{"id":20213,"date":"2024-04-03T17:40:22","date_gmt":"2024-04-03T15:40:22","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/?p=20213"},"modified":"2024-04-03T18:50:48","modified_gmt":"2024-04-03T16:50:48","slug":"a-trentanni-dalla-fine-della-dc-nostalgia-della-grande-politica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/a-trentanni-dalla-fine-della-dc-nostalgia-della-grande-politica\/","title":{"rendered":"A trent&#8217;anni dalla fine della Dc: nostalgia della grande politica?\u00a0"},"content":{"rendered":"\n<p><em>La DC&nbsp; \u00e8 stato un fenomeno politico unico nelle storia italiana. Un partito capace di amalgamare sensibilit\u00e0 diverse in un progetto per l\u2019Italia. A trent\u2019anni dalla sua fine, con Guido Formigoni, Ordinario di Storia Contemporanea all\u2019Universit\u00e0 Iulm, ripercorriamo il profilo storico della DC. Formigoni \u00e8 autore di numerosi saggi, l\u2019ultimo, pubblicato dalla casa editrice il Mulino, tratta proprio la storia della Dc. Un libro scritto con altri due storici importanti: Guido Formigoni \u2013 Paolo Pombeni \u2013 Giorgio Vecchio, <\/em><strong><em>Storia della Democrazia Cristiana (1943 -1993), il<\/em><\/strong><em> Mulino, Bologna, pagg. 720. \u20ac 38,00<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong><br>Professore, ricordiamo la fine del partito della Democrazia Cristiana, avvenuta all&#8217;indomani della tragica vicenda di &#8220;Tangentopoli &#8220;, segnando cos\u00ec la fine della Prima Repubblica. Quell&#8217;evento colp\u00ec il sistema politico italiano e fu devastante.&nbsp; Ma forse le cause della fine della DC riguardano non solo la questione morale ma anche l&#8217;esaurimento del suo ruolo storico\u2026<br><\/strong>Certamente nella crisi finale del partito gioc\u00f2 il peso inatteso e imprevisto di singoli eventi: dal crollo del muro di Berlino che tolse improvvisamente la rendita di posizione dell\u2019anticomunismo, a Tangentopoli che rivel\u00f2 l\u2019esteso sistema di corruzione, alle battaglie referendarie che mutarono il quadro delle aspettative politiche spiazzando le posizioni centriste. Ma ognuno di questi eventi non avrebbe avuto l\u2019impatto devastante che ebbe se non ci fosse stata prima una parabola di progressiva decadenza strutturale. Colpisce come il partito abbia vissuto una certa curva di successo e decadenza. Ad una prima fase non priva di risultati storici e tutto sommato di indubbia capacit\u00e0 nel gestire l\u2019inserimento italiano nel grande mondo economicamente integrato ispirato alla guida americana, con un sostanziale ruolo dello Stato democratico e sociale che bilanciava la libert\u00e0 della societ\u00e0, ha fatto riscontro una crisi del modello globale, un profondo mutamento della mentalit\u00e0 e della societ\u00e0, un effetto stesso dell\u2019arricchimento del paese, che si specchi\u00f2 negli anni Settanta anche in una faticosa crisi della Dc stessa. Il rilancio del nuovo assetto internazionale della cosiddetta globalizzazione, in una societ\u00e0 pi\u00f9 individualistica e frammentata, si trasform\u00f2 in una condizione molto pi\u00f9 difficile da governare. Simbolicamente, la perdita tragica di Aldo Moro nel 1978 segn\u00f2 un passaggio decisivo tra la pur faticosa capacit\u00e0 di governo degli avvenimenti e una condizione di incertezza e sbandamento. La Dc perse cos\u00ec progressivamente presa nel paese, venne delegittimata nella cultura diffusa, ancor prima di iniziare a perdere voti, si polarizzarono le sue componenti interne che convissero con sempre maggiore difficolt\u00e0: tutto questo prepar\u00f2 il quadro della rapida crisi di fine decennio, esplosa in presenza di alcuni eventi-catalizzatori.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Che tipo di partito \u00e8 stata la DC?&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 stata senz\u2019altro un grande partito, una grande esperienza sociale e politica che ha messo insieme pi\u00f9 generazioni di persone in ogni remoto angolo dell\u2019Italia, conquistandosi per cinquant\u2019anni un consenso che andava da un terzo a quasi la met\u00e0 degli italiani. Un partito di ispirazione cristiana, ma capace di autonomia rispetto alla Chiesa e alle sue autorit\u00e0; un partito a lungo identificato con lo Stato, e quindi dotato di un suo sistema di potere, ma anche capace di manovrare in modo competente e responsabile le leve dell\u2019amministrazione e del governo; un partito di mediazione sociale tra le classi, i ceti, i territori, le periferie italiane; un partito plurale, capace di sintesi e di compromessi tra le sue correnti interne, con una flessibilit\u00e0 tale da non subire praticamente scissioni fino all\u2019ultimo giorno della sua vita.