{"id":20048,"date":"2024-02-13T07:55:26","date_gmt":"2024-02-13T06:55:26","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/?p=20048"},"modified":"2024-02-13T18:48:41","modified_gmt":"2024-02-13T17:48:41","slug":"il-lavoro-da-un-capitalismo-della-crescita-al-capitalismo-della-sostenibilita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/il-lavoro-da-un-capitalismo-della-crescita-al-capitalismo-della-sostenibilita\/","title":{"rendered":"Il lavoro, da un capitalismo della crescita al capitalismo della sostenibilit\u00e0"},"content":{"rendered":"\n<p>1) Quando si parla di lavoro c\u2019\u00e8 sempre chi ricorda che la nostra Repubblica \u00e8 fondata sul lavoro, il che significa che il titolo di merito che il cittadino pu\u00f2 rivendicare \u00e8 legato al contributo del suo lavoro. E dal momento che non tutti i cittadini hanno eguale opportunit\u00e0 di un lavoro produttivo e dignitoso, la Repubblica si impegna a promuovere le condizioni per rendere effettivo tale diritto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Occorre tornare alla memoria di un paese sconfitto e devastato da una guerra che affronta l\u2019obiettivo di una sua ricostruzione potendo contare soprattutto sulle braccia dei suoi lavoratori, in un contesto povero di capitale e di tecnologie. Infatti, il lavoro fu protagonista nella riconversione da una economia di guerra a una economia di pace e nel percorso di avvio delle prime industrie di prodotti di serie.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>I problemi di riallocazione della manodopera e di regolazione del lavoro, dal lato normativo e retributivo, furono gestiti dalle rappresentanze delle imprese e dei lavoratori attraverso lo strumento della contrattazione interconfederale, in presenza del vincolo condiviso di privilegiare gli investimenti produttivi per favorire la ripresa dell\u2019occupazione. La determinazione dei salari fu affidata ad una pianificazione centralizzata dei minimi, con rigide differenze (per settore, territorio, sesso, et\u00e0, qualifica) e la dinamica dei salari fu essenzialmente legata alla scala mobile, escludendo ogni collegamento con la produttivit\u00e0. La gestione delle esuberanze di personale, dovute alle riconversioni industriali, fu affidata a procedure contrattuali per le soluzioni delle controversie gestite dalle parti sociali a livello di impresa, con l\u2019intervento risolutivo, previsto in molti casi, di un arbitro esterno, comunemente designato.&nbsp;Nonostante lo strascico di una guerra civile divisiva, il mondo del lavoro, diede un contributo fondamentale al risanamento delle finanze pubbliche e al contenimento dell\u2019inflazione, favorendo quelle capacit\u00e0 competitive che aprirono il Paese alla liberalizzazione degli scambi commerciali. \u00c8 nella seconda met\u00e0 degli anni \u201960 del secolo scorso, con il consolidamento del processo di industrializzazione, che il mondo del lavoro intraprende un nuovo percorso di autotutela collettiva che trover\u00e0 il suo culmine alla fine del decennio. Una duplice sfida al potere politico per ottenere un welfare inclusivo e al potere delle imprese per ottenere condizioni retributive e normative di lavoro migliori. La vivacit\u00e0 dei conflitti sociali, in questa fase di rivendicazionismi sindacali, non imped\u00ec l\u2019ingresso del Paese nella gerarchia dei paesi pi\u00f9 avanzati, grazie ad una crescita costante del reddito e della produttivit\u00e0. Un periodo, peraltro, caratterizzato da un equilibrio sostenibile fra interventismo dello Stato e autonomia dell\u2019economia di mercato, tra ruolo della legge e della contrattazione collettiva. