{"id":112,"date":"2013-06-07T10:09:19","date_gmt":"2013-06-07T08:09:19","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/l-obiettivo-e-un-sistema-di-flexicurity\/"},"modified":"2013-06-07T10:09:19","modified_gmt":"2013-06-07T08:09:19","slug":"l-obiettivo-e-un-sistema-di-flexicurity","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/l-obiettivo-e-un-sistema-di-flexicurity\/","title":{"rendered":"L&#8217;obiettivo e&#8217; un sistema di flexicurity"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>dalla Newsletter n.66 del 27\/04\/2011<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1. Scomodit\u00e0-necessit\u00e0 delle innovazioni economico sociali<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cNessun pasto \u00e8 gratis\u201d. Molti ricorderanno questo detto, semplice ed efficace, di Milton Friedman, un premio Nobel dell\u2019economia. Nella societ\u00e0 attuale \u00e8 per\u00f2 diffusa la sensazione che Friedman possa, in molti casi, aver torto, che si possa cio\u00e8 \u201cpranzare\u201d senza pagare il conto, che gli obiettivi \u201cbuoni\u201d, proprio in virt\u00f9 della loro bont\u00e0, siano raggiungibili senza costi.<br \/> Purtroppo non \u00e8 cos\u00ec: ogni traguardo implica quanto meno la rinuncia a qualche obiettivo alternativo, e le rinunce sono sempre costose. Non basta quindi enunciare obiettivi \u201cbuoni\u201d come non basta illudersi che, proprio in grazia della loro inevitabilit\u00e0, siano privi di costi i cambiamenti inevitabili, come quelli indotti dalla globalizzazione.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E l\u2019economia \u00e8 la scienza \u2013 se cos\u00ec la si vuol chiamare &#8211; che permette di confrontare i costi con i benefici di ogni azione della vita normale, la scienza, come si dice in termine tecnico, dei trade off; che insegna a calcolare la \u201cscomodit\u00e0\u201d economico- sociale di ogni tipo di innovazione e quindi consente (o dovrebbe consentire) decisioni razionali circa l\u2019effettiva convenienza dell\u2019innovazione stessa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2. Mercato del lavoro e sistema di welfare: due trasformazioni parallele<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019attuale, confusa situazione italiana ed europea, questo tipo di calcolo economico-sociale \u00e8 sicuramente applicabile a due radicali trasformazioni che, negli ultimi tre-quattro lustri, hanno profondamente inciso sulla vita degli individui, sul ruolo delle famiglie, sul modo di essere dell\u2019economia e della societ\u00e0. Si tratta delle trasformazioni parallele, e ancora in corso, del mercato del lavoro e del sistema di welfare, ambedue inevitabili e all\u2019insegna di nuove forme di \u201cflessibilit\u00e0\u201d sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In linea di principio, per quanto concerne il mercato del lavoro, la flessibilit\u00e0 dovrebbe consentire, o quanto meno facilitare, la realizzazione della piena occupazione, declinata con modalit\u00e0 e retribuzioni adeguate a un normale ciclo di vita, personale e famigliare. Per le giovani generazioni, questo obiettivo sembra per\u00f2 allontanarsi come una chimera, sotto i colpi dell\u2019aspra competizione tra paesi di un mondo globalizzato, del mutamento tecnologico e, da ultimo, della crisi finanziaria. Per quanto riguarda invece il welfare, la flessibilit\u00e0 pu\u00f2 essere essenzialmente intesa, nella maggior parte degli altri Paesi avanzati, naturalmente Italia compresa, come lo strumento per evitare il collasso finanziario di sistemi pensionistici il cui futuro \u00e8 costellato di \u201cpromesse\u201d \u2013 ossia impegni di pagamento di benefici da parte dello Stato &#8211; che si rivelano insostenibili nell\u2019attuale contesto di invecchiamento della popolazione, di rapido aumento della vita media residua di chi va in pensione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Calata nella realt\u00e0 italiana, la riforma del mercato del lavoro avrebbe dovuto realizzare il passaggio dal sistema tradizionale, modellato sull\u2019occupazione \u201cregolare e protetta\u201d del maschio capofamiglia (il \u201cbreadwinner\u201d, ossia colui che \u201cporta a casa il pane\u201d della letteratura sociologica anglosassone) a un sistema pi\u00f9 ampio che avrebbe dovuto fare maggior spazio ai giovani, alle donne e agli anziani, ossia ai segmenti tradizionalmente pi\u00f9 deboli del nostro mercato. Nel caso della riforma previdenziale, anch\u2019essa peraltro largamente ispirata a principi di flessibilit\u00e0, si trattava di restituire fondamenta finanziarie a un sistema pubblico minato da decenni di politiche miopi di allargamento, senza alcuna base finanziaria, dei benefici promessi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A posteriori, sono per\u00f2 sempre pi\u00f9 numerose le voci critiche che sottolineano come nel mercato del lavoro la flessibilit\u00e0 si sia trasformata in precariet\u00e0, dove bassi salari si combinano generalmente con rapporti di lavoro discontinui, se non marginali, e come nella previdenza la stabilit\u00e0 finanziaria abbia fatto premio sull\u2019adeguatezza delle prestazioni, sicch\u00e9 il sistema sar\u00e0 s\u00ec sostenibile ma non in grado, soprattutto nei confronti delle generazioni pi\u00f9 giovani, di fornire benefici atti al mantenimento di un adeguato tenore di vita nell\u2019et\u00e0 anziana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3. La ridistribuzione del rischio dalla collettivit\u00e0 all\u2019individuo.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I risultati di queste importanti riforme parallele appaiono quindi francamente deludenti e, per impostare qualsiasi azione efficace, occorre domandarsi, in primo luogo, che cosa sia andato storto e, in secondo luogo, se abbia senso riproporsi di tornare semplicemente all\u2019antico mondo della stabilit\u00e0 e continuit\u00e0 nei rapporti di lavoro, caratterizzati da garanzie robuste e da tutele forti, anche in campo previdenziale, limitate, per\u00f2, di fatto a pochi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una prima risposta a questa domanda \u00e8 questa: l\u2019elemento comune delle trasformazioni che stanno modificando il ciclo di vita delle persone \u00e8 l\u2019incapacit\u00e0 dei paesi avanzati, soprattutto di quelli europei \u2013 altri hanno avuto difficolt\u00e0 analoghe, se non peggiori, di quelle italiane &#8211; di gestire e ridistribuire i rischi connessi proprio con il ciclo di vita, ossia quelli legati al lavoro nell\u2019et\u00e0 attiva e quelli legati all\u2019insufficienza di risorse durante il pensionamento. Con la globalizzazione, e con il contestuale allargamento, geografico e settoriale, del modello concorrenziale il rischio \u00e8 diventato un elemento insopprimibile mentre i nostri modelli occupazionali e di protezione sociale sono rimasti ancorati a strutture produttive e sociali non pi\u00f9 attuali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per conseguenza, si \u00e8 introdotto il nuovo (i contratti di flessibilit\u00e0, soprattutto per i giovani e le donne; le pensioni contributive, ancora essenzialmente per le giovani generazioni), senza modificare il vecchio. In altre parole, si \u00e8 fatto un cospicuo travaso di responsabilit\u00e0, dalle scelte collettive a quelle individuali senza modificare in profondit\u00e0 n\u00e9 gli atteggiamenti culturali n\u00e9 la struttura degli incentivi economici, e senza preparare le persone a queste nuove responsabilit\u00e0. Per l\u2019Italia, in particolare, ci\u00f2 si \u00e8 tradotto in un\u2019ennesima riproposizione del dualismo tipico di molti aspetti dell\u2019economia e della societ\u00e0, un dualismo che in questo caso tocca direttamente i rapporti tra le generazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa risposta inevitabilmente porta con s\u00e9 un\u2019altra domanda: perch\u00e9 non ha funzionato la giustapposizione di vecchio e nuovo? Anche se le ragioni sono probabilmente molte, una \u00e8 forse in grado di riassumerle tutte, soprattutto per l\u2019Italia: si tratta della bassa crescita strutturale delsistema economico, alla quale si \u00e8 sovrapposta \u2013 fornendo un alibi all\u2019impotenza della politica &#8211; la crisi finanziaria ed economica in corso dal 2008.