{"id":2054,"date":"2017-01-17T15:16:06","date_gmt":"2017-01-17T14:16:06","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/forza-e-responsabilita-intervista-a-p-feltrin\/"},"modified":"2017-01-17T15:16:06","modified_gmt":"2017-01-17T14:16:06","slug":"forza-e-responsabilita-intervista-a-p-feltrin","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/forza-e-responsabilita-intervista-a-p-feltrin\/","title":{"rendered":"Forza e responsabilita&#8217;. Intervista a Paolo Feltrin *"},"content":{"rendered":"<div class=\"WordSection1\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>V<\/strong><strong>orremmo parlare dello stato di salute del sindacato, anche nel contesto europeo, e delle sfide che ha davanti.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Partirei da una questione, che ha sempre creato confusione, specie nel nostro paese. L\u2019idea di fondo \u00e8 che il sindacato \u00e8 innanzitutto un\u2019istituzione del capitalismo. Quindi \u00e8 un pilastro che tiene in piedi il capitalismo, non la leva per il suo abbattimento. Questo \u00e8 un punto fondamentale, ben chiaro a Marx e a Lenin per primi, cio\u00e8 che il sindacato era altra cosa dal movimento rivoluzionario; anzi il pi\u00f9 delle volte ne \u00e8 uno dei principali fattori di stabilizzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se ci mettiamo in questa prospettiva \u00e8 pi\u00f9 facile comprendere le ragioni del successo o dell\u2019insuccesso del sindacalismo, e i problemi che ci sono. Partiamo da una prima questione: in qualche misura il sindacato, una volta che viene riconosciuto e una volta che \u00e8 diventato forte, questa forza la deve trasformare in responsabilit\u00e0. Questo nesso forza-responsabilit\u00e0 non sempre \u00e8 stato compreso dai movimenti sindacali. Banalmente, il sindacato, nel corso della sua ascesa nella conquista di orari di lavoro, salari, sicurezza sul posto di lavoro, welfare, a un certo punto incontra un tetto. Non si pu\u00f2 continuare all\u2019infinito a chiedere di pi\u00f9 e ancora di pi\u00f9. A quel punto ha due alternative, o diventa rivoluzionario o assume la responsabilit\u00e0 della gestione del &#8220;sistema\u201d, non ci sono altre alternative o terze vie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di conseguenza molti sindacati, specie nordeuropei, hanno accettato questa sfida e almeno per un certo periodo la cosa ha funzionato, attraverso il cosiddetto compromesso keynesiano, vale a dire uno scambio esplicito tanto nella teoria quanto nella pratica: io sindacato mi assumo la responsabilit\u00e0 di cogestire il sistema, quindi limito le mie rivendicazioni, aiuto il capitalismo a funzionare e in cambio ne ho una lunghissima serie di benefici ben percepiti da tutti, organizzativi per il sindacato, e di vario tipo per i lavoratori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei paesi nordici, questo passaggio \u00e8 stato pi\u00f9 semplice perch\u00e9, essendo pi\u00f9 piccoli, la coincidenza tra interesse dei lavoratori e interesse dei capitalisti era pi\u00f9 evidente: un aumento di salario eccessivo avrebbe\u00a0messo fuorigioco l\u2019azienda che poteva vivere solo a condizione di esportare gi\u00e0 sessanta anni fa. Quello che oggi noi scopriamo come limite all\u2019aumento di salari, il vincolo esterno, loro l\u2019hanno vissuto fin da subito, tra le due guerre. In un paese di ridotte dimensioni \u00e8 evidente a tutti che tu non puoi chiedere di pi\u00f9 altrimenti tutta l\u2019economia va fuori mercato.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"WordSection2\" style=\"text-align: justify;\">\n<p>Questo \u00e8 un modello (chiamato &#8220;neo-corporativo\u201d) che ha funzionato tanto per i lavoratori, diventati classe media benestante, quanto per i sindacati, che a tutti gli effetti sono passati da &#8220;movimento a istituzione\u201d. Che cosa ne hanno ricavato i sindacati di quei paesi? La possibilit\u00e0 di svolgere una serie di attivit\u00e0 che definisco da &#8220;quasi agenzia statale\u201d. Per cui gestiscono e consegnano ai lavoratori l\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione, la ricollocazione da posto di lavoro a posto di lavoro, la formazione e la riqualificazione professionale, e cos\u00ec via. Cosa ne guadagnano i lavoratori? Salari e welfare nettamente superiori a qualsiasi altro paese al mondo. Almeno a prima vista si tratta di un gioco a somma positiva per tutti, per gli imprenditori, per i sindacati, per i lavoratori.\u00a0<\/p>\n<p>Ripeto, le condizioni di questo modello sono rare: piccoli paesi in cui sia pi\u00f9 evidente l\u2019interesse comune alla cooperazione; interlocutori politici stabili e &#8220;amici\u201d, vale a dire governi affidabili con cui fare patti di lunghissimo periodo; sindacati unici, cio\u00e8 monopolisti della rappresentanza, perch\u00e9 se ho qualcun altro che mi dice che sono venduto al padrone \u00e8 finita, e al lavoratore conviene provare a seguire il sindacato pi\u00f9 rivendicativo nella speranza di portare a casa qualcosa i pi\u00f9.