{"id":117,"date":"2013-06-07T09:10:40","date_gmt":"2013-06-07T07:10:40","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/la-crisi-in-atto-come-crisi-di-senso\/"},"modified":"2013-06-07T09:10:40","modified_gmt":"2013-06-07T07:10:40","slug":"la-crisi-in-atto-come-crisi-di-senso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/la-crisi-in-atto-come-crisi-di-senso\/","title":{"rendered":"La crisi in atto come crisi di senso"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>dalla Newsletter n.30 anno 2 del 29 settembre 2009<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1. Due sono i tipi di crisi che, grosso modo, \u00e8 possibile identificare nella storia delle nostre societ\u00e0: dialettica l\u2019una, entropica l\u2019altra. Dialettica \u00e8 lacrisi che nasce da un conflitto fondamentale che prende corpo entro una determinata societ\u00e0 e che contiene, al proprio interno, i germi o le forze del proprio superamento. (Va da s\u00e9 che non necessariamente l\u2019uscita dalla crisi rappresenta un progresso rispetto alla situazione precedente). Esempi storici e famosi di crisi dialettica sono quelli della rivoluzione americana, della rivoluzione francese, della rivoluzione di ottobre in Russia nel 1917. Entropica, invece, \u00e8 la crisi che tende a far collassare il sistema, per implosione, senza modificarlo.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo tipo di crisi si sviluppa ogniqualvolta la societ\u00e0 perde il senso \u2013 cio\u00e8, letteralmente, la direzione \u2013 del proprio incedere. Anche di tale tipo di crisi la storia ci offre esempi notevoli: la caduta dell\u2019impero romano; la transizione dal feudalesimo alla modernit\u00e0; il crollo del muro di Berlino e dell\u2019impero sovietico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e8 \u00e8 importante tale distinzione? Perch\u00e9 sono diverse le strategie di uscita dai due tipi di crisi. Non si esce da una crisi entropica con aggiustamenti di natura tecnica o con provvedimenti solo legislativi e regolamentari \u2013 pure necessari \u2013 ma affrontando di petto, risolvendola, la questione del senso. Ecco perch\u00e9 sono indispensabili a tale scopo minoranze profetiche che sappiano indicare alla societ\u00e0 la nuova direzione verso cui muovere mediante un supplemento di pensiero e soprattutto la testimonianza delle opere. Cos\u00ec \u00e8 stato quando Benedetto, lanciando il suo celebre \u201cora et labora\u201d, inaugur\u00f2 la nuova era, quella delle cattedrali. (Mai si dir\u00e0 abbastanza della portata rivoluzionaria, sul piano sia sociale sia economico, dell\u2019impianto concettuale del carisma benedettino. Il lavoro, da secoli considerato attivit\u00e0 tipica dello schiavo, diviene piuttosto con Benedetto la via maestra per la libert\u00e0: \u00e8 per diventare liberi che occorre lavorare. Non solo, ma il lavoro viene sollevato al livello della preghiera. Come dir\u00e0 poi Francesco, guai a separare Laborantes e contemplantes; in ciascuna persona preghiera e lavoro devono sempre procedere in parallelo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ebbene, la grande crisi economico-finanziaria tuttora in atto \u00e8 di tipo basicamente entropico. E dunque non \u00e8 corretto assimilare \u2013 se non per gli aspetti meramente quantitativi \u2013 la presente crisi a quella del 1929 che fu, piuttosto, di natura dialettica. Quest\u2019ultima, infatti, fu dovuta ad errori umani commessi, soprattutto dalle autorit\u00e0 di controllo delle transazioni economiche e finanziarie, conseguenti ad un preciso deficit di conoscenza circa i modi di funzionamento del mercato capitalistico. Tanto che ci volle il \u201cgenio\u201d di J.M. Keynes per provvedere alla bisogna. Si pensi al ruolo del pensiero keynesiano nella articolazione del New Deal di Roosevelt. Nella crisi attuale \u00e8 certamente vero che ci sono stati errori umani &#8211; anche gravi come ho mostrato in Zamagni (2009) \u2013 ma questi sono stati la conseguenza non tanto di un deficit conoscitivo, quanto piuttosto della crisi di senso che ha investito la societ\u00e0 dell\u2019occidente avanzato a far tempo dall\u2019inizio di quell\u2019evento di portata epocale che \u00e8 la globalizzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2. Sorge spontanea la domanda: in cosa si esprime e dove maggiormente si \u00e8 manifestata questa crisi di senso? La mia risposta \u00e8: in una triplice separazione. E precisamente, la separazione tra la sfera dell\u2019economico e la sfera del sociale; il lavoro separato dalla creazione della ricchezza; il mercato separato della democrazia. Vedo di chiarire, seppure in breve, cominciando dalla prima.