{"id":19323,"date":"2023-07-17T21:13:51","date_gmt":"2023-07-17T19:13:51","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/?p=19323"},"modified":"2023-07-18T18:07:41","modified_gmt":"2023-07-18T16:07:41","slug":"la-legge-claudia-del-218-a-c-e-gli-affari-dei-senatori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/la-legge-claudia-del-218-a-c-e-gli-affari-dei-senatori\/","title":{"rendered":"La legge Claudia del 218 a. C. e gli affari dei senatori"},"content":{"rendered":"\n<p>Una vicenda che riguarda un personaggio molto noto della politica, in questi giorni sulle pagine dei giornali, riporta alla memoria le discussioni che nacquero nella Roma repubblicana in merito alle attivit\u00e0 economiche della classe dirigente, senatoriale e magistratuale. Riporta alla memoria anche le soluzioni normative che furono adottate per guadagnare alla repubblica una classe dirigente che, non distratta dagli affari, fosse dedita solo al bene della repubblica.<\/p>\n\n\n\n<p>Tito Livio riferisce (nella Storia di Roma) che nel 218\/217 a. C. fu approvata una legge, proposta dal tribuno della plebe Quinto Claudio, di cui non si conoscono altre iniziative ed altri meriti, per limitare le attivit\u00e0 economiche dei senatori e dei magistrati. La legge riscosse un grande favore nelle discussioni avvenute nelle assemblee popolari, e con il favore del popolo giunse in Senato. Quinto Claudio, che non apparteneva alla potente <em>gens<\/em> Claudia, ma aveva evidentemente a cuore il futuro di Roma, espose in Senato il testo della legge e le ragioni per cui era necessaria la sua approvazione. Con la eloquenza di cui possiamo accreditare il tribuno della plebe, ci piace immaginare che illustr\u00f2 i tempi difficili che la repubblica stava attraversando, valut\u00f2 le notizie che provenivano dalla Spagna dove si addensavano gli eserciti cartaginesi pronti a piombare su Roma; critic\u00f2 la distrazione della classe dirigente, lanciando ammonimenti sui rischi che incombevano e sulla necessit\u00e0 di porre immediati rimedi.<\/p>\n\n\n\n<p>Quinto Claudio ricevette un\u2019accoglienza che definire fredda \u00e8 poco: fu accolto con ostilit\u00e0, la legge fu osteggiata dall\u2019intero corpo senatoriale; una sola voce si alz\u00f2 a sua difesa, quella del senatore Caio Flaminio. Cosa proponeva Quinto Claudio al Senato? Non abbiamo purtroppo il testo della legge, ma solo il breve riassunto che si legge in Livio. <strong>La legge vietava a tutti i componenti dell\u2019ordine, o meglio, della classe senatoria e ai loro figli nonch\u00e9 ai magistrati della repubblica, di possedere o utilizzare in qualunque forma contrattuale navi che avessero la capacit\u00e0 di stivare oltre 300 anfore.&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Le anfore erano il contenitore pi\u00f9 comune per il trasporto sia di liquidi, come olio e vino, sia di solidi come grano e olive. Era considerata quasi un\u2019unit\u00e0 di misura: all\u2019incirca l\u2019anfora conteneva poco pi\u00f9 di 24 litri di liquidi o di solidi. Quindi la stazza della nave non doveva superare le 80 tonnellate. Una nave di cos\u00ec piccole dimensioni non era idonea a viaggi di lunga percorrenza in mare aperto; era possibile un suo impiego solo bordeggiando sotto costa e facendo brevi traversate in acque tranquille. Inoltre il costo del viaggio in mare aperto di una nave cos\u00ec piccola diventava sproporzionato per il trasporto di cos\u00ec poche mercanzie.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 Quinto Claudio propose questa legge prima ai <em>concilia plebis<\/em>, che l\u2019accolsero con acclamazione plebiscitaria e poi al Senato per la ratifica? Qual era il timore del tribuno e del popolo romano? E perch\u00e9 i senatori, con l\u2019unica eccezione di Caio Flaminio, furono compatti nel tentativo di rifiutarla? Livio ci riporta che i senatori furono costretti ad approvarla <em>obtorto collo<\/em> solo perch\u00e9 fortemente la voleva il popolo e la legge quindi pass\u00f2, ma, sottolinea Livio, invisa al Senato. Caio Flaminio, traditore dei suoi pari, col suo voto si procur\u00f2 l\u2019ostilit\u00e0 imperitura dei senatori, ma fu dal popolo eletto console e posto a capo delle legioni che affrontarono Annibale nella battaglia del Trasimeno. Di Quinto Claudio si persero le tracce: probabilmente si gioc\u00f2 in quella partita ogni <em>chance<\/em> e la sua carriera politica fin\u00ec l\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>La tradizione, il <em>mos maiorum<\/em>, aveva forgiato un modello di <em>nobilitas <\/em>che non era attirata dalle ricchezze, ma