{"id":1266,"date":"2015-09-29T14:00:53","date_gmt":"2015-09-29T12:00:53","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/formazione-la-bella-esclusa-dalle-politiche-del-lavoro\/"},"modified":"2015-09-29T14:00:53","modified_gmt":"2015-09-29T12:00:53","slug":"formazione-la-bella-esclusa-dalle-politiche-del-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/formazione-la-bella-esclusa-dalle-politiche-del-lavoro\/","title":{"rendered":"Formazione, la bella esclusa dalle politiche del lavoro"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Per scrivere ancora una volta, su invito dell\u2019amico Raffaele Morese, sulla formazione permanente devo vincere un senso di rassegnazione e di impotenza che deriva da anni di predicazione inutile, dalla partecipazione a centinaia di riunioni e di convegni che si concludevano con una straordinaria unita\u2019 nell\u2019individuarla come l\u2019anima delle politiche attive del lavoro, a cui non corrispondevano\u00a0 azioni conseguenti. E persino norme di legge, come quella della recentissima legge Fornero, rimaste inattuate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Elsa Fornero inseri\u2019 col concorso del Ministro Profumo, allora al Miur, due commi importanti nella legge che porta il suo nome. Non si arrivava fino ad affermare il diritto alla formazione come diritto della persona, ma si facevano decisi passi avanti nel considerare, in una prospettiva unitaria, la crescita culturale, civile, sociale e occupazionale che <strong>la formazione permanente<\/strong> deve proporsi, rompendo finalmente la separatezza della <strong>formazione continua <\/strong>professionalizzante dall\u2019<strong>educazione degli adulti,<\/strong> a fini culturali.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La persona \u00e8 unica e indivisibile, e la crescita professionale, culturale, sociale della persona va pensata in una prospettiva unitaria. E a questo fine si definivano le azioni integrate da mettere in atto da scuola, Universita\u2019, imprese, col concorso delle Regioni, per costruire in Italia un vero sistema di formazione permanente. Ovviamente, i commi della legge avrebbero preteso puntuali decreti attuativi. Ma mentre la riforma Fornero trov\u00f2 rapida attuazione nelle parti che permettevano ulteriore deregolazione del mercato del lavoro e risparmi, come gli interventi sul sistema pensionistico, rimase inattuata sul tema della formazione permanente, a dire il vero senza nessuna sollecitazione in proposito n\u00e9 delle forze sociali, n\u00e9 dei partiti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa volta parlare di formazione permanente nei provvedimenti del Governo Renzi\u00a0 e\u2019 meno imbarazzante, perch\u00e8 la formazione permanente semplicemente non c\u2019e\u2019, ne\u2019 nella legge sulla scuola, ne\u2019 nel jobs act. Eppure non sono nemmeno due anni che i dati dell\u2019OCSE, che censivano in 28 Paesi le competenze alfanumeriche degli adulti in eta\u2019 di lavoro, avevano diffuso una certa preoccupazione e sconcerto, che arriv\u00f2 per qualche giorno persino sui media.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Italia \u00e8 ultima e penultima sia per quel che riguarda le competenze linguistiche che quelle matematiche. Il 70% della popolazione italiana e\u2019 sotto il livello 3, che per l\u2019OCSE \u00e8 il livello minimo per vivere e lavorare dignitosamente nel mondo di oggi. Per quel che riguarda il rapporto formazione lavoro, il rapporto mette in rilievo come i giovani italiani, anche quelli pi\u00f9 istruiti, nell\u2019attesa del lavoro, e se svolgono lavori di precari e di bassa qualit\u00e0, invece di acquisire competenze addirittura ne perdono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La perdita di competenze nel lavoro \u00e8 strettamente correlata al basso numero delle imprese che fanno sistematicamente formazione \u2013 il 30% delle imprese contro il 60% della media europea &#8211; e alla bassa qualit\u00e0 dei lavori che vengono offerti ai giovani. L\u2019Italia ha, rispetto alla maggioranza degli altri Paesi dell\u2019OCSE, una percentuale di lavori ad alta e media qualificazione nettamente inferiore. \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La crisi ha aggravato questo problema. Il rapporto di monitoraggio del mercato del lavoro del 2014 prodotto dall\u2019ISFOL ci dice che il saldo negativo di posti di lavoro &#8211; 379000 posti perduti dal 2007 al 2012-\u00a0 \u00e8\u00a0 tutta da ricondurre alle professioni maggiormente qualificate che nel periodo si sono contratte di 1 milione e 393000 unit\u00e0. Al contrario i lavoratori occupati in professioni di profilo medio e basso sono aumentati rispettivamente di 645 mila e 369 mila unit\u00e0. Credo che questa sia la ragione fondamentale che fa si che il contratto di lavoro a tutele crescenti e la stessa decontribuzione abbiano inciso positivamente pi\u00f9 sul tasso di disoccupazione degli over 50 che sui giovani, mediamente pi\u00f9 scolarizzati.