{"id":1783,"date":"2016-06-28T10:31:39","date_gmt":"2016-06-28T08:31:39","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/governare-i-mercati-un-problema-di-democrazia\/"},"modified":"2016-06-28T10:31:39","modified_gmt":"2016-06-28T08:31:39","slug":"governare-i-mercati-un-problema-di-democrazia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/governare-i-mercati-un-problema-di-democrazia\/","title":{"rendered":"Governare i mercati, un problema di democrazia"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">I problemi tra Stati nazionali e mercati hanno incominciato ad emergere nel momento in cui la dimensione degli Stati nazionali e quella dei mercati hanno incominciato a divergere. Tre fattori si possono considerare all\u2019origine della configurazione globale dei mercati: lo sviluppo della tecnologia dell\u2019informazione, lo sviluppo delle reti di comunicazione e la riduzione dei tempi e dei costi di trasporto. Ma va precisato che queste sono soltanto condizioni che hanno reso \u201cpossibile\u201d la realizzazione di mercati globali; si tratta quindi di condizioni necessarie ma non sufficienti. Come ebbero a sottolineare Smith e Naim \u201cla globalizzazione non opera primariamente come inevitabile, quasi per natura o per evoluzione storica. Molte dinamiche della globalizzazione sono guidate da interessi potentemente motivati, di natura sia pubblica che privata\u201d. In realt\u00e0 il fattore determinante \u00e8 stata la decisione dei governi nazionali di abolire totalmente confini, regole e restrizioni ai movimenti di merci e capitali. I governi eventualmente esitanti in proposito sono stati incoraggiati con argomenti molto persuasivi ad opera del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e di altri organismi pi\u00f9 o meno formali di livello internazionale. Anche le grandi \u201ccorporations\u201d hanno utilizzato argomenti altrettanto e spesso molto pi\u00f9 persuasivi, come ci racconta J. Perkins nelle sue \u201cConfessioni di un sicario dell\u2019economia\u201d.<br \/>L\u2019irruzione dei paesi new comers nel commercio internazionale e in particolare il dilagare delle esportazioni cinesi hanno profondamente alterato la distribuzione internazionale del lavoro e le specializzazioni produttive fin\u2019allora vigenti. L\u2019abbondante afflusso nei paesi occidentali di \u201cmerci a buon mercato\u201d e la disponibilit\u00e0 di \u201clavoro a buon mercato\u201d in molti paesi \u201cin via di sviluppo\u201d hanno consentito possibilit\u00e0 di \u201csopravvivenza\u201d ai consumatori dei paesi occidentali i quali nello stesso tempo subivano l\u2019impoverimento generato dalla contrazione o delocalizzazione delle strutture produttive nazionali e dalla pressione verso il basso esercitata sui salari. I diffusi fenomeni di \u201csocial dumping\u201d, accompagnati da scellerate politiche nazionali, hanno aperto la strada all\u2019abbassamento dei labour standards e del welfare state nei paesi sviluppati, nell\u2019insensato tentativo di rispondere in questo modo alla \u201cconcorrenza sleale\u201d.<br \/>Sul piano dei movimenti di capitale, la rete globale di relazioni tra gli agenti economici operanti su scala globale ha assunto due caratteristiche peculiari: da un lato il volume delle transazioni finanziarie ha assunto dimensioni esorbitanti anche rispetto alle dimensioni dei bilanci dei singoli Stati nazionali; dall\u2019altro, mutati rapporti di forza tra gli operatori globali e asimmetrie informative (molti movimenti rimangono addirittura sconosciuti ai singoli Stati) hanno reso estremamente difficile e relativamente impotente una qualsiasi attivit\u00e0 regolatoria da parte degli Stati nazionali. E\u2019 chiaro che in queste condizioni tutta l\u2019attivit\u00e0 regolatoria, per essere efficace, dovrebbe spostarsi a livello internazionale, o globale.