{"id":2001,"date":"2016-12-07T11:26:34","date_gmt":"2016-12-07T10:26:34","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/la-speranza-e-un-sogno-fatto-da-svegli\/"},"modified":"2016-12-07T11:26:34","modified_gmt":"2016-12-07T10:26:34","slug":"la-speranza-e-un-sogno-fatto-da-svegli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/la-speranza-e-un-sogno-fatto-da-svegli\/","title":{"rendered":"\u201cLa speranza \u00e8 un sogno fatto da svegli\u201d"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Consentitemi una brevissima premessa. Quando pochi giorni fa Raffaele Morese mi ha comunicato che gli serviva il testo scritto del mio intervento per oggi, richiesta del tutto inconsueta, per un momento mi \u00e8 balenato il sospetto che la formula canonica utilizzata secoli fa dal censore ecclesiastico per le pubblicazioni a stampa ammesse &#8220;<em>Nihil obstat quominus imprimatur<\/em>&#8221; (nulla osta a che sia stampato) fosse stata fatta propria da un oscuro censore laico per gli interventi orali: &#8220;nulla osta che sia pronunciato&#8221;. Mi sono per\u00f2 subito reso conto che la spiegazione era assai pi\u00f9 semplice. Persino banale. Poich\u00e9 questa riunione ha una durata limitata, gli organizzatori volevano essere certi che non avrei sforato il tempo che mi \u00e8 stato assegnato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venendo al dunque, voglio innanzi tutto ringraziare i tanti che, al di l\u00e0 dei miei indiscutibili limiti, hanno voluto benevolmente manifestarmi, in tutti gli ultimi anni ed anche in occasione di questo incontro, perduranti legami di simpatia ed amicizia. Tuttavia, come dice il proverbio latino: &#8220;<em>amicus Plato, sed magis amica veritas<\/em>&#8220;, non posso esimermi dal confermare i &#8220;dubbi&#8221;, le &#8220;perplessit\u00e0&#8221; espresse a Raffaele Morese e Mario Colombo, quando\u00a0 mi hanno informato del loro progetto. Le ragioni delle mie obiezioni erano e restano semplici. Come sappiamo tutti nella pubblicistica dedicata esistono due tipi di scritti. Il primo &#8220;in memoria di&#8221; per celebrare personaggi defunti pi\u00f9 o meno celebri, il secondo in &#8220;onore di&#8221;, di norma riservati a professori universitari che hanno concluso meritevolmente la loro attivit\u00e0 accademica.\u00a0 A parte ogni altra considerazione, voglio sperare che sia prematuro inserirmi nella prima tipologia. Mentre per la seconda \u00e8 del tutto evidente che non ne ho i requisiti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Conoscendo le mie obiezioni il bravissimo Paolo Feltrin, con un espediente narrativo, ha trasformato il &#8220;suo&#8221; scritto in una &#8220;mia&#8221; auto-commemorazione. Per farla brave, voglio per\u00f2 dire che questo modesto contenzioso, non intacca certo i rapporti di forte amicizia. Del resto la vera amicizia non presuppone affatto la condivisione acritica di tutti i giudizi, di tutte le rispettive opinioni. Resta il fatto che pure questo piccolo diverbio costituisce una conferma della mia \u00a0\u00a0diffidenza verso la vulgata popolare, secondo la quale la vecchiaia porta saggezza. Personalmente, resto invece convinto che non \u00e8 vero che quanto pi\u00f9 si invecchia tanto pi\u00f9 si diventa saggi. \u00a0Semplicemente si \u00e8 meno ascoltati. Del resto lo si osserva anche nel rapporto tra le generazioni. Non fosse altro perch\u00e9 assai spesso i vecchi si ripetono ed i giovani non ascoltano. Risultato: la noia \u00e8 reciproca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venendo al tema che \u00e8 stato proposto per questo nostro incontro cio\u00e8 il &#8220;lavoro per tutti&#8221;, vale a dire l&#8217;obiettivo della piena occupazione, dico subito che malgrado al futuro si dovrebbe sempre guardare con ottimismo, per quanto riguarda il lavoro l&#8217;Italia sembra sfuggire a questa regola. Il &#8220;lavoro per tutti&#8221; non c&#8217;\u00e8 