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una delle tante eredit\u00e0 non certo positive che la modernit\u00e0 ci ha lasciato \u00e8 il convincimento in base al quale titolo di accesso al \u201cclub dell\u2019economia\u201d \u00e8 l\u2019essere cercatori di profitto; quanto a dire che non si \u00e8 propriamente imprenditori se non si cerca di perseguire esclusivamente lamassimizzazione del profitto. In caso contrario, ci si deve rassegnare a far parte dell\u2019ambito del sociale, dove appunto operano le imprese sociali, la cooperative sociali, le fondazioni di vario tipo, ecc. Questa assurda concettualizzazione \u2013 a sua volta figlia dell\u2019errore teorico che porta a confondere l\u2019economia di mercato, che \u00e8 il genus, con una sua particolare species e cio\u00e8 il sistema capitalistico \u2013 ha finito con l\u2019identificare l\u2019economia con il luogo della produzione della ricchezza (un luogo il cui principio regolativo \u00e8 l\u2019efficienza) e a pensare il sociale come il luogo della redistribuzione dove la solidariet\u00e0 e\/o la compassione, (pubblica o privata che sia) sono i canoni fondamentali. Si sono viste e stiamo vedendo le conseguenze di tale separazione. Come il celebre storico-economico Angus Madison ha mostrato, negli ultimi trent\u2019anni gli indicatori della diseguaglianza sociale, interstatale e intrastatale, hanno registrato aumenti semplicemente scandalosi, anche in quei paesi dove il welfare state ha giocato un ruolo importante in termini di risorse amministrate. Eppure, schiere di economisti e di filosofi della politica hanno creduto per lungo tempo che la proposta Kantiana: \u201cfacciamo la torta pi\u00f9 grande e poi ripartiamola con giustizia\u201d fosse la soluzione del problema dell\u2019equit\u00e0. Non si<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">pu\u00f2 non ricordare, a tale proposito, la potenza espressiva dell\u2019aforisma lanciato dal pensiero economico neo-conservatore secondo cui \u201cuna marea che sale solleva tutte le barche\u201d, da cui la celebre tesi dell\u2019effetto di sgocciolamento (trickle-down effect): la ricchezza, a m\u00f2 di pioggia benefica irrora prima o poi tutti, anche i pi\u00f9 poveri. E dire che gi\u00e0 il grande economista francese Leon Walras, nel 1873, aveva avvertito: \u201cquando porrete mano alla ripartizione della torta non potrete ripartire le ingiustizie commesse per farla pi\u00f9 grande\u201d. Parole queste che la crisi attuale ha tristemente inverate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La recente lettera enciclica Caritas in Veritate di papa Benedetto XVI indica a tutto tondo che la via d\u2019uscita dal problema qui sollevato \u00e8 nel ricomporre ci\u00f2 che \u00e8 stato artatamente separato. Prendendo posizione a favore di quella concezione del mercato \u2013 tipica dell\u2019economia civile \u2013 secondo cui il legame sociale non pu\u00f2 venire ridotto al solo \u201ccash nexus\u201d, l\u2019enciclica suggerisce che si pu\u00f2 vivere l\u2019esperienza della socialit\u00e0 umana all\u2019interno di una normale vita economica e non gi\u00e0 al di fuori di essa come vorrebbe il modello dicotomico di ordine sociale. La sfida da raccogliere \u00e8 allora quella della seconda navigazione nel senso di Platone: n\u00e9 vedere l\u2019economia in endemico e ontologico conflitto con la vita buona perch\u00e9 vista come luogo dello sfruttamento e dell\u2019alienazione, n\u00e9 concepirlo come il luogo in cui possono trovare soluzione tutti i problemi della societ\u00e0, come ritiene il pensiero anarco-liberista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3. Passo al secondo caso di separazione. Per secoli l\u2019umanit\u00e0 si \u00e8 attenuta all\u2019idea anche all\u2019origine della creazione di ricchezza c\u2019\u00e8 il lavoro umano \u2013 dell\u2019un tipo o dell\u2019altro non fa differenza. Tanto che Adam Smith apre la sua opera fondamentale, La Ricchezza delle Nazioni (1776) proprio con tale considerazione. Quale la