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una variante di questo modello in Germania, ma anche in Austria; parliamo di un modello che pu\u00f2 prevedere la sistematica rinuncia allo sciopero, compensata dalla presenza nei &#8220;comitati di indirizzo\u201d delle aziende in forma paritetica, quelli che nominano l\u2019amministratore delegato. In questo caso il sindacato \u00e8 forte perch\u00e9 ha tanti iscritti, quindi non serve dimostrarlo attraverso l\u2019astensione dal lavoro. In alcuni di questi paesi per cinquant\u2019anni non si \u00e8 fatto uno sciopero\u2026 oppure \u00e8 talmente raro da costituire un\u2019eccezione storica. Al contempo, governo l\u2019azienda nella buona (premi maggiori) come nella cattiva sorte (decurtazioni di stipendio e di orario).\u00a0<\/p>\n<p>Altri modelli alternativi a quello neo-corporativo, li troviamo a livello aziendale nei paesi di tradizione anglo-americana dove prevale la contrattazione decentrata. Posso avere un modello di tipo cooperativo anche in paesi come gli Stati Uniti, che pure hanno un tasso di sindacalizzazione bassissimo. L\u00ec, se il sindacato \u00e8 presente e vince il referendum prescritto dalla legge, il 100% dei lavoratori \u00e8 costretto a iscriversi o comunque a pagare la tessera sindacale. Per cui posso essere debolissimo come sindacato a livello nazionale ma essere fortissimo in azienda, a volte molto di pi\u00f9 che in un\u2019azienda italiana o tedesca. \u00c8 il caso Chrysler. La Uaw (United Automobile Workers) da sempre associa tutti i lavoratori del gruppo, dunque \u00e8 fortissima, tanto che a un certo punto riesce ad avere il 55% delle azioni attraverso il suo fondo pensionistico. C\u2019\u00e8 un bel libro, di un ricercatore italiano, Andrea Signoretti, Fabbriche globali (Il Mulino, 2014), in cui vengono messe a confronto, nel settore auto, un\u2019impresa di Torino e una di Detroit, sempre della stessa multinazionale, stesso prodotto e stesso numero di dipendenti. Nell\u2019azienda americana, innanzitutto, l\u2019iscritto paga molto di pi\u00f9 la tessera sindacale, due ore di lavoro al mese, quasi mille dollari l\u2019anno.<\/p>\n<p>In Italia si paga di solito l\u20191% del salario lordo, al massimo 200, 250 euro, non di pi\u00f9. In America parliamo di contesti aziendali in cui la tessera \u00e8 molto pi\u00f9 pesante, sono tutti iscritti, e il sindacato offre ai lavoratori ci\u00f2 che lo stato non assicura, innanzitutto la previdenza e l\u2019assistenza sanitaria integrative. Tra parentesi, \u00e8 per questo che molti sindacati erano contro l\u2019Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, perch\u00e9 dicevano: e allora noi cosa facciamo? I nostri lavoratori gi\u00e0 pagano noi per l\u2019assistenza, in pi\u00f9 devono pagare le tasse per pagare l\u2019assistenza di altri&#8230; Poi i sindacati americani co-decidono molte scelte aziendali. Per esempio in Chrysler l\u2019intera formazione aziendale \u00e8 appaltata al sindacato. La formazione dei lavoratori in ingresso \u00e8 tutta gestita nella sede sindacale, una palazzina di diversi piani all\u2019interno degli stabilimenti.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Dicevi che sembrava che questo modello potesse funzionare e diffondersi ovunque. Cos\u2019\u00e8 successo?<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 successo che il mondo \u00e8 cambiato. E quindi tutti i sindacati hanno cercato di reagire alla globalizzazione sulla base della propria matrice nazionale, quasi il riflesso di una sorta di imprinting originario.<\/p>\n<p>Proviamo a vedere gli effetti principali di questi cambiamenti sulla vicenda sindacale. Il primo effetto \u00e8 il depotenziamento del contratto di settore nazionale. Nel senso che oggi l\u2019azienda conta pi\u00f9 del settore. Per due secoli, col contratto nazionale, \u00e8 stata fatta distribuzione monetaria e redistribuzione (equitativa) del reddito; oggi il contratto nazionale &#8211; se va bene &#8211; funziona solo per mantenere i minimi salariali. Basta vedere gli importi negoziati negli ultimi contratti nazionali italiani, dai meccanici al pubblico impiego!<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Finch\u00e9 la competizione era interna al paese, avveniva tra costi del lavoro simili: chi \u00e8 pi\u00f9 efficiente guadagna di pi\u00f9, vende di pi\u00f9, ecc. Quando si rompono i confini nazionali della competizione di prezzo, il costo del lavoro diventa immediatamente una variabile rigida che dipende &#8211; al limite &#8211; da ogni singola azienda e dalla suo posizionamento nel mercato (globale) di riferimento. Contemporaneamente \u00e8 successa la rivoluzione a livello aziendale. Oggi, da un lato abbiamo aziende che guadagnano mille volte di pi\u00f9 degli standard dei trent\u2019anni gloriosi e che quindi hanno una &#8220;ability to pay\u201d infi- nita: Google, Apple possono dare ai loro dipendenti di pi\u00f9 e ancora di pi\u00f9; e, dall\u2019altro lato, abbiamo aziende\u00a0dove la concorrenza \u00e8 talmente elevata che tutto si gioca sul costo del lavoro. Tipiche da noi sono le realt\u00e0 della catena della logistica lungo la Via Emilia, dove c\u2019\u00e8 una situazione di sfruttamento sette-ottocentesco puro. Oppure, sempre qui, da un lato, abbiamo Luxottica dove, solo con le distribuzioni azionarie, gli operai hanno ricevuto 30-35 mila euro, oltre al welfare aziendale, alla sicurezza del posto di lavoro. Ecco, questa divaricazione dei mercati del lavoro aziendali \u00e8 un secondo problema che mette in difficolt\u00e0 i sindacati.