{"id":20935,"date":"2024-07-31T10:28:09","date_gmt":"2024-07-31T08:28:09","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/?p=20935"},"modified":"2024-09-24T20:56:16","modified_gmt":"2024-09-24T18:56:16","slug":"gli-errori-di-un-trentennio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/gli-errori-di-un-trentennio\/","title":{"rendered":"Gli errori di un trentennio"},"content":{"rendered":"\n<p>Riflettendo sull\u2019opera di Salvatore Biasco e su una raccolta di saggi a lui dedicata si possono individuare le scelte che hanno portato l\u2019Europa a crescere la met\u00e0 degli Stati Uniti e l\u2019Italia la met\u00e0 \u2013 o anche meno \u2013 dell\u2019Europa. Il contributo negativo della svolta nella teoria economica<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 opinione ampiamente condivisa che negli ultimi decenni il mondo occidentale sia stato guidato da un modello neoliberista, elaborato prima in alcune universit\u00e0 americane e poi tradotto in specifici suggerimenti di politica economica.<\/p>\n\n\n\n<p>A partire dagli anni \u201970 a livello accademico \u00e8 emersa infatti una modellistica in cui i sistemi economici sono naturalmente orientati ad esiti ottimali nel senso walrasiano. Se i sistemi non sono vicini alla piena occupazione, ci\u00f2 \u00e8 dovuto a rigidit\u00e0 che impediscono la piena flessibilit\u00e0 dei salari e dei prezzi o a comportamenti dissennati delle autorit\u00e0 pubbliche. Non esistendo di fatto problemi di carenza di domanda aggregata, gli interventi di politica fiscale devono essere marginalizzati; lo strumento d\u2019intervento deve essere ricondotto alla politica monetaria, stante che l\u2019inflazione \u00e8 ritenuta un fatto puramente monetario.<\/p>\n\n\n\n<p>Il nuovo modello di politica economica doveva sostituirsi a quello precedente che, sulla base di una lettura molto parziale, non sarebbe stato in grado di garantire un adeguato funzionamento del sistema economico, essenzialmente per la pervasivit\u00e0 dell\u2019intervento pubblico.<\/p>\n\n\n\n<p>Dall\u2019elaborazione teorica sono nate le proposte di politica economica: meccanismi contrattuali compatibili con la flessibilit\u00e0 dei rapporti di lavoro; sistemi di produzione e scambio tendenti alla concorrenza da perseguire con la legislazione antimonopolistica. Doveva in particolare essere superata la presenza pubblica nella sfera produttiva attraverso un esteso processo di privatizzazioni. La liberalizzazione degli scambi e la deregolamentazione finanziaria dovevano essere poi il canone cui conformarsi negli scambi internazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Nello stesso senso il ridimensionamento degli interventi pubblici, soprattutto nella sfera fiscale, era finalizzato a un aumento dell\u2019offerta di lavoro e di risparmio, presupposto per tassi di crescita sostenuti.<\/p>\n\n\n\n<p>Si prometteva, in altri termini, un mondo efficiente e ad alta crescita, con assetti distributivi appropriati all\u2019interno di ogni paese e con benefici distribuiti fra tutti i paesi.<\/p>\n\n\n\n<p>Per ricordare Salvatore Biasco \u00e8 stata pubblicata una raccolta di saggi (Ripensare la cultura politica della sinistra \u2013 Castelvecchi editore). Non solo gli autori del libro ritengono che l\u2019applicazione delle politiche neo liberiste non abbia prodotto i risultati attesi.<\/p>\n\n\n\n<p>Riprendendo quanto scrive Massimo Florio, si \u00e8 manifestata in tutti i paesi dell\u2019area occidentale una tendenza alla concentrazione dei redditi e della ricchezza, con effetti nocivi sulla coesione sociale; lungi dall\u2019affermazione di regimi tendenzialmente concorrenziali, dominano su scala mondiale nei settori rilevanti strutture oligopolistiche fortemente concentrate; infine si \u00e8 manifestata una tendenza alla finanziarizzazione che ha prodotto rilevati fenomeni d\u2019instabilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Se il quadro generale \u00e8 quello appena descritto, le modalit\u00e0 di applicazione del modello e gli effetti sono stati diversi in USA, Europa e Italia. Riprendo molti spunti del libro.