novit\u00e0 che la finanziarizzazione dell\u2019economia, iniziata circa un trentennio fa, ha finito col determinare? L\u2019idea secondo cui sarebbe la finanza speculativa a creare ricchezza, molto di pi\u00f9 e assai pi\u00f9 in fretta dell\u2019attivit\u00e0 lavorativa. Una miriade di episodi e di fatti ce ne danno conferma. In Gran Bretagna \u2013 paese che ha dato i natali alla rivoluzione industriale \u2013 il settore manifatturiero contribuisce oggi con un modesto 12% al PIL nazionale e, fino al 2008, gli occupati nel settore della finanza erano giunti a oltre sei milioni di unit\u00e0 (oggi, met\u00e0 di questi sono senza lavoro). Negli ultimi decenni, nelle migliori universit\u00e0 del mondo, i dipendenti e i programmi di ricerca di business studies sono letteralmente esplosi, spiazzando e\/o impoverendo altre aree di studio. (Si veda anche la distribuzione dei fondi tra aree di ricerca. E si vedano ancora le scelte dei corsi di laurea, o dei piani di studio, da parte degli studenti iscritti alle facolt\u00e0 di economia). E cos\u00ec via. L\u2019affermazione e la diffusione dell\u2019ethos della finanza sono valsi &#8211; complici i media \u2013 ad accreditare il convincimento che non v\u2019\u00e8 bisogno di lavorare per arricchirsi; meglio tentare la sorte e soprattutto non avere troppi scrupoli morali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le conseguenze di tale pseudo rivoluzione culturale sono sotto gli occhi di tutti. (Si pensi al maldestro tentativo di sostituire alla figura del lavoratore quella del cittadino-consumatore come categoria centrale dell\u2019ordine sociale). Oggi, ad esempio, non disponiamo di un\u2019idea condivisa di lavoro che ci consenta di capire le trasformazioni in atto. Sappiamo che a partire dalla Rivoluzione Commerciale dell\u2019XI secolo, si afferma gradualmente l\u2019idea del lavoro artigianale, che realizza l\u2019unit\u00e0 tra attivit\u00e0 e conoscenza, tra processo produttivo e mestiere \u2013 termine quest\u2019ultimo che rinvia a maestria. Con l\u2019avvento della rivoluzione industriale prima e del fordismo-taylarismo poi, avanza l\u2019idea della mansione (segno di attivit\u00e0 parcellizzate), non pi\u00f9 del mestiere, e con essa la centralit\u00e0 della libert\u00e0 dal lavoro, come emancipazione dal \u201cregno della necessit\u00e0\u201d. E oggi, che siamo entrati nella societ\u00e0 post-fordista, che idea abbiamo del lavoro? C\u2019\u00e8 chi propone l\u2019idea della competenza declinata in termini di figura professionale, ma non ci si rende conto delle implicazioni pericolose che ne possono derivare. Una fra tutte: la confusione tra meritocrazia e principio di meritoriet\u00e0, come se i due termini fossero sinonimi. La civilt\u00e0 occidentale poggia su una idea forte, l\u2019idea della \u201cvita buona\u201d, da cui il diritto-dovere per ciascuno di progettare la propria vita in vista di una civile felicit\u00e0. Ma da dove partire per conseguire un tale obiettivo se non dal lavoro inteso quale luogo di una buona esistenza? La fioritura umana \u2013 cio\u00e8 l\u2019eudainomia nel senso di Aristotele \u2013 non va cercata dopo il lavoro, come accadeva ieri, perch\u00e9 l\u2019essere umano incontra la sua umanit\u00e0 mentre lavora. Di qui l\u2019urgenza di iniziare ad elaborare il concetto di eudaimonia lavorativa che per un verso vada oltre l\u2019ipertrofia lavorativa tipica dei tempi nostri (il lavoro che riempie un vuoto antropologico crescente) e per l\u2019altro verso valga a declinare l\u2019idea di libert\u00e0 del lavoro (la libert\u00e0 di scegliere quelle attivit\u00e0 che sono in grado di arricchire la mente e il cuore di coloro che sono impegnati nel processo lavorativo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Chiaramente, l\u2019accoglimento del paradigma eudaimonico implica che i fini dell\u2019impresa \u2013 quali che ne sia la forma giuridica \u2013 sono irriducibili al solo profitto, pur non escludendolo. Implica dunque che possano nascere e svilupparsi imprese a vocazione civile in grado di superare la propria autoreferenzialit\u00e0, dilatando cos\u00ec lo spazio della possibilit\u00e0 effettiva di scelta lavorativa da parte delle persone. Non si dimentichi, infatti, che scegliere l\u2019opzione migliore tra quelle di un \u201ccattivo\u201d insieme di scelta non significa affatto