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"WordSection3\" style=\"text-align: justify;\">\n<p>La terza difficolt\u00e0 inevitabile del sindacato \u00e8 che, oltre alle variet\u00e0 aziendali, aumentano le variet\u00e0 soggettive dei lavoratori. Per cui ci sono laureati, non laureati, c\u2019\u00e8 una variabilit\u00e0 di domande soggettive difficili da intercettare da un sindacato che, per definizione, ragiona sull\u2019offerta di beni collettivi.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Come hanno reagito i nostri sindacati a mutamenti cos\u00ec radicali?<\/strong><\/p>\n<p>Alle difficolt\u00e0 contrattuali, hanno reagito aumentando le attivit\u00e0 svolte come &#8220;agenzia quasi statale\u201d, cio\u00e8 con le attivit\u00e0 nei servizi: ad esempio, i Caf, i patronati, gli enti bilaterali. In questo modo, tra l\u2019altro, \u00e8 aumentata la capa- cit\u00e0 di intervenire sulla variet\u00e0 soggettiva dei lavoratori. Perch\u00e9 sono tutti servizi a fruizione individuale: la consulenza fiscale, previdenziale, l\u2019ufficio vertenze sono tutte attivit\u00e0 ad personam. Tutto sommato \u00e8 stato un modo di incrociare un bisogno.<\/p>\n<p>Il sindacato ha scelto questa strada, ma lo ha fatto senza saperlo. Cio\u00e8 non lo ha teorizzato. Attualmente i dati ci dicono che su circa due miliardi di stima di fatturato annuo dei tre sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil) quello che arriva dall\u2019attivit\u00e0 propria e caratteristica, cio\u00e8 le tessere dei lavoratori dipendenti, costituisce un terzo, 700 milioni su 2.100. Il resto arriva dai pensionati, dai Caf, dal patronato e via discorrendo.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Il sindacato pensionati \u00e8 un\u2019anomalia?<\/strong><\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Si, \u00e8 un\u2019anomalia a livello internazionale. Forniscono 300 milioni di tesseramento, che non son pochi. Per\u00f2, da un punto di vista strettamente tecnico, \u00e8 difficile definire il sindacato dei pensionati un soggetto contrat- tuale. Cos\u2019\u00e8 il sindacato? \u00c8 un\u2019organizzazione di rappresentanza di interessi di lavoratori dipendenti che ha prevalente attivit\u00e0 contrattuale, poi fa tante altre cose, ma il nocciolo \u00e8 il contratto di lavoro. Qual \u00e8 il contratto dei pensionati? \u00c8 un\u2019associazione di rappresentanza di interessi? S\u00ec, certo. Far\u00e0 lobbying, far\u00e0 pressione, per\u00f2 definirla sindacato in senso proprio \u00e8 una forzatura.<\/p>\n<p>Ci sono alcune esperienze, come in Germania, in cui il pensionato rimane iscritto nella categoria di origine, in una sorta di associazione culturale, dopolavoristica; oppure ci sono organizzazioni proprio di tutela, rap- presentanza e di servizio come, ad asempio, l\u2019Aarp, American association retired people, che negli Usa ha 60 milioni di iscritti, per\u00f2 \u00e8 un\u2019altra cosa, distinta e separata dai sindacati. Un modello come quello italiano non c\u2019\u00e8 e rappresenta un unicum a livello internazionale.<\/p>\n<p>Ma dicevamo che i sindacati hanno risposto coi servizi. Ecco, a mio avviso \u00e8 stata una fortuna. A chi dice che i servizi sono la dannazione del sindacato, la mia risposta \u00e8: primo, meglio averli che non averli. In secondo luogo, in realt\u00e0, i servizi consentono sia di capire meglio la variet\u00e0 soggettiva del &#8220;multiverso\u201d dei lavori di oggi, sia di affrontare i problemi dell\u2019aziendalizzazione del sindacalismo.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 essere questo un modello futuro? \u00c8 complicato da dirsi, anche se qualche segnale in questa direzione si pu\u00f2 trovare. Il primo punto da cui partire \u00e8 che la funzione redistribuitiva, che era affidata ai contratti nazionali, nel mondo contemporaneo non pu\u00f2 che essere svolta ex post, per via istituzionale, attraverso la politica dei redditi. Cio\u00e8 a valle della produzione, non a monte, quindi nelle trattative governo-sindacati sulla distribuzione del reddito, dopo che questo \u00e8 stato prodotto.<\/p>\n<p>Per cui la mia idea \u00e8 che, tutto sommato, il sindacato non dovrebbe essere ostile, come lo \u00e8, a tutte le misure di cosiddetto reddito di cittadinanza, perch\u00e9 \u00e8 un modo di ridistribuire a valle, secondo criteri di giustizia distributiva ci\u00f2 che si \u00e8 prodotto prima, in contesti diversissimi per profittabilit\u00e0 e per sfruttamento.<\/p>\n<p>A questo punto il contratto di settore diventa un contratto importante, ma soprattutto per la parte normativa e di recupero dell\u2019inflazione, per una garanzia di minimi. Mentre si sviluppa molto di pi\u00f9 la parte aziendale. Anche il recentissimo contratto dei metalmeccanici, firmato unitariamente, va proprio in questa direzione.