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gli Stati Uniti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Gli Stati Uniti hanno registrato un tasso di crescita elevato, rispondendo sotto questo aspetto alle promesse del modello neoliberale: il pil pro capite, pari a prezzi 2012 a 24400 $ nel 1964, \u00e8 salito a 58100 nel 2019.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019economia USA ha poi registrato recessioni di breve durata, sempre compensate da manovre di politica fiscale espansive, in ci\u00f2 ignorando uno dei punti fondamentali della teoria dominante. Il ruolo della politica monetaria \u00e8 stato pi\u00f9 sfumato e indirizzato sul fronte interno alla stabilizzazione dei mercati finanziari ed eventualmente al controllo dell\u2019inflazione e sul fronte esterno alla regolazione dei movimenti di capitale.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo arco di tempo la composizione del pil \u00e8 cambiata: \u00e8 infatti cresciuto sensibilmente il peso del consumo (dal 59% nel 1973 al 68% negli ultimi anni). In termini di contributi alla crescita, il consumo personale ha inciso in media per il 70% del totale.&nbsp; Nel 2022, secondo l\u2019ultimo Report del Council of Economic Advisers, l\u2019aumento dei consumi personali ha determinato una crescita del pil di 1.7 punti su una crescita complessiva del 1,9%.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul piano distributivo, la distribuzione del reddito e della ricchezza si \u00e8 concentrata, privilegiando a partire dal 1970 i redditi medio alti. La distribuzione primaria, in particolare, \u00e8 stata determinata da un\u2019evoluzione salariale sistematicamente inferiore alla crescita della produttivit\u00e0 marginale del lavoro in un contesto di indebolimento del ruolo dei sindacati.<\/p>\n\n\n\n<p>Si pu\u00f2 citare al riguardo un articolo di Summers del 2017 sul Financial Times dal titolo \u201cAmerica needs its unions more than ever\u201d: ci\u00f2 al fine di equilibrare i rapporti di forza fra imprese e lavoratori contrastando la lenta crescita dei salari.&nbsp; Ma Summers fa anche un\u2019affermazione che rientra nei temi trattati in questa sede: il declino del potere sindacale ha contribuito anche alla diffusa sensazione che troppo spesso il potere politico \u00e8 in vendita per chi offre il prezzo pi\u00f9 alto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Dato l\u2019andamento dei salari, la crescita dei consumi personali \u00e8 stata essenzialmente sostenuta dall\u2019indebitamento delle famiglie che ha raggiunto il livello pi\u00f9 alto in termini di reddito disponibile nel 2007 (115%), immediatamente prima della crisi finanziaria. Negli anni successivi il rapporto \u00e8 diminuito di pochi punti per poi riprendere a crescere con la presidenza Trump; anche l\u2019incremento dei consumi degli ultimi anni \u00e8 associato alla crescita dell\u2019indebitamento.<\/p>\n\n\n\n<p>La concentrazione dei redditi e della ricchezza \u00e8 stata quindi associata a rilevanti componenti d\u2019instabilit\u00e0. Nel primo Report della Presidenza Obama \u00e8 sottolineato che l\u2019aumento delle spese di consumo, quindi dell\u2019economia nel suo complesso, era stato sostenuto dall\u2019esplosione dei corsi azionari e dal prezzo delle case, oltre che dal facile accesso al credito. Uno sviluppo equilibrato avrebbe richiesto politiche economiche diverse, scarsamente riconoscibili anche negli anni successivi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il ripetuto ricorso a manovre fiscali di sostegno dell\u2019attivit\u00e0 produttiva o di riduzione delle imposte personali ha poi portato, con l\u2019eccezione della presidenza Clinton, a una rilevante accumulazione di debito pubblico.