che un individuo si merita ci\u00f2 che ha scelto. La libert\u00e0 di scelta fonda il consenso solamente se chi sceglie \u00e8 posto nella condizione di concorrere alla definizione dell\u2019insieme di scelta stesso. Aver dimenticato il fatto che non \u00e8 sostenibile una societ\u00e0 di umani in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sul principio dello scambio di equivalenti e, per l\u2019altro verso, ad agire su trasferimenti di tipo assistenzialistico di natura pubblica, ci d\u00e0 conto del perch\u00e9 sia cos\u00ec difficile passare dall\u2019idea del lavoro come attivit\u00e0 a quella del lavoro come opera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">4. Infine, di una terza separazione al fondo della crisi attuale mette conto dire. Si tratta di questo. Da sempre la teoria economica \u2013 specialmente quella della scuola di pensiero neo-austriaca \u2013 sostiene che il successo e il progresso di una societ\u00e0 dipendono crucialmente dalla sua capacit\u00e0 di mobilizzare e gestire la conoscenza che esiste, dispersa, tra tutti coloro che ne fanno parte. Infatti, il merito principale del mercato, inteso come istituzione socio-economica, \u00e8 proprio quello di fornire una soluzione ottimale al problema della conoscenza. Come gi\u00e0 F. von Hayek ebbe a chiarire nel suo celebre (e celebrato) saggio del 1937, al fine di incanalare in modo efficace la conoscenza locale, quella cio\u00e8 di cui sono portatori i cittadini di una societ\u00e0, \u00e8 necessario un meccanismo decentralizzato di coordinamento, e il sistema dei prezzi di cui il mercato basicamente consta \u00e8 esattamente quel che serve alla bisogna. Questo modo di vedere le cose, assai comune tra gli economisti, tende tuttavia ad oscurare un elemento di centrale rilevanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Invero, il funzionamento del meccanismo dei prezzi come strumento di coordinamento presuppone che i soggetti economici condividano e perci\u00f2 comprendano la \u201clingua\u201d del mercato. Valga un\u2019analogia. Pedoni e automobilisti si fermano di fronte al semaforo che segna il rosso perch\u00e9 condividono il medesimo significato della luce rossa. Se quest\u2019ultima evocasse, per alcuni, l\u2019adesione ad una particolare posizione politica e, per altri, un segnale di pericolo \u00e8 evidente che nessun coordinamento sarebbe possibile, con le conseguenze che \u00e8 facile immaginare. L\u2019esempio suggerisce che non uno, ma due, sono i tipi di conoscenza di cui il mercato ha bisogno per assolvere al compito principale di cui sopra si \u00e8 detto. Il primo tipo \u00e8 depositato in ciascun individuo ed \u00e8 quello che \u2013 come bene chiarito dallo stesso F. von Hayek \u2013 pu\u00f2 essere gestito dai normali meccanismi del mercato. Il secondo tipo di conoscenza, invece, \u00e8 quella che circola tra i vari gruppi di cui consta la societ\u00e0 ed ha a che vedere con la lingua comune che consente ad una pluralit\u00e0 di individui di condividere i significati delle categorie di discorso che vengono utilizzate e di intendersi reciprocamente quando vengono in contatto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 un fatto che in qualsiasi societ\u00e0 coesistono molti linguaggi diversi, e il linguaggio del mercato \u00e8 solamente uno di questi. Se questo fosse l\u2019unico, non ci sarebbero problemi: per mobilizzare in modo efficiente la conoscenza locale di tipo individuale basterebbero gli usuali strumenti dimercato. Ma cos\u00ec non \u00e8, per la semplice ragione che le societ\u00e0 contemporanee sono contesti multi-culturali nei quali la conoscenza di tipo individuale deve viaggiare attraverso confini linguistici ed \u00e8 questo che pone difficolt\u00e0 formidabili. Il pensiero neo-austriaco ha potuto prescindere da tale difficolt\u00e0 assumendo, implicitamente, che il problema della conoscenza di tipo comunitario di fatto non esistesse, ad esempio perch\u00e9 tutti i membri della societ\u00e0 condividono il medesimo sistema di valori e accettano gli stessi principi di organizzazione sociale. Ma quando cos\u00ec non \u00e8,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">come la realt\u00e0 ci obbliga a prendere atto, si ha che per governare una societ\u00e0 \u201cmulti-linguistica\u201d \u00e8 necessaria un\u2019altra istituzione, diversa dal