{"id":1906,"date":"2016-10-24T15:35:43","date_gmt":"2016-10-24T13:35:43","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/italia-2050-ecco-come-abbiamo-sconfitto-la-denatalita\/"},"modified":"2016-10-24T15:35:43","modified_gmt":"2016-10-24T13:35:43","slug":"italia-2050-ecco-come-abbiamo-sconfitto-la-denatalita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/italia-2050-ecco-come-abbiamo-sconfitto-la-denatalita\/","title":{"rendered":"ITALIA 2050: ecco come abbiamo sconfitto la denatalit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Un articolo scritto tra trentacinque anni spiega come l\u2019Italia sia riuscita a tornare un Paese che fa figli e come questo l\u2019abbia aiutata a far ripartire l\u2019economia. Il segreto? Non l\u2019immigrazione, n\u00e9 (solamente) soldi e servizi. \u00c8 bastato scommettere su giovani e donne di Francesco Cancellato.<\/p>\n<p>\u00a0\u201c2,1 figli per coppia: la popolazione italiana ha ricominciato a crescere\u201d. Cos\u00ec, l\u2019Istat, in un comunicato stampa di ieri, 26 febbraio 2051, ha annunciato che lo scorso anno, dopo una rincorsa lunga venticinque anni, l\u2019Italia ha finalmente raggiunto la fatidica soglia di sostituzione. Non \u00e8 un numero qualunque: questa cifra, infatti, rappresenta il tasso di natalit\u00e0 che consente alla popolazione di un Paese di \u201csostituirsi\u201d. In altre parole, ogni persona ne mette al mondo un\u2019altra.<\/p>\n<p>Un comunicato del Governo parla di risultato storico e, per una volta, la retorica non \u00e8 fuori luogo. Per comprenderlo, basta osservare i dati di qualche anno fa. Pi\u00f9 precisamente, nel 2016. Anno in cui si preconizzava che gli ultranovantacinquenni sarebbero decuplicati nel giro di cinquant\u2019anni, che la popolazione straniera sarebbe passata dal 10% al 20% del totale, che gli ultraottantenni sarebbero stati, nel giro di un decennio, meno delle persone sotto i dieci anni di et\u00e0.<\/p>\n<p>Ne avevano ben donde, a preoccuparsi, i nostri genitori. Nel 2015 si contavano 488mila nascite, record negativo dall\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia. In quegli anni, i bambini italiani erano circa 3,3 milioni, due milioni in meno rispetto al 1971. Allo stesso modo, gli anziani con pi\u00f9 di 65 anni erano 12 milioni, circa il doppio rispetto a quarant\u2019anni prima. Una tendenza, questa, che nella grande crisi economica si era ulteriormente acuita: il tasso di natalit\u00e0 era infatti sceso del 7,4% tra il 2008 e il 2012 e del 4,3% nel 2013. Non bastasse, in dieci anni &#8211; fra il 2001 e il 2011 &#8211; la classe d\u2019et\u00e0 dei 25-29enni si era ridotta di 30mila unit\u00e0 figlia di un processo di emigrazione di massa verso paesi con maggiori e migliori opportunit\u00e0 di lavoro.<\/p>\n<p>Persino gli stranieri, una volta in Italia, smettevano di fare figli: nel 2008 la media di figli per donna era pari a 2,65, nel 2014 \u00e8 scesa a 1,97. \u00abSe i flussi immigratori non superano determinate soglie dimensionali &#8211; spiegava una mozione di Area Popolare in discussione a Montecitorio nel febbraio del 2016 &#8211; anche gli immigrati rapidamente invertono la tendenza: in Italia la popolazione immigrata \u00e8 passata da livelli di fecondit\u00e0 largamente superiori alla soglia di ricambio generazionale, a livelli che ne permettono appena il ricambio e tendono ad abbassarsi ulteriormente\u00bb.