{"id":21981,"date":"2025-05-27T21:25:41","date_gmt":"2025-05-27T19:25:41","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/?p=21981"},"modified":"2025-05-28T15:35:30","modified_gmt":"2025-05-28T13:35:30","slug":"il-lavoro-umano-nellera-dell-ia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/il-lavoro-umano-nellera-dell-ia\/","title":{"rendered":"Il lavoro umano nell&#8217;era dell&#8217; IA"},"content":{"rendered":"\n<p>\u201cO vivremo del lavoro o pugnando si morr\u00e0\u201d recita il noto Inno dei lavoratori scritto dal leader socialista Filippo Turati nel 1886. Pochi anni dopo, nel 1889, a Parigi veniva istituita la Festa internazionale dei lavoratori: un giorno per mettere al centro il lavoro, come ci ricorda Stefano Gallo in un bel volume appena uscito intitolato proprio Primo maggio (Il Mulino, 2025). Riscatto e dignit\u00e0 del lavoro sono parole chiave che scandiscono le rivendicazioni delle classi lavoratrici otto-novecentesche, lavoratori e lavoratrici che presa coscienza del loro comune destino si uniscono e lottano collettivamente per modificarlo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 cos\u00ec che il lavoro da questione prettamente individuale diviene qualcosa di diverso, assume una dimensione sociale e politica, come ricostruito da Stefano Gallo e Fabrizio Loreto nell\u2019importante Storia del lavoro nell\u2019Italia contemporanea (Il Mulino, 2023). La centralit\u00e0 assunta dal lavoro tra Otto e Novecento \u00e8 coincisa con l\u2019emersione di una classe sociale, definita classe lavoratrice, o classe operaia, che attraverso la \u201clotta di classe\u201d ha contribuito a trasformare in meno di un secolo il lavoro da \u201cun\u2019occupazione quotidiana a cui l\u2019uomo \u00e8 condannato\u201d \u2013 come ci ricordava Diderot nel 1765 nell\u2019Encyplop\u00e9die \u2013 a uno strumento di accesso alla cittadinanza e al Welfare, dunque portatore di diritti (cfr. Gallo e Loreto, cit., pp. 10-11).<\/p>\n\n\n\n<p>Al contempo, il lavoro umano \u00e8 divenuto centrale anche per le classi dirigenti dell\u2019et\u00e0 degli imperi. Da un lato, esse ne riconoscevano il potenziale sovversivo \u2013 da cui le prime forme di Stato sociale per rispondere all\u2019emergere della preoccupante \u201cquestione sociale\u201d e la creazione di strumenti statistici e categorie per misurare i senza lavoro, i disoccupati studiati da Manfredi Alberti (Senza lavoro. La disoccupazione in Italia dall&#8217;Unit\u00e0 a oggi, Laterza, 2016). Ma il lavoro delle classi subalterne era consustanziale allo sviluppo della societ\u00e0 industriale: si rende quindi necessario disciplinare le classi popolari affinch\u00e9 contribuiscano al processo di industrializzazione. L\u2019etica del lavoro, inteso come dovere, diviene il caposaldo della societ\u00e0 industriale.<\/p>\n\n\n\n<p>La centralit\u00e0 del lavoro ottiene un riconoscimento formale nella prima met\u00e0 del Novecento: \u00e8 l\u2019Organizzazione internazionale del lavoro, nata nel 1919 sulle ceneri della Prima guerra mondiale, a sancirne nella sua Costituzione la rilevanza, e a porre a livello internazionale il problema del miglioramento delle condizioni dei lavoratori:<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;Considerando che una pace universale e durevole pu\u00f2 essere fondata soltanto sulla giustizia sociale; considerando che vi sono condizioni di lavoro che implicano per un gran numero di persone ingiustizia, miseria e privazioni, generando tale malcontento da mettere in pericolo la pace e l\u2019armonia del