<\/p>\n<p>Il problema non \u00e8 tanto il declino al livello del contratto nazionale di settore, che \u00e8 certo. \u00c8 se si riesce davvero a recuperare qualcosa sugli altri, quello statale e quello aziendale. A livello statale il problema &#8211; lo aveva intuito in qualche maniera, sbagliando, il segretario nazionale della Fiom Landini &#8211; \u00e8 di costruire nuove &#8220;coalizioni sociali\u201d. Lui per\u00f2 le pensava solo come coalizioni di opposizione, antagoniste, ma la coalizione antagonista vuol dire tornare al problema di Lenin. Ok, faccio l\u2019antagonista per fare la rivoluzione. Dopodi- ch\u00e9, per\u00f2, o faccio la rivoluzione o non la faccio. Non posso fermarmi a met\u00e0 del guado. Francamente, non mi pare che oggi sia all\u2019ordine del giorno il &#8220;che fare\u201d rivoluzionario.<\/p>\n<p>L\u2019intuizione giusta \u00e8 che si devono fare necessariamente coalizioni pi\u00f9 ampie, sindacali e insieme politiche, proprio perch\u00e9 l\u2019azione propriamente sindacale non riesce pi\u00f9 a incidere significativamente sulla redistribuzione dei redditi. Questo \u00e8 un tema su cui negli Stati Uniti e in Europa si sta provando a ragionare, cio\u00e8 su nuove alleanze sindacato-politica a fini redistributivi.<\/p>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<div class=\"WordSection4\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><strong>Cosa si pu\u00f2 fare a livello aziendale?<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p>Sul piano aziendale ci sono due strade, che dovrebbero essere separate nettamente. Dove noi abbiamo la concorrenza sul costo del lavoro, l\u2019azione del sindacato torna alle sue origini, deve fare sindacalismo duro e puro. Qui non c\u2019\u00e8 problema. O meglio, c\u2019\u00e8 eccome, ma il sindacato lo conosce bene quel mestiere l\u00ec. Oppure, ancora, che \u00e8 una seconda alternativa, facciamo fare questo mestiere ai Cobas.<\/p>\n<p>Ovvero specializziamo la rappresentanza: dove c\u2019\u00e8 da fare il &#8220;lavoro dei cattivi\u201d lo facciano i rivoluzionari, dove c\u2019\u00e8 da fare il &#8220;lavoro dei buoni\u201d lo fa il sindacato in giacca e cravatta. Mi sto chiedendo se a questo punto non convenga proprio una specializzazione associativa. E cio\u00e8 Cgil Cisl e Uil si occupino della parte &#8220;normale\u201d, alta del mercato del lavoro; le associazioni pi\u00f9 radicali si occupino della parte bassa, dove illegalit\u00e0 e sfruttamento sono la norma. Le organizzazioni di base, per esempio, oggi lavorano molto con gli extracomunitari. Anche Cigl Cisl e Uil lo fanno, ma loro hanno un altro piglio ed \u00e8 bene che ci siano. Forse chiedere al sindacato di fare tutte e due le parti in commedia \u00e8 un\u2019impresa impossibile, perch\u00e9 i mestieri rischiano di essere gi\u00e0 oggi troppo diversi.<\/p>\n<p>Infatti, il punto poco sottolineato \u00e8 che esiste un\u2019altra parte di aziende, spesso la maggioranza, dove gli imprenditori hanno imparato a riconoscere il sindacato e la contrattazione, e il problema ormai \u00e8 un altro, che a volte ho talmente tanti soldi che posso fare a meno del sindacato. Cio\u00e8 posso fare politiche del personale di tipo moderno, qualcosa di diverso dal vecchio paternalismo industriale, in cui riesco a dare molto di pi\u00f9 di quel che il sindacato riesce a ottenere per via contrattuale (nazionale). Penso, di nuovo a Google, Apple, da noi a Cucinelli o alle imprese dell\u2019alta moda.<\/p>\n<p>Ecco, bisogna evitare che, per motivi diversi, il rischio diventi quello di non avere il sindacato n\u00e9 dove le aziende si comportano male n\u00e9 dove vanno molto bene. Per questo parlavo di specializzazione delle funzioni. Il punto \u00e8 che nella parte alta delle aziende, la domanda \u00e8 se il sindacato accetta la sfida dei modelli partecipativi, entrando nel ruolo di vero e proprio partner dell\u2019azienda, con la quale condividere missione, obiettivi, onori e oneri.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>L\u2019idea di un &#8220;sindacato partner dell\u2019azienda\u201d \u00e8 piuttosto forte&#8230;<\/strong><\/p>\n<p>Capisco. Ma allora? La domanda \u00e8 sempre e di nuovo: ma allora cosa faccio?<\/p>\n<p>Ovviamente, per essere partner dell\u2019azienda, ci devono essere condizioni ben chiare. Potrebbe funzionare se i lavoratori in questi contesti guadagnano molto di pi\u00f9 che negli altri modelli. Se i lavoratori guadagnano molto di pi\u00f9 e stanno meglio, perch\u00e9 il sindacato partner dell\u2019azienda dovrebbe essere una bestemmia? \u00c8 un terreno empirico in cui si tratta di misurare i risultati, non dividersi sull\u2019interpretazione delle tavole della legge. Teniamo presente che un altro dei motivi di lenta perdita di centralit\u00e0 del contratto nazionale di lavoro \u00e8 che i risultati contrattuali conquistati grazie ai sindacati, prima o poi, nella stragrande maggioranza dei casi, si trasformano in legge, in diritto. Le otto ore, la pensione, le ferie, l\u2019ambiente di lavoro, la sicurezza, la salute oggi sono diritti, spesso di derivazione europea. Un\u2019azienda, se solo vuole essere in regola, deve rispettare tutte queste norme.