<br \/>Ma a questo proposito emergono due problemi di estrema rilevanza: il primo \u00e8 dato dalla stessa inefficienza e inefficacia degli organismi regolatori internazionali; il secondo \u00e8 dato dalla loro compatibilit\u00e0 con la sovranit\u00e0 dei singoli Stati nazionali. In realt\u00e0 si configura una sorta di dilemma, che appare con molta evidenza anche nel caso dell\u2019Unione Europea: se si mantiene la sovranit\u00e0 nazionale relativamente alla regolazione dei mercati finanziari, come pure in altri campi, l\u2019attivit\u00e0 regolatoria sar\u00e0 necessariamente poco efficace; se al contrario tutto il potere viene attribuito agli organi sovrastatali si pone un serio problema di democrazia, vista la natura e la composizione di tali organismi. <br \/>Eppure i mercati finanziari vanno regolamentati. Come \u00e8 ben noto, la moltiplicazione sregolata dei prodotti finanziari, la commistione tra attivit\u00e0 bancaria, assicurativa e d\u2019investimento mobiliare, l\u2019ambiguit\u00e0 relativa alle agenzie di rating, l\u2019enorme volume di transazioni OTC (in mercati non regolamentati) e la possibilit\u00e0 di vendite allo scoperto, l\u2019assenza di reali poteri di intervento della BCE sul mercato primario dei titoli del debito pubblico hanno formato un mix determinante per l\u2019instabilit\u00e0 sistemica, sia con riguardo alla prima che alla seconda delle ultime crisi. Ma, quand\u2019anche regolata, la crescente finanziarizzazione dell\u2019economia, (misurata dalla crescente quota del settore finanziario nel Pil, e accompagnata da una crescita della profittabilit\u00e0 del settore come pure da una crescente superiorit\u00e0 rispetto alle retribuzioni degli altri settori (pur tenendo conto della variabile istruzione), non rappresenta necessariamente un fattore positivo per la crescita del livello di attivit\u00e0 economica. Anzi, costituisce un elemento di freno anche a prescindere dal suo possibile ruolo di detonatore di crisi. <br \/>Infatti, le prospettive di rendimento degli investimenti speculativi in attivit\u00e0 finanziarie sono assai superiori a quelle attese dagli investimenti reali; pertanto le stesse imprese sono indotte a destinare quote crescenti dei profitti ai primi, sottraendole alla crescita della capacit\u00e0 produttiva e della domanda aggregata, e quindi alla crescita del livello di attivit\u00e0 economica senza rischio di inflazione. La concentrazione di ricchezza in questo settore contribuisce alla crescita della disuguaglianza nella distribuzione del reddito, da cui discendono effetti sfavorevoli sulla domanda aggregata e contemporaneamente possibilit\u00e0 di ulteriore espansione del settore finanziario. Questo assorbe crescenti risorse e genera rendimenti che restano in un circuito in larga misura separato dal settore reale. <br \/>Si pu\u00f2 dire che oggi le rendite finanziarie svolgono un ruolo paragonabile a quello svolto dalle rendite agrarie nel modello ricardiano. Di conseguenza, temi come la riduzione delle rendite finanziarie, la regolazione dei mercati finanziari, la separazione tra banche commerciali e banche d\u2019affari, come pure l\u2019adozione di misure di riduzione della disuguaglianza nella distribuzione del reddito e di conversione dell\u2019enorme massa di risparmi in investimenti reali e non di portafoglio (questo \u00e8 in effetti il principale problema strutturale che blocca oggi il sistema economico) dovrebbero essere all\u2019ordine del giorno delle autorit\u00e0 di politica economica.<br \/>Ma chi e dove sono queste autorit\u00e0 di politica economica? A livello nazionale esse hanno rinunciato alla loro autonomia e alla loro responsabilit\u00e0 mostrando di essere incapaci di controllare questo settore e rivelando anzi di subirne pi\u00f9 o meno consapevolmente l\u2019influenza, omettendo di svolgere il loro ruolo politico di guida e regolazione. Esse sono di fatto impigliate in una rete globalizzata che, in parte per le ragioni obiettive cui si \u00e8 accennato e in parte per ragioni di conformismo ideologico, le pone in condizioni di non poter esercitare quel ruolo di controllo e di guida che la loro stessa legittimazione democratica imporrebbe loro di svolgere. <br \/>\u00a0A livello sovrastatale, a condizione di avocare poteri precedentemente intitolati agli stati nazionali sarebbe tecnicamente possibile realizzare una governance capace di regolare appropriatamente il settore finanziario e in genere il mercato globalizzato e di attivare o favorire meccanismi di crescita; ma ci\u00f2 non succede. Non succede perch\u00e9 gli organismi internazionali o sono viziati dalle difficolt\u00e0 di trovare soluzione agli interessi conflittuali degli Stati nazionali, oppure, come nel caso del Fondo Monetario Internazionale, grazie al principio del voto pesato in base alle quote di partecipazione e alla composizione limitata ai ministri delle finanze e ai governatori delle banche centrali sono pesantemente condizionati proprio dall\u2019establishment finanziario.