{"id":17338,"date":"2022-10-11T08:38:26","date_gmt":"2022-10-11T06:38:26","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/?p=17338"},"modified":"2022-10-11T09:25:29","modified_gmt":"2022-10-11T07:25:29","slug":"il-labirinto-in-cui-e-finito-il-job-act","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/il-labirinto-in-cui-e-finito-il-job-act\/","title":{"rendered":"Il labirinto in cui \u00e8 finito il Job Act\u00a0"},"content":{"rendered":"\n<p>La sineddoche \u00e8 una figura retorica che serve a rendere vario il discorso cos\u00ec da farci comprendere pi\u00f9 cose come una sola come il tutto con una parte. Il riferimento a questa figura \u00e8 riemersa da un passato antico di studi, assistendo al dibattito elettorale (peraltro va segnalata la puntuale ricerca di ADAPT sul programma dei partiti) in materia di lavoro, sulla questione specifica del Jobs act, il pacchetto di norme (una legge di delega pi\u00f9 otto decreti delegati) che a cavallo tra il 2014 e il 2015 ha profondamente innovato il diritto del lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Il jobs act, fin dall\u2019inizio e in crescendo col passar del tempo, \u00e8 divenuto una sorta di codice genetico che divide la sinistra politica e sindacale; o meglio che chiama allo scoperto la compresenza, spesso sotto lo stesso tetto di ben due sinistre: quella riformista e quella reazionaria. La prima \u00e8 stata la protagonista, a livello culturale e politico, del Jobs act; la seconda lo ha giudicato un atto contro natura per una sinistra rispettabile. Che cosa c\u2019entra allora la sineddoche? Nel caso del jobs act funziona al contrario, nel senso che viene condannato il tutto per una parte: l\u2019intero pacchetto a causa del dlgs n.23\/2015 che \u2013 istituendo il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti \u2013 ha previsto per coloro a cui si applica, una diversa disciplina del licenziamento individuale illegittimo.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel corso della campagna elettorale, il jobs act (nella versione del tutto per una parte) \u00e8 stato rinnegato anche dalla sinistra riformista, prima che il gallo cantasse tre volte. La svolta \u00e8 stata repentina. Se osserviamo il programma elettorale del Pd possiamo notare che non vi sono sconfessioni del lavoro svolto negli ultimi anni, assai criticato dalle formazioni alla sua sinistra e anche da qualche esponente dem: \u201cSe molti giovani sono disoccupati \u00e8 anche perch\u00e9 oggi, in Italia, la transizione tra scuola e lavoro \u2013 \u00e8 scritto ancora nel programma \u2013 \u00e8 pi\u00f9 lunga che in tutti gli altri paesi europei. Ecco perch\u00e9, accanto a quanto fatto finora col Jobs act e con la Buonascuola, disegneremo anche in Italia, come gi\u00e0 esiste da tempo in Francia, Germania e nei paesi del Nord Europa, un canale formativo professionalizzante che si sviluppi, in maniera integrata con il nostro sistema d\u2019istruzione, a livello secondario e terziario\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, il fulmine a ciel sereno. Enrico Letta si \u00e8 presentato a Cernobbio per affermare che occorre \u00abSuperare il Jobs act sul modello di quanto fatto in Spagna contro il precariato\u00bb. Ma le quattro palate di terra definitive su quel pacchetto di altri tempi le ha messe a stretto giro di posta Andrea Orlando, ministro del Lavoro (in sonno), il quale ha dichiarato in una intervista che: \u201cIl Jobs act non \u00e8 stato solo l\u2019abolizione dell\u2019articolo 18, \u00e8 stata l\u2019ultima grande scommessa liberista sul mercato del lavoro di una serie che inizia negli anni Novanta, e a cui la sinistra ha partecipato\u201d.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 pi\u00f9 o meno l\u2019opinione di Maurizio Landini per il quale chi ha partorito il Jobs act non pu\u00f2 essere definito di sinistra, tanto che la Cgil nelle sue richieste al nuovo governo ne chiede l\u2019abolizione. Ovviamente \u2013 immaginiamo \u2013 si parla sempre del \u201ctutto per una parte\u201d ovvero del d.lgs. n. 23 del 2015, mentre non \u00e8 chiaro se nel mirino ci sia anche la legge n.92 del 2012 che ha \u201cnovellato\u201d l\u2019articolo 18 dello Statuto del 1970.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma al di l\u00e0 delle polemiche politiche e sindacali, fino ad ora clamorose ma impotenti, la nuova disciplina del licenziamento individuale \u00e8 gi\u00e0 stata&nbsp; bombardata quasi a tappeto dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimit\u00e0 (ci fermiamo a questi due livelli \u201ctombali\u201d per una norma di legge). La prima menomazione (sentenza n. 184\/2018) ha demolito la prevedibilit\u00e0 dei costi del licenziamento, nel contratto tutele crescenti, ragguagliato all\u2019anzianit\u00e0 di servizio (che poi, guarda caso, \u00e8 il criterio vigente nell\u2019ordinamento spagnolo). Fatta salva la soglia minima dei due anni, la dichiarazione di incostituzionalit\u00e0 ha riguardato il meccanismo di predeterminazione rigida dell\u2019indennit\u00e0 di importo di due mensilit\u00e0 per ogni anno di servizio, in quanto essa, come si esprime la Corte, non lascia alcuno spazio alla \u00abprudente discrezionalit\u00e0 valutativa del giudice\u00bb, che peraltro era proprio ci\u00f2 che intendeva innovare la legge.