{"id":1980,"date":"2016-11-22T13:18:35","date_gmt":"2016-11-22T12:18:35","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/riflessioni-sparse-in-margine-al-dibattito-sulla-disuguaglianza\/"},"modified":"2016-11-22T13:18:35","modified_gmt":"2016-11-22T12:18:35","slug":"riflessioni-sparse-in-margine-al-dibattito-sulla-disuguaglianza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/riflessioni-sparse-in-margine-al-dibattito-sulla-disuguaglianza\/","title":{"rendered":"Riflessioni sparse in margine al dibattito sulla disuguaglianza*"},"content":{"rendered":"<div class=\"WordSection1\">\n<p><em>Nel 2015 appena 62 individui disponevano della stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone \u2013 la met\u00e0 pi\u00f9 povera dell\u2019umanit\u00e0 (Oxfam, 2016).\u00a0<\/em>La disuguaglianza dei redditi e della ricchezza \u00e8 tema di grande attualit\u00e0. Non passa giorno senza che il rapporto di un\u2019organizzazione internazionale, un\u2019inchiesta giornalistica, un blog ne sottolineino il valore elevato o l\u2019inesorabile tendenza crescente, nei paesi avanzati e a livello globale. L\u2019espressione \u201c1 per cento\u201d \u00e8 entrata nel lessico quotidiano per indicare i ricchissimi, in contrapposizione alla massa assai pi\u00f9 povera costituita dal rimanente 99 per cento della popolazione. Il successo di pubblico, oltre che accademico, del monumentale volume di Thomas Piketty <em>Il capitale nel XXI secolo<\/em> \u00e8 l\u2019esempio forse pi\u00f9 rappresentativo di un\u2019attenzione impensabile fino a un decennio fa.\u00a0\u00a0<a name=\"_ednref3\" href=\"#_edn3\" title=\"\">[3]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 in larga parte una conseguenza della Grande Recessione del 2008-09 e della difficolt\u00e0 dell\u2019economia globale di tornare su un sentiero di crescita sostenuta, pur nella grande diversit\u00e0 tra le varie aree del mondo. Probabilmente rimane minoritaria la posizione di chi individua nella sperequazione dei redditi negli Stati Uniti uno dei fattori principali all\u2019origine della Grande Recessione<a name=\"_ednref4\" href=\"#_edn4\" title=\"\">[4]<\/a>, ma non v\u2019\u00e8 dubbio che la crescita debole, se non ristagnante, abbia considerevolmente aumentato la preoccupazione per le disparit\u00e0 economiche all\u2019interno dei paesi avanzati. All\u2019indomani della Grande Recessione, un commentatore autorevole come Martin Wolf scriveva sul <em>Financial Times<\/em> che la riduzione della disuguaglianza \u00e8 una delle sette sfide che il capitalismo dovr\u00e0 affrontare per sopravvivere<a name=\"_ednref5\" href=\"#_edn5\" title=\"\">[5]<\/a>. Qualche mese dopo, il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, indicava disuguaglianza e qualit\u00e0 della crescita fra le tre priorit\u00e0 della politica economica mondiale: \u201cla crescita \u00e8 essenziale per il futuro dell\u2019economia globale, ma deve essere una crescita di tipo differente. Una crescita che non sia semplicemente la conseguenza indiretta di una globalizzazione senza freni. Una crescita che sia inclusiva\u201d<a name=\"_ednref6\" href=\"#_edn6\" title=\"\">[6]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che esistano grandissime disparit\u00e0 economiche all\u2019interno e tra i paesi del mondo \u00e8 indiscutibile. La citata stima dell\u2019Oxfam si basa su ipotesi di calcolo ardite e basi statistiche frammentarie, ma il suo significato non muterebbe se anche il numero dei ricchissimi fosse 100 o 1000 volte quello indicato. Non \u00e8 per\u00f2 un fatto nuovo. Le stime della distribuzione dei redditi tra gli abitanti del mondo, anch\u2019esse da prendere con grande cautela, indicano come la disuguaglianza globale abbia probabilmente raggiunto i valori pi\u00f9 elevati, assai maggiori di quelli osservati in qualsiasi singola nazione, intorno ai primi anni Novanta<a name=\"_ednref7\" href=\"#_edn7\" title=\"\">[7]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In gran parte dei paesi avanzati \u00e8 da oltre un trentennio che la disuguaglianza dei redditi \u00e8 in aumento<a name=\"_ednref8\" href=\"#_edn8\" title=\"\">[8]<\/a>. Lo segnalano sia i dati raccolti con le indagini campionarie sia le informazioni desunte dai dati fiscali<a name=\"_ednref9\" href=\"#_edn9\" title=\"\">[9]<\/a>. Questi ultimi, alla base dei lavori di Piketty, mostrano come la quota sui redditi prima delle imposte dell\u20191 per cento pi\u00f9 ricco della popolazione diminuisca dagli anni tra le due guerre mondiali fino alla fine degli anni Settanta (Figura 1). Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada questa tendenza discendente si inverte bruscamente negli anni Ottanta e la quota \u00e8 oggi sui valori anteguerra. Anche in Italia e in Svezia la dinamica cambia negli anni Ottanta, ma l\u2019aumento seguente \u00e8 assai pi\u00f9 contenuto. In Germania l\u2019inversione nel trend si manifesta in modo pronunciato pi\u00f9 tardi, negli anni Duemila. In Francia la tendenza alla crescita \u00e8 appena percettibile. Gli indici di concentrazione di Gini per i redditi disponibili equivalenti<a name=\"_ednref10\" href=\"#_edn10\" title=\"\">[10]<\/a>, che riflettono l\u2019effetto perequativo della tassazione e la condivisione delle risorse all\u2019interno della famiglia, danno indicazioni qualitativamente simili per il lungo periodo, sebbene vi siano differenze su intervalli temporali pi\u00f9 brevi<a name=\"_ednref11\" href=\"#_edn11\" title=\"\">[11]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 la disuguaglianza preoccupa e perch\u00e9 solo ora? Per rispondere a queste domande occorre volgersi all\u2019intreccio tra fatti e teorie e tra spinte politiche e forze economiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Vizi privati, benefizi pubblici<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 &#8230; se un popolo aspira a essere grande, il vizio \u00e8 necessario allo Stato quanto la fame per mangiare. La virt\u00f9 da sola non pu\u00f2 far vivere le nazioni nello splendore; coloro che vorrebbero far tornare l\u2019et\u00e0 dell\u2019oro insieme con l\u2019onest\u00e0 debbono accettare le ghiande.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"right\"><em>Bernard Mandeville, 1714\u00a0<strong><a name=\"_ednref12\" href=\"#_edn12\" title=\"\">[12]<\/a><\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bernard Mandeville era un medico olandese, nato a Rotterdam nel 1670, specializzato in isteria e ipocondria<a name=\"_ednref13\" href=\"#_edn13\" title=\"\">[13]<\/a>. Pass\u00f2 gran parte della vita adulta a Londra, dove divenne famoso per un pamphlet politico pubblicato nel 1714 con il titolo <em>La favola delle api: ovvero vizi privati benefizi pubblici<\/em>. Il pamphlet raccontava di una societ\u00e0 di api ricca e prospera, invidiata e temuta dagli alveari vicini, nonostante che vi fossero grandi disparit\u00e0: molti che svolgevano lavori faticosi, altri che vivevano nell\u2019ozio e nel lusso. Un giorno, per intervento divino, tutte le api divennero probe e oneste. Scomparvero sprechi, lusso e ingiustizie, ma alla fine le api, tese a produrre solo ci\u00f2 che era necessario senza alcuna concessione al superfluo si ridussero in miseria. Non gli rimase altro che essere contente della propria onest\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il pamphlet dest\u00f2 scandalo, perch\u00e9 considerato portatore di idee libertine, ma ebbe grande influenza sull\u2019agenda degli economisti nei decenni successivi. Il suo influsso trapela nella famosa descrizione che Adam Smith diede della divisione del lavoro: \u201cNon \u00e8 certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanit\u00e0, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessit\u00e0, ma dei loro vantaggi\u201d<a name=\"_ednref14\" href=\"#_edn14\" title=\"\">[14]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019idea che il benessere collettivo si raggiunga quando ciascuno \u00e8 libero di perseguire egoisticamente la propria utilit\u00e0 personale ha permeato una parte importante della disciplina economica. Il primo teorema fondamentale dell\u2019economia del benessere di Kenneth Arrow e G\u00e9rard Debreu, il culmine della ricerca teorica fondata sull\u2019ipotesi di agenti atomistici che massimizzano la propria utilit\u00e0, stabilisce che sotto certe condizioni un equilibrio concorrenziale \u00e8 un ottimo Paretiano, cio\u00e8 non esiste alcuna allocazione alternativa dei consumi che aumenti l\u2019utilit\u00e0 di un individuo senza ridurre quella di qualcun altro<a name=\"_ednref15\" href=\"#_edn15\" title=\"\">[15]<\/a>. Nondimeno, l\u2019efficienza dell\u2019equilibrio competitivo non implica che esso sia anche equo, perch\u00e9 dipende da una distribuzione originale delle risorse che \u00e8 data e pu\u00f2 essere assai sperequata. \u201cSe la vita della massa dei poveri non pu\u00f2 essere resa migliore senza intaccare la ricchezza dei ricchi\u201d, scrive Amartya Sen, \u201cla situazione sarebbe un ottimo Paretiano nonostante la disparit\u00e0 tra i ricchi e i poveri\u201d<a name=\"_ednref16\" href=\"#_edn16\" title=\"\">[16]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le condizioni alla base del teorema di Arrow e Debreu non sono mai soddisfatte in realt\u00e0 e la ricerca successiva ha a lungo indagato cosa accade quando l\u2019informazione \u00e8 imperfetta, i beni non sono omogenei, le imprese hanno potere di mercato, esistono barriere all\u2019entrata