<\/p>\n\n\n\n<p>Non occorre spendere molte parole per confermare l\u2019argomentazione di Florio sulla diffusione di assetti oligopolistici, dove i meccanismi concorrenziali operano certamente in misura limitata. In un quadro di formazione di strutture oligopolistiche o monopolistiche, come descritto da Pagano, l\u2019introduzione e l\u2019applicazione del sistema di propriet\u00e0 intellettuale \u00e8 stato un ulteriore strumento di rafforzamento del paese egemone.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel perseguimento del regime di libero scambio \u00e8 stata adottata sempre a partire degli anni \u201990 una politica di delocalizzazione produttiva, in particolare nei paesi asiatici, contribuendo alla diminuzione del tasso di povert\u00e0 in quei paesi, ma nello stesso tempo ponendo le basi per l\u2019affermazione di una capacit\u00e0 industriale autonoma. Non a caso all\u2019affermazione dell\u2019economia cinese ha corrisposto negli Stati Uniti la rivalutazione di politiche protezionistiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Rimane il fatto che il saldo commerciale Usa \u00e8 fortemente passivo, solo parzialmente compensato dal reddito netto dei servizi. Il quadro complessivo dei rapporti con l\u2019estero \u00e8 comunque determinato dai movimenti di capitale.<\/p>\n\n\n\n<p>In aderenza al canone neoliberale, \u00e8 stata adottata, a partire da Clinton, una politica di deregolamentazione finanziaria che ha certamente contribuito ad alimentare la crisi del 2008. Nello stesso tempo, a seguito dei generosi interventi di salvataggio delle istituzioni finanziare Usa, \u00e8 stata ulteriormente rafforzata l\u2019egemonia delle banche americane: come si legge in Tooze, Lo schianto, la Federal Reserve \u00e8 intervenuta a salvare anche le banche europee che erano incautamente entrate nel mercato dei capitali a livello mondiale. Il prezzo \u00e8 stato l\u2019allontanamento delle principali banche europee e il loro depotenziamento.<\/p>\n\n\n\n<p>Comunque lo si legga, al di l\u00e0 di considerazioni di carattere geopolitico oggi particolarmente rilevanti, il sistema appare profondamente instabile in tutte le sue componenti, distributive, finanziarie e produttive.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019Europa<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il modello neoliberale ha trovato applicazione anche in Europa, con effetti negativi pi\u00f9 accentuati sulla base di un\u2019impostazione molto pi\u00f9 dogmatica di quella che ha caratterizzato l\u2019esperienza degli USA.<\/p>\n\n\n\n<p>Possiamo partire da un dato sintetico, anche se rozzo. Nel periodo 2005-14 il tasso medio di crescita dell\u2019economia americana \u00e8 stato pari all\u20191,6% contro lo 0,8 dell\u2019Euro area.&nbsp; Nel quinquennio successivo, fino allo scoppio della pandemia, il tasso di crescita Usa \u00e8 stato pari al 2,4, contro un tasso di poco inferiore al 2 in Europa. In entrambe le aree i livelli salariali sono cresciuti a tassi mediocri, ma negli Stati Uniti, come gi\u00e0 osservato, la dinamica salariale inadeguata ha trovato, salvo il biennio successivo alla crisi finanziaria, compensazione nell\u2018indebitamento delle famiglie.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 proseguito anche in Europa il processo di finanziarizzazione, ma, come si sottolinea ripetutamente anche in questi mesi, senza che si procedesse alla creazione di un mercato unico dei capitali. \u00c8 poi proseguita la penetrazione degli operatori finanziari degli Stati Uniti nelle pi\u00f9 varie forme, come sottolineato da Visco.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul piano produttivo, al di l\u00e0 di fenomeni di decentramento nell\u2019Est europeo, la specializzazione europea sembra essersi orientata in larga misura sui prodotti di consumo durevoli qualificati in una logica neo mercantilista che ha privilegiato in particolare la Germania.