ed, allo stato, non esistono realistiche prospettive che la situazione possa cambiare significativamente. Quanto meno nel breve, medio periodo. Intanto perch\u00e9 la crescita annua dello zero virgola (o anche dell&#8217;uno per cento) non pu\u00f2 risolvere il problema. In quanto non \u00e8 in grado nemmeno di compensare i posti di lavoro che si perdono per l&#8217;effetto del sempre maggiore impiego dell&#8217;informatica, della robotica, dell&#8217;automazione. Non solo nel settore manifatturiero, ma anche in quello dei servizi. A questa situazione non si riesce certo a porre rimedio con interventi, tanto enfatizzati quanto ininfluenti, della normativa relativa al mercato del lavoro. In quanto, per ben che vada, al massimo sono dei semplici placebo. Aggiungo che ci sono tre cose alle quali non ho mai creduto nella mia vita: gli oroscopi, i pronostici e le interpretazioni statistiche. A quest&#8217;ultimo proposito il leader conservatore inglese Benjamin Disraeli sosteneva che ci sono tre tipi di menzogne che non era disposto a sopportare: le bugie, le bugie gravi e le interpretazioni statistiche. Difficile dargli torto, se solo pensiamo al vociante dibattito mediatico che ha accompagnato la pubblicazione mensile e trimestrale dei dati Istat su occupazione e disoccupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In ogni caso, il punto da tenere ben presente \u00e8 che la disoccupazione dilagante con cui siamo alle prese \u00e8 la somma di diversi fattori. In primo luogo, una globalizzazione finanziaria sregolata che, pur avendo consentito anche qualche risultato positivo, ad esempio per alcune centinaia di milioni di persone (soprattutto in India ed in Cina) di uscire da una condizione di povert\u00e0 assoluta, ha tuttavia contemporaneamente prodotto ed assecondato un parallelo aumento di diseguaglianze intollerabili. Sia a livello mondiale, sia soprattutto nei paesi occidentali (in Italia in particolare). \u00a0Il tutto caratterizzato da una contestuale svalutazione dei diritti e del costo del lavoro, assunti nella maggior parte dei casi, come il terreno fondamentale, se non esclusivo, della competizione commerciale. Inoltre, sul piano economico hanno pesato tanto le politiche deflazionistiche, quanto i limiti di investimenti pubblici e privati sempre pi\u00f9 asfittici. Per fare buon peso, negli ultimi anni si \u00e8 teorizzato e praticato la disintermediazione dei gruppi intermedi. Si \u00e8 insomma sostenuto che, nella attuale fase economica e sociale, si poteva ormai fare a meno della mediazione delle grandi organizzazioni del lavoro e della contrattazione. il risultato \u00e8 sotto i nostri occhi. Credo per\u00f2 sia giusto fare anche notare, sperando che non si tratti di fuochi di paglia, qualche positivo segnale di inversione di tendenza negli orientamenti culturali e pratici delle controparti, sia private che pubbliche. Considero un indizio di questo ravvedimento culturale la recente firma del contratto per un milione e seicentomila metalmeccanici e per tre milioni e trecentomila statali. \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia, per quelle che ho sommariamente richiamato e per tante altre ragioni che potrebbero essere aggiunte, il lavoro, la disoccupazione siano da assumere come il problema cruciale economico e sociale del nostro tempo. Non solo per i milioni di persone coinvolte, ma per quasi tutte le famiglie. Perch\u00e9 pi\u00f9 o meno in ogni famiglia c&#8217;\u00e8 uno o pi\u00f9 componenti che temono di perdere il lavoro, o lo hanno perso e non riescono pi\u00f9 a trovarlo. A cui si somma la condizione sempre pi\u00f9 disperante per il futuro dei figli. Costantemente in balia di una dilagante disoccupazione giovanile, che ha superato ogni soglia di tollerabilit\u00e0. Intendiamoci. Essere disoccupati oggi, malgrado la povert\u00e0 assoluta tenda continuamente ad aumentare, non significa necessariamente non fare nulla, o