<\/p>\n<p>Ecco, una volta che l\u2019azienda ha rispettato tutto questo, che problema c\u2019\u00e8? Un lavoratore Fiat oggi si trova in una condizione nettamente migliore di 20-30 anni fa. \u00c8 la grande sconfitta di Landini, che mai avrebbe creduto che le ristrutturazioni nel settore auto avrebbero reso il lavoro meno faticoso, meno sporco, pi\u00f9 sicuro, e anche pi\u00f9 remunerativo. Marchionne ha vinto. Landini immaginava che mai la Fiat ce l\u2019avrebbe fatta. Non solo ce l\u2019ha fatta, ma ha cambiato le fabbriche, che a giudizio di qualsiasi operaio anziano sono nettamente migliori di trent\u2019anni fa.<\/p>\n<p>Ma se \u00e8 cos\u00ec, perch\u00e9 i lavoratori dovrebbero fare gli antagonisti? Cio\u00e8 se stai nella cayenna della logistica si capisce perch\u00e9 metti a ferro e fuoco l\u2019azienda. Ma dove il lavoratore sta davvero meglio, perch\u00e9 dovrebbe tornare indietro? Ovviamente in questo caso devo accettare la condivisione del rischio. Che significa dare di pi\u00f9 a livello aziendale, anche molto di pi\u00f9, ma solo se va bene. Se va male, fatti salvi i minimi del contratto nazionale, l\u2019aumento non lo prendi. Uno dice: \u00e8 un bidone. Dipende! Se prendo davvero molto di pi\u00f9 quando va bene, ad esempio sette-otto mila euro l\u2019anno a livello aziendale, posso anche accettare che quando va male, stabilita la parte fissa, di rinunciare alla parte del salario variabile. Uno dice, si possono truccare i dati. Ma allora non iniziamo neanche il gioco! Il gioco si conduce solo tra attori che pensano di comportarsi lealmente e che si stimano reciprocamente.\u00a0<\/p>\n<p><strong>La Fiom ricorda che in Fiat ci sono i cassintegrati.<\/strong><\/p>\n<p>Questo \u00e8 un tema delicato, da affrontare con attenzione, nel senso che ci sono due tipi di cassintegrati. C\u2019\u00e8 la parte delle eccedenze lavorative, per cui posso avere una situazione in cui ho il cuore dell\u2019azienda che tira benissimo e poi ho delle parti che esternalizzo. Mi rendo conto che \u00e8 un problema, ma la domanda \u00e8: metto allora in discussione la parte del cuore? Ritorna qui, sotto altra veste, il tema della segmentazione\u00a0dei\u00a0mercati del lavoro di cui parlavamo prima a proposito della logistica.<\/p>\n<p>Ci sono per\u00f2 anche un certo numero di lavoratori che non accettano le regole del gioco. Oppure c\u2019\u00e8 chi considera il lavoro sempre e comunque &#8220;alienazione\u201d da rifiutare. Che si fa? I regimi competitivi sono pi\u00f9 duri dei\u00a0regimi collusivi del passato. Questo problema si pose gi\u00e0 in Fiat nel 1979 e nel 1980. Chi entra in un\u2019azienda deve sapere quali sono le regole del gioco (produttivo). Hai altre regole del gioco? Ok, se hai la forza di farle valere bene, ma se non ne hai la forza\u2026 devi fartene una ragione. \u00c8 giusto, \u00e8 sbagliato?<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"WordSection5\" style=\"text-align: justify;\">\n<p>Questo \u00e8 un altro discorso, per\u00f2 la logica delle relazioni industriali \u00e8 una logica ferrea. La domanda \u00e8: poteva andare avanti Pomigliano d\u2019Arco com\u2019era prima? No, lo dicono gli stessi operai. Ci sono interviste molto belle a operai militanti rivoluzionari che dopo la sconfitta in Fiat nel 1980 dicevano: sapevamo anche noi che non poteva andare avanti cos\u00ec, che prima o poi doveva finire. Il problema allora \u00e8 capire se entro questo patto tra &#8220;lavoro e capitale\u201d, come si diceva una volta, una volta rispettati i vincoli del lavoro subordinato e accettata la logica della cooperazione in azienda, le ricadute in termini di salario e di condizioni lavorative sono corrispondenti alle promesse implicite nel patto. Ma \u00e8 un problema di verifica concreta della coerenza aziendale e sindacale, non il portato dei sacri principi. \u00c8 questo che si deve valutare, non altro.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>T<\/strong><strong>u qui vedi un altro problema per\u00f2.<\/strong><\/p>\n<p>Il nocciolo problematico di questi modelli dove l\u2019azienda &#8220;si comporta bene\u201d, dove ci sono buone relazioni sindacali, alti premi variabili, ambienti di lavoro gradevoli, welfare aziendale, \u00e8 l\u2019assuefazione operaia. Ci si abitua ad avere i libri scolastici, la mensa, i trasporti, nel frattempo per\u00f2 per quarant\u2019anni faccio sempre quel lavoro l\u00ec. S\u00ec, l\u2019ambiente di lavoro \u00e8 pulito, silenzioso, senza polvere, ma faccio sempre quella roba l\u00ec.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 un punto complicato, dove davvero lo scoglio appare insuperabile; \u00e8 l\u2019unico vero punto di forza delle posizioni scettiche o antagoniste. Luciano Pero, anche in interviste alla vostra rivista, risolve il problema con la rotazione delle mansioni e con i suggerimenti operai, due strategie nelle quali crede molto. Io sono molto pi\u00f9 scettico: spesso l\u2019operaio non vuol saperne di cambiare. L\u2019operaio \u00e8 conservatore. I teorici della multifunzionalit\u00e0 dicono: &#8220;\u00c8 bello cambiare\u201d. Calma! Per qualcuno \u00e8 bello cambiare, per moltissimi cambiare \u00e8 un costo, psicologico prima ancora che fisico.