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019argomento principale utilizzato dalla Corte per censurare tale criterio di calcolo \u00e8 la sua contrariet\u00e0 ad un principio, a suo avviso ricavabile dalla Costituzione, secondo cui, affinch\u00e9 il risarcimento del danno sia adeguato, anche se non integrale, \u00e8 imprescindibile che il legislatore lasci sempre uno spazio di discrezionalit\u00e0 al giudice.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Poi con la sentenza n. 59 del 2021 la Corte ha sanzionato la norma&nbsp; della legge n. 92 nella parte in cui prevede che il giudice, una volta accertata la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, \u201cpu\u00f2 altres\u00ec applicare\u201d, invece che \u201capplica altres\u00ec\u201d la c.d. \u201ctutela reintegratoria attenuata\u201d (ossia la reintegrazione nel posto di lavoro oltre ad un\u2019indennit\u00e0 non superiore a 12 mensilit\u00e0, detratto l\u2019aliundeperceptum e l\u2019aliundepercipiendum).<\/p>\n\n\n\n<p>Sui medesimi aspetti la sentenza n. 125 del 2022 ha stabilito che il requisito del carattere \u2018manifesto\u2019 dell\u2019insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, richiesto per disporre la reintegra, \u00e8 indeterminato, prestandosi ad incertezze applicative e potendo condurre a soluzioni difformi, con conseguenti ingiustificate disparit\u00e0 di trattamento: di fatto, sostiene la sentenza, tale requisito demanda al giudice una valutazione sfornita di ogni criterio direttivo e, per di pi\u00f9, priva di un plausibile fondamento empirico. Come se nello stabilire l\u2019entit\u00e0 del risarcimento il giudice non dovesse affidarsi a criteri anch\u2019essi indeterminati.<\/p>\n\n\n\n<p>Sulla medesima problematica \u2013 sia pure in maniera indiretta a proposito della decorrenza della prescrizione dei crediti di lavoro \u2013 \u00e8 intervenuta di recente la Suprema Corte di Cassazione (SCC) con sentenza n. 26246, pubblicata il 6 settembre scorso sia pure in maniera indiretta a proposito della decorrenza della prescrizione dei crediti di lavoro.&nbsp; \u00c8 opportuno ricordare che una giurisprudenza costituzionale consolidata aveva di fatto introdotto la regola del differimento del decorso della prescrizione, facendola iniziare dal giorno della cessazione del rapporto di lavoro, nelle ipotesi in cui il rapporto non era assistito da c.d. stabilit\u00e0 reale in caso di licenziamento illegittimo.<\/p>\n\n\n\n<p>In sintesi, la discriminante verteva sul numero dei dipendenti. Per quelli alle dipendenze di aziende con oltre 15 dipendenti, dove un licenziamento giudicato illegittimo determinava la tutela reale con la reintegra nel posto di lavoro, la prescrizione decorreva, di mese in mese, durante lo svolgimento del rapporto stesso; mentre, per chi prestava attivit\u00e0 lavorativa presso datori che occupavano sino a 15 dipendenti, la prescrizione cominciava a decorrere dopo il licenziamento o le dimissioni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>I motivi di questa differenziazione erano evidenti e si basavano sul presupposto che i lavoratori delle piccole realt\u00e0 lavorative correvano il rischio di possibili ritorsioni (o anche di licenziamento) nel caso in cui avessero avanzato richieste di differenze retributive, per quanto legittime, nel corso del rapporto di lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei passaggi chiave della sentenza, la SCC sostiene quanto segue: \u201cNel solco dell\u2019indirizzo della giurisprudenza costituzionale, si \u00e8 posta anche questa Corte di legittimit\u00e0, che, con un noto arresto nella sua pi\u00f9 autorevole composizione, ha ben chiarito la distinzione del doppio regime di (decorrenza della) prescrizione, a seconda della stabilit\u00e0 o meno del rapporto di lavoro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Essa ha cos\u00ec enunciato il principio, poi costantemente seguito, di non decorrenza della prescrizione dei crediti di lavoro durante il rapporto di lavoro solo per quei rapporti non assistiti dalla garanzia della stabilit\u00e0: dovendosi ritenere stabile ogni rapporto che, indipendentemente dal carattere pubblico, subordini la legittimit\u00e0 e l\u2019efficacia della risoluzione alla sussistenza di circostanze obbiettive e predeterminate e, sul piano processuale, affidi al giudice il sindacato su tali circostanze e la possibilit\u00e0 di rimuovere gli effetti del licenziamento illegittimo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il che, se per la generalit\u00e0 dei casi coincide(va) attualmente con l\u2019ambito di operativit\u00e0 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (dati gli effetti attribuiti dall\u2019art. 18 all\u2019ordine di riassunzione, ben pi\u00f9 incisivi di quelli previsti dall\u2019art. 