morire di fame. Come capitava alla generazione dei nostri padri e dei nostri nonni. Ma significa sempre essere esclusi. Perch\u00e9. anche se molte cose relative al lavoro sono cambiate, basti pensare: all&#8217;organizzazione del lavoro, alla cultura del lavoro, al rapporto tra le persone ed il lavoro. Tuttavia, malgrado le continue trasformazioni, il lavoro resta un fattore decisivo di appartenenza, di identit\u00e0 individuale, familiare, sociale. Infatti in questa societ\u00e0 sempre pi\u00f9 individualista, disincantata ed indifferente, continuiamo ad essere anche in rapporto a ci\u00f2 che facciamo. Al punto che la prima domanda che le persone si scambiano per riconoscersi \u00e8: &#8220;che fai?&#8221;. A conferma di quanto il lavoro continui ad essere un elemento imprescindibile di identificazione, di riconoscimento personale, familiare, sociale. Quindi non ci si pu\u00f2, e non ci si dovrebbe rassegnare al dramma di milioni di persone che ne sono deprivate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poich\u00e9, allo stato, ci troviamo alle prese con una situazione intollerabile cosa si pu\u00f2 fare per eliminare, o quanto meno ridurre significativamente, questa grave tracimazione di sofferenza umana? A questo fine, ci sono compiti che spettano ovviamente alla politica. In primo luogo l&#8217;adozione di appropriaste misure economiche. A cominciare da investimenti pubblici destinati alla tutela della salute per tutti, alla scuola, ad un pi\u00f9 efficiente funzionamento degli strumenti per l&#8217;avvio al lavoro, compresa la formazione continua, alla messa in sicurezza del territorio e delle persone. Tutte misure che, assieme ad altre, possono contribuire alla ripresa economica e dunque anche all&#8217;aumento dell&#8217;occupazione. Si tratta di interventi sicuramente importanti, ma che non bastano se si intende davvero assumere l&#8217;obiettivo del &#8220;lavoro per tutti&#8221;. Bisogna infatti fare i conti con il punto decisivo non offuscabile con discorsi blablatici. E il punto \u00e8 che, allo stato, non c&#8217;e abbastanza lavoro per tutti. Per tutti coloro che vorrebbero lavorare. Perci\u00f2 l&#8217;unico modo per affrontare concretamente il problema \u00e8 quello di ridurre gli orari e ripartire diversamente il lavoro disponibile. I modi per conseguire questo risultato sono teoricamente innumerevoli. Ma essendo rispettoso dell&#8217;autonomia sindacale, non mi permetto di entrare nel merito. Nemmeno con semplici suggerimenti. Intendendo con questa condotta mantenermi fedele ad un comportamento al quale, negli ultimi trent&#8217;anni, ho sempre cercato di ispirarmi. Non a caso che, pur essendomi sempre interessato delle questioni generali relative al lavoro (&#8220;semel&#8221; sindacalista, &#8220;semper&#8221; sindacalista) mi sono contemporaneamente astenuto dall&#8217;esprimere qualsiasi giudizio tanto sulla appropriatezza, o sulla congruit\u00e0 delle piattaforme elaborate, come sugli accordi stipulati,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 un caso, del resto, che pur essendo stato proclamato dal congresso confederale dell&#8217;85 membro a vita del consiglio generale (come qualcuno tra i pi\u00f9 anziani probabilmente ricorder\u00e0), non abbia mai partecipato ad alcuna riunione di questo importante organismo di indirizzo strategico. La ragione che mi ha condizionato \u00e8 molto semplice. Non so se sia ancora in vigore, o se sia stata riformata, oppure se nel frattempo sia caduta in disuso, ma c&#8217;era una norma nel diritto canonico la quale prescriveva che quando un parroco lasciava una parrocchia non poteva pi\u00f9 ritornare. Neanche per confessare. Norma che credo farebbe bene se fosse estesa anche alle grandi organizzazioni collettive, sociali e politiche. In ogni caso. Intanto, almeno per quel che mi riguarda, ho ritenuto comunque opportuno di uniformarmi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per