<\/p>\n<p>Risultato? I conti pubblici erano diventati una bomba a orologeria. In quegli anni, Il 27,9% della spesa nazionale (pari al 14,1% del Pil, a 221 miliardi di euro e a 3.719 euro a testa) finiva per pagare le pensioni di anzianit\u00e0. Cifra che, aumentando gli anziani e diminuendo la forza lavoro, sarebbe stata destinata fisiologicamente ad aumentare. Non solo: in un circolo vizioso destinato ad autoalimentarsi, la domanda interna si contraeva di mese in mese. Il motivo? Una popolazione giovane e un buon numero di figli sono uno stimolo ai consumi. Se diminuiscono i giovani, diminuisce una fascia di persone che ha una vita intera di bisogni e di desideri da realizzare, dall\u2019acquisto di una casa a quello di un\u2019automobile. Per far sopravvivere l\u2019economia, in un simile contesto, l\u2019unica strada \u00e8 esportare, esportare, esportare. E per farlo, occorre guadagnare produttivit\u00e0, tagliando il costo del lavoro e il potere d\u2019acquisto. Cosa che, a sua volta, spinge le persone a fare meno figli. Secondo Amlan Roy, responsabile delle ricerche demografiche per il Credit Suisse, \u00abl\u2019invecchiamento demografico rallenta il prodotto interno lordo, gonfia il debito pubblico, fa calare gli investimenti e indebolisce l\u2019efficacia delle politiche monetarie delle banche centrali\u00bb<\/p>\n<p>Per fortuna, abbiamo cambiato strada: \u201cIl primo passo \u00e8 stato essere consapevoli che non tutto era perduto\u201d spiega a Linkiesta Alessandro Rosina, oggi decano dei demografi italiani, \u201c nonostante il numero di figli generati fosse sceso su livello molto bassi, circa 1,4 per coppia, il valore dato alla famiglia continuava ad essere alto e la preferenza era quella di avere almeno due figli. 2,19, per la precisione. Questo era vero anche per le nuove generazioni e le giovani coppie. Il che significa che, dal punto di vista demografico, davamo molto meno di quanto avremmo potuto, avremmo voluto e sarebbe stato utile per una crescita pi\u00f9 equilibrata. C\u2019erano quindi margini notevoli per migliorare con le politiche giuste\u201d.<\/p>\n<p>Gi\u00e0, le politiche giuste. Il dibattito, in questo senso, \u00e8 stato molto acceso. C\u2019era chi sosteneva che la strada fosse quella di dare pi\u00f9 servizi alle giovani coppie. Asili nido, in particolare. Una misura che sembra ovvia a molti, ma che tuttavia alcuni ritenevano fosse sbagliata: se i servizi fossero la chiave per fare figli, osservava ad esempio lo statistico Roberto Volpi sul settimanale Tempi, \u201cla Germania, il Paese con la pi\u00f9 bassa natalit\u00e0 al mondo, avrebbe dovuto essere la nazione con i pi\u00f9 alti tassi di natalit\u00e0 e fecondit\u00e0\u201d. Non pago, ricordava il caso dell\u2019Emilia-Romagna degli anni Settanta-Ottanta: \u201cfino alla met\u00e0 degli anni Novanta &#8211; raccontava &#8211; era la regione pi\u00f9 prospera in Italia, con servizi all\u2019infanzia formidabili che tutti dall\u2019estero venivano a studiare. Eppure in quel periodo in media le donne avevano 0,9 figli a testa, cio\u00e8 un tasso da annullamento della popolazione nel giro di 50 anni\u201d.<\/p>\n<p>Meglio i soldi dei servizi, suggerivano altri, prendendo a esempio il caso francese, con quasi due figli a coppia, la grande eccezione di un continente, l\u2019Europa, in cui la popolazione tendeva a diminuire pressoch\u00e9 ovunque. La cifra che il governo francese spendeva nel 2015 per sostenere la natalit\u00e0 era pari a quasi il 5% del prodotto interno lordo. Architrave era la &#8220;Prestazione di accoglienza del bambino&#8221;, un bonus elargito a tutte le coppie dopo il quarto mese di gravidanza, in modo da permettere di sostenere le spese iniziali ed esteso fino ai tre anni di et\u00e0 del nascituro. E poi, soprattutto, un grande incentivo a fare pi\u00f9 di un figlio, grazie ad assegni familiari pari a 129 euro al mese per chi aveva due figli e di quasi 300 per chi ne faceva tre. Cruciale non \u00e8 tanto il primo figlio, quanto quelli successivi: \u201cI dati Istat &#8211; continuava il documento parlamentare &#8211; rilevano che avere pi\u00f9 di un figlio raddoppia il rischio di contrarre debiti per mutuo, affitti, bollette o altro rispetto alle coppie senza figli\u201d.