<\/p>\n<p>Ci fu una famosa ricerca di Robert Blackburn e Michael Mann, L\u2019illusione della scelta (Rosemberg &amp; Sellier,1983), ancora oggi da leggere, nella quale oltre quarant\u2019anni fa i ricercatori raccontavano l\u2019episodio di un operaio scozzese, alto, biondo con i capelli lunghi, un leader naturale, con competenze nettamente superiori alla media, che di fronte al tentativo di coinvolgerlo di pi\u00f9 nel lavoro e di dargli maggiori responsabilit\u00e0, rispondeva: &#8220;Io vengo qui la mattina e per otto ore penso a tutto tranne che al lavoro. Non rompetemi le scatole, lasciate che la mia testa voli libera per i fatti miei\u201d. La reazione di un operaio alla multifunzionalit\u00e0, alla rotazione delle mansioni, alla richiesta di maggiori responsabilit\u00e0 cognitive, sar\u00e0 di questo genere: &#8220;Ueh!, \u00e8 gi\u00e0 troppo che venga in fabbrica per i soldi che mi date\u201d.<\/p>\n<p>La mia idea \u00e8 che dobbiamo portare un\u2019attenzione specifica a questo tipo di reazione che rischia di far naufragare qualsiasi esperimento partecipativo. Non si tratta di cambiare la testa a questi operai &#8211; per certi versi si tratta di comportamenti perfettamente razionali &#8211; ma di trovare il modo di farli convivere nello spazio aziendale senza che mettano in discussione la razionalit\u00e0 delle scelte (cooperative) del resto dei lavoratori. E poi bisogna pensare a come risolvere la questione delle carrie- re sui luoghi di lavoro, perch\u00e9 una vita operaia, sempre uguale a s\u00e9 stessa, rimane una sfida pratica e intellettuale ancora irrisolta.\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Non c\u2019\u00e8 il rischio che in questo modello i lavoratori vedano nel sindacato un &#8220;venduto\u201d al padrone?<\/strong><\/p>\n<p>Questo \u00e8 un rischio concreto, si tratta di capire. Io dico che ci sono alcuni modelli che sembrano funzionare meglio di altri e che questi modelli funzionano se sono redistributivi.\u00a0<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un\u2019altra obiezione e cio\u00e8 che cos\u00ec aumenta la variet\u00e0 di condizioni tra azienda e azienda, magari a pochi metri di distanza l\u2019una dall\u2019altra, e magari entrambe che fanno lo stesso lavoro, ma si differenziano per la combinazione specifica di prodotto-mercato. La mia risposta \u00e8 che in questa fase storica non me ne preoccuperei pi\u00f9 di tanto. In futuro, cos\u00ec com\u2019\u00e8 accaduto in passato, ci sar\u00e0 tempo e modo di riomogeneizzare le differenze. Per esempio, se e quando riusciremo a fare il contratto europeo di settore. Certo, per il momento \u00e8 pura utopia, forse ci vorranno decenni.<\/p>\n<p>Nel frattempo, tra il non fare niente e provare a giocare questo gioco, io sono per giocare e rischiare. Come del resto il sindacato ha gi\u00e0 fatto a fine anni 50 e 60: non riusciva a sfondare con i contratti nazionali, part\u00ec con le contrattazioni aziendali, anche la Fiom, e ottenne risultati enormi: S\u00ec certo, differenziando le condizioni tra chi il contratto aziendale ce l\u2019aveva e chi no, ma intanto legittim\u00f2 la sua presenza in migliaia di aziende e da l\u00ec part\u00ec la riscossa successiva.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Il nuovo contratto dei metalmeccanici ha spostato il baricentro sul welfare aziendale.<\/strong><\/p>\n<p>Policy di questo tipo hanno tre valenze positive: sono a tutti gli effetti una politica di aumento salariale, al di l\u00e0 della formula. Sono, al contempo, una politica di riduzione di costo del lavoro e, infine, sono potenziali strumenti di una politica di risindacalizzazione aziendale. So bene che secondo molti studiosi il declino del contratto nazionale di settore multi-employer porterebbe con s\u00e9 anche la crisi del sindacato. Pu\u00f2 darsi, ma lo ripeto: fare qualcosa \u00e8 meglio che non fare nulla e rimanere in attesa del diluvio universale. Come disse una volta Pierre Carniti, invece che ripetere ossessivamente i vecchi errori \u00e8 meglio la strada che porta a speri\u00a0mentare nuovi errori.\u00a0<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"WordSection6\" style=\"text-align: justify;\">\n<p>L\u2019altro aspetto interessante \u00e8 che nei programmi di welfare che sto seguendo c\u2019\u00e8 la possibilit\u00e0 di scegliere: il lavoratore entra in un portale e si trova accreditati 1.700 euro lordi. Pu\u00f2 decidere di prenderseli tutti in moneta sonante. A quel punto paga la tassazione al 10% e ha i contributi previdenziali, ma ci rimette intorno al 30%. Un altro lavoratore potr\u00e0 dire: no, met\u00e0 li voglio cos\u00ec, e met\u00e0 li voglio in welfare totalmente defiscalizzato. Ci guadagna 300 euro. \u00c8 lui che sceglie. Ecco la variabile soggettiva: prendo sul serio il lavoratore e le sue preferenze individuali. Tutti i modelli stanno andando in questa direzione, di offrire il paniere, dopodich\u00e9 il lavoratore va dentro e sceglie tra le varie opzioni.<\/p>\n<p>Quindi, non \u00e8 il padrone che decide come nel tradizionale paternalismo industriale. Certo, c\u2019\u00e8 anche chi vorrebbe che lo Stato decidesse tutto, solo welfare pubblico, uguale per tutti, senza differenziazioni aziendali. Di nuovo, ancora una volta io sono per provare &#8220;nuovi errori\u201d.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>L\u2019altra obiezione \u00e8 che cos\u00ec c\u2019\u00e8 chi ha di pi\u00f9 e chi ha di meno.