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Fu agli inizi degli anni \u201990 che il sistema Paese collass\u00f2 facendo parlare di passaggio alla Seconda Repubblica. La crisi politica port\u00f2 alla scomparsa dei partiti che avevano guidato la ricostruzione post-bellica e la crisi economica e finanziaria si manifest\u00f2 con il declassamento del nostro debito pubblico e il declino di competitivit\u00e0 del sistema produttivo, erosa da un\u2019alta inflazione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Fu il Governo Ciampi a gestire tale emergenza coinvolgendo le rappresentanze dei diversi interessi collettivi nella stipula di un Patto di Concertazione del luglio 1993. Un patto imperniato su una politica dei redditi anti-inflazionistica e su una politica di riforme nell\u2019obiettivo condiviso di risanare le disfunzioni strutturali all\u2019origine della crisi. Le cose, come \u00e8 noto, non andarono come previsto, per la fragilit\u00e0 di un sistema politico in balia di maggioranze instabili e per la debolezza di un sistema produttivo in difficolt\u00e0 nell\u2019affrontare le nuove sfide tecnologiche e della globalizzazione competitiva.&nbsp;L\u2019impegno riformistico rimase sulla carta, mentre il risultato principale di tale stagione fu il progressivo contenimento dell\u2019inflazione grazie soprattutto al contributo della moderazione salariale e alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro. Il Paese si assest\u00f2 su un equilibrio economico precario, sorretto da svalutazioni competitive ed inizi\u00f2 una fase di stagnazione della produttivit\u00e0 e dei salari.<\/p>\n\n\n\n<p>2) Da allora, c\u2019\u00e8 stato un lungo periodo di debolezza retributiva, accentuata ora dalla ripresa dell\u2019inflazione: da un lato l\u2019impoverimento della struttura produttiva quale risultato di una terziarizzazione a basso valore aggiunto e sostenuta, almeno in parte, da un\u2019occupazione precaria; dall\u2019altro la debolezza di una crescita economica che ha ridotto i flussi di reddito in grado di alimentare il rinnovo dei contratti collettivi, con il conseguente depotenziamento rappresentativo del mondo delle imprese e del lavoro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Una recente ricerca BNL-Paribas chiarisce la portata di tali eventi: se agli inizi degli anni 2000 per ogni euro speso per il costo del lavoro si ricavavano 2,1 quote di valore aggiunto, nel 2021, si \u00e8 scesi al 1,75 con una perdita del 15%.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 vero che negli anni successivi al 2021 i conti economici sono migliorati, sia sul piano del reddito che dell\u2019occupazione, ma il lavoro non se ne \u00e8 avvantaggiato e ora si stanno manifestando nuovi segnali di rallentamento della crescita economica che anticipano una nuova riconversione produttiva a sostegno di uno sviluppo sostenibile.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non pu\u00f2 sfuggire che si tratta di una discontinuit\u00e0 non certo marginale, contrassegnata dal passaggio da un capitalismo della crescita ad un capitalismo, appunto, della sostenibilit\u00e0. La crescita economica, che deve farsi carico della sostenibilit\u00e0, include obiettivi che vanno ben al di l\u00e0 del rendere pi\u00f9 efficiente la macchina produttiva, ottimizzando, come si dice, l\u2019impiego delle risorse disponibili. La crescita economica sostenibile ha i suoi costi, richiede investimenti che incidono sulle organizzazioni del lavoro e sui processi di redistribuzione del reddito.<\/p>\n\n\n\n<p>3) \u00c8 facile prevedere che, nel nuovo corso, il lavoro sar\u00e0 il fattore produttivo destinato ad essere sfavorito perch\u00e8 le opportunit\u00e0 che si aprono ad una sua rivalutazione retributiva e professionale saranno gestite, in termini selettivi, dalle imprese pi\u00f9 innovative, mancando al lavoro una sua efficace capacit\u00e0 rappresentativa per il declassamento persistente della contrattazione decentrata e per l\u2019indebolimento delle strutture sindacali di impresa. Si pu\u00f2 tornare all\u2019apologo di Karl Marx, il quale osservava come i processi di distribuzione del reddito dipendessero da due variabili: l\u2019ampiezza della zuppiera e la dimensione dei cucchiai dei commensali. Il lavoro contribuisce ad accrescere la dimensione della zuppiera ma il suo cucchiaio rimane sempre piccolo. Un fatto che non ha solo risvolti sociali di impoverimento del lavoro ma anche economici: il declino della massa salariale nella composizione del reddito che produce effetti depressivi sui consumi, in presenza, peraltro, di un divenire incerto dell\u2019export in un mondo sempre pi\u00f9 turbolento; l\u2019indebolimento della \u201cfrusta salariale\u201d che rallenta l\u2019innovazione dei processi produttivi offrendo una tutela all\u2019imprenditore pi\u00f9 pigro nel cogliere le opportunit\u00e0 di mercato.