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La crisi ha aggravato i problemi strutturali dell\u2019Italia, che dipendono da un sistema di produzione di merci e servizi scarsamente capace di innovazione produttiva e di internalizzare\u00a0 sapere . E\u2019 vero che nella crisi il titolo di studio costituisce ancora un vantaggio relativo per trovare lavoro e per non rischiare di perderlo, ma questo significa solo che aumenta la percentuale di pi\u00f9 istruiti che fanno lavori a bassa qualificazione, togliendo tra l\u2019altro possibilit\u00e0 di lavoro ai meno scolarizzati. La retorica dominante continua a presentarci questa bassa qualit\u00e0 dell\u2019ingresso al lavoro come una fase transitoria della vita.\u00a0 Ma se la percentuale di lavori ad alta qualificazione che il nostro sistema produttivo \u00e8 in grado di offrire continua a diminuire l\u2019ingresso al lavoro povero e precario diventa una trappola da cui sar\u00e0 sempre pi\u00f9 difficile uscire. E la \u201ctrappola\u201d \u00e8 oggi la condizione di vita di tanti giovani istruiti del nostro Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0Per far fronte al problema, i ministri Giovannini e Carrozza nominarono una Commissione di esperti, presieduta da Tullio De Mauro, che sintetizz\u00f2 in un rapporto, fatto proprio dagli stessi Ministri, gli interventi necessari per superare quello che l\u2019OCSE stessa considera il maggior ostacolo all\u2019occupabilit\u00e0 delle persone\u00a0 nel nostro Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0In quel rapporto si individuano le azioni necessarie per costruire in Italia un sistema di formazione permanente, che richiedono un complesso integrato di interventi\u00a0 che riguardano politiche innovative della scuola, della formazione professionale, dell\u2019Universit\u00e0 e scelte coerenti\u00a0 delle imprese.\u00a0 Ma cambiato il Governo e cambiati i Ministri il rapporto \u00e8 rapidamente entrato nella clandestinit\u00e0. Infatti ne\u2019 nella sedicente \u201cBuona Scuola\u201d n\u00e9 nella misure sul mercato del lavoro del Governo Renzi\u00a0 si trovano tracce dei contenuti di quel rapporto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0C\u2019\u00e8 una incentivazione contributiva generalizzata per le nuove assunzioni senza alcun obbligo di formazione. Si rende addirittura possibile il demansionamento nei processi di ristrutturazione, in un Paese che, abbiamo visto, ha come uno dei suoi problemi principali il livello basso delle qualifiche e l\u2019over education di una parte consistente dei propri lavoratori.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0E con la legge finanziaria e la generalizzazione della decontribuzione c\u2019\u00e8 stato un brusco calo degli stessi contratti di apprendistato, che anche dopo i ritocchi in senso deregolatorio degli ultimi governi, mantenevano comunque un qualche obbligo formativo per le imprese nei confronti dei nuovi assunti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La decontribuzione, come del resto l\u2019intera logica del jobs act, continua una linea che sembra attribuire i problemi occupazionali dell\u2019Italia al costo del lavoro e alle rigidita\u2019 del suo mercato. Le evidenze vanno da tutt\u2019altra parte. Le differenze fra i diversi paesi dell\u2019Ocse rispetto alla creazione del lavoro sono molto pi\u00f9 facilmente spiegabili coi differenziali di investimento in ricerca, istruzione, innovazione, che con gli interventi sul mercato del lavoro. E soprattutto da questo dipendono i differenziali di produttivit\u00e0 dei sistemi Paese, che in Italia cala sia quando cresce, rendendo effimera la stessa crescita, che quando cala l\u2019occupazione. Il basso valore aggiunto delle nostre produzioni e dei nostri servizi corrisponde alla bassa qualita\u2019 e alla precarieta\u2019 dei lavori offerti e alla scarsa attenzione nel valorizzare e nel far crescere le competenze.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di formazione si parla solamente nel decreto istitutivo della nuova Agenzia del lavoro, collegato alle operazioni di inserimento o reinserimento lavorativo.\u00a0 Anni di esperienza sul campo dimostrano che quando la formazione appare nella vita delle persone solo nei momenti di crisi e difficolta\u2019 molto difficilmente raggiunge i suoi scopi. Se la formazione non e\u2019 vissuta dal lavoratore come un momento permanente della propria\u00a0 vita lavorativa, collegata alla sua crescita professionale e culturale, difficilmente e\u2019 in grado di aiutarlo nei momenti della perdita e della crisi.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Soprattutto poi, quando e\u2019 attivata in automatico, dopo una \u201cprofilazione\u201d sommaria on line, sulla base del quale viene conferito al disoccupato un assegno di ricollocazione da spendersi verso i servizi per l\u2019impiego o piu\u2019 probabilmente, visto che la riforma e\u2019 a costo zero e i servizi dell\u2019impiego pubblico sono assolutamente sottodimensionati, verso le agenzie\u00a0 di intermediazione private accreditate, che lo indirizzeranno verso un lavoro con le attivita\u2019 di formazione necessarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019 esperienza della Garanzia Giovani dovrebbe averci insegnato che gli unici risultati ottenuti, del resto molto limitati, da un metodo per molti versi simile a questo, hanno riguardato le figure professionali pi\u00f9 facilmente collocabili, e in genere collocate in maniera sotto dimensionata rispetto alla professionalit\u00e0 posseduta e al livello di istruzione, quelle\u00a0 comunque gi\u00e0 \u201cready to work\u201d, e che sono un buon affare per le agenzie, lasciando fuori le persone, giovani e anziane, pi\u00f9 difficili da collocare.