{"id":1812,"date":"2016-07-12T15:10:36","date_gmt":"2016-07-12T13:10:36","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/uno-scenario-da-caporetto-sul-fronte-del-contrasto-alla-corruzione\/"},"modified":"2016-07-12T15:10:36","modified_gmt":"2016-07-12T13:10:36","slug":"uno-scenario-da-caporetto-sul-fronte-del-contrasto-alla-corruzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/uno-scenario-da-caporetto-sul-fronte-del-contrasto-alla-corruzione\/","title":{"rendered":"Uno scenario da Caporetto nel contrasto alla corruzione"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Le parole di Piercamillo Davigo, appena eletto nuovo presidente dell\u2019Associazione nazionale magistrati, hanno scatenato un attacco forsennato da parte dei politici di governo (ma anche dell\u2019\u00abopposizione\u00bb berlusconiana e di destra). Eppure quel che Davigo ha detto era piuttosto ovvio, una constatazione lapalissiana per chiunque guardi con onest\u00e0 alla societ\u00e0 italiana. Un quarto di secolo dopo la stagione di Mani Pulite, come giudica la situazione della corruzione del sistema politico italiano?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Roberto Scarpinato<\/strong>: La dura realt\u00e0 dei fatti lascia poco spazio alle opinioni. Le analisi svolte dalla Commissione europea nel rapporto del 2014 al parlamento europeo sulla corruzione in Italia, quelle della Corte dei conti e di accreditati istituti internazionali, i dati che emergono dalla sequenza ininterrotta di processi da Bolzano a Palermo, convergono nel disegnare uno scenario da Caporetto nazionale sul fronte dell\u2019efficacia del contrasto alla corruzione. \u00c8 cresciuta pi\u00f9 di dieci volte rispetto ai primi anni Novanta, ha un costo pari al 4 per cento del pil nazionale, \u00e8 equivalente al 50 per cento dell\u2019intero fatturato della corruzione in Europa. Ha un incidenza pari a circa il 40 per cento del costo delle opere pubbliche, e in alcuni settori anche superiore. Ad esempio in Francia, Spagna, Giappone \u201cun chilometro di linea ferroviaria di alta velocit\u00e0 costa intorno ai 16 milioni di euro, in Italia dai 60 ai 74 milioni. Il dato quantitativo della corruzione seppure di per s\u00e9 rilevantissimo, \u00e8 tuttavia minusvalente se si esaminano le sue concrete ricadute macroeconomiche sullo Stato sociale nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. Nella Prima Repubblica il paese riusciva a metabolizzare il costo della corruzione perch\u00e9 lo Stato conservava la potest\u00e0 monetaria e la spesa pubblica era una risorsa potenzialmente illimitata. Le conseguenze della lievitazione della spesa pubblica ricadevano sui cittadini nella forma dell\u2019inflazione, ma i servizi venivano garantiti e tramite le svalutazioni competitive della lira si potevano ottenere effetti in parte compensatori. Nella Seconda Repubblica dopo l\u2019adesione all\u2019euro, lo Stato \u00e8 ormai privo della potest\u00e0 monetaria e valutaria ed esistono rigorosi tetti massimi alla spesa. I costi della corruzione dunque non potendo pi\u00f9 essere finanziati con l\u2019aumento della spesa, devono essere finanziati con i tagli ai servizi sociali. Invece di fare la spending review sulla corruzione e sull\u2019evasione fiscale che privano lo Stato di un totale annuo di circa centottanta miliardi di euro, si opera la spending review sulle spese dello Stato sociale. Cos\u00ec sessanta miliardi di corruzione \u201call\u2019anno equivalgono ad altrettanti tagli dei posti letto in ospedale, degli asili nido, dei trasporti pubblici e via elencando. Se si sommano i costi della corruzione accertati nei processi penali degli ultimi cinque anni, si arriva a cifre impressionanti equivalenti all\u2019importo di manovre finanziarie lacrime e sangue.