cercando di mostrare evidenze, raccolte con grande impegno e su un arco di tempo significativo, sui principali aspetti strutturali del sistema industriale italiano, dettagliati per molte delle sue caratteristiche distintive.<br \/> Il percorso di analisi si snoder\u00e0 attraverso diversi passaggi: in primo luogo si affronter\u00e0, con dettaglio crescente, l\u2019evoluzione dell\u2019industria italiana, dei suoi punti di forza e di debolezza nel corso degli ultimi anni, cogliendone aspetti noti (ma con articolazioni e quantificazioni originali) e altri molto meno conosciuti; seguir\u00e0 quindi una rapida ricognizione della politica industriale dedicata alla facilitazione dell\u2019esistente, ragionando su ci\u00f2 che viene realizzato in altri paesi e sulla capacit\u00e0 e possibilit\u00e0 di attuare, come altrove, interventi di sistema; segue un riferimento quantitativo alle misure realizzate in Italia in termini finanziari fino al 2013 e, infine, rapidi cenni all\u2019evoluzione dei dati fiscali.<br \/> ***<br \/> La declinazione del concetto stesso di politica economica per lo sviluppo, forse, non \u00e8 mai stata cos\u00ec difficile come nella fase odierna.<br \/> In Italia, in modo particolare, tutto sembra pi\u00f9 complesso e con pochi sbocchi operativi. Le risorse finanziarie sono ridotte, la reputazione di cui godono molti tra gli strumenti tradizionalmente utilizzati \u00e8 particolarmente negativa, la Pubblica Amministrazione dimostra una modesta capacit\u00e0 di orientarsi verso obiettivi da raggiungere, con evidenti limiti di gestione e di operativit\u00e0: si rallenta o si blocca intorno a un sistema di regole e norme intrecciato da logiche sovrapposte poco attente alle reali finalit\u00e0 dell\u2019azione pubblica.<br \/> Per quanto possa sembrare paradossale, persino le ricette di impostazione teorica dedicate al contenimento accanito della spesa pubblica e del ruolo dello Stato -come quelle legate a stravaganti locuzioni (si pensi all\u2019\u201causterit\u00e0 espansiva\u201d)- non riescono pi\u00f9 a convincere neppure i fedelissimi dell\u2019ortodossia che cerchino qualche conforto nelle analisi empiriche.<br \/> In sostanza, le bussole capaci di orientare gli interventi per lo sviluppo paiono prive di un campo magnetico orientato.<br \/> Non \u00e8 compito di questo lavoro cercare risposte per tutti i grandi temi che possono essere posti in questo campo. Si parte, tuttavia, da un assunto: l\u2019identificazione analitica dello scenario industriale italiano e l\u2019approfondimento delle sue tante articolazioni costituisce la premessa indispensabile per qualsiasi disegno di policy ragionevole.<br \/> La strategia delle politiche industriali che deve riconsiderare un ruolo di leadership pubblica dovr\u00e0 confrontarsi con grandi temi di prospettiva (dalla green economy alle scienze della vita, alle tecnologie pi\u00f9 capaci di traguardare il futuro) &#8211; sperabilmente considerandone il grado di possibile industrializzazione &#8211; ma non potr\u00e0 eludere il tema del supporto per coloro che gi\u00e0 ora competono sui mercati globali.<br \/> Cos\u00ec pure la misurazione dei flussi erogati dagli strumenti messi a disposizione delle imprese costituisce una misura significativa della reale operativit\u00e0 di molte politiche predisposte dal governo nazionale e dalle Regioni.<br \/> Come detto, il presente rapporto ha una funzione principalmente informativa con una raccolta molto ampia di dati su una gamma estesa di problematiche, ma le tante analisi fornite non possono sottrarsi a qualche considerazione di merito e di strategia. Anche in questo volume, nonostante il suo carattere generale, si propongono alcuni riquadri di approfondimento basati su analisi tecnicamente pi\u00f9 sofisticate e condotte a partire dai nostri database.<br \/> Il vantaggio, comparato e assoluto, di questa massa informativa \u00e8 proprio quello di avere la possibilit\u00e0 di porre in relazione fenomeni diversi con un elevato dettaglio territoriale, settoriale e dimensionale: ricerca e presenza sui mercati internazionali, aspetti creditizi e strategie dinamiche, vincoli e scelte operative, responsabilit\u00e0 ambientali, innovazioni e molti altri ancora.