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altre parole, la flessibilit\u00e0, cos\u00ec come \u00e8 stata introdotta, avrebbe funzionato (o almeno avrebbe funzionato meglio) se soltanto l\u2019economia fosse cresciuta di pi\u00f9 e quindi se ci fosse stata, da un lato, una maggiore domanda di lavoro, e pi\u00f9 proiettata sul medio lungo termine; dall\u2019altro, un maggiore base contributiva e un pi\u00f9 alto tasso di remunerazione dei contributi in vista del futuro pagamento delle pensioni. In termini un po\u2019 approssimativi: ogni punto percentuale in pi\u00f9 di crescita del prodotto lordo italiano avrebbe consentito la creazione di 200-250mila posti di lavoro, portato circa sette miliardi in pi\u00f9 nelle casse pubbliche e migliorato il \u201clibretto pensionistico\u201d dei giovani soggetti alle pensioni contributive. Questi elementi avrebbero sicuramente contribuito a ridurre, se non a eliminare, il carattere di urgenza del problema occupazionale. Il divario di crescita di lungo periodo tra l\u2019Italia e il nucleo duro dell\u2019Unione Europea si misura cos\u00ec in milioni di posti di lavoro non creati, svariate decine di miliardi di imposte e contributi non incassati, e un pi\u00f9 basso \u201crendimento\u201d degli stessi contributi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In una situazione di crescita, la flessibilit\u00e0 non si trasforma in precariet\u00e0, e le pensioni contributive non rischiano l\u2019inadeguatezza. La crescita, per\u00f2, non piove dal cielo, non \u00e8, in termini tecnici, un \u201cfattore esogeno\u201d. E qui sta il nostro principale problema. Le politiche italiane per la flessibilit\u00e0 del mercato del lavoro e per la sostenibilit\u00e0 del sistema previdenziale non hanno considerato la crescita come un risultato da raggiungere, ma piuttosto come un presupposto, per l\u2019appunto un elemento esogeno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E qui, il parallelismo tra le riforme del mercato del lavoro e quelle pensionistiche pu\u00f2 avere termine, nel senso che, mentre nel caso delle pensioni il processo di riforma pu\u00f2 dirsi sostanzialmente completato (con l\u2019eccezione di alcune aree di privilegio che permangono, relative, non a caso, alla classe politica e a gran parte delle categorie dei liberi professionisti e di aree sotto presidiate, come quella della cura di lungo termine), nel mercato del lavoro la riforma appare lungi dall\u2019essere compiuta. Troppo poco \u00e8 stato fatto \u2013 e quindi molto resta da fare &#8211; affinch\u00e9 tutti (giovani, donne, lavoratori anziani) possano lavorare sia pure con diverse modalit\u00e0 (per l\u2019appunto flessibili) e soprattutto troppo poco \u00e8 stato fatto, e quindi molto resta da fare, perch\u00e9 la flessibilit\u00e0 lavorativa sia davvero una fase iniziale della carriera lavorativa e non si trasformi, invece, in una sorta di ghetto di lavoro sottopagato e di prospettive negate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4. Circoli viziosi da spezzare<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In effetti, mentre le riforme pensionistiche hanno spazzato via, o fortemente ridimensionato, le precedenti distorsioni e in particolare la convenienza, insita soprattutto nelle pensioni di anzianit\u00e0, a non continuare a lavorare oltre i requisiti minimi stabiliti dalla legge, in corrispondenza con et\u00e0 ancora relativamente giovani (la cosiddetta \u201ctassa implicita\u201d sul proseguimento del lavoro), molte distorsioni sono presenti nella flessibilit\u00e0 del nostro mercato del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pi\u00f9 specificamente, alcuni aspetti, peraltro ammirevoli, di tenuta economico-sociale hanno impedito evoluzioni drastiche, rendendo per\u00f2 pi\u00f9 difficile una reazione positiva e quindi prolungando e aggravando il \u201cblocco\u201d in atto. Il ruolo di sussidiariet\u00e0 della solidariet\u00e0 famigliare \u00e8 stato rafforzato dal mancato adeguamento del sistema di protezione sociale alla nuova flessibilit\u00e0 e si \u00e8 cos\u00ec ripercosso negativamente in particolare sul lavoro femminile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019insufficienza