<\/p>\n<p>Per seguire l&#8217;esempio francese c\u2019erano da spendere parecchi soldi, insomma, e di soldi ce n\u2019erano pochi. Certo, bisognava cambiare strada: in Europa solo Lettonia e Grecia destinavano meno fondi di noi alle famiglie. E qualcosa si \u00e8 fatto, tagliando sprechi e privilegi, o rimodulando il mix della spesa assistenziale, soprattutto per offrire bonus dal secondo figlio in su, ma serviva altro: \u201cBasterebbe far entrare in Italia pi\u00f9 immigrati sostenevano alcuni &#8211; faranno loro i figli che noi non facciamo pi\u00f9\u201d. Facile a dirsi: diversi studi demografici avevano infatti dimostrato che una volta in Italia, persino le donne straniere diminuivano la loro propensione a procreare. Peraltro, nonostante il senso comune sembrava suggerire il contrario, un massiccio afflusso di migranti in et\u00e0 da lavoro non avrebbe fatto altro che accelerare il collasso del nostro sistema di welfare: \u201cSe io, in teoria, tolgo di mezzo 200mila nascite e ci metto 200mila immigrati trentenni\u201d &#8211; spiegava il demografo Gian Carlo Blangiardo sempre su Tempi \u2013 \u201csuccede che il carico per una ventina di anni si abbassa\u201d. Successivamente, nel momento in cui la popolazione diventa stazionaria, esso diventa \u201cpi\u00f9 alto di quello che sarebbe stato senza l\u2019arrivo degli immigrati al posto dei nati\u201d.<\/p>\n<p>La storia ci insegna che non sono stati n\u00e9 i soldi, n\u00e9 le migrazioni a risolvere il problema: \u201cAlla base di tutto c\u2019\u00e8 stato un cambiamento di approccio politico e sociale &#8211; ricorda ancora Rosina &#8211; \u00a0\u201cUn primo cambiamento \u00e8 consistito nel considerare le spese a sostegno della famiglia un investimento che si ripaga nel tempo, e non pi\u00f9 un costo. Il secondo \u00e8 stata la rivoluzione culturale che ci ha fatto uscire dalla logica del figlio come bene privato ed assumere la prospettiva di una adeguata consistenza e qualit\u00e0 delle nuove generazioni come cruciale interesse pubblico su cui investire con generosit\u00e0 e intelligenza\u201d.<\/p>\n<p>Una rivoluzione culturale, quindi. I cui due capisaldi sono state due delle categorie pi\u00f9 massacrate, fino a trent&#8217;anni fa: i giovani, il cui tasso di disoccupazione aveva superato il 40%, e le donne, della cui difficolt\u00e0 a entrare nel mondo del lavoro &#8211; e della loro propensione a uscirne &#8211; nessuno sembrava preoccuparsi. Dei primi, si diceva che fossero dei bamboccioni deresponsabilizzati, incapaci di badare a s\u00e9 stessi, figurarsi a costruire una famiglia. Delle seconde, che fosse proprio la loro smania di carriera una delle cause della denatalit\u00e0 italiana.<\/p>\n<p>Luoghi comuni, certo, ma con un fondo di verit\u00e0: \u201cAnzitutto bisogna ridare autonomia ai giovani\u201d &#8211; spiegava all\u2019inizio del 2016 il demografo Massimo Livi Bacci al Corriere della Sera \u2013 \u201cOrmai raggiungono la piena autonomia molto tardi e per conseguenza rinviano molte delle decisioni familiari riproduttive. Finiscono gli studi tardi, entrano nel mercato del lavoro tardi, escono dalla famiglia tardi, rimandano la scelta di fare un figlio fino a trovarsi a ridosso di un\u2019et\u00e0 in cui riuscirci \u00e8 molto faticoso se non quasi impossibile\u201d. E poi, aggiungeva, \u201c\u00e8 indispensabile dare pi\u00f9 lavoro alle donne. Quarant\u2019anni fa, nei Paesi nei quali le donne erano impegnate prevalentemente in lavori domestici e i tassi di occupazione erano bassi, la natalit\u00e0 era pi\u00f9 elevata. Oggi avviene l\u2019inverso: dove c\u2019\u00e8 un\u2019occupazione femminile alta si fanno pi\u00f9 figli e dove c\u2019\u00e8 un\u2019occupazione bassa se ne fanno meno. Una famiglia ha bisogno di pi\u00f9 fonti di reddito, non pu\u00f2 pi\u00f9 puntare su un solo procacciatore di risorse\u201d.