mercato, che faccia emergere quella lingua di contatto capace di far dialogare i membri appartenenti a diverse comunit\u00e0 linguistiche. Ebbene, questa istituzione \u00e8 la democrazia deliberativa. Questo ci aiuta a comprendere perch\u00e8 il problema della gestione della conoscenza nelle nostre societ\u00e0 di oggi, e quindi in definitiva il problema dello sviluppo, postula che due istituzioni \u2013 la democrazia e il mercato \u2013 siano poste nella condizione di operare congiuntamente, fianco a fianco. Invece, la separazione tra mercato e democrazia che si \u00e8 andata consumando nel corso dell\u2019ultimo quarto di secolo sull\u2019onda dell\u2019esaltazione di un certo relativismo culturale e di una esasperata mentalit\u00e0 individualistica ha fatto credere \u2013 anche a studiosi avvertiti \u2013 che fosse possibile espandere l\u2019area del mercato senza preoccuparsi di fare i conti con l\u2019intensificazione della democrazia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Due le principali implicazioni che ne sono derivate. Primo, l\u2019idea perniciosa secondo cui il mercato sarebbe una zona moralmente neutra che non avrebbe bisogno di sottoporsi ad alcun giudizio etico perch\u00e9 gi\u00e0 conterrebbe nel proprio nucleo duro (hard core) quei principi morali che sono sufficienti alla sua legittimazione sociale. Al contrario, non essendo in grado di autofondarsi, il mercato per venire in esistenza presuppone che gi\u00e0 sia stata elaborata la \u201clingua di contatto\u201d. E tale considerazione basterebbe a sconfiggere da sola ogni pretesa di autoreferenzialit\u00e0. Secondo, se la democrazia, che \u00e8 un bene fragile, va soggetta a lento degrado, pu\u00f2 accadere che il mercato sia impedito di raccogliere e gestire in modo efficiente la conoscenza, e quindi pu\u00f2 accadere che la societ\u00e0 cessi di progredire, senza che ci\u00f2 avvenga per un qualche difetto dei meccanismi del mercato, bens\u00ec per un deficit di democrazia. Ebbene, la crisi economico-finanziaria in corso \u2013 una crisi di natura appunto entropica e non dialettica \u2013 \u00e8 la migliore e pi\u00f9 cocente conferma empirica di tale proposizione. Si pensi, per fare un solo esempio, alla prevalenza, nelle sfere sia economica sia politica, del corto termismo (short termism), dell\u2019idea cio\u00e8 secondo cui l\u2019orizzonte temporale delle decisioni ha da essere il breve periodo. La democrazia, invece, ha necessariamente di mira il lungo periodo. Se le preposizioni del mercato sono senza \u2013 contro \u2013 sopra (senza gli altri; contro gli altri; sopra gli altri), quelle della democrazia sono con-per-in (con gli altri; per gli altri; negli altri). In definitiva, abbiamo bisogno di ricongiungere mercato e democrazia per scongiurare il duplice pericolo dell\u2019individualismo e dello statalismo centralistico. Si ha individualismo quando ogni membro della societ\u00e0 vuol essere il tutto; si ha centralismo quando a voler essere il tutto \u00e8 un singolo componente. Nell\u2019un caso si esalta a tal punto la diversit\u00e0 da far morire l\u2019unit\u00e0 del consorzio umano; nell\u2019altro caso, per affermare l\u2019uniformit\u00e0 si sacrifica la diversit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi piace chiudere con un pensiero antico, e dunque attuale, di B. Pascal. Scrive il filosofo francese che vi sono tre ordini di cose: l\u2019ordine dei corpi cui corrisponde lo spirito di geometria (l\u2019esprit de geometrie); l\u2019ordine dei cuori cui corrisponde lo spirito di finezza (l\u2019esprit de finesse); l\u2019ordine delle carit\u00e0 cui corrisponde lo spirito di profezia. E se fosse che la povert\u00e0 di voci profetiche \u2013 e quindi di minoranze profetiche \u2013 che si nota in giro dipendesse dall\u2019affievolimento dell\u2019ordine della carit\u00e0?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(*) economista, \u00e8 stato Presidente dell&#8217;Agenzia per il terzo settore. Insegna Economia politica all&#8217;Universit\u00e0 di Bologna.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>dalla Newsletter n.30 anno 2 del 29 settembre 2009 1. Due sono i tipi di crisi che, grosso modo, \u00e8 possibile identificare nella storia delle nostre societ\u00e0: dialettica l\u2019una, entropica l\u2019altra. 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