di nidi e scuole materne in molte parti del paese e l\u2019assenza di interventi sistematici nel campo della dipendenza in et\u00e0 anziana, accompagnate dalla scarsa diffusione dei contratti di lavoro a tempo parziale e in generale di politiche per la conciliazione del lavoro delle donne con la formazione di una famiglia, hanno di fatto limitato l\u2019offerta di lavoro femminile, contribuendo al poco onorifico primato italiano della bassa occupazione delle donne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si determinano cos\u00ec due circoli viziosi: il primo riguarda la dipendenza dei giovani dalla solidariet\u00e0 dei loro congiunti, che non solo appesantisce bilanci famigliari spesso modesti e comunque in contrazione, con effetti negativi sulla domanda globale, ma finisce anche per ridurre la mobilit\u00e0 dei giovani stessi e per minare la loro determinazione a cercare un\u2019occupazione, e a farsi essi stessi una propria famiglia. La precariet\u00e0, in altre parole, tende a persistere e a generare nuova precariet\u00e0. Il secondo, riguarda il carattere ancora accessorio del lavoro femminile, generalmente collocato in posizione di subalternit\u00e0 rispetto alle esigenze della stessa famiglia. Questi circoli viziosi andrebbero risolti anche travasando le risorse liberate dalle riforme nell\u2019ambito della spesa pensionistica ad altri ambiti dell\u2019\u201dassicurazione sociale\u201d, e in particolare alle politiche di sostegno delle attivit\u00e0 di cura (dei bambini, degli inabili, degli anziani), in modo da limitarne gli effetti negativi sull\u2019occupazione, sui redditi e sulla progressione di carriera delle donne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>5. Alcuni percorsi possibili verso la \u201cflessibilit\u00e0 buona\u201d<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La \u201cflessibilit\u00e0 buona\u201d si pu\u00f2 quindi individuare precisamente nella riduzione\/eliminazione della convenienza a comportamenti, sia delle persone, sia delle imprese, che tendono a trasformare la flessibilit\u00e0 in precariet\u00e0. Per lungo tempo si \u00e8 cercato (e non soltanto nel nostro Paese) di contrastare la disoccupazione con incentivi fiscaliecontributivi alle assunzioni \u201catipiche\u201d. L\u2019occupazione atipica \u00e8 cresciuta e ci\u00f2 ha sicuramente limitato le conseguenze negative della crisi sui bilanci famigliari, ma ne \u00e8 derivato un inaccettabile e persistente dualismo del mercato del lavoro. E\u2019 dubbio, per\u00f2, che possa bastare una riduzione della convenienza per le imprese verso queste forme contrattuali a spostare il peso dell\u2019occupazione a favore dei contratti a tempo indeterminato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una via percorribile e pi\u00f9 efficace potrebbe essere quella del contratto unico di lavoro, una proposta &#8211; avanzata da Tito Boeri e Pietro Garibaldi su <span>www.lavoce.info.it <\/span>e successivamente fatta propria da un folto gruppo di parlamentari &#8211; in grado di conciliare la flessibilit\u00e0 in ingresso richiesta dalle imprese con l\u2019aspirazione alla stabilit\u00e0 rivendicata dai lavoratori.<br \/> Il contratto potrebbe essere modellato in modo da adattarsi maggiormente sia alle diverse esigenze del ciclo di vita delle persone &#8211; con un periodo iniziale di formazione anche sul posto di lavoro, minore risparmio previdenziale e quindi aliquote contributive inizialmente pi\u00f9 basse &#8211; sia alle esigenze delle imprese, con una retribuzione e condizioni di impiego commisurate alla produttivit\u00e0. La proposta di legge riduce fortemente la convenienza alle assunzioni con un contratto a tempo determinato o a progetto, anche ponendo dei vincoli in termini di soglie di salario annuale (di almeno 25mila euro per la prima tipologia e 30mila euro per la seconda) per la legittimit\u00e0 di queste forme contrattuali. Naturalmente il punto critico del contratto unico rimane la licenziabilit\u00e0 dei lavoratori che dovrebbe diventare progressivamente pi\u00f9 difficile mano a mano che il lavoratore acquisisce esperienza e diventa