<br \/> In questo senso, oltre che per la possibilit\u00e0 di coprire un arco temporale ampio, il patrimonio informativo costituisce un unicum da valorizzare.<br \/> In questo capitolo si presentano solo alcune considerazioni di carattere generale, rinviando a quelli successivi per dettagli e approfondimenti; infine si illustreranno le componenti metodologiche dell\u2019indagine e un\u2019appendice statistica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">***<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La lunga e profonda crisi dell\u2019ultimo periodo ha modellato il sistema produttivo italiano in molti modi.<br \/> Le difficolt\u00e0 hanno portato a contrazioni dei livelli di attivit\u00e0, a chiusure di aziende, alla riduzione dell\u2019occupazione e a molte altre variazioni di segno negativo: sono questi i fenomeni che hanno determinato gli andamenti aggregati dell\u2019economia e che dominano un dibattito apparentemente privo di prospettive favorevoli se non appigliandosi a mutamenti sostanziali del ciclo economico che sembrano in procinto di manifestarsi, sia pure con ritmi lenti, solo all\u2019inizio del 2015.<br \/> Ogni indicatore sintetico pubblicato periodicamente sulla competitivit\u00e0, sulla facilit\u00e0 del fare impresa, sugli oneri fiscali, sulla capacit\u00e0 innovativa, sull\u2019impegno di risorse in ricerca e sviluppo da parte delle aziende industriali nazionali e su molti altri aspetti, rappresentano univocamente un quadro italiano, in rapporto agli altri paesi, che sembrerebbe incompatibile con qualsiasi possibilit\u00e0 di sopravvivenza in mercati globalizzati.<br \/> Eppure le performance sui mercati esteri hanno mostrato segnali di tenuta pi\u00f9 che apprezzabili.<br \/> Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto nonostante due rilevanti freni: non solo l\u2019assenza di un sistema generale di supporto all\u2019attivit\u00e0 produttiva esteso &#8211; a differenza di quanto accade in tutti i principali paesi europei ed extraeuropei &#8211; ma anche la presenza di un sistema bancario caratterizzato, nel periodo, da forti sollecitazioni sull\u2019attivit\u00e0 degli istituti di credito medesimi che si sono riflesse in consistenti riduzioni dei flussi di credito erogato alle imprese e in oneri molto elevati.<br \/> L\u2019analisi, quindi, non pu\u00f2 che partire dalla considerazione che alcuni importanti segmenti del sistema produttivo nazionale hanno mostrato una capacit\u00e0 di resistenza e di flessibilit\u00e0 (resilienza) particolarmente efficaci.<br \/> Le criticit\u00e0 del sistema produttivo italiano non devono essere sottovalutate, ma pu\u00f2 essere fuorviante ricorrere a classificazioni standard che sono in grado di spiegare solo una parte delle dinamiche nazionali e fanno riferimento spesso a grandezze che con difficolt\u00e0 possono essere considerate reali obiettivi di una politica industriale moderna.<br \/> La lettura pi\u00f9 tradizionale del tessuto produttivo italiano vede le sue debolezze in due punti essenziali: l\u2019eccessiva presenza di imprese di piccola e piccolissima dimensione e la specializzazione produttiva in settori a basso contenuto tecnologico, soprattutto caratterizzati da una domanda internazionale che cresce a tassi relativamente modesti.<br \/> Questi due caratteri fondanti determinano, a loro volta, una serie di effetti di notevole portata costituiti da un ridotto impegno nelle attivit\u00e0 di ricerca e sviluppo da parte dei privati e da una modesta capacit\u00e0 di penetrazione all\u2019estero (le dimensioni non consentirebbero di sostenere gli elevati costi non recuperabili connessi con la presenza sui mercati di aree lontane).<br \/> La tesi, in s\u00e9, trova numerosi elementi di conferma in lavori empirici sviluppati nel corso degli anni che progressivamente hanno portato a una relativa minore importanza della componente settoriale lasciando, come principale responsabile di livelli di successo ritenuti insoddisfacenti, il cosiddetto \u201cnanismo\u201d delle imprese.<br \/> Su alcuni di questi fattori si possono immaginare azioni di policy, ma \u00e8 assai improbabile che qualsiasi strategia -fosse anche perseguita con determinazione, risorse e strumentazione adeguate di cui non si ha riscontro- possa mutare radicalmente lo scenario, per esempio dimensionale, in un arco di tempo ragionevole.