&nbsp;Va ricordato, a tale proposito, il declino di un paese che nel 2000 vantava un reddito pro-capite pari al 130% di quello medio dell\u2019eurozona e che ora \u00e8 al di sotto di pochi punti percentuali di tale media.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 un legame fra l\u2019impoverimento delle strutture economiche e quello delle istituzioni rappresentative, sia politiche che sociali, dovuto alla riduzione della coesione sociale che, nei sistemi democratici, \u00e8 il fattore propulsivo di uno sviluppo equilibrato.&nbsp;L\u2019arte di arrangiarsi del popolo italiano, che ha consentito fino ad oggi al sistema Paese di galleggiare, in virt\u00f9 della combinazione di economia sommersa e evasione fiscale, non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente per affrontare le sfide di un nuovo ciclo di sviluppo che deve privilegiare, come avvenuto nel secondo dopoguerra, una intensificazione degli investimenti pubblici e privati.&nbsp;In questa partita aperta, la politica esercita il suo primato, in quanto legittimata dal consenso popolare espresso dal voto, ma, nel nostro Paese, la sua fragilit\u00e0 solleva dubbi sulla sua \u201ccapacit\u00e0 governante\u201d, cio\u00e8 di produrre quella forza d\u2019urto in grado di contrastare le resistenze corporative degli interessi pi\u00f9 forti e organizzati.&nbsp;\u00c8 un dato strutturale delle democrazie che la politica per realizzare i suoi obiettivi, non disponendo di un potere autocratico, debba interagire con le rappresentanze collettive degli interessi per un insieme di materie che, in una economia di mercato, sono soggette alla loro autoregolazione (per tutte, il rapporto produttivit\u00e0\/lavoro).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nello stesso tempo per\u00f2 anche queste rappresentanze collettive hanno bisogno di confrontarsi con il Governo su alcune questioni che sostengono l\u2019allargamento del gioco democratico. Le imprese italiane devono competere con quelle di paesi (Usa, Germania) che sono in grado di impegnare imponenti risorse pubbliche a sostegno della transizione \u201cgreen\u201d ed energetica del loro apparato produttivo. Da qui la richiesta, da parte delle nostre imprese, di politiche di sostegno da parte dello Stato per non essere discriminate nella loro crescita innovativa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nello stesso tempo il mondo del lavoro deve fare i conti con gli squilibri occupazionali e con le diseguaglianze sociali attivate dalla transizione economica in atto e deve interagire con il Governo per ottenere politiche economiche e del lavoro che promuovano una occupazione di qualit\u00e0 ed offrano protezione sociale alle categorie sociali pi\u00f9 fragili, in un sistema di welfare che recuperi la sua capacit\u00e0 inclusiva.