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019impostazione generale della politica economica europea non \u00e8 stata caratterizzata dalla flessibilit\u00e0 riconoscibile negli USA. Sono state sollecitate e in parte attuate le cosiddette riforme strutturali, tutte incentrate sul lato dell\u2019offerta e costituite da flessibilizzazione del mercato del lavoro, ricomposizione della pressione fiscale sul lato dei consumi, deregolamentazione dei settori produttivi in un\u2019ottica sovranazionale e generale riduzione della presenza pubblica nei comparti produttivi.<\/p>\n\n\n\n<p>Si \u00e8 sviluppata poi una grande attenzione ai problemi dell\u2019indebitamento pubblico e del debito pubblico, riassumibile nelle ben note regole quantitative, anche se le crisi finanziarie europee sono state innescate da squilibri nel comparto finanziario privato di Regno Unito, Spagna e Irlanda (l\u2019unica eccezione \u00e8 forse costituita dalla Grecia). &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>In sintesi, appare ragionevole affermare che il modello neoliberale ha trovato sponda in Europa, anche sulla base di un\u2019assunzione acritica del modello neokeynesiano nelle formulazioni delle scelte di politica economica.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 possibile approfondire il punto, ma il Mef adotta per le elaborazioni di politica economica un modello elaborato in sede europea che riflette pienamente la modellistica d\u2019oltre oceano. L\u2019ottimalit\u00e0 in senso walrasiano \u00e8 impedita da rigidit\u00e0 in particolare dei salari e la crescita \u00e8 frenata da eccesso di pressione fiscale. Manovre espansive di politica fiscale, di utilit\u00e0 comunque limitata, sono poi depotenziate da una rilevante quota di consumatori ricardiani che scontano in caso di politiche espansive le maggiori imposte future.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019Italia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il modello neo liberale si \u00e8 ovviamente riversato in Italia, accentuandone gli elementi negativi. Possiamo fare riferimento all\u2019indicatore pi\u00f9 rozzo, il tasso di crescita del Pil: se l\u2019economica europea \u00e8 cresciuta a un tasso pari a 1\/2 di quello americano, l\u2019Italia nel decennio 2005-2014 ha registrato un tasso di crescita negativo (-0,5 contro lo 0,8 dell\u2019area euro). Nel quinquennio successivo il tasso di crescita \u00e8 stato in media pari all\u20191% in Italia contro il 2% in Europa.<\/p>\n\n\n\n<p>Si possono addurre molti motivi per spiegare questo andamento, mediocre in termini assoluti e relativi. La spiegazione pi\u00f9 convincente sottolinea che la dinamica salariale \u00e8 stata del tutto inadeguata a sostenere la domanda interna. La Banca d\u2019Italia ha fornito dati al riguardo. \u201cFra il 1992 e il 2007 le retribuzioni reali di fatto per unit\u00e0 di lavoro sono cresciute del 7,75%, meno di mezzo punto percentuale all\u2019anno. Se si tiene conto dell\u2019invecchiamento della forza lavoro, la crescita sarebbe ancora pi\u00f9 modesta per le basse retribuzioni all\u2019ingresso\u201d. Nel quadriennio 2013-2017 \u201di salari sono cresciuti di appena l\u20191,0 per cento l\u2019anno, control\u20191,7 degli altri paesi dell\u2019area euro\u201d. Si pu\u00f2 aggiungere che le elaborazioni del FMI dimostrano che l\u2019evoluzione di consumi privati e pubblici \u00e8 stata insufficiente a garantire tassi di crescita paragonabili a quelli europei.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli ultimi anni i vincoli alla crescita non sono derivati, come \u00e8 accaduto in altri momenti della nostra storia, da squilibri dei conti con l\u2019estero. Dopo la crisi del debito sovrano il saldo commerciale, soprattutto, e anche quello di parte corrente, sono stati positivi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Gli altri fattori<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019interpretazione della storia recente del nostro paese, e quindi anche nella definizione delle prospettive, altre vicende devono essere richiamate.