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Le leggi (sia procedurali sia penali) che in questo quarto di secolo sono state introdotte, abrogate, modificate, hanno reso pi\u00f9 facile o pi\u00f9 difficile l\u2019azione di contrasto alla corruzione e ad altri delitti tipici della politica e dei colletti bianchi? Quali in particolare hanno avuto un effetto maggiormente negativo o perverso? E quali sono le omissioni di innovazioni che sono invece particolarmente necessarie?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Scarpinato<\/strong>: A far data da Tangentopoli degli anni Novanta, sono state approvate una serie di riforme del diritto penale e del codice di procedura penale che nel loro sommarsi nel tempo hanno ridotto ai minimi termini il rischio e il costo penale dei reati di corruzione, disattivando cos\u00ec in buona misura l\u2019efficacia dissuasiva del sistema penale. I colletti bianchi sono operatori razionali che effettuano una meditata valutazione dei costi\/benefici delle loro condotte. In atto i benefici sono superiori ai costi. Su un piatto della bilancia la possibilit\u00e0 di arricchirsi e di vivere di rendita per il resto della vita, sull\u2019altro un rischio molto contenuto. L\u2019omert\u00e0 collusiva che caratterizza il mondo della corruzione minimizza il rischio di essere scoperti. Se pure ci\u00f2 dovesse accadere, \u00e8 sempre possibile ottenere la prescrizione grazie al fatto che in Italia \u201cil termine di prescrizione non decorre dalla data di scoperta del reato, ma dal momento in cui \u00e8 stato commesso. Si pensi che tanti reati, quali ad esempio il traffico di influenza, la turbata libert\u00e0 degli incanti, l\u2019abuso di ufficio, la frode nelle pubbliche forniture e via elencando, si prescrivono in appena sette anni e mezzo dalla data dei fatti. Se si viene scoperti cinque anni dopo, ai magistrati restano appena due anni e mezzo \u201d \u201cper compiere le indagini, celebrare il primo, il secondo e il terzo grado di giudizio. Una mission impossibile. Nei rari casi nei quali si perviene a una condanna, il costo penale \u00e8 molto contenuto rispetto ai vantaggi, perch\u00e9 al di sotto dei quattro anni non si va in carcere, e il peggio che possa accadere \u00e8 una misura alternativa come, ad esempio, prestare assistenza agli anziani o mettere in ordine i libri di una pubblica biblioteca. Mi chiedo come sia possibile ritenere seriamente che dei colletti bianchi altamente scolarizzati, inseriti nei piani alti della piramide sociale, possano e debbano essere rieducati con gli stessi strumenti \u2013 il lavoro e l\u2019istruzione \u2013 concepiti per i condannati delle fasce popolari, emarginate e sottoculturate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Per screditare chi pretende legalit\u00e0 a tutti i livelli viene spesso usato in senso spregiativo il termine \u00abgiustizialismo\u00bb. Ma un coerente giustizialismo \u2013 ossia la pretesa che la legge sia eguale per tutti, valga sia sotto il profilo delle garanzie che della severit\u00e0 in modo identico per il pi\u00f9 umile dei cittadini come per il pi\u00f9 potente \u2013 non \u00e8 solo l\u2019altra faccia di un garantismo preso sul serio, anzich\u00e9 sventolato come foglia di fico per l\u2019impunit\u00e0 dei potenti?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Scarpinato<\/strong>: Se confrontiamo la composizione sociale della popolazione carceraria dall\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia ad oggi, possiamo verificare una costante. Oggi come ieri e l\u2019altro ieri in carcere a espiare la pena finiscono solo gli ultimi, i soliti \u00abbrutti sporchi e cattivi\u00bb ed esponenti dell\u2019ala militare delle mafie. I colletti bianchi sono un numero talmente esiguo da essere statisticamente irrilevante e assolutamente inferiore rispetto a quello di altri paesi europei. Se dunque il carcere \u00e8 la cartina di tornasole del reale funzionamento del sistema