<\/p>\n<p>\u201cLa chiave di volta sono state le riforme che hanno mirato a migliorare la condizione delle nuove generazioni nel mondo produttivo\u201d &#8211; spiega oggi Alessandro Rosina \u2013 \u201cSi \u00e8 imboccato un sentiero di crescita e sviluppo attraverso il miglioramento di prodotti e servizi, puntando sul capitale umano e la capacit\u00e0 di innovazione dei giovani. Le aziende hanno iniziato a investire sulle nuove generazioni considerando l\u2019espressione delle loro potenzialit\u00e0 il fattore pi\u00f9 importante per migliorare produttivit\u00e0 e competitivit\u00e0 dell\u2019azienda stessa. Anzich\u00e9 rivedere al ribasso le proprie scelte, si \u00e8 entrati in una fase di revisione verso l\u2019alto: anzich\u00e9 rinviare e fare un figlio in meno si \u00e8 stato incoraggiati ad anticipare e farne uno in pi\u00f9. E\u2019 finita cos\u00ec l\u2019epoca della sospensione delle scelte e si \u00e8 passati a quella della realizzazione e del rilancio\u201d.<\/p>\n<p>Non solo: \u201cAltro grande salto in avanti \u00e8 stato quello della conciliazione tra lavoro e responsabilit\u00e0 familiari\u201d &#8211; continua Rosina \u2013 \u201cNumero di figli e partecipazione femminile hanno iniziato a crescere assieme grazie a solidi ed efficaci strumenti di integrazione dei tempi di lavoro e di vita nelle aziende e nelle citt\u00e0. Certo, importanti per la conciliazione sono stati i servizi per l\u2019infanzia e per l\u2019assistenza degli anziani non autosufficienti. Ma ha aiutato molto anche un cambiamento culturale maschile e ai vertici delle aziende. Gli uomini sono diventati sempre pi\u00f9 coinvolti positivamente nella cura dei figli, attraverso anche il potenziamento dei congedi di paternit\u00e0. Le aziende sono diventate sempre pi\u00f9 consapevoli che dipendenti appagati e realizzati nella dimensione familiare e nelle scelte di vita sono pi\u00f9 responsabilizzati, impegnati e produttivi nell\u2019ambiente di lavoro\u201d.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, in un colpo solo, nel tentativo di fermare la spirale della denatalit\u00e0, siamo tornati a essere un Paese con una forte domanda interna, che innova, che cresce e in cui tutti hanno un\u2019opportunit\u00e0 di realizzarsi professionalmente senza per questo rinunciare a costruirsi una famiglia: \u201cViene un grande brivido a pensare a cosa saremmo oggi se in questi ultimi decenni anzich\u00e9 cambiare strada avessimo continuato quella che ci stava portando verso un punto di non ritorno\u201d, chiosa Rosina. Gi\u00e0, meno male.<\/p>\n<p>http:\/\/www.linkiesta.it\/it\/article\/2016\/02\/27\/italia\u00ad2050\u00adecco\u00adcome\u00adabbiamo\u00adsconfitto\u00adla\u00addenatalita\/29416\/ 1\/5<\/p>\n<p>\u00a0(*) direttore responsabile de <em>Linkiesta<\/em>, articolo tratto da\u00a0<a href=\"http:\/\/www.linkiesta.it\">www.linkiesta.it<\/a> 27\/2\/2016<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un articolo scritto tra trentacinque anni spiega come l\u2019Italia sia riuscita a tornare un Paese che fa figli e come questo l\u2019abbia aiutata a far ripartire l\u2019economia. Il segreto? 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