perseguiva l\u2019ideale della rettitudine e della nobilt\u00e0 d\u2019animo; la vita di chi voleva assumere magistrature e fare politica era dedicata totalmente al bene a alla grandezza della citt\u00e0; i suoi interessi erano il diritto, l\u2019eloquenza, coltivare la memoria degli antenati ed eguagliarne le imprese. La <em>nobilitas<\/em> investiva i risparmi nella terra, l\u2019unica attivit\u00e0 degna di un nobile romano; non si occupava personalmente della gestione della sua <em>villa rustica<\/em> che era affidata ad un fattore, spesso un liberto; viveva in citt\u00e0, frugalmente, non cercava il lusso, vestiva abiti che erano confezionati in casa dalle donne di famiglia; mangiava i prodotti della sua terra. La sua giornata era dedicata a migliorare s\u00e9 stesso, agli affari politici e militari, alla gestione della famiglia, all\u2019educazione dei figli, ad onorare gli dei.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo modello aveva fatto la grandezza di Roma perch\u00e9 l\u2019impegno intellettuale e militare della classe dirigente era rivolto esclusivamente al bene della citt\u00e0; le vicende che avvenivano intorno a Roma e il futuro da costruire erano interpretati dall\u2019unica angolazione possibile: l\u2019interesse di Roma. Gli interessi patrimoniali, personali o di classe, non erano ancora diventati lo scopo dell\u2019attivit\u00e0 politica; n\u00e9 tantomeno era un obbiettivo il potere personale.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo modello di nobile romano fu celebrato, alcuni decenni dopo, quando la classe dirigente cominciava a dimenticare le sue radici e il suo \u201cdover essere\u201d, da Catone il Maggiore nell\u2019opera <em>De agricultura<\/em>, nella quale, oltre che dare insegnamenti sulle pratiche agricole, volle ricordare quali erano stati gli ideali dell\u2019aristocrazia romana e quali dovevano essere quelli della classe dirigente dei suoi tempi.<\/p>\n\n\n\n<p>Vediamo il contesto storico in cui si situa la legge Claudia.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine del terzo secolo avanti Cristo, Roma -che pure avendo conquistato gran parte della penisola italiana non era ancora divenuta la potenza egemone del mondo mediterraneo occidentale- cominci\u00f2 a cambiare, guardando ad oriente. Mentre l\u2019occidente, ossia la Gallia Narbonese, la Spagna e la Lusitania era un mondo arretrato anche rispetto a Roma, l\u2019oriente mediterraneo invece, pur lontano e al momento irraggiungibile, era un mondo che attirava; di esso si conoscevano la grande cultura, le ricchezze dei regni, i lussi delle classi ricche, Si sapeva dei commerci intensi fra le sponde del mediterraneo, che avevano in Alessandria, Rodi e Corinto i grandi centri del commercio internazionale; giungevano a Roma voci di scambi commerciali addirittura con l\u2019Etiopia, l\u2019Arabia e l\u2019India. Insomma l\u2019oriente mediterraneo attirava gente intrepida, come erano i romani, per le possibilit\u00e0 che offriva di accumulare grandi ricchezze.<\/p>\n\n\n\n<p>Il cielo per\u00f2 diventava minaccioso: Cartagine era preoccupata del vicino invadente che, sconfiggendola, l\u2019aveva espulsa dalla Sicilia e stava estendendo un protettorato su alcune citt\u00e0 della Spagna; non si sentiva sicura e pens\u00f2 di adottare una politica di imperialismo difensivo, di prevenire cio\u00e8 le mosse di Roma attaccandola sul suolo italico. L\u2019occasione fu offerta dal movimentismo della Macedonia, guidata da un giovane re, Filippo V, smanioso di procurarsi un posto nella storia, che allargando i suoi domini verso ovest si proponeva di giungere fino al mar Ionio. Cartagine pens\u00f2 che fosse il momento di attaccare Roma che era preoccupata per l\u2019espansione di Filippo V, e prepar\u00f2 la guerra di invasione che sferr\u00f2 proprio nel 218 a. C.<\/p>\n\n\n\n<p>E qui interviene un oscuro tribuno della plebe, Quinto Claudio, che, come ha scritto Livio, port\u00f2 avanti contro il parere del Senato e con l\u2019aiuto del solo Caio Flaminio, la legge che porta il suo nome \u201c<em>ne quis senator cuive senator pater fuisset maritimarn navem, quae plus quam trecentarum amphorarum esset haberet<\/em>, affinch\u00e9 nessun senatore o figlio di senatore abbia una nave adatta al mare che porti pi\u00f9 di trecento anfore. La legge, in buona sostanza, negava alla classe dirigente romana di fare commerci marittimi.