penale in un paese, dobbiamo prendere atto che il mutamento delle forme dello Stato dalla monarchia al fascismo alla repubblica, si \u00e8 rivelata sovrastrutturale e ininfluente rispetto alla sottostante dinamica della realt\u00e0 dei rapporti di forza e delle gerarchie sociali. Prima le classi dirigenti ottenevano l\u2019impunit\u00e0 grazie alla dipendenza istituzionale del pubblico ministero dal potere politico. Dopo che la magistratura si \u00e8 emancipata da questa subordinazione grazie al nuovo assetto costituzionale, il sistema, a seguito dello shock dei primi anni Novanta, ha prodotto una serie di riforme che, nella sostanza, hanno disegnato un diritto penale differenziato: iper-repressivo per i reati tipici della criminalit\u00e0 comune e inefficace per i colletti bianchi. La Corte costituzionale e la Corte di Giustizia europea sono dovute intervenire ripetutamente per riparare talune di tali storture che mentre tenevano sostanzialmente indenni i colletti bianchi, per altro verso hanno contribuito a stipare in carceri sovraffollate migliaia di criminali da strada, piccoli \u201cspacciatori, immigrati. Nel corso di un\u2019audizione del ministro della Giustizia alla Camera dei deputati del 13 ottobre 2013 emerse che su un numero complessivo di 24.744 persone detenute in regime di custodia cautelare, quelle per reati di corruzione ammontavano a sole 31 unit\u00e0. Se dunque di giustizialismo dobbiamo parlare in senso negativo, dobbiamo riferirci a un giustizialismo selettivo verso il basso come risultato finale di un sistema sbilanciato nei termini sopra accennati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Nei mass media con sempre maggiore insistenza si continua ad accreditare la tesi di uno \u00abscontro\u00bb, addirittura di una \u00abguerra\u00bb fra politica e magistratura. Ma quali sarebbero gli atti di \u00abguerra\u00bb compiuti dai magistrati? Ovviamente ci possono essere divergenze nel formulare le imputazioni, differenze di valutazione dello stesso materiale probatorio in sede di prima sentenza o di appello, ma la media di assoluzioni per i reati che implicano i politici \u00e8 davvero cos\u00ec abissalmente diversa che per i casi di giustizia \u00abcomune\u00bb? Le statistiche dicono piuttosto il contrario. Cosa ritiene significhi l\u2019insistenza mediatica (e dei politici) sulla \u00abguerra\u00bb cui bisognerebbe porre fine?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Scarpinato<\/strong>: Quella del conflitto o della guerra tra magistratura e potere politico \u00e8, a mio parere, un vero e proprio depistaggio culturale e una falsificazione storica volta a mettere in cattiva luce agli occhi della pubblica opinione la magistratura che indaga e processa esponenti di vertice dell\u2019establishment. Io \u2013 e credo di poter parlare per ogni magistrato \u2013 non sono mai stato in conflitto con nessuno nel mio lavoro. Non sono in conflitto con il ladro di autovetture che processo, con il mafioso che arresto, con l\u2019esponente politico che indago. In tutti questi casi mi limito ad accertare se esiste o meno una responsabilit\u00e0 penale. Solo che nei primi due casi a nessuno viene in mente di sostenere che esiste una guerra tra magistratura e ladri di macchine o mafiosi, mentre nell\u2019ultimo non vi \u00e8 quasi vicenda che non venga presentata come ennesimo episodio di un\u2019asserita guerra tra magistratura e politica. Non \u00e8 un caso che tale campagna di delegittimazione sia iniziata quando, a seguito dell\u2019entrata in vigore della Costituzione del 1948 che ha emancipato la magistratura dalla dipendenza istituzionale dal potere politico \u201c, il controllo di legalit\u00e0 \u00e8 stato progressivamente esteso anche ai piani alti della piramide sociale, prima in larga misura immuni. \u00c8 stato un continuo crescendo. Negli anni Settanta inizia la campagna contro