{"id":113,"date":"2013-06-07T10:01:33","date_gmt":"2013-06-07T08:01:33","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/mafiosi-corrotti-e-faccendieri-quanto-pesano-sul-sistema-paese\/"},"modified":"2013-06-07T10:01:33","modified_gmt":"2013-06-07T08:01:33","slug":"mafiosi-corrotti-e-faccendieri-quanto-pesano-sul-sistema-paese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/mafiosi-corrotti-e-faccendieri-quanto-pesano-sul-sistema-paese\/","title":{"rendered":"Mafiosi, corrotti e faccendieri. Quanto pesano sul sistema-Paese"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>dalla<strong>\u00a0<\/strong>Newsletter n.97 del 30\/10\/2012<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sembra oramai indiscutibile il riconoscimento di una stretta relazione tra illegalit\u00e0 \u2013 nelle sue varie forme e dimensioni \u2013 e contesto socio- economico del Paese. Assai pi\u00f9 complicato \u00e8 quantificare e qualificare in maniera rigorosa la direzione, la rilevanza e i meccanismi di questa relazione. Sebbene in molti rapporti di enti e istituti di ricerca si leggano cifre e resoconti sui \u00abdanni\u00bb dell\u2019illegalit\u00e0 diffusa, sul \u00abfatturato\u00bb della criminalit\u00e0 organizzata o sui \u00abcosti collettivi\u00bb della corruzione contribuendo a tenere alta l\u2019attenzione su questi fenomeni, non sempre si hanno a disposizione fonti o metodologie di stima chiari e attendibili (Asmundo e Lisciandra 2008).<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un limite in qualche modo intrinseco a un oggetto di studio che per sua stessa sostanza \u00e8 <em>occulto<\/em>, <em>intenzionalmente nascosto e dissimulato<\/em>, costituendo un vincolo difficilmente superabile specie se si ha l\u2019obiettivo di conoscere non solo gli effetti diretti dei comportamenti illegali (rapine, usura, estorsioni ecc.) ma anche i loro effetti indiretti sul funzionamento del tessuto economico (es. sottosviluppo, assenza di competitivit\u00e0, bassa produttivit\u00e0) e sociale (es. sfiducia nelle istituzioni, insicurezza, bassa qualit\u00e0 della vita), o sulla fruibilit\u00e0 dei beni collettivi (consumo del territorio, insalubrit\u00e0 dell\u2019ambiente, malfunzionamento dei servizi pubblici, inefficienza della pubblica amministrazione ecc.) (La Spina 2008; Di Gennaro e La Spina 2010).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Consapevoli di questi limiti, e senza alcuna pretesa di esaustivit\u00e0, il contributo che segue propone una breve rassegna di analisi e stime relativamente recenti, che forniscono una scala dimensionale del peso che le illegalit\u00e0 comportano per l\u2019assetto socio-economico del Paese, in termini sia di costi sostenuti che di limiti allo sviluppo. Non mancano contributi autorevoli sullo specifico rapporto tra produttivit\u00e0 (al centro di questo numero) e comportamenti illegali<span>[1]<\/span>, ma in questa sede ci \u00e8 sembrato pi\u00f9 attinente considerare in termini generali l\u2019impatto delle diverse forme di illegalit\u00e0 per il Paese nel suo complesso, riflettendo sui loro <em>costi<\/em>e prendendo in considerazione tre dimensioni del fenomeno: i costi della <em>corruzione<\/em>, che rappresenta una forma peculiare di comportamento illegale; i costi della criminalit\u00e0 organizzata di stampo mafioso; il peso che la criminalit\u00e0 organizzata pu\u00f2 giocare come limite allo sviluppo<span>[2]<\/span>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prima di passare in rassegna le cifre e i resoconti summenzionati, a ciascuno dei quali \u00e8 dedicato un paragrafo a s\u00e9, \u00e8 opportuno delimitare il campo nel quale ci muoviamo, distinguendo analiticamente le diverse <em>forme <\/em>di illegalit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Quattro diverse forme di illegalit\u00e0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel recente saggio di La Spina e Scaglione (2011), che riprendono una tipologia gi\u00e0 utilizzata in loro precedenti studi, sono individuate quattro forme principali di illegalit\u00e0: la criminalit\u00e0 comune; la corruzione; la legalit\u00e0 debole; la criminalit\u00e0 organizzata di stampo mafioso. Di seguito se ne valutano \u2013 in maniera estremamente semplificata \u2013 i tratti principali, specie dal punto di vista dei potenziali oneri che comportano per la collettivit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I costi direttamente attribuibili alla criminalit\u00e0 comune comprendono, prevalentemente, i reati atti a sottrarre beni o denaro di propriet\u00e0 dei cittadini. A essi si affiancano i costi della repressione e del risarcimento delle vittime. Vanno poi aggiunti i costi immateriali, connessi alla sensazione di insicurezza collettiva che la diffusione del crimine comune pu\u00f2 comportare, con la successiva inibizione di investimenti, consumi, fruizione di spazi pubblici ecc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La corruzione rappresenta storicamente una vera e propria patologia politica per il caso italiano, nel senso di una forma diffusa di degenerazione dell\u2019amministrazione pubblica, che si \u00e8 negli anni consolidata in stretta relazione con un altro fenomeno, il clientelismo, configurando in alcune aree del Paese un sistematico <em>scambio occulto <\/em>tra cittadini e cosa pubblica (Della