<br \/> La scelta metodologica seguita \u00e8 stata quella di ricercare, in un sistema cos\u00ec eterogeneo come quello italiano, i \u201cfattori di qualit\u00e0\u201d delle imprese e di ci\u00f2 che pu\u00f2 aiutare a rendere competitivo il nostro comparto produttivo, partendo proprio dai movimenti spontanei delle imprese e dal dinamismo mostrato durante uno dei periodi pi\u00f9 difficili della storia economica del paese.<br \/> La reazione alla crisi e i segnali di dinamismo imprenditoriale possono assumere molte dimensioni.<br \/> Con la necessit\u00e0 di semplificare, si possono identificare quattro aree caratteristiche: l\u2019ampliamento della produzione attraverso l\u2019impegno in investimenti, il miglioramento dei prodotti o dell\u2019efficienza dell\u2019impresa attraverso innovazioni, interventi con prospettive pi\u00f9 risolutive legati all\u2019attivit\u00e0 di ricerca e sviluppo e, infine, la penetrazione in nuovi mercati dinamici (prevalentemente quelli esteri, almeno allo stato delle cose).<br \/> E non \u00e8 un caso che a questi comportamenti siano associati risultati &#8211; in termini di andamento del fatturato e di occupazione &#8211; pi\u00f9 positivi rispetto alla media delle imprese.<br \/> Di seguito, si riportano in sintesi alcuni fatti stilizzati e risultati di analisi che consideriamo particolarmente rilevanti.<br \/> In primo luogo, la dicotomia successo\/mortalit\u00e0 aziendale.<br \/> Si \u00e8 spesso portati a ritenere, in accordo con molta parte della letteratura in materia, che i fattori di successo siano anche quelli la cui mancanza determina la morte dell\u2019impresa.<br \/> Cos\u00ec, se la crescita relativa dipende largamente dalla realizzazione di comportamenti proattivi (ricerca, innovazioni, internazionalizzazione, investimenti), l\u2019assenza di questi dovrebbe determinare l\u2019uscita dal mercato.<br \/> Dalle nostre analisi la tesi non sembra confermata. Il successo economico, in varie sue accezioni, dipende effettivamente da questi comportamenti; al contrario, l\u2019uscita dal mercato sembra piuttosto legata ad aspetti di scarsa solidit\u00e0 finanziaria e alto indebitamento, da un lato, e dagli equilibri economici di partenza, dall\u2019altro. L\u2019apparente stranezza del risultato, un\u2019asimmetria molto convincente anche sul piano logico, trova la sua spiegazione nella rischiosit\u00e0 intrinseca delle azioni proattive (la possibilit\u00e0, quindi, che non vadano a buon fine) e nelle scelte di allocazione degli istituti di credito.<br \/> In secondo luogo, l\u2019internazionalizzazione.<br \/> La tendenza alla crescente proiezione verso l\u2019estero, gi\u00e0 emersa per alcuni soggetti sin dalle prime fasi della crisi, ha subito un\u2019accelerazione vistosa nella fase della crisi cosiddetta dei debiti sovrani con un processo quasi continuo all\u2019interno del sistema produttivo che potremmo definire di allungamento dei mercati.<br \/> A fronte dell\u2019evidenza di un orizzonte temporale della crisi per il mercato interno che si proietta in un lungo periodo, la ricerca di nuovi mercati si \u00e8 estesa: molti operatori hanno tentato di ampliare la propria area a seconda delle loro capacit\u00e0. Con questo obiettivo, si passa, cos\u00ec, dal locale al regionale, al nazionale, registrando, infine, un vistoso incremento della scelta di internazionalizzazione.<br \/> Questo fenomeno \u00e8 avvenuto in tutti i settori industriali e in tutte le classi dimensionali, con una dinamica particolarmente accelerata per le imprese piccole dimostrando il suo peso crescente (nel 2013 circa il 25% del fatturato del comparto manifatturiero viene attribuito ai mercati esteri).<br \/> Il processo di internazionalizzazione costituisce ormai un passaggio essenziale per l\u2019industria italiana e rappresenta la reale misura della competitivit\u00e0 del paese i cui elementi di rilievo (con diverse evidenze empiriche presentate) sono numerosi e possono essere rapidamente richiamati per punti.