e cos\u00ec via. Parallelamente, tuttavia, una nozione stilizzata di equilibrio economico generale diveniva la base (\u201cmicro-fondazione\u201d) della teoria macroeconomica anti-keynesiana sviluppatasi negli anni Settanta e centrata sul concetto di \u201cagente rappresentativo\u201d<a name=\"_ednref17\" href=\"#_edn17\" title=\"\">[17]<\/a>. Per costruzione, spiegare gli andamenti economici in base al comportamento ottimizzante di un unico agente \u201crappresentativo\u201d degli individui (o delle imprese) che interagiscono nella societ\u00e0 significa ignorarne la grande eterogeneit\u00e0. Non vi sono molte possibilit\u00e0 per analizzare la distribuzione personale dei redditi con questo approccio, largamente dominante pur con sfaccettature diverse. Non sorprende, quindi, la lapidaria affermazione di Robert Lucas: \u201cTra le tendenze dannose per una solida analisi economica, la pi\u00f9 seducente, e a mio parere la pi\u00f9 velenosa, \u00e8 concentrarsi sulle questioni distributive. &#8230; Il potenziale per migliorare le vite dei poveri trovando modi diversi di distribuire la produzione corrente \u00e8 nulla in confronto al potenziale apparentemente illimitato di incrementare la produzione\u201d<a name=\"_ednref18\" href=\"#_edn18\" title=\"\">[18]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche abbandonando il mondo dell\u2019agente rappresentativo, \u00e8 diffusa l\u2019idea che esista un conflitto tra equit\u00e0 ed efficienza, per almeno due ragioni<a name=\"_ednref19\" href=\"#_edn19\" title=\"\">[19]<\/a>. Da un lato, l\u2019accumulazione di capitale pu\u00f2 richiedere un\u2019elevata concentrazione della ricchezza poich\u00e9 molti investimenti sono indivisibili e richiedono un ingente ammontare iniziale di risorse che non pu\u00f2 essere raccolto su mercati finanziari imperfetti. Dall\u2019altro, una distribuzione egualitaria pu\u00f2 rappresentare un disincentivo per gli individui a impegnarsi nelle loro attivit\u00e0. Come scriveva Arthur Okun in <em>Equality and Efficieny. The Big Tradeoff<\/em>: \u201cUna societ\u00e0 capitalistica democratica andr\u00e0 alla continua ricerca dei modi migliori per tracciare il confine tra il dominio dei diritti e il dominio dei dollari. E pu\u00f2 fare progressi. Di certo per\u00f2, non verr\u00e0 mai a capo del problema, perch\u00e9 il conflitto tra uguaglianza ed efficienza economica \u00e8 inevitabile\u201d<a name=\"_ednref20\" href=\"#_edn20\" title=\"\">[20]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I nessi tra distribuzione delle risorse e crescita economica sono tuttavia molto pi\u00f9 complessi<a name=\"_ednref21\" href=\"#_edn21\" title=\"\">[21]<\/a>. Primo, la distribuzione pu\u00f2 influenzare la domanda aggregata. Una maggiore disuguaglianza pu\u00f2 ridurre la domanda attraverso effetti di tipo keynesiano, poich\u00e9 la propensione al consumo \u00e8 correlata negativamente con il reddito<a name=\"_ednref22\" href=\"#_edn22\" title=\"\">[22]<\/a>. Inoltre, nelle fasi di decollo industriale, l\u2019esistenza di un\u2019ampia classe media pu\u00f2 essere una condizione per il consolidamento dell\u2019industrializzazione quando l\u2019adozione di tecnologie pi\u00f9 avanzate richieda un livello critico di domanda interna: con un\u2019eccessiva concentrazione della ricchezza la domanda dei possidenti si rivolgerebbe a beni di lusso prodotti all\u2019estero, mentre con una distribuzione egualitaria si rischierebbe di non generare domanda sufficiente ad attivare la produzione interna<a name=\"_ednref23\" href=\"#_edn23\" title=\"\">[23]<\/a>. Secondo, ipotizzando che gli individui abbiano preferenze ben definite in funzione del loro reddito, la combinazione di imposte e trasferimenti scelta in un sistema democratico maggioritario \u00e8 quella preferita dall\u2019elettore \u201cmediano\u201d, che si colloca esattamente a met\u00e0 della distribuzione dei redditi. Quanto pi\u00f9 questi \u00e8 povero, tanto maggiore \u00e8 la redistribuzione preferita e tanto minore \u00e8, di conseguenza, la crescita, poich\u00e9 le imposte influenzano negativamente gli incentivi a investire: cos\u00ec la disuguaglianza (misurata dalla distanza della mediana dalla media) ostacola la crescita economica<a name=\"_ednref24\" href=\"#_edn24\" title=\"\">[24]<\/a>. Terzo, le imperfezioni nei mercati finanziari possono impedire agli individui poveri di sfruttare le possibilit\u00e0 di investimento quando non abbiano abbastanza capitale da offrire in garanzia: non potendo prendere a prestito, potrebbero per esempio trovarsi nell\u2019impossibilit\u00e0 di investire in istruzione ed essere costretti ad accettare lavori a pi\u00f9 bassa qualifica e meno retribuiti. Una distribuzione sperequata intralcia cos\u00ec l\u2019accumulazione di capitale umano e frena la crescita<a name=\"_ednref25\" href=\"#_edn25\" title=\"\">[25]<\/a>. L\u2019interazione tra asimmetrie informative e distribuzione disuguale pu\u00f2 portare ad allocazioni delle risorse inefficienti in vari altri modi<a name=\"_ednref26\" href=\"#_edn26\" title=\"\">[26]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una volta confutato sul piano teorico che esista necessariamente un conflitto tra uguaglianza e crescita, la questione si sposta sul terreno empirico. Le stime degli anni Novanta sono giunte a risultati contrastanti, anche se in prevalenza il legame \u00e8 risultato positivo<a name=\"_ednref27\" href=\"#_edn27\" title=\"\">[27]<\/a>. Gli studi pi\u00f9 recenti confermano che la relazione \u00e8 complessa ed \u00e8 difficile trovare una solida relazione univoca<a name=\"_ednref28\" href=\"#_edn28\" title=\"\">[28]<\/a>. Tralasciando i problemi posti dalla qualit\u00e0 dei dati, la ragione di questa indeterminatezza va probabilmente ricercata nel fatto che la relazione tra distribuzione delle risorse e crescita economica dipende dalle istituzioni politiche, sociali ed economiche e varia quindi nel tempo e tra paesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 nonostante, la concreta possibilit\u00e0 che una distribuzione sperequata abbia conseguenze negative per la crescita, unitamente alla consapevolezza che occorra tenere conto dell\u2019eterogeneit\u00e0 degli agenti economici, visto il fallimento dei modelli macroeconomici basati sull\u2019agente rappresentativo<a name=\"_ednref29\" href=\"#_edn29\" title=\"\">[29]<\/a>, spiega perch\u00e9 all\u2019indomani della Grande Recessione sia rapidamente salito l\u2019interesse per gli aspetti distributivi. \u00c8 un interesse \u201cstrumentale\u201d: il livello della disuguaglianza \u00e8 importante per i potenziali effetti destabilizzanti sull\u2019economia, non perch\u00e9 segnala una distribuzione delle risorse ingiusta. Gli sviluppi dell\u2019analisi teorica ed empirica non sono per\u00f2 l\u2019unica ragione per l\u2019emergere della questione distributiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Effetto tunnel<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Supponiamo che io percorra in automobile una galleria a due corsie, entrambe orientate nello stesso senso di marcia, e che m\u2019imbatta in un brutto ingorgo di traffico. Per quanto riesco a vedere (che non \u00e8 molto), nessuna automobile si muove n\u00e9 nell\u2019una n\u00e9 nell\u2019altra corsia. Io mi trovo nella corsia di sinistra, e mi sento avvilito. Dopo qualche tempo, le automobili nella corsia di destra cominciano a muoversi. Naturalmente, il mio umore migliora considerevolmente, perch\u00e9 so che l\u2019ingorgo \u00e8 stato risolto, e che il turno della mia corsia verr\u00e0 da un momento all\u2019altro. Anche se sto ancora fermo, mi sento molto meglio di prima, grazie appunto all\u2019attesa che assai presto potr\u00f2 muovermi. Ma supponiamo che l\u2019attesa venga delusa, e che soltanto la corsia di destra continui a muoversi. Ebbene, in questo caso io, e con me i miei compagni di sventura, sospetter\u00f2 un imbroglio; e ad un certo punto molti di noi monteranno su tutte le furie, e saranno pronti a correggere la patente ingiustizia ricorrendo all\u2019azione diretta (per esempio attraversando illegalmente la doppia striscia bianca che separa le due corsie).