Porta 1992; Davigo e Mannozzi 2007; Vannucci 2012). I fenomeni di corruzione, pur manifestandosi in un\u2019ampia variet\u00e0 di formule e comportamenti, destano particolare preoccupazione quando \u2013 come spesso accade \u2013 tendono a coinvolgere gli \u00abeletti\u00bb, vale a dire in quei casi in cui si afferma una politica basata su incentivi estrinseci e strumentali rispetto a una basata su benefici intrinseci ed espressivi. In queste circostanze si parla di privatizzazione della politica e di una struttura di preferenze orientata alla mobilitazione individuale. Le cose si complicano ancor di pi\u00f9 quando la corruttela coinvolge anche i \u00abtecnici\u00bb (professionisti, amministratori pubblici, consulenti ecc.) amplificando \u2013 come vedremo di seguito \u2013 i costi per la collettivit\u00e0 e il malfunzionamento dello Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Malfunzionamento che rappresenta una delle principali cause della diffusione di <em>legalit\u00e0 debole<\/em>, vale a dire di condizioni di diffusa e normalizzata violazione delle norme giuridiche che dovrebbero rendere prevedibile e calcolabile il contesto entro il quale si esplica l\u2019attivit\u00e0 degli operatori economici e dei cittadini (La Spina e Scaglione 2011). I costi, specie indiretti, sono anche in tal caso immaginabili. Si pensi, sul fronte pubblico, alla degenerazione ravvisata in molte aree del Paese nella gestione dei rifiuti urbani e industriali, della rete idrica o dei servizi pubblici e, sul fronte privato, all\u2019abusivismo edilizio, al lavoro irregolare e semi-irregolare, allo sfruttamento dell\u2019immigrazione clandestina. Tutti fenomeni esito di una carenza diffusa di controlli e dell\u2019incapacit\u00e0 del pubblico di profondere nel corpo sociale elementi di coscienza civica e tutela della legalit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La criminalit\u00e0 organizzata di tipo mafioso trae ampio vantaggio e fonte di riproduzione proprio dalla sedimentazione delle precedenti forme di illegalit\u00e0, specie nella misura in cui assumono aspetti di concentrazione territoriale. Ovviamente non trattasi di una causazione univoca; a sua volta<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">la presenza mafiosa pu\u00f2 fungere da stimolo e da regolatore delle attivit\u00e0 illegali in un territorio. Il tratto peculiare che la distingue dalle precedenti forme di illegalit\u00e0 risiede nell\u2019<em>organizzazione<\/em>, o meglio in un network di organizzazioni il cui fine \u00e8, per coloro che vi appartengono, il conseguimento di guadagno, sicurezza e reputazione, attraverso un mix di attivit\u00e0 lecite e illecite svolte anche attraverso la mobilitazione di <em>capitale sociale <\/em>interno (tra i singoli mafiosi) ed esterno (reti e risorse relazionali in ambiti e contesti istituzionali diversi). Ecco che le forme di corruttela diffusa e di collusione, che vedono nella pubblica amministrazione e nella politica importanti sostegni esterni, foraggiano quell\u2019<em>area grigia <\/em>fonte di arricchimento e riproduzione, riscontrabile a intensit\u00e0 variabili in tutte le aree del Paese<span>[3]<\/span>. Anche per le cronache recenti e per l\u2019ampliarsi delle attivit\u00e0 di repressione, \u00e8 questa forma di illegalit\u00e0 che sembra evocare le preoccupazioni pi\u00f9 diffuse, anche \u2013 e soprattutto \u2013 per i costi che comporta per il tessuto economico e sociale. Sebbene infatti l\u2019esercizio della violenza rappresenti la risorsa principale delle mafie, che trovano ancora nell\u2019attivit\u00e0 di <em>estorsione-protezione <\/em>fonte di profitto e di controllo del territorio, le organizzazioni operano parallelamente e in maniera crescente ingenti reinvestimenti a cavallo tra i mercati legali e illegali, ampliando cos\u00ec le potenzialit\u00e0 di porsi come meccanismo di regolazione economica e sociale. Nei territori pi\u00f9 colpiti la concorrenza si svolge in forme scorrette e violente, che rende irrazionale l\u2019avvio diun\u2019attivit\u00e0 imprenditoriale \u00abnormale\u00bb, ascrivibile a una acquisivit\u00e0 di mercato. \u00c8 in questo quadro che si assiste a fenomeni diffusi di \u201caggiustamento patologico\u201d (Asso e Trigilia 2011, p. XV) del mercato alla prassi mafiosa, con un\u2019inversione della relazione: \u00e8 l\u2019impresa a rivolgersi alle organizzazioni mafiose per ottenere sostegni e opportunit\u00e0 di profitto. In questo quadro, provando a stabilire la radice dei principali <em>costi <\/em>della presenza mafiosa sull\u2019economia si possono individuare almeno tre ambiti: <em>a) <\/em>i costi, diretti e indiretti, che derivano dalle attivit\u00e0 che le organizzazioni criminali svolgono nei mercati illegali; <em>b) <\/em>i condizionamenti imputabili al controllo del territorio, che trova la sua massima espressione nel meccanismo dell\u2019estorsione-protezione;<em>c) <\/em>le distorsioni al funzionamento del mercato indotte dalla partecipazione dei mafiosi in attivit\u00e0 legali o formalmente legali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>L\u2019\u00aborgia\u00bb della corruzione<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019espressione, quanto mai esplicita, \u00e8 utilizzata nel recente rapporto di Avviso Pubblico \/ Libera \/ Legambiente (Vannucci <em>et