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo riguarda le privatizzazioni. De Cecco ha scritto che in Italia l\u2019industrializzazione \u00e8 stata guidata dall\u2019alto.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente ci\u00f2 \u00e8 vero per molti altri paesi, ma qui vorrei richiamare un momento a mio giudizio centrale nelle vicende del nostro paese. Nei primi anni del secolo scorso Nitti, nel suo Manuale, scriveva che nelle societ\u00e0 moderna ai tre principi della responsabilit\u00e0 individuale, della concorrenza sfrenata e della lotta fra individui e classi sociali si dovessero sostituire altri tre principi: responsabilit\u00e0 sociale, giustizia sociale e arbitrato sociale (qualcuno potrebbe sostenere che Nitti anticipava le esperienze socialdemocratiche). Questi principi ispirarono la politica giolittiana (che fra l\u2019altro consent\u00ec un\u2019eccezionale diminuzione del debito pubblico, all\u2019inizio del \u2018900 sopra il 100% in termini di pil, fino alla conversione della rendita nel 1906 dal 4,5 al 3,5%).<\/p>\n\n\n\n<p>Ma Nitti sosteneva anche che lo Stato dovesse avere un ruolo essenziale nella promozione del paese, derivabile solo da un\u2019espansione della componente manifatturiera del prodotto, oltre che dalla ricerca dell\u2019autonomia nell\u2019approvvigionamento delle fonti energetiche.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019impostazione di Nitti, nella definizione del ruolo dello Stato, ha avuto grande importanza nella storia del nostro paese anche attraverso l\u2019azione di uomini a lui legati direttamente o indirettamente, Beneduce e Menichella, oltre che della parte migliore della DC nel primo dopoguerra.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per una lettura a mio giudizio parziale, il sistema formatosi nel corso dei decenni, caratterizzato dalla coesistenza di imprese private di dimensioni adeguate e di imprese a controllo pubblico (responsabile del rafforzamento del paese nelle strutture di base), \u00e8 stato giudicato irrimediabilmente in crisi nel corso degli anni \u201980.<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle relazioni della Banca d\u2019Italia della seconda met\u00e0 degli anni \u201980 si contrapponevano in particolare i grandi successi delle imprese private (che avevano superato le difficolt\u00e0 del decennio precedente, ottenendo il pi\u00f9 alto rapporto profitti e valore aggiunto nel 1988) alle insufficienze delle imprese pubbliche. Si affermava che le aree di crisi del settore pubblico erano circoscritte (in buona misura siderurgia e cantieristica); si riconosceva peraltro che molti sforzi erano stati fatti nel perseguimento di un migliore utilizzo delle risorse.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo quadro di luci ed ombre deve essere sottolineato che nel corso degli anni \u201980 le imprese pubbliche avevano avviato un imponente programma d\u2019investimenti destinati al potenziamento delle infrastrutture del nostro paese (dalle autostrade alle telecomunicazioni), potendo di fatto ricorrere all\u2019indebitamento per il blocco dei fondi di dotazione. Le imprese private operavano essenzialmente nel comparto dei beni di consumo durevoli in un contesto di relativa protezione.<\/p>\n\n\n\n<p>Rimane il fatto che sulla base di un\u2019ipotizzata rapida sostituzione di imprenditori pubblici incapaci con imprenditori privati capaci e in un contesto valutario di profonda crisi si avvi\u00f2 un processo di privatizzazione con esiti che oggi lasciano perplessi. Per un opportuno inquadramento di queste problematiche si deve rinviare al saggio di Pagano.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I capitali all\u2019estero<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Un secondo aspetto deve essere richiamato. Sempre De Cecco ha scritto che le \u00e9lite italiane sono sempre state restie a detenere le loro ricchezze prima in valuta nazionale o poi entro i confini nazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Un istituto che mi ha sempre incuriosito \u00e8 l\u2019affidavit. In Italia durante il corso forzoso (1866-1892) e nel periodo di crisi d\u2019inizio secolo (1894-1904) il pagamento degli interessi sulla rendita in lire oro (invece che in lire carta) era subordinata a una dichiarazione del percettore di non essere cittadino italiano.