<\/strong><\/p>\n<p>Ci sono fasi in cui la differenziazione aumenta, altre in cui diminuisce. In questo tornante storico bisogna sapere che c\u2019\u00e8 questo problema, che a seconda della porta d\u2019ingresso nel mondo del lavoro, e a parit\u00e0 di lavoro, in un contesto aziendale prendo mille euro e in un altro ne prendo tremila. Solo perch\u00e9 l\u2019azienda ha una ability to pay maggiore. La domanda \u00e8: siccome questo ne prende tremila devo portargliene via duemila? So bene che non \u00e8 giusto, ma verr\u00e0 il tempo in cui in nome delle istanze di giustizia cercher\u00f2 di portare chi, facendo lo stesso lavoro, sta pi\u00f9 in basso nella scala salariale a prendere qualcosa di simile a chi sta pi\u00f9 in alto. Oggi il vento tira in un\u2019altra direzione e il compito primo del sindacato \u00e8 quello di esserci laddove i soldi vengono distribuiti.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Il fatto che i sindacati, ovunque nel mondo, siano diventati anche grandi burocrazie amministrative, che svolgono funzioni quasi statali, \u00e8 positiva?.<\/strong><\/p>\n<p>La mia idea \u00e8 che il sindacato non si deve vergognare di questo, anzi! Facciamo un esempio. Il Caf \u00e8 stato un successo perch\u00e9 \u00e8 stato conveniente sia per lavoratori e pensionati, sia per lo Stato. Lo Stato non sarebbe mai riuscito ad avere le dichiarazioni dei redditi online, in tempo reale, ogni anno. D\u2019altra parte, i lavoratori a quei prezz\u00ec non avrebbero mai pagato un commercialista. Questo \u00e8 un classico esempio di scambio virtuoso. Idem per i patronati, idem per gli uffici vertenze; pi\u00f9 opaco, il giudizio sulla bilateralit\u00e0. Allora cos\u2019\u00e8 interessante in queste esperienze? \u00c8 che in larga parte sono effetto dell\u2019azione contrattuale, vale a dire che con l\u2019azione contrattuale si ottengo benefici collettivi, i quali si trasformano poi, quasi per definizione, in diritti individuali. E i diritti individuali li rendo esigibili solo attraverso il servizio. Solo cos\u00ec risolvo il problema della busta paga, oppure risolvo il problema della previdenza, della dichiarazione dei redditi, dell\u2019Isee, e avanti di questo pas- so. Molti sindacati ci aggiungono la formazione, il collocamento\u2026 Sotto un certo profilo si tratta di un &#8220;esito imprevisto\u201d rispetto alla teorizzazione dei diritti di Bruno Trentin: per lui doveva essere la pietra angolare di una rinascita del sindacato come attore contrattuale. In realt\u00e0 \u00e8 stata la strada per il sindacato come grande azienda burocratica di erogazione di servizi individuali.<\/p>\n<p>Io trovo poi estremamente interessante il fatto che, al di l\u00e0 delle parole e delle ideologie ufficiali, tutti i sindacati facciano le stesse cose. Cio\u00e8 tutti i sindacati oggi vivono di questo mix, fatto di negoziati politici generali, contratti collettivi e erogazione di servizi individuali. Il bello \u00e8 che anche il sindacato pi\u00f9 rivoluzionario, un Cobas o un Cub, opera come agenzia quasi pubblica quando fa le pratiche Caf, oppure quelle del patronato, oppure ancora patrocina una causa attraverso l\u2019ufficio vertenze. Un\u2019altra partita che molti altri sindacati al mondo hanno fatto propria, e che il sindacato italiano \u2013 sbagliando &#8211; non ha seguito, \u00e8 la previdenza integrativa, un terreno nel quale attivit\u00e0 contrattuale e servizio individuale si mescolano in modo indissolubile.\u00a0<\/p>\n<p>Si potrebbe parlare anche delle politiche attive. Tieni presente che qui c\u2019\u00e8 sempre stata una riserva ideologica della Cgil: non pu\u00f2 essere il sindacato a fare il caporalato. Chiedo: ma c\u2019\u00e8 davvero questo rischio? Io ritengo di no, almeno in larga parte del paese. Tanto pi\u00f9 che il collocamento pubblico non ha mai funzionato. Per non parlare della formazione. Anche qui il sindacato si \u00e8 ritirato su una posizione ideologica, cio\u00e8 dicendo in sostanza: \u00e8 il pubblico che lo deve fare. Cos\u00ec sono cresciute migliaia di aziende private!<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>P<\/strong><strong>ossiamo parlare di un\u2019evoluzione verso un &#8220;sindacato dei cittadini\u201d?<\/strong><\/p>\n<p>Qualcosina c\u2019\u00e8, ma \u00e8 sempre complicato, perch\u00e9 alla fine il core business del sindacato rimane il lavoro. La stessa dichiarazione dei redditi \u00e8 molto collegata al lavoro. Ogni volta che si va fuori da quegli ambiti il sindacato annaspa, non riesce a fare l\u2019intermediazione, l\u2019assistenza pensionistica integrativa, il collocamento di manodopera&#8230; C\u2019\u00e8 un indubbio interesse in questa direzione, ma per il momento forse \u00e8 bene che si concentri sulle materie di core business, senza andare troppo lontano.