al. <\/em>2012) per designare i tratti sistemici e dilaganti della corruzione in Italia. Sebbene resti la politica al centro delle principali evidenze empiriche, il mutamento nelle organizzazioni di partito, la riforma dello Stato in senso federale e il ricorso massiccio alle partnership pubblico-privato nella prassi amministrativa stanno trasformando i meccanismi di obbligazione reciproca e i codici di condotta informali delle reti di corruttela. In primo luogo, la destrutturazione delle macchine di partito e l\u2019emergere di leadership personali e locali spinge, da un lato, i singoli esponenti a gestire affari (appalti, concessioni, consulenze ecc.) in maniera del tutto autonoma e, dall\u2019altro, le imprese e i privati a cercare contatti <em>personali<\/em>con la politica. Su 47 Paesi, inclusi tutti quelli pi\u00f9 importanti dell\u2019Unione Europea e dell\u2019Ocse, l\u2019Italia si colloca al penultimo posto, sopra la Russia, per l\u2019elevata percentuale di imprese \u201cpoliticamente connesse\u201d con ministri o parlamentari. Misurando solo i collegamenti politici ufficiali, sanciti dalla propriet\u00e0 di quote rilevanti o dalla presenza dei politici in organi societari, in Italia il 10,3% delle imprese \u00e8 politicamente connessa, contro una media dell\u20191,98% (<em>ibid<\/em>., p. 13). Ai politici e alle imprese si affiancano burocrati, dirigenti e professionisti, portatori di competenze tecniche specialistiche, che operano in veste di corruttori (quando beneficiano di decisioni favorevoli: contratti, perizie, incarichi) o di corrotti (quando rilasciano certificazioni, omettono controlli). Anche il fenomeno dei <em>professionisti con tessera <\/em>(di partito) che affollano i centri di spesa pubblica \u00e8 una caratteristica italiana, frutto di un processo di selezione di consulenti pronti a fare da intermediari, promotori, camera di compensazione dei flussi sotterranei di risorse (<em>ibid. <\/em>p. 16).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Flussi il cui ammontare non \u00e8 certo facile da stimare, anche per le ragioni anticipate in apertura. Secondo la World Bank (2008), nel mondo sono pagati circa mille miliardi di dollari di tangenti all\u2019anno, pari al 3% del Pil mondiale. La Corte dei Conti ha applicato questa percentuale all\u2019Italia e, pur nei limiti di un tale espediente statistico, ha calcolato che nel 2009 l\u2019onere sui bilanci pubblici era \u201cnella misura prossima a 50-60 miliardi di euro l\u2019anno, costituenti una vera e propria tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini\u201d (2009, p. 237). Un dato eclatante, ma che non si accompagna a una adeguata azione di contrasto: nel corso del 2008 la stessa Corte di Conti ha richiesto con citazioni in giudizio per danno erariale il recupero di appena 69 milioni di euro, pari ad appena l\u2019uno per mille del costo presunto. Anche inchieste e condanne sono clamorosamente al di sotto delle stime monetarie, tanto da poter asserire che <em>la corruzione in Italia \u00e8 pressoch\u00e9 depenalizzata <\/em>(Vannucci <em>et al.<\/em>2012, p. 28): le denunce alle forze di polizia mostrano un andamento sostanzialmente stabile fino al 2010, quando con sole 223 denunce si registra uno dei livelli pi\u00f9 bassi di corruzione svelata dal 1992. Le oscillazioni pi\u00f9 marcate caratterizzano invece l\u2019ammontare di persone denunciate per reati di corruzione e concussione, che passano da un minimo di poco pi\u00f9 di 900 nel 2005 e 2007 a un picco di oltre 1800 nel 2009, per poi tornare a circa 1200 nel 2010. Anche le condanne sono chiaramente inadeguate, e per di pi\u00f9 decrescenti nel tempo: si passa da oltre 1.700 condanne per reati di corruzione nel 1996 ad appena 295 del 2008 (SAeT 2010).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcuni dati in qualche modo \u00abcerti\u00bb per comprendere i costi della corruzione per il Paese sono riferiti al sovraprezzo tra il valore di ci\u00f2 che lo Stato acquista e il prezzo effettivamente pagato se maggiorato da corruzione e inefficienze varie. Si pensi alla linea ad Alta Velocit\u00e0: si \u2018viaggia\u2019 in media sui 32 milioni di euro al km a prezzi del 2006 per le tratte Firenze-Roma, Roma-Napoli e Torino-Novara e 45 milioni al km per la Novara- Milano, Milano-Bologna, Bologna-Firenze contro i 10 milioni al km della Francia e i 9 milioni al km della Spagna<span>[4]<\/span>. Le inchieste condotte a Firenze, Perugia e Roma su 33 grandi opere appaltate \u2013 in realt\u00e0 affidate senza gara \u2013 dalla Protezione civile nella gestione delle emergenze nel triennio 2007-2010 hanno mostrato che il costo sostenuto dalle casse pubbliche \u00e8 passato dai 574 milioni di euro dell\u2019assegnazione iniziale a 834 milioni di euro. Un onere aggiuntivo per i cittadini quantificato con precisione in 259.895.849 euro, pari al 45% del valore iniziale di aggiudicazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma al di l\u00e0 delle cifre, che pur nell\u2019indeterminatezza delle stime forniscono il senso della misura del fenomeno, va ricordato che la corruzione comporta <em>costi immateriali <\/em>connessi prima di tutto alle conseguenze della corruzione <em>percepita<\/em>. \u00c8 stato stimato che il peggioramento di un punto dell\u2019indice di \u00abpercezione della corruzione\u00bb (CPI) in un campione di Paesi determina una riduzione annua del Pil pari allo 0,39%, del reddito pro- capite pari allo 0,41%, della produttivit\u00e0 pari al 4% (Lambsdorff 2003). Visto che l\u2019Italia nel decennio 2001-2011 ha registrato un crollo nell\u2019indice di percezione della corruzione da 5,5 a 3,9 (pi\u00f9 \u00e8 alto l\u2019indice, meno corruzione c\u2019\u00e8), si potrebbe stimare una perdita di ricchezza causata dalla corruzione pari a: a) circa 10 miliardi di euro annui in termini di prodotto interno lordo; b) circa 170 euro annui di reddito pro capite; c) oltre il 6% in termini di produttivit\u00e0 (Vannucci et al., p. 19).