<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"right\"><em>Albert Hirschman, 1973\u00a0<\/em><a name=\"_ednref30\" href=\"#_edn30\" title=\"\">[30]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel dibattito sulle politiche di sviluppo degli anni Cinquanta e Sessanta, Albert Hirschman introdusse \u201cl\u2019effetto tunnel\u201d per spiegare come la tolleranza sociale per le disuguaglianze dipenda dalle caratteristiche del processo di crescita e come una distribuzione diseguale dei frutti dello sviluppo non generi necessariamente instabilit\u00e0 politica, rivolte popolari e risposte autoritarie<a name=\"_ednref31\" href=\"#_edn31\" title=\"\">[31]<\/a>. L\u2019intuizione dell\u2019effetto tunnel \u00e8 per\u00f2 pi\u00f9 generale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019ultimo trentennio il funzionamento dell\u2019economia globale \u00e8 stato radicalmente trasformato dall\u2019integrazione dei mercati reali e finanziari e dalla rivoluzione delle tecnologie della comunicazione e dell\u2019informazione. Questa trasformazione \u00e8 coincisa con un miglioramento degli standard di vita in molte aree del pianeta, in particolare in Asia. Secondo le stime della Banca Mondiale, il numero delle persone che vivono in povert\u00e0 estrema (con meno di 1,90 dollari al giorno a parit\u00e0 di potere d\u2019acquisto del 2011) si \u00e8 pi\u00f9 che dimezzato tra il 1990 e il 2012, passando da 1.959 a 897 milioni; la loro quota sulla popolazione mondiale \u00e8 diminuita dal 37,1 al 12,7 per cento<a name=\"_ednref32\" href=\"#_edn32\" title=\"\">[32]<\/a>. Il processo di convergenza che ha visto le economie emergenti crescere molto pi\u00f9 rapidamente delle economie mature non ha solo ridotto l\u2019incidenza della povert\u00e0 estrema in quei paesi, ma ha anche contribuito a ridurre il livello della disuguaglianza mondiale, nonostante l\u2019aumento dei divari di reddito all\u2019interno di molti paesi<a name=\"_ednref33\" href=\"#_edn33\" title=\"\">[33]<\/a>. Si \u00e8 attuata quella che Fran\u00e7ois Bourguignon ha definito una \u201cinternalizzazione\u201d della disuguaglianza mondiale per cui le disparit\u00e0 tra americani e cinesi sono state in parte rimpiazzate da maggiori disparit\u00e0 tra ricchi e poveri negli Stati Uniti e tra ricchi e poveri in Cina<a name=\"_ednref34\" href=\"#_edn34\" title=\"\">[34]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa internalizzazione \u00e8 l\u2019altra faccia dei cambiamenti innescati dai progressi tecnologici e dalla globalizzazione. Nelle economie mature, l\u2019organizzazione del lavoro \u00e8 mutata, a favore dei lavori pi\u00f9 qualificati e a svantaggio delle mansioni pi\u00f9 ripetitive<a name=\"_ednref35\" href=\"#_edn35\" title=\"\">[35]<\/a>; pressati dalla mobilit\u00e0 dei capitali, allo scopo di recuperare competitivit\u00e0 i governi hanno liberalizzato i mercati dei beni, deregolamentato il mercato del lavoro, diminuito le aliquote fiscali marginali, ridimensionato le politiche sociali e assistenziali. Questi processi hanno generato vincitori e perdenti. Le differenti dinamiche dei redditi sono state inizialmente \u201ctollerate\u201d, talvolta anche sostenendo i livelli di vita con un maggiore indebitamento, in attesa di un riequilibrio che non \u00e8 per\u00f2 avvenuto. In linea con l\u2019effetto tunnel, questo stato di cose non poteva durare senza che a un certo punto riemergesse la questione dell\u2019equit\u00e0 della distribuzione. Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto con la Grande Recessione, innescata da comportamenti speculativi, pi\u00f9 o meno leciti, su mercati finanziari deregolamentati, ma dalle pesanti ripercussioni sull\u2019economia reale. La crescita delle posizioni populistiche e antisistema \u00e8 l\u2019esito politico dell\u2019effetto tunnel. \u00c8 un esito che contribuisce a spiegare l\u2019attenzione attuale alla questione distributiva anche in circoli finora refrattari a tenerne conto. Un esito prevedibile. Come avvertiva Dani Rodrik vent\u2019anni fa, \u201cla sfida pi\u00f9 seria all\u2019economia mondiale negli anni a venire sta nel rendere la globalizzazione compatibile con la stabilit\u00e0 domestica, sociale e politica \u2013 ovvero, detto in modo ancor pi\u00f9 diretto, nell\u2019assicurare che l\u2019integrazione economica internazionale non contribuisca alla <em>dis<\/em>integrazione sociale domestica\u201d<a name=\"_ednref36\" href=\"#_edn36\" title=\"\">[36]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Episodi non trend<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u2026 \u00e8 fuorviante parlare di \u201ctrend\u201d nel descrivere l\u2019evoluzione dal dopoguerra della distribuzione dei redditi \u2026 in numerosi paesi pu\u00f2 essere meglio pensare in termini di \u201cepisodi\u201d in cui la disuguaglianza \u00e8 diminuita o aumentata.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"right\"><em>Anthony Atkinson, 1997\u00a0<\/em><a name=\"_ednref37\" href=\"#_edn37\" title=\"\">[37]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I sette paesi ricchi considerati nella Figura 1 condividono un profilo temporale della disuguaglianza a U. Quest\u2019evidenza pu\u00f2 spingere a concludere che l\u2019andamento della disuguaglianza sia determinato da fattori comuni, che \u00e8 naturale identificare con la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica. A un\u2019analisi pi\u00f9 accurata si osserva tuttavia che la forma della U \u00e8 diversa da un paese all\u2019altro: varia il periodo in cui si osservano i valori minimi e la lunghezza di questo periodo; varia di quanto il braccio destro \u00e8 speculare a quello sinistro; la dinamica non \u00e8 uniforme, ma segmentata. Come nota Anthony Atkinson, la disuguaglianza appare muoversi in modo irregolare, configurando una successione di episodi pi\u00f9 che trend ben definiti di lungo periodo. Mutamenti cospicui si concentrano spesso in tempi relativamente brevi, intercalati da fasi in cui poco cambia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 suggerisce che le cause di fondo comuni come progresso tecnologico, globalizzazione ed evoluzione demografica interagiscono con fattori nazionali specifici, riconducibili ai cambiamenti dei sistemi fiscali e di protezione sociale, degli istituti del mercato del lavoro o della struttura proprietaria, in ultima analisi agli equilibri politico-sociali di una comunit\u00e0 nazionale. Questi fattori non sono indipendenti l\u2019uno dall\u2019altro. Per spiegare l\u2019evoluzione della distribuzione occorre quindi calare l\u2019analisi delle grandi forze comuni nel contesto storico di un paese, concentrandosi in particolare sugli snodi cruciali in cui cambiano questi equilibri politico-sociali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Era il tempo della speranza<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 In un clima di forte e crescente tensione il 21 dicembre, con la mediazione del ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin, viene firmato il contratto nazionale dei metalmeccanici per il settore privato. Quello per le Partecipazioni statali era gi\u00e0 stato firmato il giorno 9. Tra i risultati conseguiti ci sono: le 40 ore settimanali di lavoro; gli aumenti salariali uguali per tutti; i vincoli allo straordinario; il diritto di assemblea in fabbrica; le garanzie contro gli abusi disciplinari; il superamento delle differenze tra operai e impiegati nei trattamenti di malattia e infortunio. Si chiudeva cos\u00ec una vicenda importante e, per certi versi, una stagione.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Il 1969 sindacale \u00e8 stato certamente un fattore di proporzioni straordinarie, ma non una rottura assoluta con il passato. Come lo era stato invece per gli studenti. Tutto il decennio Sessanta pu\u00f2 essere infatti considerato una lunga incubazione, una lunga preparazione teorica e pratica. Un importante (e forse irripetibile) periodo di sperimentazioni contrattuali e rivendicative.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"right\"><em>Pierre Carniti, 2001\u00a0<\/em><a name=\"_ednref38\" href=\"#_edn38\" title=\"\">[38]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019\u201cautunno caldo\u201d \u00e8 uno snodo cruciale per la societ\u00e0 italiana. Esso chiuse la stagione di \u201cincubazione\u201d degli anni Sessanta e ne apr\u00ec un\u2019altra, una fase \u201cegualitaria\u201d durata poco pi\u00f9 di un decennio che ha radicalmente cambiato gli assetti sociali e distributivi del Paese. Quella fase egualitaria coincise con un periodo di grandi mutamenti del quadro internazionale, caratterizzato dalla fine degli accordi di Bretton Woods, da due shock petroliferi, dal ritorno dell\u2019inflazione e dalla fine di quel trentennio di rapida crescita delle economie capitalistiche seguito alla seconda guerra mondiale poi definito l\u2019era d\u2019oro del capitalismo<a name=\"_ednref39\" href=\"#_edn39\" title=\"\">[39]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Italia, per tutti gli anni Settanta il conflitto sociale si mantenne molto acuto e la capacit\u00e0 di rappresentanza dei sindacati raggiunse un punto di massimo (Figura 2). I rapporti di forza si spostarono nettamente a favore del lavoro e alla met\u00e0 del decennio la sua quota sul prodotto nazionale raggiunse i valori pi\u00f9 elevati dal dopoguerra<a name=\"_ednref40\" href=\"#_edn40\" title=\"\">[40]<\/a>. Nell\u2019industria, i redditi dei lavoratori dipendenti giunsero a rappresentare quasi i due terzi del valore aggiunto, da meno della met\u00e0 nei primi anni Cinquanta. In un contesto in cui le domande retributive erano fortemente egualitarie matur\u00f2 la riforma del meccanismo di indicizzazione del 1975 che port\u00f2 all\u2019adozione del punto unico di scala mobile. Associata a tassi di inflazione a due cifre, questa regola di indicizzazione si tradusse in una rapida compressione della struttura retributiva almeno fino ai primi anni ottanta, come anticipato all\u2019epoca dalle analisi pi\u00f9 attente<a name=\"_ednref41\" href=\"#_edn41\" title=\"\">[41]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tendenza verso una minore dispersione delle retribuzioni negli anni Settanta fu generalizzata: si manifest\u00f2 in una riduzione dei differenziali tra i diversi livelli di inquadramento (almeno nel comparto metalmeccanico), dei divari tra i vari settori, delle disparit\u00e0 complessive tra i lavoratori dipendenti, anche al netto delle imposte sul reddito<a name=\"_ednref42\" href=\"#_edn42\" title=\"\">[42]<\/a>. Questa spinta perequativa si propag\u00f2 dalle retribuzioni ai redditi personali imponibili e ai redditi familiari complessivi: come mostrato nella Figura 1, la quota di reddito ante-imposta dell\u20191 