<br><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Cinquant\u2019anni di governo, dal secondo dopoguerra fino alla fine della Prima Repubblica, quale potrebbe essere la sua eredit\u00e0 positiva?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Potremmo forse usare per spiegare l\u2019eredit\u00e0 migliore di questa politica la formula degasperiana, da lui coniata gi\u00e0 nel 1946 e poi ripetuta alla vigilia delle elezioni del 1948: la Dc era un \u00abpartito di centro che si muove verso sinistra\u00bb. Cio\u00e8, potremmo tradurre: un partito rassicurante, moderato, prudente, capace di portarsi dietro quella parte della societ\u00e0 italiana che era stata il sostegno conservatore dell\u2019ordine tradizionale e la base di massa della stessa dittatura fascista (una base laica ma anche cattolica). E capace di condurre pacatamente questo elettorato sui binari di una apertura progressiva al cambiamento, sintetizzata nel progetto di attuare via via la prima parte della Costituzione del 1948, quel disegno programmatico di uno Stato democratico-sociale che \u00abrimuove gli ostacoli\u00bb per la piena cittadinanza di tutte e tutti. Quel disegno che il democristiano Dossetti e i suoi amici professorini riuscirono a far accettare nel grande incontro costituente, iniziato e sostanzialmente strutturato prima che la guerra fredda e le sue rigidit\u00e0 colpissero il paese. Questa vena riformista nella Dc ebbe momenti felici e momenti pi\u00f9 problematici e ambigui (si pensi alla gestione della spesa pubblica), ma alla fine non venne mai del tutto meno, restando il suo contributo migliore alla storia della Repubblica. La capacit\u00e0 di costruire coalizioni (dal centrismo, al centro-sinistra, alla solidariet\u00e0 nazionale) era l\u2019altra faccia della straordinaria flessibilit\u00e0 interna, che le permetteva di assorbire posizioni, culture e orientamenti anche marcatamente diversi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>E quella pi\u00f9 pesante?<\/strong><br>Per certi versi direi proprio che la parte peggiore fu il lato B di quella stessa identit\u00e0 del partito: dovendo prospettarsi questo percorso innovativo nella moderazione e nella prudenza, la Dc fin dal tempo di De Gasperi aveva dovuto introiettare buona parte della destra italiana, intesa non solo come specifici sentimenti politici, ma anche come quella mentalit\u00e0 che avrei provato a sinteticamente definire come il \u00abpartito dell\u2019immobilismo\u00bb: la convinzione insomma che la democrazia politica non dovesse toccare pi\u00f9 di tanto gli equilibri sociali del paese, anzi dovesse confermarli per impedire pericolose derive sovversive, in presenza di un forte partito comunista. In questo senso, nella Dc c\u2019era all\u2019opera un freno permanente alle pulsioni riformatrici sopra descritte: l\u2019unit\u00e0 del partito \u2013 intangibile per tutti i leader importanti, da De Gasperi a Moro \u2013 doveva essere salvata ascoltando, blandendo, rassicurando tutti i portavoce complessi di queste opinioni e di queste culture conservatrici. Ogni passo avanti implicava un riequilibrio con i suoi oppositori interni. Tale mediazione interna divenne con il tempo sempre pi\u00f9 defatigante. E questa dinamica aveva risvolti evidenti anche nell\u2019insediamento sociale del partito, che spesso faceva poco per educare alla democrazia il proprio elettorato, accontentandosi di rassicurarlo. Non so se sia chiaro il dramma che questo atteggiamento portava con s\u00e9 in quelle regioni del paese dove esisteva una struttura condizionata dalla criminalit\u00e0 organizzata\u2026 Ma insomma, il tema \u00e8 pi\u00f9 generale: si pensi alla tolleranza per l\u2019evasione fiscale, il parassitismo, le clientele, il lavoro protetto, l\u2019illegalit\u00e0 banale, l\u2019individualismo e il familismo. Tutti quegli atteggiamenti che hanno tenuto molti italiani in un sentimento sospettoso e lontano dalla statualit\u00e0, non per caso riemersi in altre forme dopo il 1994.