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per concludere, un cenno va fatto ai costi ambientali della corruzione, nel senso del suo impatto sul patrimonio naturale e sulla qualit\u00e0 della vita. Dal 1\u00b0 gennaio 2010 al 30 settembre 2012 sono state arrestate 1.109 persone in 78 inchieste connesse a corruttele attorno ad attivit\u00e0 dal forte impatto ambientale (ciclo dei rifiuti, ciclo del cemento, grandi appalti, gestione emergenze ecc.). L\u2019Italia Nord Occidentale (Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d\u2019Aosta) conserva il primato dei procedimenti, con 442 ordinanze di custodia cautelare, pari al 39,9%. Seguono le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), con 409 ordinanze (36,9%). La classifica regionale per numero di arresti, invece, vede al primo posto la Calabria, con 224 ordinanze, mentre la classifica del numero di inchieste consegna il primato alla Lombardia (15).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>I costi della criminalit\u00e0 organizzata di stampo mafioso<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come detto in apertura, la quantificazione dei costi del crimine organizzato non \u00e8 semplice. Alcuni tentativi sono proposti da Confesercenti nel rapporto \u00abSos Impresa\u00bb, che nella XIII edizione (2012) su <em>Le mani della criminalit\u00e0 sulle imprese <\/em>stima il fatturato della \u00abMafia SpA\u00bb in 140 miliardi di euro l\u2019anno con un utile che supera i 100 miliardi al netto di investimenti e accantonamenti e con una liquidit\u00e0 di 65 miliardi di euro. Dati che non si discostano di molto \u2013 tenuto conto del tempo trascorso \u2013 da quelli prodotti in uno studio meno recente di Eurispes (2004) che stimava il \u00abfatturato\u00bb delle quattro organizzazioni mafiose italiane (Cosa Nostra, Camorra, \u2018Ndrangheta e Sacra Corona Unita) in 100 miliardi di euro, pari al 9,5% del Pil nazionale. Tuttavia, come \u00e8 stato notato, \u201cnon \u00e8 chiaro il percorso che conduce a tali importi\u201d (La Spina e Scaglione 2011, p. 87). Per evitare dunque di addentrarci in questioni metodologiche gi\u00e0 ampiamente discusse in letteratura, ci concentriamo di seguito sulle cifre fornite da Asmundo (2011) in una recente analisi sui costi economici diretti e indiretti della presenza mafiosa sul territorio<span>[5]<\/span>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A partire dalle pi\u00f9 recenti statistiche sulla delittuosit\u00e0 dell\u2019Istat (periodo 2004-2007) Asmundo analizza i costi <em>aggiuntivi <\/em>della presenza mafiosa \u2013 al netto dei fenomeni ascrivibili alla criminalit\u00e0 comune \u2013 distinguendoli in tre diverse categorie: i costi <em>di anticipazione <\/em>(sostenuti a fronte della possibilit\u00e0 che il delitto si verifichi, spesso invisibili poich\u00e9 ampiamente \u201cmetabolizzati\u201d dal tessuto sociale ed economico e dati per scontati: per assicurazione, sicurezza, monitoraggio e controllo); i costi di <em>conseguenza <\/em>(danni pecuniari diretti, spese sanitarie, costi intangibili, mancati guadagni); i costi di <em>reazione <\/em>(per le attivit\u00e0 inquirenti e giudicanti, spese per l\u2019esecuzione delle pene). Le cifre sono ingenti: la spesa pubblica e privata necessaria a coprire i costi di anticipazione, conseguenza e reazione supera l\u20191% del Pil nazionale (pi\u00f9 di 40 miliardi di euro), toccando il<span>\u00a0 <\/span>2,6% medio nel Mezzogiorno (pi\u00f9 di 17 miliardi di euro).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tab. 1) Costi del crimine organizzato (cluster PSy + ESy)* per regione e ripartizione, 2007, in \u20ac<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">* Sono comprese sia le cifre connesse sia ai reati ascrivibili a <em>Power Syndicate <\/em>(Associazione mafiosa, Beni confiscati, Scioglimenti consigli comunali, Omicidi di tipo mafioso ed Estorsioni) che ai reati ascrivibili a <em>Enterprise Syndicate <\/em>(Associazione a delinquere, Associazione per produzione o traffico di stupefacenti, Rapine in banca e negli uffici postali, Usura, Sfruttamento della prostituzione).