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Una competizione di tutti contro tutti che rischia di dar vita a un gioco a somma zero, dove il vantaggio dell\u2019uno andrebbe a svantaggio dell\u2019altro, radicalizzando il conflitto sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>4) Draghi, fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi ha evidenziato l\u2019importanza di una prospettiva economica condivisa in cui si riconoscessero le diverse rappresentanze degli interessi nell\u2019obiettivo di ricomporre le loro diversit\u00e0 su alcuni obiettivi comuni. Un qualcosa di non estraneo alla cultura europea, se si ricorda la lunga stagione nel corso del processo di industrializzazione in cui questa confluenza di interessi, per quanto conflittuale, \u00e8 avvenuta, nella condivisione dei valori costitutivi della cosiddetta economia sociale di mercato. Un modello di capitalismo responsabile, crocevia di molteplici indirizzi ideali (socialista, cattolico, liberal-democratico) che associava alle dinamiche di mercato un ruolo attivo dello Stato nelle politiche economiche e del Welfare e un protagonismo dei movimenti sociali (partiti e sindacati di massa) che hanno alimentato partecipazione alla vita politica ed associativa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il nostro Paese, come \u00e8 noto, ha poco partecipato di questa cultura cooperativa che, in ogni caso, \u00e8 stata travolta dal nuovo capitalismo della globalizzazione che ha prodotto uno sfasamento fra la sovranit\u00e0 delle istituzioni, a livello nazionale e la dimensione globale dei mercati.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli squilibri che si sono determinati nella sfera politica e sociale hanno portato ad un indebolimento delle istituzioni rappresentative, inceppando i meccanismi della partecipazione democratica. Si \u00e8 rimesso in moto un processo di ricentralizzazione del potere decisionale ai vertici delle organizzazioni politiche e sociali, con il primato del Governo sul Parlamento e con il rafforzamento del centralismo burocratico nella rappresentanza collettiva del lavoro e del capitale. Il tessuto dei rapporti cooperativi fra le parti sociali e tra queste ed il Governo si \u00e8 sfaldato, e il Paese ora affronta la nuova stagione del capitalismo della sostenibilit\u00e0 in presenza di condizioni di polarizzazione conflittuale. Il lavoro \u00e8 la pedina perdente della situazione in atto e, avendo perso la capacit\u00e0 di esprimere una soggettivit\u00e0 collettiva unitaria, rischia di porsi ai margini dei cambiamenti, accentuando le sue condizioni di sfavore.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 ancora per\u00f2 detto che non si possa invertire questo declino. Il nuovo capitalismo della sostenibilit\u00e0 pu\u00f2 divenire l\u2019occasione per un pi\u00f9 avanzato riequilibrio fra gli interessi generali della collettivit\u00e0 e quelli di parte, rappresentati dal capitale e dal lavoro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Esso propone un modo nuovo di fare impresa e mercato, indirizzando il profitto verso mediazioni con l\u2019ambiente e fattori produttivi. Una cesura con una esperienza di globalizzazione passata, in cui il profitto \u00e8 stato conseguito, spesso, a scapito dei lavoratori, dei consumatori e dei territori. Sono le aziende pi\u00f9 innovative, come gi\u00e0 detto in precedenza, a cogliere la portata innovativa della sostenibilit\u00e0, integrando i propri bilanci finanziari con un complesso di valutazioni riguardanti l\u2019impatto delle politiche aziendali sull\u2019ambiente, sul sociale e sulla \u201cgovernance\u201d (il metodo ESG). Per le grandi aziende \u00e8 prevista una regolazione europea di controllo e si pu\u00f2 prevedere una estensione di tali pratiche al loro indotto. In ogni caso si tratta di una parte significativa ma ridotta del nostro apparato produttivo, povero di campioni nazionali e fortemente rappresentato da aziende minori, forza fondamentale della resilienza del nostro Paese, ma poco inclini ad innovare le loro strategie di impresa, soprattutto dal lato del lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Si pu\u00f2 quindi pensare che il lavoro, nelle condizioni attuali di mercato, difficilmente possa recuperare la capacit\u00e0 di farsi promotore di un progetto capace di invertire il suo attuale declino.