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Quel partito aveva una classe dirigente agguerrita (frutto della formazione selezionante dell&#8217;associazionismo cattolico). Davvero sono stati tanti. Ma chi sono stati quelli pi\u00f9 strategici?<br><\/strong>Beh, sia la generazione dei vecchi popolari sopravvissuti alla dittatura, sia la \u00abseconda generazione\u00bb dei giovani affacciatisi alla vita pubblica dopo la guerra erano state cresciute \u2013 con le loro diversit\u00e0 \u2013 nell\u2019associazionismo cattolico. Che non aveva in generale fornito perspicua cultura politica, ma certo potremmo dire aveva condotto a formare una serie di atteggiamenti spirituali e di metodi interiori che avevano preparato a questa assunzione di responsabilit\u00e0 e realizzato anche strutture morali della personalit\u00e0 non indifferenti. Da De Gasperi e Scelba o Piccioni, a Fanfani, Moro a Rumor e allo stesso Andreotti o a Donat-Cattin, questo fu un tratto comune, che non impediva differenze interne e anche battaglia aspre, ma che faceva in sostanza parte di un retroterra condiviso. Dalla \u00abterza generazione\u00bb in poi, i Forlani, i De Mita, i Bisaglia, i Gaspari, sono state invece figure molto pi\u00f9 totalmente \u00abpartitiche\u00bb, con approcci molto diversi, magari pi\u00f9 esperti nel gioco politico, forse un po\u2019 meno esposti a quella formazione interiore esigente.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>La DC era laica, faceva della laicit\u00e0 un perno della sua azione. La sua laicit\u00e0 era un amalgama originale. E questo amalgama, sul piano storico, bisogna riconoscerlo, ha salvato l&#8217;Italia da guerre di religione violente. \u00c8 cos\u00ec?<br><\/strong>Forse non parlerei di guerre di religione, ma certo lo scontro possibile tra clericalismo e anticlericalismo nel dopoguerra non era un\u2019ipotesi del tutto irrealistica. Non dimentichiamo che la Chiesa pacelliana aveva dentro di s\u00e9 una maggioranza di approcci e culture che guardavano ancora al mito della ricostruzione di un \u00abItalia cattolica\u00bb che prendesse la rivincita sul Risorgimento e sullo Stato laico e liberale. La dirigenza democristiana doveva muoversi su un terreno complesso. Da una parte aveva bisogno di ottenere l\u2019appoggio della gerarchia alla democrazia, mancato drammaticamente nel primo dopoguerra. Dall\u2019altra, doveva legittimarsi come esperienza politica democratica, costruendo appunto coalizioni che superassero gli \u00abstorici steccati\u00bb. Essendo fedele alla dottrina ma anche alla disciplina ecclesiale, ebbe in generale la capacit\u00e0 di \u00abcontenere\u00bb, controllare, mediare le pressioni gerarchiche e le istanze di un cattolicesimo trionfalista. Ci furono occasioni di nascoste tensioni, non banali, sia all\u2019epoca degasperiana (l\u2019Operazione Sturzo del 1952), sia nel periodo della cosiddetta \u00abapertura a sinistra\u00bb. L\u2019autonomia per\u00f2 tenne. La cultura della laicit\u00e0 era pi\u00f9 spiccata in alcuni dirigenti che in altri, ma aveva nel suo complesso condotto a maturazione l\u2019idea che una democrazia in Italia potesse essere fondata solo nel dialogo tra le ideologie diverse, come avvenne mirabilmente nella costruzione del patto costituzionale. In fondo, nel periodo di maggiore preminenza della Dc al governo del paese \u2013 quando Jemolo parlava di \u00abinattesa realizzazione di uno Stato guelfo a cent\u2019anni dal crollo delle speranze neoguelfe\u00bb \u2013 i contorni del patto costituzionale ressero e ci fu una gestione anche dei rapporti con il mondo laico e soprattutto con l\u2019avversario comunista che realisticamente evit\u00f2 i toni della guerra civile, che qualche interlocutore Oltreoceano (oltre che Oltretevere) premeva per realizzare.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Anche la politica estera \u00e8 un lascito prezioso della Dc. \u00c8&nbsp;cos\u00ec?