per cento pi\u00f9 ricco e l\u2019indice di Gini dei redditi disponibili equivalenti scesero nei primi anni Ottanta a valori storicamente tra i pi\u00f9 bassi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La fase egualitaria non si limit\u00f2 alla distribuzione dei redditi, ma riguard\u00f2 altre dimensioni della qualit\u00e0 di vita, come gli orari e le condizioni sul posto di lavoro, ricordati nella citazione di Carniti, o la protezione offerta dal sistema di sicurezza sociale<a name=\"_ednref43\" href=\"#_edn43\" title=\"\">[43]<\/a>. Nel 1978 venne istituito il Servizio Sanitario Nazionale, il primo dell\u2019Europa continentale, volto ad assicurare trattamenti sanitari universali, gratuiti e uguali per tutti<a name=\"_ednref44\" href=\"#_edn44\" title=\"\">[44]<\/a>. Quelle riforme contribuirono a diminuire le disuguaglianze nei livelli di vita, in un senso pi\u00f9 ampio di quello colto dai soli redditi monetari, anche negli anni seguenti. Lasciarono tuttavia questioni irrisolte: l\u2019aumento della spesa sociale avvenne al prezzo di un\u2019impennata del debito pubblico ed emersero problemi strutturali che avrebbero indebolito la crescita economica nei decenni successivi<a name=\"_ednref45\" href=\"#_edn45\" title=\"\">[45]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La societ\u00e0 dell\u2019insicurezza<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 &#8230; tanto maggiore diventer\u00e0 il numero dei rapporti di lavoro \u201cderegolamentati\u201d e \u201cflessibilizzati\u201d e tanto pi\u00f9 la \u201csociet\u00e0 del lavoro\u201d tender\u00e0 a trasformarsi in \u201csociet\u00e0 dell\u2019insicurezza\u201d. E nel regime dell\u2019insicurezza tutto pu\u00f2 essere teoricamente possibile, ma nulla pu\u00f2 essere concretamente prevedibile e, tanto meno, predeterminabile. La societ\u00e0 dell\u2019insicurezza sfugge infatti a qualsiasi previsione. Sia per le persone e le loro condizioni di vita, sia per le dinamiche politiche e sociali. Nulla autorizza a escludere che una tale prospettiva non possa addirittura mettere in pericolo la stessa democrazia. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"right\"><em>Pierre Carniti, 2001\u00a0<\/em><em><strong><a name=\"_ednref46\" href=\"#_edn46\" title=\"\">[46]<\/a><\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La spinta egualitaria venne meno nei primi anni Ottanta e, come si \u00e8 visto, in molti paesi avanzati inizi\u00f2 allora un lungo periodo di aumento delle disuguaglianze. In Italia, la parola d\u2019ordine degli aumenti salariali uguale per tutti e l\u2019appiattimento retributivo conseguente anche all\u2019operare della scala mobile contribuirono a incrinare il rapporto tra le tre maggiori confederazioni sindacali e le fasce pi\u00f9 professionalizzate dei lavoratori. La \u201cmarcia dei quarantamila\u201d quadri e impiegati della Fiat nell\u2019ottobre del 1980 a Torino \u2013 che \u201cquarantamila non erano\u201d, commenterebbe Pierre Carniti \u2013 segn\u00f2 simbolicamente la spaccatura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Questa frattura costitu\u00ec un elemento importante nell\u2019indebolimento della capacit\u00e0 di rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori, un elemento del tutto interno alla strategia sindacale, che discese dal perseguimento di un obiettivo intrinseco, l\u2019egualitarismo salariale, a prescindere dal contesto e dalle conseguenze. Come ha osservato Trentin, la \u201cscorciatoia egualitaria nelle rivendicazioni salariali\u201d rappresentava, nonostante molti giusti motivi, \u201c&#8230; l\u2019illusione velleitaria di definire in un contratto un salario pi\u00f9 o meno indipendentemente non solo dalla realt\u00e0, dura a morire, di un mercato del lavoro nel quale la domanda e l\u2019offerta erano anche influenzate dalla scarsit\u00e0 relativa di lavoro professionalizzato, ma anche dalla articolazione professionale effettivamente esistente nel mondo del lavoro e in tutti i luoghi di lavoro. Un\u2019articolazione questa, che rifletteva anche un patrimonio di saperi e di competenze, a volte acquisiti ad alto prezzo, con duri sacrifici, da lavoratori che il sindacato avrebbe dovuto difendere con maggiore rigore, tenendo conto non solo delle loro specifiche e diverse condizioni di prestazione, ma anche delle loro specifiche aspirazioni\u201d<a name=\"_ednref47\" href=\"#_edn47\" title=\"\">[47]<\/a>. Non fu per\u00f2 questo il solo elemento di erosione della forza del sindacato, n\u00e9 fu il pi\u00f9 rilevante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 L\u2019era d\u2019oro del capitalismo aveva portato a una compressione dei profitti e a un rafforzamento della posizione contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori che sfidava l\u2019autonomia decisionale delle imprese sugli investimenti e sulla stessa organizzazione del lavoro<a name=\"_ednref48\" href=\"#_edn48\" title=\"\">[48]<\/a>. La risposta del capitale prese la forma di politiche di <em>outsourcing<\/em> di parte delle attivit\u00e0, di <em>offshoring<\/em> e graduale spostamento dell\u2019attivit\u00e0 di produzione verso paesi \u201cemergenti\u201d, di sviluppo di tecnologie che permettono di risparmiare lavoro, soprattutto non qualificato. Sotto questo profilo, rivoluzione tecnologica e globalizzazione assumono un connotato in parte differente: non sono solo il frutto di fattori esogeni quali i risultati della ricerca scientifica o l\u2019evoluzione delle relazioni internazionali, ma rappresentano anche scelte strategiche che hanno consentito alle imprese di recuperare potere negoziale<a name=\"_ednref49\" href=\"#_edn49\" title=\"\">[49]<\/a>. Ne \u00e8 disceso un indebolimento progressivo della capacit\u00e0 dei sindacati di contrastare uno spostamento della divisione del prodotto a favore dei manager e degli azionisti, a scapito soprattutto dei lavoratori inquadrati nelle mansioni pi\u00f9 basse e meno qualificate, e pi\u00f9 in generale di condizionare le decisioni aziendali<a name=\"_ednref50\" href=\"#_edn50\" title=\"\">[50]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Queste tendenze sono state pi\u00f9 marcate negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove le dinamiche pi\u00f9 strettamente economiche si sono intrecciate con la riscossa di una cultura centrata sul ruolo esclusivo del mercato, teorizzata dalla reazione anti-keynesiana nella disciplina economica e culminata con le vittorie politiche di Ronald Reagan e Margaret Thatcher<a name=\"_ednref51\" href=\"#_edn51\" title=\"\">[51]<\/a>. In entrambi i paesi, a un aumento dei differenziali nelle remunerazioni da lavoro si sono sommate le politiche decise dai governi conservatori di riduzione delle imposte sui redditi pi\u00f9 elevati e ridimensionamento della spesa sociale<a name=\"_ednref52\" href=\"#_edn52\" title=\"\">[52]<\/a>. Nell\u2019Europa continentale, probabilmente per la resistenza di un modello di relazioni sociali pi\u00f9 corporativo e per una diversa struttura produttiva, queste tendenze si sono sviluppate pi\u00f9 lentamente e in forme diverse. Hanno per\u00f2 spinto le organizzazioni sindacali su posizioni sempre pi\u00f9 difensive, portandole a concentrarsi sulla difesa della propria base di rappresentanza rispetto alla tutela di interessi pi\u00f9 generali. Anche per questa ragione, gli oneri delle riforme della disciplina dei rapporti di lavoro e dei sistemi previdenziali sono ricaduti soprattutto sui nuovi entranti nel mercato del lavoro e hanno penalizzato maggiormente le classi pi\u00f9 giovani<a name=\"_ednref53\" href=\"#_edn53\" title=\"\">[53]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 In Italia, l\u2019esito dei cambiamenti nell\u2019organizzazione del lavoro \u00e8 evidente osservando l\u2019incidenza dei rapporti di lavoro \u201catipici\u201d tra le varie classi di nascita, dove con atipico si intende, con una rozza approssimazione, ogni occupazione a tempo determinato o a tempo parziale, dipendente o autonoma. Tra i 30 e i 35 anni di et\u00e0, aveva un\u2019occupazione atipica appena il 6 per cento dei nati negli anni Cinquanta; questa quota sale al 12 per cento per i nati negli anni Sessanta e al 22 per i nati negli anni Settanta e, in futuro, a valori probabilmente ancora pi\u00f9 alti per i nati nei due decenni successivi (Figura 3). Allo stesso tempo, le retribuzioni reali al primo impiego sono diminuite progressivamente, comportando un peggioramento della condizione dei giovani sul mercato del lavoro dovuto non tanto alla riduzione delle possibilit\u00e0 occupazionali quanto alla flessione dei livelli salariali e all\u2019accresciuta incertezza sulle prospettive di carriera, con riflessi duraturi sui loro redditi complessivi lungo il ciclo di vita<a name=\"_ednref54\" href=\"#_edn54\" title=\"\">[54]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Questa tendenza alla frammentazione dei rapporti di lavoro \u00e8 comune a tutte le economie avanzate. \u00c8 probabilmente destinata ad accentuarsi con la diffusione di micro-attivit\u00e0 imprenditoriali rese possibili dall\u2019innovazione, come guidare un taxi per Uber o affittare una stanza nel proprio appartamento con Airbnb. Come ha scritto Branko Milanovic, la prospettiva \u00e8 di una societ\u00e0 dove \u201cnessuno sarebbe disoccupato e nessuno avrebbe un impiego\u201d<a name=\"_ednref55\" href=\"#_edn55\" title=\"\">[55]<\/a>. Sul futuro del lavoro e dell\u2019uguaglianza incombe il rischio che la nuova rivoluzione tecnologica dei robot e dell\u2019internet delle cose possa portare a una massiccia distruzione di posti di lavoro<a name=\"_ednref56\" href=\"#_edn56\" title=\"\">[56]<\/a>. Anche se questa previsione non \u00e8 universalmente condivisa<a name=\"_ednref57\" href=\"#_edn57\" title=\"\">[57]<\/a>, si pone la questione politica se le scelte tecnologiche siano di esclusiva competenza delle imprese. La risposta di Atkinson, nel suo illuminante <em>Disuguaglianza. Che cosa si pu\u00f2 fare?