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qui il dettaglio regionale dimostra che proprio nelle regioni con ritardi di sviluppo si concentrano i maggiori costi: solo in Campania i costi del crimine organizzato superano i 5,7 miliardi di euro (2.7% del Pil). Proporzionata alla spesa nazionale, il Mezzogiorno assorbe quasi la met\u00e0 delle spese di <em>conseguenza <\/em>(49.3% del totale, pi\u00f9 di 6 miliardi di euro). Si tratta delle spese sanitarie, dei costi intangibili e dei mancati guadagni e investimenti, tutti elementi che possono presentare limiti per lo sviluppo locale. Il dato risulta ancor pi\u00f9 evidente se si guarda al costo medio per abitante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tab. 2) Costi del crimine organizzato (cluster PSy + ESy)* per abitante, regione e ripartizione, 2007, in \u20ac<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel Mezzogiorno si tocca quota 298\u20ac pro-capite, pari al 139,8% della media nazionale, praticamente quasi il doppio di quanto speso per il Centronord (78,3%, 167 euro per abitante). Tuttavia nel Centro Nord risultano pi\u00f9 elevate le spese per la sicurezza: 73,1% dell\u2019ammontare nazionale delle spese di anticipazione pro-capite, a fronte del 26,6% del Mezzogiorno, per un valore di circa 43\u20ac per abitante a fronte dei 29\u20ac del Sud. Le evidenze aggregate relative alle spese di reazione risultano invece distribuite in maniera pi\u00f9 omogenea sul territorio nazionale, con una quota del 35% circa che, assorbita dalle regioni del Mezzogiorno, rispecchia sostanzialmente la quota di popolazione residente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In conclusione, i costi complessivi del crimine organizzato risultano ingenti e diversamente distribuiti sul territorio nazionale. Nelle regioni del Centro Nord si concentrano i costi degli investimenti e delle attivit\u00e0 di prevenzione; nel Mezzogiorno i pi\u00f9 pesanti oneri imposti dal crimine organizzato, in termini di costi di conseguenza e di reazione. Resta da stabilire se e quanto la presenza del crimine organizzato sia in grado di influenzare lo sviluppo, e in particolare quello del Mezzogiorno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Criminalit\u00e0 organizzata e sviluppo locale<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nesso tra la presenza mafiosa e lo sviluppo economico \u00e8 al centro di un ampio dibattito che, a seconda delle risultanze ottenute, pu\u00f2 individuare nel crimine organizzato tanto una (con)causa del sottosviluppo (in presenza di regolazione mafiosa si pongono limiti allo sviluppo), quanto una sua conseguenza (in condizioni di svantaggio si creano i presupposti per l\u2019agire mafioso). Nelle analisi di matrice macroeconomica, questo interrogativo \u00e8 stato affrontato osservando, ad esempio, l\u2019impatto della criminalit\u00e0 sui redditi (Centorrino e Signorino 1997), sulla disoccupazione (Buonanno 2006), sulla fiducia interpersonale nelle relazioni di mercato (Zamagni 1993), sui prestiti alle imprese (Bonaccorsi di Patti 2009) o addirittura sugli investimenti dall\u2019estero (Pazienza <em>et al. <\/em>2005; Daniele e Marani 2008). Seguono le indagini basate sulla somministrazione di questionari a campioni di imprenditori, che pure forniscono interessanti indicazioni in merito alle forme possibili del fare impresa e alla percezione di insicurezza degli operatori del mercato. Un esempio in tal senso \u00e8 la ricerca Censis e Fondazione BNC (2003) sulla percezione della diffusione di fenomeni quali l\u2019estorsione e l\u2019usura, replicata nel 2006 (Censis 2009) nelle regioni meridionali. I risultati vanno tuttavia presi con cautela: le risposte degli intervistati su temi delicati e paralleli a comportamenti non leciti risentono di inevitabili distorsioni. I dati contraddittori sembrano confermare tale cautela. Nello studio del 2006 emerge che il 33,1% degli operatori economici ritiene che l\u2019imposizione del pizzo sia \u00abmolto diffusa\u00bb, ma soltanto il 30,9% sostiene infatti che la presenza della criminalit\u00e0 organizzata influisca molto o abbastanza sul libero svolgimento delle attivit\u00e0 imprenditoriali. Sulle percezioni della sicurezza nelle regioni in cui si svolge la propria attivit\u00e0 la maggior parte degli imprenditori calabresi (il 49,4%) e siciliani (il 54,4%) dichiara addirittura di svolgere la propria attivit\u00e0 in una zona abbastanza o molto sicura, mentre soltanto una percentuale residuale (l\u20198,5% in Calabria e il 7,8% in Sicilia) sostiene che i reati siano molto frequenti. Da tempo, comunque, gli studiosi hanno evidenziato come la presenza mafiosa accresca i costi di transazione e ostacoli la crescita della produttivit\u00e0, finendo per costituire uno svantaggio competitivo nazionale (Campiglio 1993; Sciarrone 2000). Interessante \u00e8 la recente indagine svolta da Paolo Pinotti per conto della Commissione Parlamentare Antimafia (2011), nella quale si cerca di valutare l\u2019impatto della presenza mafiosa sullo sviluppo economico di due regioni meridionali, la Puglia e la Basilicata, caratterizzate da una pi\u00f9 recente diffusione di questo tipo di criminalit\u00e0, stimandone una incidenza negativa che avrebbe provocato \u2013 a partire dalla met\u00e0 degli anni Settanta fino ai giorni nostri \u2013 una mancata crescita del reddito pro-capite pari a oltre il 20%.