i magistrati che portano alla luce lo scandalo dei petroli. Poi nel 1981 Craxi punta il dito contro i magistrati di Milano che avevano arrestato il banchiere Roberto Calvi, piduista e finanziatore occulto del Psi. A Palermo Falcone e i magistrati del pool antimafia a seguito dell\u2019arresto dei potentissimi cugini Nino e Ignazio Salvo, terminali del potere andreottiano in Sicilia, vengono travolti da una campagna mediatica che li accusa di essere politicizzati e di essere pilotati dal Pci. Dopo il crollo della Prima Repubblica, la magistratura \u00e8 stata di volta in volta accusata di essere politicizzata a sinistra se processava esponenti del centro-destra, di essere politicizzata a destra se processava uomini del centro-sinistra, di perseguire autonomi disegni di egemonia politica quando si \u00e8 dovuto prendere atto che la corruzione era trasversale a tutti gli schieramenti politici. Contemporaneamente si continua a derubricare la questione criminale dei colletti bianchi a questione morale, accreditando l\u2019idea che i magistrati siano animati da una sorta di furore giustizialista che li \u201cporta a sovrapporre il giudizio morale a quello penale. Se assumiamo un punto divista storico e guardiamo a posteriori le vicende del passato alle quali ho fatto cenno, possiamo misurare il carattere mistificatorio del paradigma del conflitto magistratura-potere politico continuamente riproposto come chiave di lettura del fenomeno del \u201ccontrasto alla corruzione. I dati statistici di lungo periodo dimostrano che le percentuali di condanne e di assoluzione in questo settore sono perfettamente allineate a quelle generali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tanto le polemiche quanto le iniziative governative (almeno nelle dichiarazioni di intenti) si concentrano oggi su due temi, l\u2019istituto della prescrizione e la normativa sulle intercettazioni. Cosa ritiene giustifichi moralmente, e quindi poi giuridicamente, l\u2019istituto della prescrizione, che in concreto significa la vanificazione e nientificazione di un reato con il passare del tempo? Oltre il caso di un reo divenuto ormai \u00abun\u2019altra persona\u00bb (il che pu\u00f2 accadere per reati commessi in giovane et\u00e0 e scoperti decine di anni pi\u00f9 tardi), quando ritiene giustificato tale istituto? E perch\u00e9 non viene meno con il rinvio a giudizio, come in moltissimi ordinamenti occidentali? Sbagliano questi ultimi o \u00e8 sbagliato quello italiano? Allinearci su questo pi\u00f9 frequente standard occidentale non incentiverebbe oltretutto una minore lunghezza dei processi?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Scarpinato<\/strong>: La prescrizione stabilisce il sopravvenuto disinteresse dello Stato a perseguire i reati dopo un certo numero di anni. In alcuni paesi si distingue tra prescrizione del reato e prescrizione dell\u2019azione penale. Nel primo caso, il reato si estingue per sopravvenuto disinteresse dello Stato se entro un certo numero di anni il reato non viene scoperto. Questo periodo temporale \u00e8 variamente commisurato a secondo della rilevanza sociale dei reati e delle politiche criminali adottate dagli Stati \u201cnel tempo. Alcuni reati particolarmente gravi sono ritenuti imprescrittibili nonostante il decorso del tempo. Diverso \u00e8 l\u2019istituto della prescrizione dell\u2019azione penale che risponde a un\u2019altra logica istituzionale. Se il reato viene scoperto prima che sia decorso il termine previsto per la sua estinzione (cinque, dieci, venti o pi\u00f9 anni), si azzera il contatore perch\u00e9 lo Stato esercitando l\u2019azione penale ha manifestato il proprio interesse ad accertare il fatto e a pervenire a una sentenza. A questo punto le soluzioni si biforcano. Si pu\u00f2 stabilire che iniziata l\u2019azione penale il reato non si prescrive pi\u00f9, oppure che si prescrive