<br \/> Anzitutto, il legame tradizionale tra internazionalizzazione e ricerca diviene, nel corso degli anni esaminati, sempre pi\u00f9 stretto. Non solo \u00e8 attivo il processo di miglioramento aziendale attuato attraverso un percorso che va dalla ricerca all\u2019innovazione, fino a una crescita della competitivit\u00e0 e alla capacit\u00e0 di internazionalizzarsi. Anche il processo inverso, del cosiddetto learning by exporting, nelle sue numerose modalit\u00e0, sembra molto diffuso e persino prevalente in alcuni contesti.<br \/> In secondo luogo, con riferimento al modo in cui si caratterizza l\u2019internazionalizzazione per le varie classi dimensionali, pu\u00f2 essere sottolineata almeno una differenza di rilievo: mentre le grandi imprese si caratterizzano per una stabilizzazione delle proprie attivit\u00e0 svolte sui mercati esteri, le piccole imprese si sono caratterizzate per comportamenti di upgrading accentuati anche nelle forme che assume la loro partecipazione ai mercati.<br \/> Infine, un ulteriore indizio sul ruolo dei mercati \u00e8 dato dallo stimolo al mutamento aziendale: maggiore \u00e8 la distanza geografica fra l\u2019impresa e i mercati di vendita, maggiore \u00e8 stata la spinta per mutare organizzazione o struttura.<br \/> In sintesi, l\u2019internazionalizzazione emerge come un processo che spinge le imprese verso un continuo mutamento, sia che decidano di rimanere in maniera stabile sul mercato estero dove sono gi\u00e0 presenti o dove si sono semplicemente affacciati, sia che decidano di affrontare nuovi e pi\u00f9 lontani ambiti commerciali.<br \/> Sono mutamenti guidati dalla domanda le cui caratteristiche anche di natura qualitativa influenzano le scelte degli operatori in misura determinante.<br \/> Anche quando si guarda a quella parte di sistema produttivo italiano che fa parte di fenomeni di coordinamento della produzione internazionale come le Catene Globali del Valore (di cui offriamo una prima quantificazione per l\u2019Italia) ci\u00f2 che emerge dall\u2019analisi \u00e8 che la determinante del dinamismo non \u00e8 rappresentata tanto dalla mera appartenenza a una catena, quanto piuttosto dalla tipologia di rapporti che l\u2019impresa instaura con gli altri soggetti e dalla capacit\u00e0 di costruire un proprio potere di mercato basato su comportamenti ad alto contenuto di conoscenza.<br \/> Le catene globali sono, in essenza, delle reti particolari.<br \/> Tutto il sistema delle reti \u00e8 stato sottoposto a una tensione formidabile durante la crisi, con evidenze che segnalano come i nuovi processi di globalizzazione possano modificare alla radice il tradizionale sistema di reti e di distretti. Le informazioni ricavate ne segnalano evidenti problemi, ma anche la persistenza e, se possibile, l\u2019ampliamento delle funzioni.<br \/> L\u2019inevitabile allungamento delle stesse reti (da un ambito locale verso le reti globali), strettamente funzionale allo stesso allungamento dei mercati, non \u00e8 andato necessariamente a scapito del legame con il territorio. Al contrario, le reti locali sono presenti in misura sempre pi\u00f9 ampia, anche se il loro ruolo presenta rischi in particolare nei casi in cui manchino processi di arricchimento di funzioni. Cos\u00ec come per le singole imprese, la necessit\u00e0 di adeguarsi a condizioni di mercati che mutano con rapidit\u00e0 estrema richiede anche alle reti un \u201cmovimento\u201d e una capacit\u00e0 di adattamento non semplice da realizzare e neppure da identificare.<br \/> Pur con i buoni risultati sottolineati, in termini di capacit\u00e0 di penetrazione sui mercati e di accettabile competitivit\u00e0, i fattori di debolezza rimangono evidenti, soprattutto con riferimento alla fragilit\u00e0 delle azioni intraprese.<br \/> Un indicatore molto rilevante \u00e8 rappresentato dalla forte instabilit\u00e0 delle attivit\u00e0 dinamiche: nel confronto tra i diversi anni, le variazioni di stato riferite all\u2019internazionalizzazione, alla ricerca e all\u2019innovazione sono molto frequenti e segnalano un\u2019incertezza strategica o una incapacit\u00e0 a perseguire stabilmente dei percorsi virtuosi che limita le possibilit\u00e0 di successo aziendale.<br \/> Come sempre e come \u00e8 naturale che sia, il ruolo della finanza e delle banche non \u00e8 stato e non poteva essere marginale.