&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Direi, almeno in parte, di s\u00ec. Anche in questo caso si tratta un po\u2019 di un paradosso. Una classe dirigente tutt\u2019altro che avvezza ai segreti della diplomazia o alle sottigliezze dell\u2019arte di governo, si trov\u00f2 a gestire la politica estera di un paese annichilito dalla sconfitta dell\u2019illusorio imperialismo fascista, mostrando in fondo la capacit\u00e0 di tenere assieme un sobrio senso nazionale con la collocazione occidentale ed europea che emergeva dallo scenario postbellico. Per certi versi queste ultime non erano nemmeno \u00abscelte\u00bb, come si usa dire, dal momento che il paese era oggettivamente fin dal 1943 nella sfera d\u2019influenza anglo-americana. Ma il modo di stare dentro a questi contesti e di valorizzare queste alleanze non si ridusse mai alle opzioni generiche o al servilismo verso i potenti. La comunit\u00e0 europea arricchiva il senso dell\u2019Occidente; il neoatlantismo parlava ai popoli emergenti del Mediterraneo. La Dc tent\u00f2, per quanto possibile a un paese ancora marginale come l\u2019Italia, di esprimere questi legami in termini creativi, costruendo uno spiccato favore verso scelte di equilibrio, di pacificazione, di interlocuzione con i paesi emergenti del terzo mondo. Non fu un\u2019operazione semplice. Talvolta fu anche condotta in un modo un po\u2019 ingenuo e sovradeterminato rispetto alle possibilit\u00e0 di mediazioni dell\u2019Italia, ma alla fine deline\u00f2 una sintesi che non merita l\u2019etichetta negativa che le \u00e8 stata spesso imposta. Soprattutto a confronto con la politica estera della seconda stagione della Repubblica, dopo il 1994.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Il ritmo lungo della storia ci consegna questa eredit\u00e0, tutta italiana. Oggi nel&nbsp;cattolicesimo impegnato, in alcuni ambienti, pare di cogliere una certa malinconia, e forse non solo nel mondo cattolico. Le chiedo quale sar\u00e0 il futuro di quello che rimane del cattolicesimo politico?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Dopo la fine della Dc l\u2019impegno cattolico in politica non \u00e8 finito (ci sono \u2013 contrariamente a quello che spesso si dice \u2013 molti segni di un influsso che \u00e8 continuato), ma certo \u00e8 finita la stagione del \u00abcattolicesimo politico\u00bb come impegno di formazioni politiche visibilmente e organizzativamente ispirate da ragioni collegate alla fede cristiana. O meglio, si \u00e8 esaurito tale modello, dopo alcuni persistenti ma sterili tentativi di costruirne delle versioni \u00abdi destra\u00bb o \u00abdi sinistra\u00bb (si pensi al Ppi o al Cdu-Ccd), per accompagnare il bipolarismo politico della seconda fase della Repubblica. Oggi l\u2019ipotesi di un partito definito in termini religiosi \u00e8 piuttosto difficile da immaginare. Sia per le divaricazioni di una cultura politica cattolica sempre pi\u00f9 polarizzata (si pensi alle idee diffuse su temi come la pace, le questioni bioetiche, la giustizia sociale\u2026), sia per il carattere ineluttabilmente ancora pi\u00f9 confessionale e minoritario che esso assumerebbe.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la causa pi\u00f9 radicale \u00e8 la debolezza di un mondo cattolico sempre pi\u00f9 fragile, introverso, eroso dalla fine del cristianesimo di abitudine, incapace di elaborare cultura, letture della storia, progetti, abilit\u00e0 organizzative: cio\u00e8 tutti i principali elementi necessari per costruire una buona politica. Occorrerebbe quindi chiedersi dove sono finiti i credenti, forse, prima di chiedersi dove sia finito l\u2019impegno politico. Se ci fosse un soprassalto, sarebbe forse opportuno che i cattolici si interessino alla politica e facciano politica in altro modo, prendendo le proprie responsabilit\u00e0 come singoli o gruppi rispetto alle questioni in gioco nella storia di oggi, non pretendendo di farsi interpreti di una tradizione consegnata al passato. Si pensi agli stimoli enormi per la politica che derivano dal papato di Francesco: egli pone problemi radicati nell\u2019appello evangelico, ma aperti a essere compresi da chiunque abbia a cuore le sorti del bene comune. Naturalmente per\u00f2 quello del papa non \u00e8 un programma politico, ma costituisce piuttosto una sollecitazione che andrebbe pienamente politicizzata, e per questo tradotta in termini operativi, strutturati e chiari fuori dal contesto ecclesiale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>DAL SITO: www.rainews.it<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La DC\u00a0 \u00e8 stato un fenomeno politico unico nelle storia italiana. 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