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00a0<br \/>Il ruolo preponderante degli interessi degli Stati Uniti e delle \u201cbig corporations\u201d sta anche guidando le trattative semisegrete per il Ttip. Se si scende a livello dell\u2019Unione Europea si trovano pi\u00f9 o meno gli stessi difetti di governance economica, con in pi\u00f9 l\u2019aggravante di uno strano ibrido: quello di non essere un vero Stato Federale n\u00e9 una semplice organizzazione di collaborazione intergovernativa. Essa incorpora degli aspetti (forse i peggiori) dell\u2019uno e dell\u2019altra. Le decisioni sono affidate a trattative tra i Capi di Stato e di Governo e molto spesso sono prese in incontri informali dove pesano maggiormente gli interessi degli Stati pi\u00f9 potenti, mentre l\u2019implementazione e le disposizioni applicative sono poi affidati all\u2019arbitrio di organismi tecnici dell\u2019Unione. E\u2019 chiaro nella definizione dei processi decisionali l\u2019obiettivo di ridurre il peso degli organi democratici dell\u2019Unione Europea. E cos\u00ec ci si trova davanti a parziali cessioni di sovranit\u00e0 nazionale effettuate a favore di organi comunitari che difettano di legittimazione democratica. Cessioni da considerarsi troppo estese se volte a favore di organismi privi di legittimazione democratica, ma che sarebbero troppo esigue se volte a favore di istituzioni europee dotate di rappresentanza democratica. Cos\u00ec le autorit\u00e0 nazionali hanno le mani legate circa le misure da adottare per fronteggiare le crisi.<br \/>Si potrebbe superare l\u2019impasse se l\u2019Unione si dotasse di organismi rappresentativi democratici provvisti di pieno potere decisionale come in uno stato federale. Ma questo \u00e8 un problema apertissimo: se la questione democratica fosse solo questione di tecniche elettorali sarebbe pi\u00f9 semplice; ma dare espressione sostanziale a una forma di governo democratico dell\u2019Unione \u00e8 problema molto pi\u00f9 complesso ed \u00e8 dubbio se esistano oggi le condizioni per risolverlo. Quindi restiamo nell\u2019ibrido, galleggiamo nella palude. Se non cambiano i governi nazionali che \u201ccontano\u201d non cambieranno n\u00e9 le politiche europee n\u00e9 gli assetti istituzionali.<br \/>Nelle decisioni di politica economica dell\u2019Unione entrano per\u00f2 altri due soggetti particolari: il Fondo Monetario Internazionale (di cui si \u00e8 detto) e il Governatore della Banca Centrale Europea. Questo ultimo, dentro i limiti definiti dallo Statuto, fa quel che pu\u00f2 per sopperire agli errori della gestione della politica economica dell\u2019Unione; ma non essendo dotato dei poteri di una vera Banca Centrale cerca con lo strumento del quantitative easing di raggiungere simultaneamente una pluralit\u00e0 di obiettivi: contenere gli spreads, favorire la crescita, alimentare un po\u2019 di inflazione, aiutare il consolidamento delle banche. <br \/>Se il meccanismo di trasmissione monetaria funzionasse perfettamente, forse qualcosa di tutto ci\u00f2 succederebbe, ma in presenza di trappola della liquidit\u00e0 e di aspettative negative degli imprenditori il meccanismo si inceppa. Pi\u00f9 moneta non crea prezzi pi\u00f9 alti, ma tassi di interesse minori, e pur tuttavia l\u2019economia ristagna. Draghi ha ragione nel dire che il \u201cquantitative easing\u201d non basta, come non basterebbe neanche la distribuzione di moneta dall\u2019elicottero, e che occorrono politiche per la crescita. Ma alle autorit\u00e0 nazionali di politica economica non sono lasciati adeguati margini per adottarle, mentre i \u201ccustodi\u201d dell\u2019Euro non le vogliono. E allora?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0(*) Professore di Economia politica e di Economia del lavoro\u00a0presso la\u00a0Facolt\u00e0 di Economia dell&#8217;Universit\u00e0 di Roma Tre.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I problemi tra Stati nazionali e mercati hanno incominciato ad emergere nel momento in cui la dimensione degli Stati nazionali e quella dei mercati hanno incominciato a divergere. 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