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Accanto a queste analisi, un\u2019altra modalit\u00e0 interessante per affrontare il nodo mafia\/sviluppo pu\u00f2 essere centrata sul <em>territorio<\/em>, inteso come l\u2019insieme delle diverse dotazioni infrastrutturali, politiche e sociali che possono condizionare lo sviluppo locale. Questa riduzione di scala permette non solo di valutare la variabilit\u00e0 interna al tessuto economico del Mezzogiorno, ma anche di meglio analizzarne l\u2019influenza mafiosa, che in alcune aree appare molto pi\u00f9 intensa rispetto ad altre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcuni spunti di particolare interesse in tal senso vengono dal lavoro di Busso e Storti (2011; 2012) che analizzano l\u2019andamento di alcune variabili economiche (livello di sviluppo, dinamismo economico e tessuto produttivo) distinguendo tra le province meridionali caratterizzate da un\u2019elevata presenza mafiosa (<em>high power syndicate<\/em>), le altre province del Mezzogiorno e il dato medio su scala nazionale<span>[6]<\/span>. Ebbene, l\u2019insieme delle 13 province in questione (Caserta, Napoli, Crotone, Catanzaro, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Messina, Agrigento, Catania, Salerno, Trapani, Palermo e Caltanissetta) si colloca al di sotto della media delle altre aree del Mezzogiorno e del Sud e isole nel complesso. Particolarmente interessante \u00e8 il dato sull\u2019occupazione: se per Pil e reddito le province del Mezzogiorno sono molto distanti dalla media nazionale, guardando al tasso di occupazione le zone \u00abnon mafiose\u00bb si collocano a met\u00e0 tra il dato sintetico dell\u2019Italia e quello delle aree <em>high power syndicate<\/em>. Riguardo al dinamismo economico, il trend \u00e8 analogo al dato sullo sviluppo: su tutti gli indicatori le aree a elevata densit\u00e0 mafiosa si collocano sotto la media del Mezzogiorno e dei territori meno coinvolti dal fenomeno. Busso e Storti mostrano in particolare il dato sulla nati- mortalit\u00e0 delle imprese, particolarmente basso per le 13 province sopra elencate e invece pi\u00f9 elevato della media nazionale per le altre province del Mezzogiorno. Infine, in riferimento alle esportazioni e all\u2019apertura dei mercati, la distanza che separa le province a elevata densit\u00e0 mafiosa dalle altre del Sud \u00e8 circa doppia di quella che le distanzia dal resto del paese. Le \u00abaltre zone del Mezzogiorno\u00bb, in sostanza, risultano pi\u00f9 vicine alla media nazionale che non ai valori delle aree mafiose.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tab. 3) Medie dei valori provinciali, confronto tra province <em>high power syndicate<\/em>, Mezzogiorno e Italia, anno 2007<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img decoding=\"async\" src=\"webkit-fake-url:\/\/215C97EE-17BE-4ED7-AB30-58A6D8C0B530\/page21image1280.png\" border=\"0\" alt=\"page21image1280.png\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fonte: Busso e Storti 2011, p. 87.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si conferma dunque l\u2019affermazione posta in apertura, riferita a una relazione tra illegalit\u00e0 \u2013 specie nella sua variante del crimine organizzato \u2013 e contesto socio-economico. Ovviamente ci\u00f2 non esaurisce le problematiche connesse alla quantificazione e qualificazione di questa relazione, ma fornisce alcuni punti essenziali per la conoscenza del fenomeno e per l\u2019indicazione di policies di contrasto. Specialmente la riduzione del focus sulla scala territoriale permette di valutare: in primo luogo che un tratto peculiare delle organizzazioni criminali di stampo mafioso \u00e8 la loro capacit\u00e0 \u2013 politica \u2013 di esprimere un certo controllo del territorio attraverso l\u2019uso della violenza e la regolazione alterata del mercato, ed \u00e8 dunque attorno a esso che occorre costruire seri strumenti di contrasto; in secondo luogo, optando per un\u2019analisi disaggregata a livello sub ripartizionale, si possono individuare quelle aree all\u2019interno del Mezzogiorno in cui la relazione tra sviluppo e presenza mafiosa \u00e8 pi\u00f9 evidente, superando l\u2019approccio emergenziale e totalizzante degli strumenti di sviluppo (flussi monetari, incentivi alle imprese) e mirando a politiche <em>bottom up<\/em>, di capacitazione delle opportunit\u00e0 localizzate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una questione che riguarda certamente il Mezzogiorno, ma che appare sempre pi\u00f9 rilevante anche nelle regioni del Centro e Nord Italia, come emerge con tutta evidenza da recenti indagini giudiziarie. Il problema non \u00e8 soltanto quello di una espansione dell\u2019area dell\u2019illegalit\u00e0, bens\u00ec quello ben pi\u00f9 preoccupante di una compenetrazione tra economia legale ed economia illegale e criminale, ovvero il fatto che i confini tra l\u2019una e l\u2019altra divengono sempre pi\u00f9 opachi e porosi, rendendo di fatto difficile distinguere le due sfere. Si configura cos\u00ec un\u2019area grigia, costituita da rapporti di contiguit\u00e0 e collusione, che costituisce una seria ipoteca per lo sviluppo non solo del Mezzogiorno ma del Paese nel suo complesso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Vittorio Martone (*) <\/strong>Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia dell Universita&#8217; di Napoli Federico II. Ricercatore ANL <strong>Rocco Sciarrone (**) <\/strong>Insegna Sociologia all&#8217;Univerisita&#8217; di Torino ed \u00e8 co-direttore di <em>Meridiana<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Asmundo A. (2011), \u201cIndicatori e costi della criminalit\u00e0 mafiosa\u201d, in R.Sciarrone (a cura di), op. cit.