\u00a0 Che hanno bisogno di interventi complessi e mirati al rafforzamento culturale e umano, di un rapporto diretto con un servizio capace di progettare percorsi e di intervenire sull\u2019indebolimento complessivo della persona in stato di disoccupazione. \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lavoro che da noi hanno provato a fare qualche volta i Comuni, come estensione dei propri servizi di welfare locale, e le Province. Molto possono fare anche la scuola e l\u2019Universit\u00e0 oltre alla Formazione professionalizzante.\u00a0 Ma per far questo ci vogliono servizi per l\u2019impiego, come in Germania, in Francia, nella stessa Inghilterra, radicati sul territorio, capaci di fare rete e di progettare percorsi che utilizzino l\u2019insieme delle opportunit\u00e0 formative presenti nel territorio. Da\u00a0 noi si accentra, mentre la tendenza delle altre\u00a0 nazioni europee va verso il decentramento. Anche con conseguenze paradossali rispetto alla coerenza delle stesse politiche attive del lavoro. Con il lavoro sempre pi\u00f9 di competenza nazionale e la formazione professionale lasciata alle Regioni !<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come \u00e8 noto il\u00a0 contratto a tutele crescenti nasce mettendo in mora l\u2019articolo 18 e la giusta causa nei licenziamenti. E\u2019 stato da pi\u00f9 parti dimostrato come i vantaggi derivanti dalla decontribuzione compenserebbero ampiamente l\u2019indennit\u00e0 economica che i datori di lavoro dovrebbero pagare se licenziassero i lavoratori dopo il primo triennio di contratto. Un pericolo reale. L\u2019obbligo alla formazione potrebbe in qualche modo attenuarlo.\u00a0 E pi\u00f9 difficile non stabilizzare un lavoratore su cui si \u00e8 investito in termini professionali. Ma una quota formativa dovrebbe essere a disposizione anche del lavoratore per poter investire su se stesso, vista la scarsa qualit\u00e0 del lavoro che \u00e8 chiamato a svolgere e l\u2019incertezza della sua vita lavorativa futura. Sarebbe auspicabile che le parti sociali recuperassero per via contrattuale il vuoto legislativo in proposito.\u00a0 Magari riattualizzando quella straordinaria esperienza contrattuale che furono le 150 ore per il diritto allo studio, conquistata nei gloriosi anni 70 e ancora presente nei contratti delle maggiori categorie. E finalizzando in questo senso lo 0,30 per la formazione che le imprese sono tenute ad accantonare dopo il patto sociale del 1998. Prima che vengano progressivamente svuotate dagli interventi del Governo o regolate centralisticamente dalla neonata Agenzia del lavoro. Ricordandosi\u00a0 che nel patto del 1998 era contenuto l\u2019impegno ad aumentare la contribuzione\u00a0 per la formazione allo 0,50, che \u00e8 comunque inferiore alla contribuzione per la formazione di quasi tutti i Paesi europei. E magari promuovendo in tutte le imprese che utilizzano i fondi bilaterali il delegato alla formazione, accanto al delegato alla sicurezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E credo che sarebbe davvero interessante se una parte fosse dedicata a sostenere, con la formazione necessaria, i diritti all\u2019informazione da parte dei lavoratori e dei sindacati sulle strategie industriali. Sarebbe davvero un bel segnale per l\u2019Italia e per la credibilit\u00e0 del sindacato e delle parti imprenditoriali se in questa stagione contrattuale prendesse corpo un sistema formativo finalizzato alla stabilit\u00e0 del lavoro e alla qualit\u00e0 dei prodotti e dei processi produttivi, alla crescita culturale e professionale delle persone, alla democrazia industriale. Che \u00e8 poi la mancanza pi\u00f9 grave del jobs act.\u00a0 E magari partendo da l\u00ec riaprire un confronto col Governo su cosa voglia dire fare politiche del lavoro che contrastino la finanziarizzazione dell\u2019economia e aprano la strada all\u2019economia e alla societ\u00e0 della conoscenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per scrivere ancora una volta, su invito dell\u2019amico Raffaele Morese, sulla formazione permanente devo vincere un senso di rassegnazione e di impotenza che deriva da anni di predicazione inutile, dalla partecipazione a centinaia di riunioni e di convegni che si concludevano con una straordinaria unita\u2019 nell\u2019individuarla come l\u2019anima delle politiche attive del lavoro, a cui [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":1265,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-1266","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-newsletter"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.2 - 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