&nbsp; Gi\u00e0 allora, seguendo De Cecco, la tendenza a lucrare sulle vicissitudini della lira era molto diffusa.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi un dato a mio giudizio significativo \u00e8 quello relativo alla posizione patrimoniale netta sull\u2019estero. Dati riferiti a novembre 2023 indicano che l\u2019Italia ha una posizione patrimoniale netta attiva per un importo pari a circa il 4% del Pil. La posizione attiva deriva da debiti netti verso l\u2019estero delle amministrazioni pubbliche per 655 miliardi (il debito pubblico sottoscritto da investitori stranieri) e, invece, da una posizione creditoria dei cosiddetti \u201caltri settori\u201d per 1089 miliardi. In altri termini, esiste una forte propensione delle \u00e9lite italiane a detenere attivit\u00e0 al di fuori dei confini nazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ci\u00f2 ha avuto ed ha certamente effetto sul livello dei tassi d\u2019interesse interni. Dato che la dinamica del debito pubblico in termini di prodotto dipende dal differenziale fra costo medio del debito pubblico e tasso di crescita del prodotto, oltre che dal saldo primario (sempre positivo negli ultimi trent\u2019anni, salvo gli anni di crisi finanziari e quelli della pandemia) si ha ragione del livello del debito pubblico, ma anche delle cause all\u2019origine di questo andamento.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 difficile cambiare comportamenti secolari della borghesia italiana: forse l\u2019unica soluzione risiede un un\u2019evoluzione in senso pi\u00f9 solidale dell\u2019Unione europea.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le prospettive<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Se la descrizione \u00e8 solo vagamente accettabile, ci dobbiamo chiedere quali sono le prospettive per le tre aree economiche cui abbiamo accennato.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Esiste un problema di equilibrio globale. Kindleberger in La Grande Depressione, volume introdotto da Caff\u00e8 nell\u2019edizione italiana, sostiene che la gravit\u00e0 della depressione degli anni \u201930 fosse da collegare al venir meno della secolare funzione egemone, di leadership, della Gran Bretagna, prima che gli Stati Uniti fossero preparati, o disposti, a farla propria.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il concetto di leadership \u00e8 da intendere ovviamente come esercizio di responsabilit\u00e0 nei confronti della generalit\u00e0 dei paesi, anzich\u00e9 come sfruttamento di fatto.&nbsp; Certamente nel dopoguerra gli Stati Uniti hanno esercitato in modo appropriato, soprattutto nei confronti dell\u2019Europa, il loro ruolo di cardine del sistema monetario internazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci si deve chiedere se gli elementi d\u2019instabilit\u00e0 certamente presenti nel sistema finanziario americano o le tendenze sotto certi aspetti predatorie manifestatesi dopo la crisi finanziaria consentiranno in futuro un esercizio responsabile del governo dell\u2019economia mondiale.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ci\u00f2 dipende anche dagli effetti che spostamenti degli equilibri a livello politico su scala mondiale hanno avuto e avranno in futuro sugli assetti economici e finanziari. Qualche inguaribile ottimista potrebbe ritenere possibile una riedizione adattata alle nuove realt\u00e0 di Bretton Woods, nelle sue originarie aspirazioni a una gestione non su basi nazionali delle relazioni economiche e finanziarie fra paesi.