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">http:\/\/www.nuovi-lavori.it\/Newsletter\/section.asp?sid=110&amp;iid=146&amp;printme=1 Pagina 20 di 29<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">NEWSLETTER NUOVI LAVORI 07\/06\/13 14:53<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Asmundo A. e M. Lisciandra (2008), \u201cUn tentativo di stima del costo delle estorsioni sulle imprese a livello regionale: il caso Sicilia\u201d, in A. La Spina (a cura di), <em>op. cit.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Asso e Trigilia (2011), \u201cMafie ed economie locali. Obiettivi, risultati e interrogativi di una ricerca\u201d, in R.Sciarrone (a cura di), <em>op. cit.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bonaccorsi di Patti E. (2009), <em>Legalit\u00e0 e credito: l\u2019impatto della criminalit\u00e0 sui prestiti alle imprese, in Mezzogiorno e politiche regionali<\/em>, Banca d\u2019Italia, Seminari e convegni, 2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Buonanno P. (2006), \u201cCrime and labour market opportunities in Italy (1993-2002)\u201d, in <em>Labour: Review of Labour Economics and Industrial Relations<\/em>, 20, pp. 601-624<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Busso S. e Storti L. (2011), \u201cContesti ad alta densit\u00e0 mafiosa. Un quadro socio-economico\u201d, in R.Sciarrone (a cura di), <em>op. cit.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Busso S. e Storti L. (2012), \u201cSviluppo economico e mafia: uno sguardo ai contesti territoriali\u201d, relazione presentata al Convegno <em>Mafie, territori e societ\u00e0 locali. Prospettive di analisi sulla criminalit\u00e0 organizzata in Italia<\/em>, Napoli, Facolt\u00e0 di Sociologia \u2013 Federico II, giugno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Campiglio L. (1993), \u201cLe relazioni di fiducia nel mercato e nello stato\u201d, in S.Zamagni (a cura di),<em>Mercati illegali e mafie. L\u2019economia del crimine organizzato<\/em>, il Mulino, Bologna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Censis (2009), <em>Il condizionamento delle mafie sull\u2019economia, sulla societ\u00e0 e sulle istituzioni nel Mezzogiorno<\/em>, Roma, settembre.<br \/> Censis e Fondazione BNC (2003), <em>Impresa e criminalit\u00e0 nel Mezzogiorno. Meccanismi di distorsione del mercato<\/em>, Rapporto di Ricerca, Roma,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2003.<br \/> Centorrino M. e Ofria F. (2008), \u201cCriminalit\u00e0 organizzata e produttivit\u00e0 del lavoro nel Mezzogiorno: un\u2019applicazione del modello \u00abKaldor-Verdoorn<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00bb\u201d, in <em>Rivista Economica del Mezzogiorno<\/em>, 1, pp. 163-189.<br \/> Centorrino M. e Signorino G. (1993), Criminalit\u00e0 e modelli di economia locale, in S.Zamagni (a cura di), <em>op. cit.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Chiavari M. (2011), <em>La quinta mafia. Come e perch\u00e9 la mafia al Nord oggi \u00e8 fatta anche da uomini del Nord<\/em>, Ponte alla Grazie. Ciconte (2010), <em>\u2018Ndrangheta padana<\/em>, Rubbettino, Soveria Mannelli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ciconte E. (2012), <em>I raggruppamenti mafiosi in Emilia Romagna. Elementi per un quadro d\u2019insieme<\/em>, Rapporto di ricerca, Regione Emilia-Romagna. Commissione Parlamentare Antimafia (2011), <em>Relazione sui costi economici della criminalit\u00e0 organizzata nelle regioni dell\u2019Italia meridionale<\/em>, XVI<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">legislatura, doc. XXIII, n. 5, Roma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalla Chiesa N. (2010), <em>La convergenza. Mafia e politica nella seconda repubblica<\/em>, Maltempo, Milano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalla Chiesa N. e Panzarasa M. (2012), <em>Buccinasco. La &#8216;ndrangheta al Nord<\/em>, Einaudi, Torino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Daniele V. e Marani U. (2008), \u201cCriminalit\u00e0 e investimenti esteri. Un\u2019analisi per le province italiane\u201d, in <em>Rivista Economica del Mezzogiorno<\/em>, 1, pp. 189-218<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Davigo P. e Mannozzi G. (2007), <em>La corruzione in Italia<\/em>, Roma, Laterza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Della Porta D. (1992), <em>Lo scambio occulto. Casi di corruzione politica in Italia<\/em>, Il Mulino, Bologna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di Gennaro G. e La Spina A. (a cura di) (2010), <em>I costi dell\u2019illegalit\u00e0. Camorra ed estorsioni in Campania<\/em>, Bologna, Il Mulino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eurispes (2004), L\u2019evoluzione della criminalit\u00e0 organizzata in Italia nel periodo 1999-2003, Roma, dicembre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Felli E. e Tria G. (2000), \u201cProduttivit\u00e0 e crimine organizzato: Un\u2019analisi delle regioni italiane\u201d, in<em>Sviluppo economico<\/em>, 4, pp. 79-101.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Spina A. (a cura di)(2008), I costi dell\u2019illegalit\u00e0. Mafia ed estorsioni in Sicilia, Il Mulino, Bologna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Spina A. e Scaglione A. (2011), \u201cI costi dell\u2019illegalit\u00e0\u201d, in <em>Nuova informazione bibliografica<\/em>, 1, pp. 79-99.