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604), pu\u00f2 anche realizzarsi ogni qual volta siano applicabili le norme del pubblico impiego o leggi speciali o specifiche pattuizioni che diano al prestatore d\u2019opera una tutela di pari intensit\u00e0\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Di seguito prosegue la sentenza della&nbsp; SCC: \u201cPertanto, dovendo ora tali regole essere conformate ad una disciplina dei rapporti di lavoro (instaurati con datori in possesso dei requisiti dimensionali prescritti dall\u2019art. 18, ottavo e nono comma l. 300\/1970, nel testo novellato dall\u2019art. 1, comma 42, lett. b) l. 92\/2012 e pure richiamato dall\u2019art. 1, terzo comma d.lgs. 23\/2015) pi\u00f9 flessibilmente modulata in ordine alle tutele previste, a seconda delle vari ipotesi di licenziamento (queste pure suscettibili di una diversa qualificazione, rispetto alla domanda, in sede giurisdizionale), il criterio di individuazione del dies a quo di decorrenza della prescrizione dei diritti del lavoratore deve soddisfare un\u2019esigenza di conoscibilit\u00e0 chiara, predeterminata e di semplice identificazione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 presuppone che, fin dall\u2019instaurazione del rapporto, ognuna delle parti sappia quali siano i diritti e soprattutto, per quanto qui rileva, quando e \u201cfino a quando\u201d possano essere esercitati: nel rispetto e nell\u2019interesse del lavoratore, destinatario della previsione in quanto soggetto titolare dei diritti; ma parimenti del datore di lavoro, che pure deve conoscere quali siano i tempi di possibili rivendicazioni dei propri dipendenti, per programmare una prudente, e soprattutto informata, organizzazione della propria attivit\u00e0 d\u2019impresa e della sua prevedibile capacit\u00e0 di sostenere il rischio di costi e di oneri, che quei tempi comportino.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>In realt\u00e0, \u2013 riconosce la sentenza \u2013 si tratta di interessi (sia pure espressione di posizioni soggettive diversamente collocate nell\u2019organizzazione dell\u2019impresa, rette da un rapporto di subordinazione e tuttavia non antagoniste) largamente convergenti, in una prospettiva pi\u00f9 ampia, che sempre andrebbe considerata nell\u2019interpretazione e nella prassi operativa: perch\u00e9 i rapporti di lavoro sono intimamente implicati nella vita dell\u2019impresa\u201d. A noi pare che questa proclamata convergenza di interessi richiederebbe facolt\u00e0 divinatorie del datore.<\/p>\n\n\n\n<p>Per farla breve il datore di lavoro che assume un dipendente con un contratto a tutele crescenti deve mettere in conto alcuni aspetti che, nel 2015, sembravano un retaggio del passato: il datore non ha pi\u00f9 la certezza dei costi del licenziamento; non pu\u00f2 pi\u00f9 contare in caso di insussistenza del motivo in un atteggiamento pi\u00f9 flessibile del giudice; deve aspettarsi, per tutto il tempo in cui scorre la prescrizione, che il dipendente, una volta risolto il rapporto di lavoro, lo chiami in causa per la mancata attribuzione di un inquadramento professionale superiore, magari risalente ad anni precedenti.<\/p>\n\n\n\n<p>A chi scrive tutto ci\u00f2 sembra fare parte di una finzione giuridica. Si direbbe del tutto teorico il presupposto in base al quale chi fosse protetto dal glorioso articolo 18 dello Statuto del 1970 si sentisse libero da ogni preoccupazione nel citare in giudizio il proprio datore di lavoro (l\u2019esito della controversia sarebbe stato comunque incerto e i rapporti non sarebbero migliorati in nessun modo tra le parti, per cui il dipendente avrebbe potuto solo lucrare sull\u2019extraliquidazione in vista di una transazione). Ad insistere su questa linea giurisprudenziale \u2013 a fronte delle norme novellate e di quelle di nuova introduzione \u2013 assume un preciso significato e manda un messaggio chiaro: la vera tutela contro il licenziamento illegittimo \u00e8 solo quella ad efficacia reale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La sineddoche \u00e8 una figura retorica che serve a rendere vario il discorso cos\u00ec da farci comprendere pi\u00f9 cose come una sola come il tutto con una parte. 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