<br \/> Dopo una lunga fase (dal finire del 2008) in cui la restrizione sugli impieghi e le stesse difficolt\u00e0 degli istituti di credito si sono tradotte in una riallocazione delle risorse verso i soggetti meno indebitati &#8211; penalizzando sensibilmente gli investimenti pi\u00f9 innovativi &#8211; nell\u2019ultimo biennio di analisi sembrano manifestarsi cambiamenti significativi. I segnali di riduzione del razionamento aggiuntivo nei confronti delle imprese \u201cin movimento\u201d non elimina il problema, ne riduce solo, qualora fossero confermati, la portata.<br \/> La difficolt\u00e0 di ridurre il razionamento per i soggetti pi\u00f9 dinamici e di contribuire alla riduzione della rischiosit\u00e0 per le tipologie di spesa pi\u00f9 rilevanti rappresenta un fattore decisivo per una strategia adeguata di politica industriale.<br \/> Non \u00e8 chiaro in che misura nuovi strumenti di facilitazione del credito o canali di provvista facilitati possano consentire grandi variazioni dei comportamenti degli istituti di credito in presenza delle loro stesse esigenze di riorganizzazione. Gli strumenti di sostegno al credito in essere, al di l\u00e0 della loro stessa dotazione finanziaria, potrebbero richiedere potenziamenti e specializzazioni.<br \/> Infine un cenno \u00e8 necessario alle politiche pubbliche in materia realizzate e in corso di attuazione.<br \/> Il disimpegno dalla politica industriale sembra ormai alla fine. Dopo un lunghissimo ciclo che si \u00e8 tradotto anche in una contrazione dei flussi finanziari tale da portare l\u2019Italia agli ultimi posti in Europa per Aiuti di Stato, dal 2012 si sono succeduti numerosi provvedimenti che hanno indicato, proposto o rifinanziato strumenti vecchi e nuovi con una gamma estesa di possibilit\u00e0.<br \/> Gli effetti non si leggono nei flussi registrati fino al 2013, ma, forse, il livello di minimo \u00e8 stato raggiunto. I provvedimenti non sono ancora del tutto chiari nel loro profilo quantitativo: alcuni per le modeste risorse allocate, altri per una operativit\u00e0 sinora ridotta. I punti deboli, tuttavia, sembrano individuabili ai due poli della complessiva definizione di una politica. Per un verso manca un\u2019adeguata definizione strategica e la messa a punto di obiettivi di ampia portata correttamente definiti, per l\u2019altro, la macchina amministrativa e le sue problematiche rimangono sullo sfondo cos\u00ec come un disegno di sistema, spesso invocato. L\u2019insieme che si viene a disegnare \u00e8 tutt\u2019altro che coerente, ma almeno segnala una vivacit\u00e0 che non si registrava da tempo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">***<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019impresa \u00e8 pi\u00f9 assimilabile a un organismo biologico, che si adatta e reagisce come sa e come pu\u00f2 all\u2019ambiente in cui si trova a operare, che non a un automa che massimizza i propri profitti, data la tecnologia e i prezzi relativi dei fattori di produzione.<br \/> In questo senso possiamo nuovamente citare &#8211; per una volta in modo corretto &#8211; una pietra miliare della cultura occidentale:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u201c\u2026it is not the strongest of the species that survive, nor the most intelligent, but the one that is most responsive to change\u2026\u201d<\/em><br \/> <em>Charles Darwin, On the Origin of Species, 1859<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">*Estratto del capitolo introduttivo del <a href=\"http:\/\/www.met-economia.it\/?page_id=3089%22%20%5Co%20%22Rapporto%20MET%202015\"><span><strong>Rapporto MET 2015<\/strong><\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(\u2026) Sul finire della grande crisi, nel sistema produttivo italiano, sono attivi un numero molto elevato di imprese in difficolt\u00e0 o in posizioni difensive, un numero ridotto -ancorch\u00e9 qualitativamente essenziale- di operatori di eccellenza e, infine, un gruppo consistente di aziende che, pur non riuscendo a raggiungere sempre risultati di crescita equilibrata, sta tentando di [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":1062,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-1063","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-newsletter"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.2 - 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