<\/em>, \u00e8 negativa: secondo la prima delle sue quindici proposte per ridurre la disuguaglianza, \u201cla direzione del cambiamento tecnologico deve essere una preoccupazione esplicita dei decisori politici; va incoraggiata l\u2019innovazione in una forma che aumenti la possibilit\u00e0 dei lavoratori di avere un\u2019occupazione e metta in risalto la dimensione umana nella fornitura di servizi\u201d<a name=\"_ednref58\" href=\"#_edn58\" title=\"\">[58]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Per concludere<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tre punti meritano di essere ripresi alla fine di queste sparse riflessioni sulla disuguaglianza nelle societ\u00e0 capitalistiche contemporanee. Il primo \u00e8 che l\u2019interpretazione della dinamica della disuguaglianza nel lungo periodo richiede l\u2019analisi di una molteplicit\u00e0 di forze, alcune trasversali alle economie del mondo, altre specifiche dei contesti nazionali. Vi sono congiunture storiche ove si situano i punti di svolta: lo studio di questi \u201cmomenti fatali\u201d \u00e8 essenziale. Secondo, la preoccupazione per la disuguaglianza risponde sia a motivi intrinseci \u2013 l\u2019aspetto normativo di equit\u00e0 \u2013 sia a motivi strumentali \u2013 le conseguenze che pu\u00f2 avere su altri obiettivi rilevanti. Perseguire gli uni indipendentemente dagli altri pu\u00f2 mettere a rischio il fine di una minore disuguaglianza. Terzo, gli andamenti distributivi non sono solo l\u2019esito dell\u2019interazione tra forze economiche e strutture politico-istituzionali, ma dipendono anche dalle teorie economiche e dagli usi che se ne fanno nell\u2019indirizzare le scelte di politica economica. Sta agli economisti superare una certa inerzia di pensiero, soprattutto nel momento in cui si affronta la questione del \u201cche fare\u201d per ridurre le disuguaglianze.<\/p>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fig. 1: Evoluzione della disuguaglianza dei redditi in sette paesi avanzati<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\" size-full wp-image-1977\" src=\"http:\/\/5.249.146.118\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.28.46.png\" border=\"0\" alt=\"\" width=\"806\" height=\"758\" srcset=\"https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.28.46.png 806w, https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.28.46-300x282.png 300w, https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.28.46-768x722.png 768w\" sizes=\"(max-width: 806px) 100vw, 806px\" \/>\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fonti e note: <em>Quota di reddito dell\u20191% pi\u00f9 ricco<\/em>: elaborazione su dati tratti da The World Wealth and Income Database\u2013WID (http:\/\/www.wid.world; scaricati il 28 agosto 2016) relativi ai redditi imponibili lordi; per il Canada, la serie 1920-2000 \u00e8 calcolata su dati tabulati per classi di reddito, mentre la serie 1982-2010 \u00e8 calcolata su dati individuali per contribuente; per il Regno Unito, i dati si riferiscono a coppie sposate e adulti singoli fino al 1989 e individui adulti dal 1990 in poi. <em>Indice di concentrazione di Gini<\/em>: elaborazione su dati tratti da fonti nazionali per i redditi disponibili equivalenti; le serie sono indicative degli andamenti qualitativi, poich\u00e9 ottenute retropolando segmenti di serie parzialmente comparabili e ignorando alcune discontinuit\u00e0. Per entrambe le statistiche, i livelli non sono comparabili tra paesi a causa delle diverse definizioni dei redditi sottostanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"left\"><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fig. 2: Conflitti di lavoro, rappresentanza sindacale e quota del lavoro in Italia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\">\u00a0<img decoding=\"async\" class=\" size-full wp-image-1978\" src=\"http:\/\/5.249.146.118\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.29.06.png\" border=\"0\" width=\"888\" height=\"716\" srcset=\"https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.29.06.png 888w, https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.29.06-300x242.png 300w, https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.29.06-768x619.png 768w\" sizes=\"(max-width: 888px) 100vw, 888px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fonti e note: <em>Tasso di conflittualit\u00e0 sul lavoro<\/em>: ore non lavorate per conflitti di lavoro nell\u2019industria e nelle costruzioni per unit\u00e0 standard di lavoro dipendente; elaborazione su dati tratti da Istat per i conflitti di lavoro (http:\/\/seriestoriche.istat.it\/index.php?id=3) e da Prometeia (1951-1995: R. Golinelli, \u201cLa banca dati su dischetto per la contabilit\u00e0 nazionale in Italia in base 1990 (1951-1995)\u201d, mimeo) e Istat (1995-2015: http:\/\/dati.istat.it\/) per le unit\u00e0 standard di lavoro dipendente. <em>Grado di rappresentanza sindacale<\/em>: quota degli iscritti al sindacato (al netto degli iscritti che sono lavoratori autonomi, disoccupati, studenti e pensionati) sul totale dei lavoratori dipendenti; elaborazione su dati tratti da J. Visser, \u201cICTWSS Data base \u2013 Version 5.0\u201d (Amsterdam, Amsterdam Institute for Advanced LabourStudies AIAS, October 2015, archive.uva-aias.net\/208). <em>Quota del lavoro dipendente<\/em>: rapporto tra i redditi da lavoro dipendente e il valore aggiunto al costo dei fattori nell\u2019industria; elaborazione su dati Prometeia e Istat.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"left\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fig. 3: Tasso di occupazione e quota di occupati \u201catipici\u201d per classi di et\u00e0 in Italia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\">\u00a0<img decoding=\"async\" class=\" size-full wp-image-1979\" src=\"http:\/\/5.249.146.118\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.29.13.png\" border=\"0\" width=\"808\" height=\"432\" srcset=\"https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.29.13.png 808w, https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.29.13-300x160.png 300w, https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/images_Schermata-2016-11-22-alle-15.29.13-768x411.png 768w\" sizes=\"(max-width: 808px) 100vw, 808px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fonti e note: elaborazione su dati Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro. <em>Tasso di occupazione<\/em>: rapporto tra numero di occupati e popolazione residente in ciascuna classe di et\u00e0. <em>Quota di occupati \u201catipici\u201d<\/em>: rapporto tra numero di lavoratori con un\u2019occupazione a tempo determinato o a tempo parziale, dipendente o autonoma, e numero di occupati totali in ciascuna classe di et\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0(*) per gentile concessione di Edizioni Lavoro che ha in corso di pubblicazione il libro Idea, Azione, Autonomia in cui apparir\u00e0 questo saggio.<\/p>\n<div><br clear=\"all\" \/><\/p>\n<hr width=\"33%\" size=\"1\" \/>\n<div id=\"edn1\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn1\" href=\"#_ednref1\" title=\"\">[1]<\/a> Banca d\u2019Italia, Dipartimento Economia e Statistica. Ringrazio Federico Giorgi per le elaborazioni dei dati della Rilevazione dell\u2019Istat sulle forze di lavoro e Marco Magnani e Luisa Minghetti per gli utili commenti su una prima stesura. Le opinioni qui espresse sono mia esclusiva responsabilit\u00e0 e non impegnano la Banca d\u2019Italia e l\u2019Eurosistema.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn2\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn2\" href=\"#_ednref2\" title=\"\">[2]<\/a> Oxfam, \u201cAn economy for the 1%. How privilege and power in the economy drive extreme inequality and how this can be stopped\u201d, Oxford, Oxfam Briefing Paper 210, 2016, p. 2.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn3\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn3\" href=\"#_ednref3\" title=\"\">[3]<\/a> T. Piketty, <em>Capital in the Twenty-First Century<\/em>, Cambridge, Belknap, 2014; trad. it. <em>Il capitale nel XXI secolo<\/em>, Milano, Bompiani, 2014.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn4\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn4\" href=\"#_ednref4\" title=\"\">[4]<\/a> R. Rajan, <em>Fault Lines: How Hidden Fractures Still Threaten the World Economy<\/em>, Princeton, Princeton University Press, 2010; J.E. Stiglitz, \u201cMacroeconomic Fluctuations, Inequality, and Human Development\u201d, <em>Journal of Human Development and Capabilities<\/em>, 13, 2012, pp. 31-58; M. Kumhof, R. Ranci\u00e8re e P. Winant, \u201cInequality, Leverage, and Crises\u201d, <em>American Economic Review<\/em>, 105, 2015, pp. 1217-1245; cfr. anche P. Lucchino e S. Morelli, \u201cInequality, debt and growth\u201d, London, Resolution Foundation, 2012; A. Jayadev, \u201cDistribution and Crisis: Reviewing Some of the Linkages\u201d, in <em>The Handbook of the Political Economy of Financial Crises<\/em>, a cura di G. Epstein e M. Wolfson, Oxford, Oxford University Press, 2013, pp. 95-112; T. van Treeck, \u201cDid inequality cause the U.S. financial crisis?