pi\u00f9 produttivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La flessibilit\u00e0 buona implica anche l\u2019abbandono dell\u2019approccio \u201ctotalitario\u201d al lavoro e al pensionamento per cui un giorno si \u00e8 senza lavoro, il giorno successivo si \u00e8 assunti a tempo pieno, e, all\u2019altro estremo, un giorno si lavora e il giorno dopo si \u00e8 in pensione. Flessibilit\u00e0 significa pertanto anche gradualit\u00e0 dei passaggi nell\u2019ingresso e nell\u2019uscita dall\u2019et\u00e0 lavorativa. Difficile da realizzare nei tradizionali sistemi industriali, basati sulla \u201ccatena di montaggio\u201d e sulla minore importanza del capitale umano essa appare molto pi\u00f9 consona alla produzione postindustriale: un medico, un insegnante possono andare in pensione con gradualit\u00e0 quando non prendano pi\u00f9 pazienti nuovi o allievi nuovi. Diventa sempre pi\u00f9 realistico pensare a un impiegato che non segua pi\u00f9 nuove pratiche ma porti a esaurimento quelle vecchie. E gli esempi potrebbero continuare. A questa nuova flessibilit\u00e0 relativa al mondo del lavoro deve pertanto fare riscontro la flessibilit\u00e0 pensionistica, ossia il pensionamento variabile entro una fascia d\u2019et\u00e0, con pensioni pi\u00f9 basse per chi va in pensione a un\u2019et\u00e0 pi\u00f9 giovane, secondo la formula contributiva gi\u00e0 introdotta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla flessibilit\u00e0 agli estremi della vita lavorativa si deve poi accompagnare la flessibilit\u00e0 all\u2019interno della vita lavorativa. Un\u2019attenzione particolare deve essere riservata ai modelli di lavoro olandese, danese e svedese che consentono periodi piuttosto lunghi di attivit\u00e0 parziale \u2013 con retribuzione ugualmente parziale &#8211; di lavoratori altrimenti a tempo pieno, collegati a specifiche situazioni famigliari, spesso relative ai figli. Si andrebbe cos\u00ec verso quel modello di flessibilit\u00e0 e di sicurezza, detto flexicurity che consente, soprattutto nei Paesi Bassi, la presenta, all\u2019interno di un nucleo famigliare di un lavoratore\/trice a tempo pieno e un altro\/a a tempo parziale, in grado di adempiere a determinati doveri famigliari. Essenziale per il funzionamento del sistema \u00e8 infine la disponibilit\u00e0 del lavoratore a cambiar lavoro, con qualifiche e retribuzioni equivalenti, nella<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">sua stessa area di residenza; si passerebbe cos\u00ec dalla difesa del posto di lavoro alla difesa del lavoro tout court. Tale disponibilit\u00e0 implica l\u2019accettazione da parte del lavoratore della necessit\u00e0 di acquisire, naturalmente in forma gratuita, competenze diverse da quelle del suo lavoro precedente nel periodo di passaggio che gli viene retribuito. Pi\u00f9 in generale, appare indispensabile un\u2019estesa attivit\u00e0 di \u201cmanutenzione\u201d e miglioramento del capitale umano dei lavoratori, soggetto a invecchiamento come e forse pi\u00f9 del capitale fisico. E\u2019 sintomatico dell\u2019arretratezza italiana che (anche) nell\u2019istruzione degli adulti, come in molti altri aspetti del sistema di istruzione, l\u2019Italia sia largamente nelle ultime posizioni in classifica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il percorso non \u00e8 necessariamente breve, soprattutto in quanto ogni passaggio pu\u00f2 implicare una non facile contrattazione politico sociale. Si tratta comunque dell\u2019unica strada percorribile: per superare lo stallo di una societ\u00e0 che non cresce, occorre puntare prioritariamente e necessariamente sul lavoro, sul capitale umano a esso associato e su una rete di sicurezza di tipo nuovo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(*) Docente all&#8217;Universit\u00e0 di Torino<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>dalla Newsletter n.66 del 27\/04\/2011 1. Scomodit\u00e0-necessit\u00e0 delle innovazioni economico sociali \u201cNessun pasto \u00e8 gratis\u201d. Molti ricorderanno questo detto, semplice ed efficace, di Milton Friedman, un premio Nobel dell\u2019economia. 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