<\/p>\n\n\n\n<p>Su questi temi \u00e8 comunque utile rileggere il libro di Biasco, L\u2019inflazione nei paesi capitalistici industrializzati, pubblicato nel 1979, ma ancora significativo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il contesto europeo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>A livello europeo, come Biasco sottolinea nella sezione IV del libro del 2022, \u00e8 necessaria una nuova visione del ruolo dell\u2019Europa, come non \u00e8 ipotizzabile per l\u2019Italia una segregazione dal contesto europeo.<\/p>\n\n\n\n<p>Su questo punto l\u2019accordo sembra unanime, a giudicare dai vari progetti che sono stati elaborati negli ultimi mesi. In una logica ad alcuni sembrata ben poco innovativa, \u00e8 stata sostenuta, o ribadita, la necessit\u00e0 dell\u2019integrazione nel settore delle telecomunicazioni e della difesa, insieme alla riaffermazione della necessit\u00e0 del mercato unico dei capitali. Su quest\u2019ultimo punto, sembra che alla disponibilit\u00e0 di Francia e Germania di procedere sulla via dell\u2019integrazione abbia corrisposto l\u2019opposizione di paesi come Lussemburgo e Irlanda ansiosi di conservare regimi fiscali di favore.<\/p>\n\n\n\n<p>In questa logica di riforma e di potenziamento dell\u2019Unione europea non sembra peraltro che il nuovo patto di Stabilit\u00e0 e Crescita sia espressione di una nuova linea di politica economica capace di stimolare la crescita evitando le inclinazioni deflazionistiche di questi ultimi anni. Non mi sembra in particolare che si prospetti la centralizzazione dei debiti pubblici, anche se dopo molti anni di indicazioni in questo senso sembra emergere la consapevolezza che uno dei passi fondamentali nella costruzione degli Stati Uniti come Stato federale \u00e8 stata appunto la mutualizzazione dei debiti dei singoli stati.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Cosa fare<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Alcuni dei problemi che hanno penalizzato l\u2019Italia negli ultimi decenni potranno essere circoscritti con una politica europea opportunamente rivisitata. Altri sono specifici del nostro paese e richiedono interventi nel nostro ambito.<\/p>\n\n\n\n<p>Penso in primo luogo alla riforma del mercato del lavoro, presupposto per una distribuzione primaria equilibrata non solo in una logica di crescita dell\u2019economia, ma anche in una prospettiva di tutela della coesione sociale, stante che mediocri tassi di crescita di fatto penalizzano le classi pi\u00f9 povere. Si deve qui fare riferimento a quanto scrive Biasco riguardo alla seconda alterazione del rapporto fra democrazia e capitalismo nel libro del 2016.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma penso anche a necessari interventi nell\u2019ambito del welfare o delle politiche pubbliche in generale, come sintetizzato nella prima parte del libro. Elena Granaglia compie un\u2019accurata analisi di alcune evidenti carenze del sistema sanitario nazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Fra l\u2019altro emerge che \u00e8 in corso una non strisciante privatizzazione. Questa privatizzazione, e qui \u00e8 il problema, \u00e8 alimentata da potenti interessi, che vanno dalle grandi compagnie di assicurazione comprese quelle di origine cooperativa, a importanti gruppi industriali e all\u2019atteggiamento fondamentalmente complice dei sindacati nella promozione del cosiddetto welfare aziendale.<\/p>\n\n\n\n<p>Il processo pu\u00f2 essere accuratamente descritto sulla base di un libro molto caro a Caff\u00e8: Lealt\u00e0, Defezione e Protesta di Hirschman. Quando le classi medie ritengono di poter ottenere vantaggi in termini di accesso a servizi fondamentali, abbandonano il riferimento universalistico per cercare soluzioni a loro riservate.<\/p>\n\n\n\n<p>I vantaggi a giudicare dalle esperienze di altri paesi sono conseguibili nel breve periodo, mentre nel lungo, anche a livello individuale, le conseguenze sono negative.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Capitalismo e democrazia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Le ultime considerazioni mi portano ad accennare a due temi che sono affrontati in numerosi saggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo riguarda la dimensione culturale all\u2019origine di alcuni dei problemi economici e sociali del nostro paese.