\u201d, <em>Journal of Economic Surveys<\/em>, 28, 2014, pp. 421-448.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn5\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn5\" href=\"#_ednref5\" title=\"\">[5]<\/a> M. Wolf, \u201cSeven ways to fix the system\u2019s flaws\u201d, <em>Financial Times<\/em>, 22 gennaio 2012,<\/p>\n<p>http:\/\/www.ft.com\/cms\/s\/0\/c80b0d2c-4377-11e1-8489-00144feab49a.html#axzz4Ie8vqQsj<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn6\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn6\" href=\"#_ednref6\" title=\"\">[6]<\/a> C. Lagarde, \u201cAnnual Meetings Speech: The Road Ahead\u2014A Changing Global Economy, A Changing IMF\u201d, Tokyo, 12 ottobre 12, https:\/\/www.imf.org\/en\/News\/Articles\/2015\/09\/28\/04\/53\/sp101212a.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn7\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn7\" href=\"#_ednref7\" title=\"\">[7]<\/a> F. Bourguignon, <em>The Globalization of Inequality<\/em>, Princeton, Princeton University Press, 2015, in particolare fig. 1 a p. 27; C. Lakner e B. Milanovic, \u201cGlobal Income Distribution: From the Fall of the Berlin Wall to the Great Recession\u201d, <em>World Bank Economic Review<\/em>, 30, 2016, pp. 203-232, in particolare tav. 3 a p. 212.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn8\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn8\" href=\"#_ednref8\" title=\"\">[8]<\/a> A. Brandolini e T.M. Smeeding, \u201cIncome Inequality in Richer and OECD Countries\u201d, in <em>The Oxford Handbook of Economic Inequality<\/em>, a cura di W. Salverda, B. Nolan e T.M. Smeeding, Oxford, Oxford University Press, 2009, pp. 71-100; <em>Top Incomes Over the 20th Century. A Contrast Between Continental European and English-Speaking Countries<\/em>, a cura di A.B. Atkinson e T. Piketty, Oxford, Oxford University Press, 2007; <em>Top Incomes. A Global Perspective<\/em>, a cura di A.B. Atkinson e T. Piketty, Oxford, Oxford University Press, 2010; S. Morelli, T.M. Smeeding, J. Thompson, \u201cPost-1970 Trends in Within-Country Inequality and Poverty: Rich and Middle-Income Countries\u201d, in <em>Handbook of Income Distribution. <\/em><em>Vol. 2A<\/em>, a cura di A.B. Atkinson e F. Bourguignon, Amsterdam, Elsevier, 2015, pp. 593-696.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn9\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn9\" href=\"#_ednref9\" title=\"\">[9]<\/a> L\u2019informazione sulla distribuzione dei redditi \u00e8 imperfetta e incompleta: solo l\u2019analisi congiunta di tutte le fonti disponibili pu\u00f2 portarci a conclusioni affidabili. N\u00e9 i dati delle indagini campionarie n\u00e9 quelli di fonte fiscale sono esenti da difetti. I primi risentono della reticenza degli intervistati, particolarmente per i redditi finanziari, soffrono di discontinuit\u00e0 in occasione dei cambiamenti nelle metodologie di rilevazione e, per la loro natura campionaria, non riescono a rappresentare adeguatamente gli estremi della distribuzione, in particolare i redditi pi\u00f9 elevati. D\u2019altra parte, la definizione dei redditi fiscali risponde a criteri amministrativi invece che economici e pu\u00f2 escludere componenti importanti, come le rendite finanziarie, soggette a tassazione separata; i valori sono distorti dall\u2019evasione fiscale; le modifiche della normativa tributaria rendono discontinue le serie storiche; riferendosi ai contribuenti, i dati non danno conto della condivisione dei redditi all\u2019interno della famiglia, oltre a non comprendere chi \u00e8 esentato dal pagamento dell\u2019imposta. Problemi analoghi si hanno per i dati sulla ricchezza.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn10\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn10\" href=\"#_ednref10\" title=\"\">[10]<\/a> L\u2019indice di Gini \u00e8 una misura di disuguaglianza compresa, per redditi non negativi, tra 0 quando la distribuzione \u00e8 perfettamente egualitaria e 1 quando tutto il reddito \u00e8 concentrato nelle mani di una sola persona. Il reddito equivalente tiene conto che il benessere dipende, per dato reddito, dai diversi bisogni delle persone che vivono nella famiglia e dalle economie di scala nei consumi (per esempio, nelle spese per il riscaldamento): equivalente significa quindi comparabile in termini di benessere tra famiglie diverse per dimensione e composizione.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn11\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn11\" href=\"#_ednref11\" title=\"\">[11]<\/a> Oltre che dalle diverse fonti statistiche e misure di disuguaglianza, le differenze discendono dal diverso concetto di reddito. Per un tentativo di conciliazione tra i due tipi di evidenza nel Regno Unito, cfr. R.V. Burkhauser, N. H\u00e9rault, S.P. Jenkins e R. Wilkins, \u201cWhat has Been Happening to UK Income Inequality Since the Mid-1990s? Answers from Reconciled and Combined Household Survey and Tax Return Data\u201d, National Bureau of Economic Research, Working Papers 21991, 2016.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn12\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn12\" href=\"#_ednref12\" title=\"\">[12]<\/a> B. Mandeville, <em>Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits<\/em>, London, J. Roberts, 1714; trad. it. <em>La favola delle api: ovvero vizi privati benefizi pubblici<\/em>, Torino, Boringhieri, 1961, p. 36.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn13\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn13\" href=\"#_ednref13\" title=\"\">[13]<\/a> Cfr. N. Rosenberg, \u201cMandeville, Bernard (1670\u20131733)\u201d, in <em>The New Palgrave Dictionary of Economics. <\/em><em>Second Edition<\/em>, a cura di S.N. Durlauf e L.E. Blume, Palgrave Macmillan, 2008.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn14\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn14\" href=\"#_ednref14\" title=\"\">[14]<\/a> A. Smith, <em>An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations<\/em>, 5a ed. a cura di E. Cannan, London, Methuen, 1904 (1776); trad.it. <em>Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni<\/em>, Milano, Mondadori, 1977, p. 18.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn15\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn15\" href=\"#_ednref15\" title=\"\">[15]<\/a> K.J Arrow e G. Debreu, \u201cExistence of an equilibrium for a competitive economy\u201d, <em>Econometrica<\/em>, 22, 1954, pp. 265-290.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn16\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn16\" href=\"#_ednref16\" title=\"\">[16]<\/a> A. Sen, <em>On Economic Inequality<\/em>, Oxford, Clarendon Press, 1973, p. 7.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn17\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn17\" href=\"#_ednref17\" title=\"\">[17]<\/a> R.E. Lucas, Jr. e T. Sargent, \u201cAfter Keynesian Macroeconomics\u201d, <em>Federal Reserve Bank of Minneapolis \u2013 Quarterly Review<\/em>, 3(2), 1979, pp. 1-16.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn18\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn18\" href=\"#_ednref18\" title=\"\">[18]<\/a> R.E. Lucas, Jr., \u201cThe Industrial Revolution: Past and Future\u201d, <em>Federal Reserve Bank of Minneapolis<\/em> \u2013 <em>The Region<\/em>, maggio 2004, https:\/\/minneapolisfed.org\/publications\/the-region\/the-industrial-revolution-past-and-future.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn19\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn19\" href=\"#_ednref19\" title=\"\">[19]<\/a> P. Aghion, \u201cInequality and Economic Growth\u201d, in P. Aghion e J. Williamson, <em>Inequality, Growth, and Globalization. Theory, History and Policy<\/em>, Raffaele Mattioli Lectures, Cambridge, Cambridge University Press, 1998, pp. 5-102.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn20\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn20\" href=\"#_ednref20\" title=\"\">[20]<\/a> A.M. Okun, <em>Equality and Efficiency. The Big Tradeoff<\/em>, Washington, The Brookings Institution, 1975, p. 120.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn21\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn21\" href=\"#_ednref21\" title=\"\">[21]<\/a> Cfr. R. B\u00e9nabou, \u201cInequality and Growth\u201d, in <em>NBER Macroeconomics Annual 1996<\/em>, a cura di B.S. Bernanke e J.J. Rotemberg, Cambridge, MIT Press, 1996, pp. 11-92.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn22\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn22\" href=\"#_ednref22\" title=\"\">[22]<\/a> A. Auclert e M. Rognlie, \u201cInequality and Aggregate Demand\u201d, mimeo, 2016; T. Jappelli e L. Pistaferri, \u201cFiscal Policy and MPC Heterogeneity\u201d, <em>American Economic Journal: Macroeconomics<\/em>, 6, 2014, pp. 107-136.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn23\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn23\" href=\"#_ednref23\" title=\"\">[23]<\/a> K.M. Murphy, A. Shleifer e R. Vishny, \u201cIncome Distribution, Market Size, and Industrialization\u201d, <em>Quarterly Journal of Economics<\/em>, 104, 1989, pp. 537-564.