<\/p>\n\n\n\n<p>La rivalutazione del lavoro non pu\u00f2 essere dissociata da una rigenerazione del sistema democratico che riattivi la partecipazione dal basso, a correzione dell\u2019attuale configurazione oligarchica delle diverse istituzioni politiche e sociali. Va recuperato quanto suggerito da Norberto Bobbio, nel suo \u201cIl futuro della Democrazia\u201d (edizioni Corriere della Sera, pag. 57) laddove indica, quale parametro dello sviluppo democratico, il numero di sedi, diverse da quelle politiche, in cui il cittadino, nelle sue diverse posizioni sociali, \u00e8 chiamato a partecipare. Oggi il cittadino, nella democrazia politica, una volta deposto il suo voto nell\u2019urna, \u00e8 impotente e subisce passivamente le inefficienze di un blocco burocratico sindacale che co-gestisce malamente quei servizi pubblici di prossimit\u00e0 (sanit\u00e0, trasporti pubblici locali) essenziali per la qualit\u00e0 della sua vita quotidiana. Cos\u00ec come il lavoratore non trova nella democrazia sociale, costituita dalle istituzioni rappresentative del lavoro, quegli spazi di accoglienza solidale cui portare la propria adesione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La complessit\u00e0 dei cambiamenti che accompagnano la crescita di una nuova societ\u00e0 digitale richiede una \u201cgovernance\u201d partecipata che recuperi, accanto al ruolo della politica, quello delle rappresentanze collettive degli interessi che dovrebbero essere chiamate, legittimamente, a partecipare a decisioni pubbliche quando sono in gioco materie che, in una economia di mercato, sono di loro pertinenza. \u00c8 questo ruolo dei corpi intermedi che consente di indirizzare la molteplicit\u00e0 disordinata degli interessi individuali in una prospettiva di sviluppo condivisa. Laddove prevale il populismo, alimentato dalle comunicazioni in rete, si assiste ad onde emotive capaci di unificare temporaneamente una opinione pubblica frammentata ed eterogenea ma che si rilevano, presto, fuochi di paglia, incapaci di costruire un progetto di governo dotato di un minimo di coerenza.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 pi\u00f9 che giustificato il pessimismo sulla capacit\u00e0 della societ\u00e0 italiana di liberarsi dal prevalere degli egoismi corporativi. E in questa realt\u00e0 di egoismi corporativi, il mondo del lavoro \u00e8 il manzoniano vaso di coccio tra i vasi di ferro. Si ripete, spesso, che la dignit\u00e0 del lavoro \u00e8 un tratto distintivo della civilt\u00e0 democratica, sottovalutando che la sua attuale negazione rende fragile la nostra democrazia, approfondendo i solchi fra blocchi sociali e fra generazioni. Ricostruire una capacit\u00e0 rappresentativa dei segmenti pi\u00f9 deboli della collettivit\u00e0 \u00e8 la condizione per rinsaldare la coesione sociale necessaria per la tenuta dei sistemi democratici. Ci\u00f2 significa che, accanto alla politica, devono tornare in campo le istituzioni rappresentative della societ\u00e0 civile per recuperare quel senso di comunit\u00e0 che arricchisce i rapporti sociali in un percorso pi\u00f9 ampio di democratizzazione della societ\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 questo il contesto nel quale il lavoro pu\u00f2 trovare le energie interne per avviare un percorso di promozione sociale, perch\u00e8 \u00e8 solo nei sistemi democratici che sussiste la possibilit\u00e0 di coniugare lo sviluppo economico con la giustizia sociale che ha, come suo presupposto, un contesto di libert\u00e0 individuali e collettive. Di fronte all\u2019attuale smarrimento di una societ\u00e0 che sta perdendo la percezione del proprio futuro, c\u2019\u00e8 da attendersi che ci\u00f2 che non produce l\u2019attuale intelligenza delle istituzioni lo possa produrre lo stato di necessit\u00e0. E ci\u00f2 pu\u00f2 valere soprattutto per il lavoro. Un mondo del lavoro, frustrato ed impoverito, perch\u00e8 debole nella sua capacit\u00e0 contrattuale con le imprese e privo di una sua autorit\u00e0 rappresentativa nei rapporti del Governo, non pu\u00f2 che essere l\u2019anello debole nella traiettoria dei cambiamenti in atto, destinati a modificarne il suo posizionamento nelle organizzazioni produttive e la sua ricollocazione in un mercato del lavoro investito dalle nuove tecnologie.