se lo Stato non riesce a concludere il processo entro un tempo ragionevole per evitare di tenere l\u2019imputato sotto una spada di Damocle indefinita. Ci\u00f2 premesso da un punto di vista teorico, nel diritto italiano si opera un\u2019indebita sovrapposizione tra prescrizione del reato e prescrizione dell\u2019azione penale, pervenendo cos\u00ec a esiti irragionevoli. Infatti il termine di prescrizione \u00e8 unico sia per il reato sia per l\u2019azione penale e decorre dalla data di consumazione del reato, senza mai fermarsi per tutta la durata del processo anche dopo che lo Stato ha esercitato l\u2019azione penale manifestando cos\u00ec irrevocabilmente l\u2019interesse pubblico all\u2019accertamento processuale dei \u201cfatti. A causa di questa ibridazione tra prescrizione del reato e dell\u2019azione penale, si viene a determinare una doppia patologia. In primo luogo gli imputati che sanno di essere colpevoli pongono in essere tutte le possibili tecniche dilatorie per allungare i termini del processo e pervenire alla prescrizione. Da qui deriva il fallimento dei riti alternativi come il patteggiamento che avrebbero dovuto deflazionare il numero dei dibattimenti penali, nonch\u00e9 l\u2019allungamento dei tempi di definizione dei processi e l\u2019ingolfamento delle aule di giustizia a causa di un\u2019enorme quantit\u00e0 di appelli e di ricorsi in Cassazione presentati solo a fini dilatori. Basti considerare che in Francia vengono presentati appelli nel 40 per cento dei casi. In Italia quasi nel 100 per cento. Da una ricerca statistica che effettuai alcuni anni orsono per la regione Sicilia, accertai che il 93 per cento degli appelli erano presentati da imputati e solo il 7 per cento dai pubblici ministeri. La seconda patologia conseguente a tale peculiare regime normativo italiano \u00e8 che, stante l\u2019obbligatoriet\u00e0 dell\u2019azione penale, il pubblico ministero deve iniziare l\u2019azione penale e percorrere i gradi del giudizio anche se \u00e8 matematico che non si potr\u00e0 pervenire in tempo a una sentenza definitiva, con \u201cenorme spreco di risorse. La soluzione prevista nel progetto di legge in discussione di sospendere per due anni il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado e per un anno dopo quella di secondo grado, \u00e8 un palliativo inefficace perch\u00e9 l\u2019esperienza dimostra che la maggior parte delle prescrizioni si verifica prima della sentenza di primo grado, appunto perch\u00e9 i reati vengono scoperti qualche anno dopo la loro commissione e, quindi, si prescrivono nell\u2019arco di pochi anni. Inoltre i tempi di gestione del processo accusatorio italiano sono spesso incomprimibili perch\u00e9 occorre sentire in dibattimento decine e decine di testimoni. Ed ancora a causa dei gravissimi vuoti nell\u2019organico del personale amministrativo, che in questi anni \u00e8 stato falcidiato, e dei vuoti nell\u2019organico della magistratura, i tempi della macchina giudiziaria sono molto rallentati, e ci\u00f2 nonostante sia stato riconosciuto dall\u2019Unione europea che i magistrati italiani sono i pi\u00f9 produttivi dell\u2019area euro. La conseguenza di quanto sopra \u00e8 che, come ha rilevato la Commissione europea, la percentuale annua di procedimenti penali estinti per prescrizione in Italia si aggira tra il 10 e il 12 per cento a fronte di una media europea che va dallo 0,1 al 2 per cento. Quindi \u201c, a mio parere, non vi \u00e8 che una soluzione: stabilire che dopo l\u2019esercizio dell\u2019azione penale il termine di prescrizione cessa di decorrere. Si otterrebbe in tal modo un immediato deflaziona\u201cmento del carico penale perch\u00e9 verrebbe meno di colpo l\u2019interesse a dilazionare artificialmente i tempi del processo e si otterrebbe un recupero di risorse perch\u00e9 non sarebbe pi\u00f9 necessario sprecare tempo e personale per