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn24\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn24\" href=\"#_ednref24\" title=\"\">[24]<\/a> G. Bertola, \u201cFactor Shares and Savings in Endogenous Growth\u201d, <em>American Economic Review<\/em>, 83, 1993, pp. 1184-1198; R. Perotti, \u201cPolitical Equilibrium, Income Distribution, and Growth\u201d, <em>Review of Economic Studies<\/em>, 60, 1993, pp. 755-776; A. Alesina e D. Rodrik, \u201cDistributive Politics and Economic Growth\u201d, <em>Quarterly Journal of Economics<\/em>, 109, 1994, pp. 465-490; T. Persson e G. Tabellini, \u201cIs Inequality Harmful for Growth?\u201d, <em>American Economic Review<\/em>, 84, 1994, pp. 600-621; A. Alesina e R. Perotti, \u201cThe Political Economy of Growth: A Critical Survey of the Recent Literature\u201d, <em>World Bank Economic Review<\/em>, 8, 1994, pp. 351-371. Il risultato dipende crucialmente dall\u2019ipotesi che le imposte \u201cdistorcano\u201d gli incentivi individuali; se ci\u00f2 non fosse, la conclusione verrebbe capovolta, come mostrato da G. Saint-Paul e T. Verdier, \u201cHistorical Accidents and the Persistence of Distributional Conflict\u201d, <em>Journal of the Japanese and International Economies<\/em>, 6, 1992, pp. 406-422; G. Saint-Paul e T. Verdier, \u201cEducation, Democracy and Growth\u201d, <em>Journal of Development Economics<\/em>, 42, 1993, pp. 399-407; G. Saint-Paul e T. Verdier , \u201cInequality, Redistribution and Growth: A Challenge to the Conventional Political Economy Approach\u201d, <em>European Economic Review<\/em>, 40, 1996, pp. 719-728.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn25\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn25\" href=\"#_ednref25\" title=\"\">[25]<\/a> P. Aghion e P. Bolton, \u201cDistribution and Growth in Models of Imperfect Capital Markets\u201d, <em>European Economic Review<\/em>, 36, 1992, pp. 603-611; O. Galor e J. Zeira, \u201cIncome Distribution and Macroeconomics\u201d, <em>Review of Economic Studies<\/em>, 60, 1993, pp. 35-52; R. Torvik, \u201cTalent, Growth and Income Distribution\u201d, <em>Scandinavian Journal of Economics<\/em>, 95, 1993, pp. 581-596; P. Aghion e P. Bolton, \u201cA Theory of Trickle-Down Growth and Development\u201d, <em>Review of Economic Studies<\/em>, 64, 1997, pp. 151-172.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn26\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn26\" href=\"#_ednref26\" title=\"\">[26]<\/a> J. Esteban e D. Ray, \u201cLobbying, and Resource Allocation\u201d, <em>American Economic Review<\/em>, 96, 2006, pp. 257-279.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn27\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn27\" href=\"#_ednref27\" title=\"\">[27]<\/a> Cfr. per stime su dati <em>cross-section<\/em>: A. Alesina e D. Rodrik, \u201cDistributive Politics\u201d, cit.; R. Perotti, \u201cIncome Distribution and Investment\u201d, <em>European Economic Review<\/em>, 38, 1994, pp. 827-835; Persson e Tabellini, \u201cIs Inequality\u201d, cit.; G.R.G. Clarke, \u201cMore Evidence on Income Distribution and Growth\u201d, <em>Journal of Development Economics<\/em>, 47, 1995, pp. 403-427; R. Perotti, \u201cGrowth, Income Distribution and Democracy: What the Data Say\u201d, <em>Journal of Economic Growth<\/em>, 1, 1996, pp. 149-187; A. Alesina e R. Perotti, \u201cIncome Distribution, Political Instability, and Investment\u201d, <em>European Economic Review<\/em>, 40, 1996, pp. 1203-28; per stime su dati longitudinali: A. Brandolini e N. Rossi, \u201cIncome Distribution and Growth in Industrial Countries\u201d, in <em>Income Distribution and High-Quality Growth<\/em>, a cura di V. Tanzi e K. Chu, Cambridge, MIT Press, 1998, pp. 69-105; K. Deininger e L. Squire, \u201cNew Ways of Looking at Old Issues: Inequality and Growth\u201d, <em>Journal of Development Economics<\/em>, 57, 1998, pp. 259-287; K.J. Forbes, \u201cA Reassessment of the Relationship Between Inequality and Growth\u201d,<em> American Economic Review<\/em>, 90, 2000, pp. 869-887.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn28\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn28\" href=\"#_ednref28\" title=\"\">[28]<\/a> Una disuguaglianza dei redditi pi\u00f9 bassa si associa con una crescita pi\u00f9 rapida e duratura per dato livello di redistribuzione pubblica, mentre quest\u2019ultima sembra avere effetti generalmente positivi sulla crescita, salvo nei casi estremi (che includono tuttavia gran parte delle economie avanzate), secondo J.D. Ostry, A.Berg e C.G. Tsangarides, \u201cRedistribution, Inequality, and Growth\u201d, IMF Staff Discussion Note SDN\/14\/02, 2014. I cambiamenti nella disuguaglianza dei redditi sono piccoli e meno volatili di quelli della crescita e non appaiono correlati con quest\u2019ultima, secondo D. Dollar, T. Kleineberg e A. Kraay, \u201cGrowth Still Is Good for the Poor\u201d, <em>European Economic Review<\/em>, 81, 2016, pp. 68-85. La disuguaglianza del reddito ha effetti nulli o al massimo debolmente positivi sulla crescita, mentre quella della ricchezza tende ad avere effetti negativi, soprattutto quando la concentrazione della ricchezza discende da posizioni di rendita dovute a connessioni politiche, secondo S. Bagchi e J. Svejnar, \u201cDoes wealth inequality matter for growth? The effect of billionaire wealth, income distribution, and poverty\u201d, <em>Journal of Comparative Economics<\/em>, 43, 2015, pp. 505-530.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn29\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn29\" href=\"#_ednref29\" title=\"\">[29]<\/a> Cfr., per esempio,O. Coibion, Y. Gorodnichenko, L. Kueng e J. Silvia, \u201cInnocent Bystanders? Monetary Policy and Inequality in the U.S.\u201d, mimeo, 2016<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn30\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn30\" href=\"#_ednref30\" title=\"\">[30]<\/a> A.O. Hirschman, \u201cThe Changing Tolerance for Income Inequality in the Course of Economic Development\u201d, con un\u2019appendice matematica di M. Rothschild, <em>Quarterly Journal of Economics<\/em>, 87, 1973, pp. 544-566; trad. it.: \u201cIl mutare della tolleranza per le diseguaglianze di reddito nel corso dello sviluppo economico\u201d, in <em>Ascesa e declino dell\u2019economia dello sviluppo e altri saggi<\/em>, a cura di A. Ginzburg, Torino, Rosenberg &amp; Sellier, 1983, pp. 73-93, citazione a p. 74.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn31\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn31\" href=\"#_ednref31\" title=\"\">[31]<\/a> A.O. Hirschman, <em>Essays in Trespassing: Economics to Politics and Beyond<\/em>, Cambridge, Cambridge University Press, 1981, p. 38.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn32\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn32\" href=\"#_ednref32\" title=\"\">[32]<\/a> F.H.G. Ferreira, S. Chen, A. Dabalen, Y. Dikhanov, N. Hamadeh, D. Jolliffe, A. Narayan, E.B. Prydz, A. Revenga, P. Sangraula, U. Serajuddin e N. Yoshida, \u201cA global count of the extreme poor in 2012: data issues, methodology and initial results\u201d, <em>Journal of Economic Inequality<\/em>, 14, 2016, pp. 141-172.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn33\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn33\" href=\"#_ednref33\" title=\"\">[33]<\/a> Secondo le stime di Lakner e Milanovic, \u201cGlobal Income\u201d, cit., l\u2019indice di Gini della distribuzione mondiale dei redditi o consumi pro capite \u00e8 sceso dal 72,2 per cento nel 1988 al 70,5 nel 2008; \u00e8 invece aumentato dal 38,2 al 41,9 nell\u2019insieme delle economie mature, dal 32,0 al 42,7 in Cina e dal 31,1 al 33,1 in India.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn34\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn34\" href=\"#_ednref34\" title=\"\">[34]<\/a> F. Bourguignon, <em>The Globalization<\/em>, cit., p. 38.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn35\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn35\" href=\"#_ednref35\" title=\"\">[35]<\/a> D.H. Autor, L.F. Katz e M.S. Kearney, \u201cThe Polarization of the US Labor Market\u201d, <em>American Economic Review Papers &amp; Proceedings<\/em>, 96, 2006, pp. 189-94; M. Goos e A. Manning, \u201cLousy and lovely jobs: The rising polarization of work in Britain\u201d, <em>Review of Economics and Statistics<\/em>, 89, 2007, pp. 118-133; M. Goos, A. Manning e A. Salomons, \u201cJob Polarization in Europe\u201d, <em>American Economic Review Papers &amp; Proceedings<\/em>, 99, 2009, pp. 58-63.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn36\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn36\" href=\"#_ednref36\" title=\"\">[36]<\/a> D. Rodrik, <em>Has Globalization Gone Too Far?<\/em>, Washington, Institute for International Economics, 1997, p. 2.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn37\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn37\" href=\"#_ednref37\" title=\"\">[37]<\/a> A.B. Atkinson, \u201cBringing Income Distribution in From the Cold\u201d, <em>Economic Journal<\/em>, 107, 1997, pp. 297-321, citazione a p. 303.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn38\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn38\" href=\"#_ednref38\" title=\"\">[38]<\/a> P. Carniti, <em>Era il tempo della speranza. La FIM negli anni Sessanta<\/em>, Roma, Edizioni Lavoro, 2001, p. 114.