<\/p>\n\n\n\n<p>Una particolarit\u00e0 della legge era che non prevedeva sanzioni a carico di chi l\u2019avesse violata; non era prevista alcuna punizione, alcuna misura restrittiva personale; n\u00e9 erano previste misure a carico dell\u2019impresa, quali le ammende o la confisca delle navi. Evidentemente il proponente la legge confidava nell\u2019osservanza volontaria dei destinatari, e nell\u2019intervento dei censori che avrebbero applicato le loro misure a protezione dell\u2019istituzione e dello Stato. La legge in Roma funzion\u00f2: non si ha notizia di fondazione di imprese di commercio marittimo.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo la guerra annibalica le attivit\u00e0 economiche fra romani ed italici si intensificarono notevolmente; i <em>soci italici<\/em> che avevano aiutato Roma a sconfiggere il Cartaginese parteciparono ai benefici portati dalla vittoria. Sorsero molte imprese miste, di romani ed italici, con sede nelle citt\u00e0 <em>sociae,<\/em> che si avvalevano della legislazione, generalmente meno rigida, delle citt\u00e0 italiche: ci\u00f2 che era proibito in Roma, ad esempio alti tassi di interesse sui prestiti, era consentito nel Piceno o in Apulia. La situazione stava sfuggendo di mano, ma Roma intervenne per \u201cconsigliare\u201d alle citt\u00e0 italiche, tramite l\u2019istituto chiamato <em>fundus fieri<\/em>, l\u2019adozione, nei settori sensibili alla moralit\u00e0 pubblica e al <em>mos maiorum<\/em>, delle leggi romane. E cos\u00ec anche questa scappatoia fu chiusa: i nobili romani dovettero piegarsi ai divieti che ponevano limiti alle loro attivit\u00e0 economiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0 gli storiografi antichi si interrogarono sulle motivazioni di questa legge, e si formarono due correnti di pensiero.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La prima riteneva che la legge avesse uno scopo squisitamente politico: era necessario distogliere la classe dirigente dall\u2019avviare attivit\u00e0 commerciali che avrebbero distratto le persone dall\u2019unica attivit\u00e0 degna per un senatore: la cura della repubblica. Il commercio marittimo infatti richiedeva grandi investimenti, l\u2019apertura di uffici, l\u2019organizzazione di scali portuali con depositi e personale ausiliario; era necessario il ricorso al credito col rischio di finire in mano a \u201cbanchieri\u201d poco scrupolosi. Inoltre il commercio marittimo era obbiettivamente un\u2019attivit\u00e0 ad alto rischio di perdita delle merci, per naufragio o pirateria. Se l\u2019attivit\u00e0 fosse andata male, la famiglia avrebbe messo a rischio la sua appartenenza alla classe senatoriale; i censori che periodicamente revisionavano l\u2019elenco dei \u201cpadri\u201d non avrebbero potuto non tener conto della bancarotta o della perdita del patrimonio avito.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Un\u2019attivit\u00e0 cos\u00ec complessa e rischiosa (era remunerativa proprio per questo!) avrebbe assorbito molta parte del tempo di un senatore, e soprattutto le sue energie psico-fisiche. E, da ultimo: sarebbe egli stato davvero libero nel formare il suo convincimento su ci\u00f2 che conveniva alla repubblica fare per tutelare i suoi interessi nei vari scacchieri politici? o i suoi affari avrebbero interferito con l\u2019interesse della repubblica?<\/p>\n\n\n\n<p>Allo Stato servivano persone non solo capaci ed esperte, ma libere da preoccupazioni economiche; per questa ragione si era affermato il modello che abbiamo descritto innanzi: lo Stato aveva bisogno del giudizio e dell\u2019azione di persone libere da condizionamenti personali, che non soffrissero conflitti di interessi fra i propri e quelli della repubblica.<\/p>\n\n\n\n<p>Infine, per questa ed altre attivit\u00e0 imprenditoriali anche rischiose come questa, c\u2019era gi\u00e0 una categoria di cittadini che se ne occupava: gli appartenenti alla classe equestre. Costoro gestivano industrie, commerci locali; erano costruttori, banchieri, curavano trasporti terrestri e marittimi. Ma soprattutto, ci\u00f2 che pi\u00f9 rilevava era che gli equestri non deliberavano la politica dello Stato, non dirigevano lo Stato (salvo che entrassero in politica assumendo i doveri dei nobili) e quindi non mettevano la repubblica a rischio di una decisione viziata da un interesse economico personale. Gli affari di un cavaliere, che andassero bene o male, non avrebbero mai toccato la repubblica o messo a rischio l\u2019ordine politico con l\u2019espulsione dal Senato dei membri compromessi a causa degli affari.<\/p>\n\n\n\n<p>Una seconda tesi invece interpret\u00f2 la legge Claudia come soluzione esclusivamente economica: non potendo investire in commerci marittimi i risparmi e i guadagni dell\u2019attivit\u00e0 agricola, la classe dirigente senatoriale avrebbe fatto investimenti in Italia, ampliato e migliorato le aziende agricole con netto incremento della produzione. L\u2019economia se ne sarebbe giovata.