svolgere indagini e celebrare processi per reati destinati alla prescrizione. Si restituirebbe efficacia dissuasiva al sistema penale riaffermando il principio di responsabilit\u00e0 personale e la credibilit\u00e0 dello Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi chiedo infine per tornare al tema specifico della corruzione, come sia possibile alle maggioranze politiche per un verso imporre al popolo gravi sacrifici economici asserendo che mancano le risorse e per altro verso, contemporaneamente e contraddittoriamente, mantenere in vita l\u2019attuale regime della prescrizione in base al quale lo Stato rinuncia dopo una manciata di anni a perseguire tanti reati di corruzione, rinunciando cos\u00ec a contrastare efficacemente il suo dilagare e alle risorse economiche che potrebbero consentire di evitare quei sacrifici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Sulle intercettazioni, per restringerne la pubblicazione e\/o l\u2019uso, il governo ha manifestato con insistenza l\u2019intenzione di far votare una legge delega, strumento che permette maggiore arbitrio nella definizione successiva dei contenuti. Essi comunque dall\u2019insieme delle dichiarazioni sembrano riproporre misure avanzate dai governi di Berlusconi, che non furono realizzate solo per la mobilitazione di associazioni dei cittadini e le proteste dei massmedia. Ritiene che tale mobilitazione sia auspicabile a fronte dell\u2019iniziativa del governo? Davvero l\u2019attuale disciplina minaccia il diritto dei cittadini a non vedere esposto il proprio privato? La privacy della personalit\u00e0 pubblica deve avere lo stesso perimetro di quella del cittadino comune o \u00e8 diritto dell\u2019elettore avere maggiori informazioni su chi deve eleggere? Ed entro quali limiti? Il diritto della difesa pu\u00f2 essere limitato impedendole di fatto l\u2019accesso a informazioni che potrebbe ritenere rilevanti?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Scarpinato<\/strong>: Nella disciplina delle intercettazioni occorre operare un delicato bilanciamento tra diversi valori di rango costituzionale: l\u2019interesse pubblico all\u2019accertamento dei reati e quello della vittime a una risposta di giustizia, il diritto alla difesa degli imputati, il diritto alla privacy, il diritto di informazione sui fatti di rilevanza pubblica. Sono d\u2019accordo con chi ritiene che l\u2019attuale disciplina sia in grado di contemperare tutti questi \u201cvalori, se correttamente attuata. Il codice di procedura penale limita l\u2019utilizzazione delle intercettazioni solo ai reati pi\u00f9 gravi e con l\u2019articolo 268 attribuisce al giudice terzo il potere di disporre l\u2019acquisizione al processo delle conversazioni indicate dalle parti che \u00abnon appaiono manifestamente irrilevanti\u00bb a seguito di un contraddittorio tra le parti e dopo che alla difesa \u00e8 stata data la possibilit\u00e0 di acquisire piena cognizione di tutte le conversazioni intercettate. Il codice dunque esclude solo le conversazioni irrilevanti per il processo \u00abin modo manifesto\u00bb, perch\u00e9 vertono su fatti privi di qualsiasi \u201cconnessione con i temi di prova. La legge sulla privacy sanziona poi penalmente la pubblicazione di fatti e notizie aventi natura personale privi di interesse pubblico. Dunque l\u2019ordinamento opera una doppia selezione escludendo la pubblica conoscibilit\u00e0 di conversazioni che siano nel contempo manifestamente irrilevanti penalmente e prive di interesse pubblico. Si tratta di un\u2019ampia sfera che comprende fatti di natura esclusivamente privata e personale. La valutazione dell\u2019interesse pubblico previsto dalla legge sulla privacy deve essere a mio parere effettuata con rigore, perch\u00e9 ove si pubblichino conversazioni prive di tale interesse, si determina un\u2019ingiustificata lesione del diritto costituzionale