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn39\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn39\" href=\"#_ednref39\" title=\"\">[39]<\/a> <em>The Golden Age of Capitalism: Reinterpreting the Postwar Experience<\/em>, a cura di S.A. Marglin e J.B. Schor, Oxford, Clarendon Press, 1992.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn40\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn40\" href=\"#_ednref40\" title=\"\">[40]<\/a> R. Torrini, \u201cLabour, Profit and Housing Rent Shares in Italian GDP: Long-Run Trends and Recent Patterns\u201d, <em>Politica economica\u2013Journal of Economic Policy<\/em>, 31, 2015, pp. 275-314.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn41\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn41\" href=\"#_ednref41\" title=\"\">[41]<\/a> R. Filosa e I. Visco, \u201cCosto del lavoro, indicizzazione e perequazione delle retribuzioni negli anni \u201970\u201d, in <em>I difficili anni \u201970. <\/em><em>I problemi della politica economica italiana 1973\/1979<\/em>, a cura di G. Nardozzi, Milano, Etas Libri, 1980, pp. 107-139; C. L. Erickson e A. Ichino, \u201cWage Differentials in Italy: Market Forces, Institutions, and Inflation\u201d, in <em>Differences and Changes in Wage Structures<\/em>, a cura di R. B. Freeman e L. F. Katz, Chicago, University of Chicago Press, 1995, pp. 265-305; A. Brandolini, P. Cipollone e P. Sestito, \u201cEarnings Dispersion, Low Pay and Household Poverty in Italy, 1977-1998\u201d, in <em>The Economics of Rising Inequalities<\/em>, a cura di D. Cohen, T. Piketty e G. Saint-Paul, Oxford, Oxford University Press, 2002, pp. 225-264; M. Manacorda, \u201cCan the Scala Mobile Explain the Fall and Rise of Earnings Inequality in Italy? A Semiparametric Analysis, 1977-1993\u201d, <em>Journal of Labor Economics<\/em>, 22, 2004, pp. 585-613.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn42\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn42\" href=\"#_ednref42\" title=\"\">[42]<\/a> A. Brandolini, \u201cAppunti per una storia della distribuzione del reddito in Italia nel secondo dopoguerra\u201d, <em>Rivista di storia economica<\/em>, 16, 2000, pp. 213-232.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn43\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn43\" href=\"#_ednref43\" title=\"\">[43]<\/a> A. Brandolini e G. Vecchi, \u201cIl benessere degli Italiani\u201d, in <em>L\u2019Italia e l\u2019economia mondiale. Dall\u2019Unit\u00e0 a oggi<\/em>, a cura di G. Toniolo, Venezia, Marsilio, 2013, pp. 313-341.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn44\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn44\" href=\"#_ednref44\" title=\"\">[44]<\/a> M. Ferrera, \u201cThe Rise and Fall of Democratic Universalism. Health Care Reform in Italy, 1978-1994\u201d, <em>Journal of Health Politics, Policy and Law<\/em>, 20, 1995, pp. 275-302.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn45\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn45\" href=\"#_ednref45\" title=\"\">[45]<\/a> N. Crafts e M. Magnani, \u201cEt\u00e0 dell\u2019Oro e la seconda globalizzazione\u201d, in <em>L\u2019Italia e l\u2019economia mondiale<\/em>, cit., pp. 97-146.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn46\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn46\" href=\"#_ednref46\" title=\"\">[46]<\/a> P. Carniti, <em>La societ\u00e0 dell\u2019insicurezza. Lavoro, disuguaglianze, globalizzazione<\/em>, Troina, Citt\u00e0 aperta, 2001, p. 55.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn47\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn47\" href=\"#_ednref47\" title=\"\">[47]<\/a> B. Trentin, <em>Autunno Caldo. Il secondo biennio rosso 1968-1969<\/em>, intervista di G. Liguori, Roma, Editori Riuniti, 1999, pp. 91-2.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn48\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn48\" href=\"#_ednref48\" title=\"\">[48]<\/a> A. Glyn, <em>Capitalism Unleashed. Finance, Globalization, and Welfare<\/em>, Oxford, Oxford University Press, 2006, pp. 1-2.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn49\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn49\" href=\"#_ednref49\" title=\"\">[49]<\/a> Cfr. D. Acemoglu, P. Aghion, e G.L. Violante, \u201cDeunionization, technical change and inequality,\u201d <em>Carnegie-Rochester Conference Series on Public Policy<\/em> 55, 2001, pp. 229-264, per un modello teorico dove i cambiamenti tecnologici favorevoli al lavoro qualificato (<em>skill-biased<\/em>) provocano una de-sindacalizzazione e questa, a sua volta, amplifica l\u2019originale effetto sperequativo dei cambiamenti tecnologici sulla distribuzione delle retribuzioni.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn50\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn50\" href=\"#_ednref50\" title=\"\">[50]<\/a> F. Jaumotte e C. Osorio Buitron, \u201cInequality and Labor Market Institutions\u201d, IMF Staff Discussion Note SDN\/15\/14, 2015.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn51\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn51\" href=\"#_ednref51\" title=\"\">[51]<\/a> Il cambiamento del clima intellettuale in direzione liberista era stato attivamente perseguito per vari anni da istituti di ricerca e <em>think-tank<\/em> di orientamento conservatore. La storia dell\u2019Institute for Economic Affairs a Londra, narrata con toni auto-celebrativi dal suo direttore John Blundell alla Heritage Foundation nel 1989, ne \u00e8 un esempio illuminante. Cfr. J. Blundell, \u201cWaging the War of Ideas: Why There Are No Shortcuts,\u201d in J. Blundell, <em>Waging the War of Ideas<\/em>, London, The Institute of Economic Affairs, 3a ed., 2007, pp. 33-46.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn52\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn52\" href=\"#_ednref52\" title=\"\">[52]<\/a> A.B. Atkinson, \u201cIncome Inequality in OECD Countries: Data and Explanations\u201d, <em>CESifo Economic Studies<\/em>, 49, 2003, pp. 479-513.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn53\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn53\" href=\"#_ednref53\" title=\"\">[53]<\/a> P. Emmenegger, The Politics of Job Security Regulations in Western Europe: From Drift to Layering, Politics &amp; Society, in corso di pubblicazione.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn54\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn54\" href=\"#_ednref54\" title=\"\">[54]<\/a> A. Rosolia, \u201cL\u2019evoluzione delle retribuzioni in Italia tra il 1986 e il 2004 secondo i dati dell\u2019archivio WHIP\u201d, <em>Politica economica<\/em>, 26, 2010, pp. 179-201; A. Brandolini e A. Rosolia, \u201cConsumi, redditi, risparmi e benessere\u201d, in <em>Il secolo degli anziani. Come cambier\u00e0 l\u2019Italia<\/em>, a cura di A. Golini e A. Rosina, Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 137-158; F. Giorgi, A. Rosolia, R. Torrini e U. Trivellato, \u201cMutamenti tra generazioni nelle condizioni lavorative giovanili\u201d, in <em>Generazioni disuguali. Le condizioni di vita dei giovani di ieri e di oggi: un confronto<\/em>, a cura di A. Schizzerotto, U. Trivellato e N. Sartor, Bologna, Il Mulino, 2011, pp. 111-144; A. Brandolini e G. D\u2019Alessio, \u201cDisparit\u00e0 intergenerazionali nei redditi familiari\u201d, in <em>Generazioni disuguali<\/em>, cit., pp. 145-173; A. Rosolia e R. Torrini, \u201cThe generation gap: a cohort-level analysis of earnings levels, dispersion and the role of initial labor market conditions in Italy, 1974-2014\u201d, Banca d\u2019Italia, Questioni di economia e finanza, 2016; Banca d\u2019Italia, <em>Relazione annuale sul 2015<\/em>, Roma, 2016, pp. 173-175.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn55\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn55\" href=\"#_ednref55\" title=\"\">[55]<\/a> B. Milanovic, \u201cNo one would be unemployed and no one would hold a job\u201d, <em>globalinequality<\/em>, 25 ottobre 2015, http:\/\/glineq.blogspot.it\/2015\/10\/no-one-would-be-unemployed-and-no-one.html.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn56\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn56\" href=\"#_ednref56\" title=\"\">[56]<\/a> E. Brynjolfsson e A. McAfee, <em>The Second Machine Age. Work, Progress, and Prosperity in a Time of Brilliant Technologies<\/em>, New York, Norton, 2014; trad. it. <em>La nuova rivoluzione delle macchine<\/em>, Milano, Feltrinelli, 2015.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn57\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><a name=\"_edn57\" href=\"#_ednref57\" title=\"\">[57]<\/a> R.J. Gordon, <em>The Rise and Fall of American Growth: The U.S. Standard of Living since the Civil War<\/em>, Princeton, Princeton University Press, 2016.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"edn58\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><a name=\"_edn58\" href=\"#_ednref58\" title=\"\">[58]<\/a> A.B. Atkinson, <em>Inequality. <\/em><em>What Can Be Done?<\/em>, Cambridge, Harvard University Press, 2015; trad.it. <em>Disuguaglianza. <\/em><em>Che cosa si pu\u00f2 fare?<\/em>, Milano, Cortina, 2015, citazione (qui rivista) a p. 123.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 2015 appena 62 individui disponevano della stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone \u2013 la met\u00e0 pi\u00f9 povera dell\u2019umanit\u00e0 (Oxfam, 2016).\u00a0La disuguaglianza dei redditi e della ricchezza \u00e8 tema di grande attualit\u00e0. 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