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lambsdorff J. (2003), \u201cHow corruption affects productivity\u201d, in <em>Kyklos<\/em>, 56, 4, pp. 459-76.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">nelle regioni italiane: variabili economiche e istituzionali\u201d, in A.Lopes, M.Lorizio, F.Reganati (a cura di), <em>Istituzioni e imprese nello sviluppo locale<\/em>, Roma, Carocci<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pazienza P., Reganati F. e Vecchione V. (2005), \u201cLa localizzazione delle multinazionali<br \/> Pignatone G. e Prestipino G. (2012), <em>Il contagio Come la \u2018ndrangheta ha infettato l\u2019Italia<\/em>, a cura di G. Savatteri, Laterza, Roma. Sciarrone R. (2000), \u201cI sentieri dello sviluppo all\u2019incrocio delle reti mafiose\u201d, in <em>Stato e mercato<\/em>, 59, 2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">http:\/\/www.nuovi-lavori.it\/Newsletter\/section.asp?sid=110&amp;iid=146&amp;printme=1 Pagina 21 di 29<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">NEWSLETTER NUOVI LAVORI 07\/06\/13 14:53<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sciarrone R. (2009), <em>Mafie vecchie mafie nuove. Radicamento ed espansione<\/em>, Donzelli, Roma.<br \/> Sciarrone R. (2011) (a cura di), <em>Alleanze nell\u2019ombra. Mafie ed economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno<\/em>, Donzelli, Roma. Servizio Anticorruzione e Trasparenza &#8211; SAeT (2010), <em>Relazione al Parlamento<\/em>, Roma.<br \/> Vannucci A. (2012), <em>Atlante della corruzione<\/em>, Edizioni Gruppo Abele, Torino.<br \/> Varese F. (2011), <em>Mafie in movimento<\/em>. <em>Come il crimine organizzato conquista nuovi territori<\/em>, Einaudi, Torino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>[1] <\/span>Si tratta di contributi prevalentemente centrati sul Mezzogiorno e sulla criminalit\u00e0 organizzata di tipo mafioso, indagata nelle sue attivit\u00e0 pi\u00f9 direttamente gravanti sull\u2019impresa. Tra gli esempi di questo filone, il recente lavoro di Centorrino e Ofria (2008) che analizzano l\u2019impatto negativo della presenza mafiosa sul tasso di crescita della produttivit\u00e0 del lavoro nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa nel periodo 1983-2005. Si veda anche Felli e Tria (2000).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>[2] <\/span>Il complesso tema dei costi dell\u2019illegalit\u00e0 \u00e8 stato al centro della II Edizione della<em>Summer School <\/em>diretta da Nando Dalla Chiesa intitolata <em>La tassa mafiosa<\/em>. <em>I costi economici e sociali della criminalit\u00e0 organizzata: analisi e strategie di intervento <\/em>presso il Dipartimento di Studi Sociali e Politici della Facolt\u00e0 di Scienze Politiche dell\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Milano (settembre 2012).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>[3] <\/span>Sull\u2019espansione del crimine organizzato in altre aree del Paese non mancano importanti riferimenti. Per la letteratura scientifica si rimanda, tra gli altri, a Sciarrone 2009, Ciconte 2010 e 2012, dalla Chiesa 2010 e 2012, Varese 2011. Altri interessanti contributi di carattere pi\u00f9 divulgativo sono, ad esempio, in Chiavari 2011 e Pignatone e Prestipino 2012.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>[4] <\/span>La quantificazione \u00e8 fornita dal presidente delle ferrovie Mauro Moretti in una audizione al Senato. Senato della Repubblica, resoconto stenografico seduta VIII Commissione lavori pubblici, 21 marzo 2007, p. 13 (cit. in Vannucci et al., p. 20).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>[5] <\/span>L\u2019analisi rientra in un pi\u00f9 vasto progetto di ricerca, promosso dalla Fondazione <em>RES \u2013 Istituto di Ricerca su Economia e Societ\u00e0 in Sicilia<\/em>, i cui risultati sono editi in Sciarrone 2011. Oltre alla stima dei costi, l\u2019analisi di Asmundo propone la misura dell\u2019<em>intensit\u00e0 <\/em>del crimine organizzato nelle province italiane, delineandone i profili di <em>Power Syndicate <\/em>(PSy \u2013 incidenza della attivit\u00e0 delittuose collegate al controllo del territorio) ed <em>Enterprise Syndicate <\/em>(ESy \u2013 incidenza di attivit\u00e0 legate al profitto da traffici illeciti).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>[6] <\/span>Anche questa analisi rientra nel progetto di ricerca della Fondazione RES summenzionato, con ulteriori sviluppi interpretativi riferiti al rapporto tra sviluppo territoriale e presenza mafiosa successivamente discussi in convegni dedicati. Le province meridionali a elevata presenza mafiosa<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">sono pertanto le province con alti indici di <em>Power Syndicate<\/em>, e dunque quelle in cui \u00e8 elevata l\u2019incidenza di attivit\u00e0 delittuose collegate al controllo del territorio (si veda tabella 1).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>dalla\u00a0Newsletter n.97 del 30\/10\/2012 Sembra oramai indiscutibile il riconoscimento di una stretta relazione tra illegalit\u00e0 \u2013 nelle sue varie forme e dimensioni \u2013 e contesto socio- economico del Paese. Assai pi\u00f9 complicato \u00e8 quantificare e qualificare in maniera rigorosa la direzione, la rilevanza e i meccanismi di questa relazione. 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