<\/p>\n<p>I problemi che vedo sono di altro tipo. E di nuovo coinvolgono tutti e tre i sindacati. Il primo \u00e8 un inceppamento nella selezione dei gruppi dirigenti. Per varie ragioni, i vertici sindacali sono vecchi. Mentre in passato c\u2019erano linee di uscita e quindi il sindacalista entrava giovane, faceva una carriera rapida e usciva ancora relativamente giovane per andare in politica o nel mondo associativo, oggi questi canali si sono molti ridotti e\u00a0l\u2019intera carriera avviene all\u2019interno del sindacato, per cui ai vertici, sia provinciali che regionali che nazionali, c\u2019\u00e8 una generazioni anziana intrappolata in ruoli e funzioni di cui farebbe volentieri a meno se solo avesse una qualche alternativa. Carniti quando usc\u00ec dalla Cisl nel 1985, aveva 49 anni, e a quell\u2019et\u00e0 aveva gi\u00e0 fatto il segretario nazionale della Fim, il segretario confederale e il segretario generale della Cisl. Oggi sono tutti sopra i 60 anni e non hanno modo alcuno di andarsene se non alla pensione.<\/p>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo punto complicato di queste organizzazioni \u00e8 come garantire l\u2019efficienza dei servizi. Perch\u00e9 nel servizio la logica \u00e8 diversa. Mentre nella parte sindacale io lavoratore vado in cerca di rappresentanza, nella parte servizi io sono un cliente e voglio essere trattato come tale, non come un fedele. L\u00e0 sono in una chiesa, qui sono in un mercato. Questo \u00e8 un punto delicato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Terzo punto, sempre un po\u2019 rognoso in questa faccenda, \u00e8 che un sindacato cos\u00ec ha perso l\u2019appeal intellettuale. Cio\u00e8 nessuno riconosce un interesse etico-morale a una roba del genere. E quindi nessuno se ne occupa. Questo rimane un dilemma. D\u2019altro canto il mondo \u00e8 pieno di istituzioni, organizzazioni che non ispirano chiss\u00e0 quali ideali eppure sono necessarie lo stesso. Accettiamolo cos\u00ec com\u2019\u00e8 e facciamocene una ragione. In fondo, anche per la scuola, l\u2019ospedale, ecc., l\u2019importante \u00e8 che funzionino bene. Se dentro ci sono missionari o meno \u00e8 un di pi\u00f9, per il resto pazienza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Complessivamente la tua visione non \u00e8 cos\u00ec pessimista&#8230;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io faccio parte degli ottimisti. \u00c8 evidente che ci sono due problemi che si sovrappongono. Il primo riguarda il minore numero di posti di lavoro a causa dello spiazzamento tecnologico; con questa questione prima o poi un po\u2019 di conti dovremo farli, per\u00f2 l\u2019unico modo che vedo per risolverla nel breve-medio periodo non \u00e8 tanto la riduzione d\u2019orario, ma la generalizzazione dei salari di cittadinanza, ovvero, garantire comunque la sopravvivenza a tutti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poi c\u2019\u00e8 il problema dei posti di lavoro \u201ccayenna\u201d. Noi sappiamo gi\u00e0 come funziona: l\u00ec ci vanno gli immigrati e gli spiazzati dalle nuove tecnologie. Ora, se questo fa parte di un percorso di carriera, se \u00e8 una porta d\u2019ingresso che conduce a posti di lavoro prima o poi migliori, potrebbe anche essere una soluzione accettabile in un momento storico cos\u00ec difficile. Come accetto che ci sia il salario d\u2019ingresso, l\u2019apprendistato, accetto anche la \u201ccayenna\u201d, se questo \u00e8 parte di un percorso di miglioramento professionale. Al limite potrebbe essere una strategia sindacale di intervento in questi settori. Ma se rimangono prigioni a vita, non resta che il vecchio sindacalismo d\u2019antan, duro e cattivo.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopodich\u00e9, rimane un punto decisivo che riguarda la logica sindacale, se si vuole davvero prenderla sul serio. Il fatto cio\u00e8 che il sindacato ha un solo vincolo etico-morale: firmare i contratti. Un sindacato che non firma i contratti viene meno al suo ruolo. I contratti si firmano anche quando sono peggiorativi, se non c\u2019\u00e8 niente di meglio. Ci sono delle fasi storiche in cui prendo di pi\u00f9, fasi storiche in cui prendo di meno, fasi storiche in cui perdo&#8230; Non c\u2019\u00e8 nessuna ragione al mondo per pensare che la storia progredisca, vada sempre verso il meglio. Per questo dico che il sindacato deve negoziare anche le ritirate. Deve accettare anche di perdere, oltre che di vincere. Perch\u00e9 \u00e8 meglio un contratto che nessun contratto, anche un contratto bidone, purch\u00e9 dentro ci sia la garanzia della mia sopravvivenza, e con essa la possibilit\u00e0 di firmare un contratto migliore quando &#8220;the times they are a-changin\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>*Paolo Feltrin insegna Analisi delle politiche pubbliche all\u2019Universit\u00e0 di Trieste. Ha insegnato presso le Universit\u00e0 di Firenze e Catania, presso la Scuola superiore di pubblica amministrazione di Roma e il corso di dottorato in Scienza politica di Firenze. Il libro di cui si parla nell\u2019intervista \u00e8 Al bivio. Lavoro, sindacato e rappresentanza nell\u2019Italia di oggi, di Mimmo Carrieri e Paolo Feltrin (Donzelli, 2016)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>**da: Una citt\u00e0, n.235\/2016<\/em><\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vorremmo parlare dello stato di salute del sindacato, anche nel contesto europeo, e delle sfide che ha davanti. Partirei da una questione, che ha sempre creato confusione, specie nel nostro paese. L\u2019idea di fondo \u00e8 che il sindacato \u00e8 innanzitutto un\u2019istituzione del capitalismo. 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