<\/p>\n\n\n\n<p>Biasco sottolinea che il modello neoliberale si \u00e8 affermato in primo luogo in ambito accademico, spostandosi successivamente a livello di cultura politica e di scelte concrete. Personalmente, ho assistito all\u2019introduzione del divieto di fatto della lettura degli articoli accademici: la valutazione era vincolata al luogo di pubblicazione, a prescindere dall\u2019effettiva validit\u00e0 o, soprattutto, dalla rilevanza per la nostra economia e societ\u00e0.&nbsp; Il risultato \u00e8 stato l\u2019impoverimento di una cultura attenta alle specificit\u00e0 del nostro paese.<\/p>\n\n\n\n<p>La vicenda delle privatizzazioni e la lettura molto spesso distorta del quinquennio 1985-1989, quando si consegu\u00ec la stabilizzazione nella crescita, dopo il velleitarismo del decennio precedente, sono a mio giudizio esempi significativi della necessit\u00e0 di un radicamento anche nazionale dell\u2019analisi accademica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il secondo tema riguarda il rapporto fra democrazia e capitalismo. Trovo difficolt\u00e0 ad affrontare questo tema, essenzialmente perch\u00e9 ci sono diverse forme di capitalismo e diverse forme di democrazia; \u00e8 quindi difficile stabilire un nesso di ampia valenza interpretativa.<\/p>\n\n\n\n<p>Certamente, l\u2019esperienza socialdemocratica dei dopoguerra \u00e8 significativa nella sua attenzione alle esigenze di coesione sociale. Altri esempi non socialdemocratici di sviluppo economico associato al rafforzamento della coesione sociale sono importanti, come l\u2019Italia giolittiana o il new deal.<\/p>\n\n\n\n<p>Come dimostrano numerosi passi dei contributi nel volume, sono comunque importanti le analisi che individuano i fattori di deterioramento, pi\u00f9 o meno controllabili, di modelli dominanti in uno specifico arco temporale.<\/p>\n\n\n\n<p>La socialdemocrazia sembra essere stata una stagione relativamente circoscritta nel tempo e nello spazio: non a caso Biasco intitola il suo libro le ragioni di un ritorno a quel modello o a quella visione. Le cause dell\u2019abbandono della visione socialdemocratica non sono solo economiche, ma anche attinenti alla ineliminabile in larga misura stratificazione sociale, quali quelle evidenziate da Hirsch nei Limiti sociali dello sviluppo. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nello stesso tempo, anticipando la ricorrente alternanza di modelli interpretativi, anche il sistema neoliberale deve essere letto nella sua complessit\u00e0, non limitando l\u2019analisi alla sfera strettamente economica, ma evidenziandone i limiti di carattere generale. Un sociologo francese ritiene che gli Stati Uniti siano un\u2019oligarchia liberale intrinsecamente fragile, lontana da un autentico regime democratico e contrapposta alle democrazie autoritarie dominanti in molte parte del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Personalmente, a dimostrazione della mia datazione culturale, sono rimasto affezionato all\u2019esito del dibattito fra Croce e Einaudi. \u00c8 certamente giusto essere liberali, nel senso che si devono perseguire politiche, quali la legislazione operaia e altrettali provvedimenti, attente all\u2019elevazione dell\u2019uomo; il grado di liberismo, o l\u2019assetto del capitalismo, dipende dalle circostanze specifiche, non essendo in buona misura definibili regole a priori.<\/p>\n\n\n\n<p>*Da Riformismo e uguaglianza14. Giugno 2024<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riflettendo sull\u2019opera di Salvatore Biasco e su una raccolta di saggi a lui dedicata si possono individuare le scelte che hanno portato l\u2019Europa a crescere la met\u00e0 degli Stati Uniti e l\u2019Italia la met\u00e0 \u2013 o anche meno \u2013 dell\u2019Europa. 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