<\/p>\n\n\n\n<p>Entrambe le ipotesi sono plausibili, ma mentre l\u2019intervento legislativo in economia non era n\u00e9 un compito n\u00e9 una preoccupazione dello Stato romano, fu invece sempre costante, sia in et\u00e0 repubblicana che in et\u00e0 imperiale, la vigilanza sulla correttezza della condotta dei senatori e dei magistrati che reggevano cariche o governavano le province. Il controllo, oltre che con le leggi veniva esercitato tramite i Censori, fra i cui compiti c\u2019erano quelli di vigilare sulla moralit\u00e0 dei senatori, di denunciare i loro illeciti di ogni tipo, di rivedere periodicamente le liste dei senatori espellendo dal Senato membri giudicati, per tante ragioni, indegni di farne parte e quelli che non possedevano un patrimonio sufficiente a procurare loro una vita senza affanni economici.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019attenzione a far rigare dritti gli uomini che esercitavano il potere si espresse, a partire da quando Roma divenne egemone nell\u2019intero mediterraneo, anche in una serie di leggi dette \u201c<em>de repetundis<\/em>\u201d, la prima delle quali fu approvata nel 149 a C. La materia ebbe un assetto definitivo con Giulio Cesare e la sua legge del 59 a. C. che imponeva a tutti i detentori di posizioni di potere di astenersi da ogni atto \u201cturpe\u201d (cio\u00e8 contrario a ci\u00f2 che la gente si aspettava da un senatore o magistrato), che puniva chiunque si vendesse politicamente o accettasse donativi per oltre cento aurei all\u2019anno. Il <em>bonum<\/em> tutelato da queste leggi era evidentemente la moralit\u00e0 pubblica, la credibilit\u00e0 delle istituzioni, la fiducia dei cittadini e dei provinciali nella correttezza dei governanti. Come si sa furono numerosissimi i processi contro senatori, magistrati e governatori. La pena era il pagamento ai danneggiati fino a quattro volte il maltolto o il danaro ricevuto e l\u2019esilio, previa confisca del patrimonio a favore dell\u2019erario.<\/p>\n\n\n\n<p>Finch\u00e9 dur\u00f2 l\u2019impero durarono queste leggi, e le attivit\u00e0 economiche dei senatori ed esponenti apicali dello Stato rimasero preferibilmente legate all\u2019agricoltura.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il caso che occupa le prime pagine dei giornali &nbsp; riguarda, da quanto riferiscono le cronache, la crisi economica di alcune societ\u00e0 che fanno capo ad un senatore con incarichi di governo. Sembra che da qualche tempo l\u2019esercizio finanziario di queste societ\u00e0 non sia positivo, s\u00ec che appare difficile l\u2019adempimento delle obbligazioni pecuniarie; alcuni ritardi avrebbero portato anche al deposito di una istanza di fallimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, sia chiaro, non esiste una legge che vieti ad un eletto dal popolo al parlamento di svolgere attivit\u00e0 imprenditoriale, e quindi \u00e8 pienamente lecito che il senatore in questione svolga, come chiunque lo voglia, attivit\u00e0 d\u2019impresa. Immaginiamo che il senatore in questione, essendo persona corretta e per bene, voglia soddisfare le attese dei creditori e lo far\u00e0 senz\u2019altro. Ma avr\u00e0 la preoccupazione di reperire, nell\u2019immediato i mezzi finanziari, e, poi, risolto questo problema, dovr\u00e0 impegnarsi, con pi\u00f9 calma, a rivedere il progetto imprenditoriale adottando le misure idonee a risollevare l\u2019andamento degli affari. Tutto perfettamente lecito e corretto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ma restano nella memoria le preoccupazioni che aveva Quinto Claudio, un oscuro tribuno della plebe: che la classe dirigente della repubblica non sottraesse tempo ed ingegno al bene dello Stato.<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una vicenda che riguarda un personaggio molto noto della politica, in questi giorni sulle pagine dei giornali, riporta alla memoria le discussioni che nacquero nella Roma repubblicana in merito alle attivit\u00e0 economiche della classe dirigente, senatoriale e magistratuale.<\/p>\n","protected":false},"author":6344,"featured_media":19333,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-19323","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-newsletter"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.2 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>La legge Claudia del 218 a. 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