dei cittadini a non vedere esposto il proprio privato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 premesso bisogna avere chiaro che l\u2019area della rilevanza dell\u2019interesse pubblico \u00e8 pi\u00f9 ampia di quella della rilevanza penale. Esiste infatti un\u2019articolata tipologia di fatti e notizie accertati a seguito delle intercettazioni che, pur non essendo rilevanti per l\u2019accertamento degli specifici fatti reato contestati, hanno tuttavia un grande rilievo sotto il profilo istituzionale, e come tali rientrano nella sfera dell\u2019interesse pubblico. Mi limito ad alcuni esempi. \u00c8 accaduto che, nel corso di intercettazioni concernenti reati tipici di mafia, si \u00e8 venuti a conoscenza di un flusso di notizie che pur non essendo rilevanti \u201cpenalmente, erano tuttavia rilevanti per addivenire al commissariamento di amministrazioni locali perch\u00e9 condizionate dalla mafia oppure per interdittive antimafia da parte dei prefetti. Se si dovesse pervenire alla soluzione estrema per cui tutto ci\u00f2 che non \u00e8 penalmente rilevante deve essere censurato, si potrebbe compromettere l\u2019efficacia della risposta statale che si articola contemporaneamente su diversi piani istituzionali e non solo su quello penale. In altre indagini pu\u00f2 accadere che venga ad esempio casualmente intercettato un magistrato il quale chiede denaro in prestito a persona che sa essere mafioso, o a un esponente delle forze di polizia che chiede raccomandazioni per progredire in carriera a soggetti che sa appartenere a settori deviati della massoneria. Nell\u2019uno e nell\u2019altro caso non si configurano reati, ma certo sia il magistrato sia l\u2019esponente delle forze di polizia sono suscettibili di procedimenti disciplinari e, comunque, vi \u00e8 l\u2019interesse istituzionale a mettere al corrente di tali condotte gli organi superiori. E ancora si pensi ai comportamenti di uomini politici che pur non integrando specifici reati, attestano contiguit\u00e0 collusive con ambienti criminali, atteggiamenti di disprezzo nei confronti delle istituzioni e via elencando.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019attuale progetto di riforma all\u2019esame del parlamento non solo non affronta questi e altri nodi\u201c, ma sconta il grave limite di risolversi in una sorta di delega in bianco al governo per regolamentare tale delicata materia. Poich\u00e9 le forze politiche non sono riuscite a trovare un accordo su punti qualificanti, si \u00e8 tentato di superare l\u2019empasse delegando la soluzione al governo con una formulazione cos\u00ec generica che nessuno \u00e8 in grado di prevedere in anticipo quale potrebbe essere la soluzione finale adottata. L\u2019iter decisionale e definitorio invece di avvenire alla luce del sole in un pubblico confronto in parlamento rischia cos\u00ec di inabissarsi nel segreto delle commissioni tecniche di nomina ministeriale, sottraendosi a un confronto democratico. Stante l\u2019estrema rilevanza degli interessi in gioco, \u00e8 a mio parere necessario che il tema della riforma delle intercettazioni venga stralciato della legge delega per essere restituito alla gestione legislativa parlamentare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0(*) Procuratore generale della Corte d\u2019Appello di Palermo<\/span>, intervista tratta da Micromega n.4\/2016<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le parole di Piercamillo Davigo, appena eletto nuovo presidente dell\u2019Associazione nazionale magistrati, hanno scatenato un attacco forsennato da parte dei politici di governo (ma anche dell\u2019\u00abopposizione\u00bb berlusconiana e di destra). Eppure quel che Davigo ha detto era piuttosto ovvio, una constatazione lapalissiana per chiunque guardi con onest\u00e0 alla societ\u00e0 italiana. 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