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 gi\u00e0 avvenuto nel passato, nel passaggio da una economia agricola ad una industriale, che il lavoro abbia tardato nel dar vita ad un contropotere collettivo in grado di ricostruire un sistema di tutele sociali. Il sindacalismo industriale \u00e8 stata la risposta che \u00e8 per\u00f2 divenuta sempre pi\u00f9 debole nel passaggio ad una successiva economia terziaria che ha dissolto i blocchi sociali legati alla figura dell\u2019operaio di massa. L\u2019evoluzione delle strutture economiche non \u00e8 stata accompagnata da una corrispondente evoluzione delle strutture sociali, ancora riflettenti le condizioni di un mercato del lavoro industriale, riducendo la rappresentativit\u00e0 sindacale nel campo dei nuovi lavori. L\u2019et\u00e0 del lavoro dipendente non \u00e8 per\u00f2 finita n\u00e9 \u00e8 venuta meno la necessit\u00e0 di una tutela collettiva che integri la strutturale debolezza di una tutela individuale in una evoluzione che accentua le diseguaglianze sociali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Va, infine, considerato che il futuro del lavoro non solo richiede una ricomposizione unitaria delle sue rappresentanze, che appare sempre pi\u00f9 anacronistica per il venir meno delle ideologie di riferimento. Deve anche sincronizzarsi con la nuova stagione che si \u00e8 aperta, che ha accentuato gli squilibri geo-politici, riaccendendo la competizione fra sistemi democratici e sistemi illiberali. La dimensione europea \u00e8 il contesto in cui ambientare i nuovi percorsi istituzionali di integrazione per arrivare ad un nuovo stadio di maturit\u00e0 economica e sociale che riassorba le diversit\u00e0 strutturali, economiche e sociali ancora esistenti fra i diversi paesi aderenti. La dimensione globale \u00e8, invece, il contesto in cui promuovere uno sviluppo stabile ed equilibrato al cui interno sostenere la vitalit\u00e0 delle istituzioni democratiche.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La rivalutazione del lavoro \u00e8 parte integrante di tale progetto complesso. Agli scettici va ricordato il valore liberante della democrazia che, combinando democrazia politica e democrazia degli interessi, costituisce ancora l\u2019unico modello in grado di soddisfare l\u2019aspirazione di ogni essere umano di sottrarsi al dispotismo di chi governa, divenendo protagonista del proprio destino. Vale ancora il monito di W. Churchill \u201cLa democrazia \u00e8 la peggiore forma di governo se si escludono tutte le altre\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>In conclusione, \u00e8 nella riattivazione dei meccanismi della partecipazione democratica che il lavoro pu\u00f2 ritrovare le energie per recuperare un ruolo nei processi di produzione e di redistribuzione del reddito. Il nuovo modello di capitalismo della sostenibilit\u00e0 offre nuove opportunit\u00e0 per ricalibrare gli interessi di parte in un progetto di sviluppo condiviso. Il mondo del lavoro non pu\u00f2 perdere questa occasione perch\u00e9 la sua marginalizzazione indebolirebbe la transizione verso un nuovo modello di sviluppo sostenibile dal lato ambientale e sociale, aggravando, nel contempo, l\u2019impoverimento partecipativo delle nostre democrazie.<\/p>\n\n\n\n<p>*da Nota ISRIL, n.1 2024<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando si parla di lavoro c\u2019\u00e8 sempre chi ricorda che la nostra Repubblica \u00e8 fondata sul lavoro, il che significa che il titolo di merito che il cittadino pu\u00f2 rivendicare \u00e8 legato al contributo del suo lavoro.<\/p>\n","protected":false},"author":6348,"featured_media":20051,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-20048","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-newsletter"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.2 - 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