concludere, consentitemi qualche rapida considerazione. Gli ultimi due decenni per i diritti ed il trattamento del lavoro e per le organizzazioni di rappresentanza del lavoro \u00a0\u00e8 stato un lunghissimo, interminabile periodo di nuvole basse. Per tornare a vedere il sole occorre innanzi tutto impegnarsi con efficacia e determinazione ad unificare il mondo del lavoro. Normativamente tra pubblico e privato e per includere i milioni di persone ricattate con l&#8217;imposizione di contratti atipici che sono, di fatto, esclusi dalla contrattazione e dal riconoscimento di diritti essenziali. Compreso il riconoscimento della dignit\u00e0 del lavoro. Naturalmente la prima condizione per ricomporre il mondo del lavoro \u00e8 che, a sua volta, il sindacalismo confederale non si presenti frantumato. In sostanza si dimostri capace di combattere la tendenza a trasformare divergenze occasionali, per quanto forti, o supposte tali, in contrapposizioni permanenti.\u00a0 Che determinano solo impotenza e paralisi.\u00a0 Si pu\u00f2 senz&#8217;altro convenire che nel compito che sta di fronte al sindacalismo confederale non c&#8217;\u00e8 niente di facile, ma ci si deve tutti convincere che non c&#8217;\u00e8 neanche niente di impossibile. Il segreto consiste nel non trasformare mai i motivi di preoccupazione in ragioni di pessimismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Finisco con due versi noti a molti, di John Donne (famoso poeta inglese del &#8216;500) il quale descrive con espressioni commosse, che non andrebbero ignorate, il valore dei rapporti tra individuo ed individuo. Sostenendo che ciascuno vale solo in quanto parte del tutto. Dice infatti Donne: &#8220;<em>Nessun uomo \u00e8<\/em> <em>un&#8217;isola, completo in s\u00e9 stesso; ogni uomo \u00e8 un pezzo<\/em> <em>di continente, una parte del tutto.\u00a0 &#8230;&#8230;\u00a0 E<\/em> <em>dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Suona per te.&#8221; <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ai versi di Donne voglio aggiungere due righe di commento contenute nel bel libro (&#8220;Il futuro \u00e8 nel nostro passato&#8221;) in cui, proseguendo sulle orme degli &#8220;Adagia&#8221; di Erasmo, la nostra amica Fiorella Casucci Camerini interpreta frammenti di saggezza greca e latina per auspicare un nuovo umanesimo. Queste le sue parole: &#8220;E oggi in questi nuovi tempi di individualismo sfrenato, di odio, di violenza, del sonno della ragione, in cui il suono della campana per ciascuno di noi \u00e8 sommerso da un frastuono assordante, \u00e8 essenziale recuperare il senso di solidariet\u00e0, di fraternit\u00e0 e di unione, pena la dissoluzione della comunit\u00e0&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per scongiurare i rischi gravi del tempo che ci \u00e8 dato di vivere \u00e8 quindi necessario ricostruire con tenacia, determinazione, impegno costante la speranza in un possibile futuro migliore. Cominciando con il dare riposte concrete alla questione decisiva del &#8220;lavoro per tutti&#8221;. Senza farci intimorire, bloccare, fuorviare, dalle critiche, dalle obiezioni delle \u00e9lite del potere economico finanziario. Che, negli ultimi anni. ha costretto la comunit\u00e0 a sopportare durissimi costi umani e sociali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Credo che si possa finalmente invertire la tendenza. Ma occorre svegliarci. Sia perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 tempo da perdere. Ma soprattutto perch\u00e9, come diceva Aristotile, &#8220;La speranza \u00e8 un sogno fatto da svegli&#8221; \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">*intervento al Convegno CISL \u2013 ASTROLABIO SOCIALE su \u201cIl lavoro che sar\u00e0, per tutti\u201d del 06\/12\/2016<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Consentitemi una brevissima premessa. 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