mondo e che urge prendere provvedimenti per migliorare simili condizioni [\u2026]&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>La stessa Organizzazione il 10 maggio 1944 aprir\u00e0 la Conferenza internazionale del lavoro di Filadelfia riaffermando come primo principio chiave che \u201cil lavoro non \u00e8 una merce\u201d. Come \u00e8 noto la Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1\u00b0 gennaio 1948, ribadir\u00e0 la centralit\u00e0 del lavoro e il suo nesso con la democrazia (art. 1) e garantir\u00e0 tra i diritti fondamentali proprio quello al lavoro (art. 4).<\/p>\n\n\n\n<p>Il lavoro, secondo la letteratura filosofica, sociologica e antropologica, \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 umana fondamentale, il luogo del legame sociale e della realizzazione di s\u00e9, fonte di identit\u00e0 collettiva e fattore di sociabilit\u00e0. La sua centralit\u00e0 come categoria antropologica, ci ricorda la filosofa francese Dominique M\u00e9da (Societ\u00e0 senza lavoro, Feltrinelli, 1997), \u00e8 condivisa dalla tradizione marxista, cristiana e umanistica ed \u00e8 stata alla base della creazione di quella societ\u00e0 del lavoro che vede il suo culmine nel \u201ctrentennio glorioso\u201d successivo alla Seconda guerra mondiale e che entrer\u00e0 in crisi dagli anni Ottanta con la transizione dalla societ\u00e0 industriale a quella post-industriale.<\/p>\n\n\n\n<p>La centralit\u00e0 del lavoro come categoria antropologica, ci ricorda la filosofa francese Dominique M\u00e9da, \u00e8 condivisa dalla tradizione marxista, cristiana e umanistica<\/p>\n\n\n\n<p>Gli anni Novanta vedono teorizzazioni che individuano nella fine dei paradigmi interpretativi precedenti la loro ragion d\u2019essere; tra questi, i pi\u00f9 rilevanti per la riflessione sulla centralit\u00e0 del lavoro sono indubbiamente due: la \u201cfine del lavoro\u201d e la \u201cfine della classe operaia\u201d. Quando, trent\u2019anni fa, l\u2019economista statunitense Jeremy Rifkin pubblic\u00f2 il bestseller La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l\u2019avvento dell\u2019era post-mercato (trad.it. Mondadori 2002) non era l\u2019unico ma forse uno dei pi\u00f9 influenti cantori della fine del lavoro umano, conseguenza della terza rivoluzione industriale trainata dall\u2019informatica e, pi\u00f9 in generale, dalle Ict (Information and Communications Technology).<\/p>\n\n\n\n<p>La riflessione di Rifkin sugli effetti delle innovazioni tecnologiche sull\u2019occupazione e sull\u2019economia mondiale e il suo sguardo critico verso i processi di trasformazione (e distruzione) del lavoro in atto trent\u2019anni fa sono utili oggi per pensare alla fase attuale, dove \u00e8 la quarta rivoluzione industriale, trainata dall\u2019Intelligenza artificiale e dalla robotizzazione, la sfida ultima al lavoro umano.<\/p>\n\n\n\n<p>Altri sociologi, come i tedeschi Ulrick Beck, Claus Offe, J\u00fcrgen Habermas e Ralph Dahrendorf, contribuirono a delineare i contorni tra anni Ottanta e Novanta della crisi della societ\u00e0 del lavoro, evidenziando l\u2019emergere di una societ\u00e0 del rischio, di una societ\u00e0 post-moderna o post-industriale nella quale il lavoro aveva perso centralit\u00e0 come perno dell\u2019organizzazione sociale ma anche della vita individuale. Il lavoro dagli anni Novanta diviene (o meglio torna) a essere sempre pi\u00f9 frammentato e precario e sempre meno fonte di identit\u00e0. Queste teorizzazioni, nella loro diversit\u00e0 e complessit\u00e0, colgono la crisi non solo del lavoro ma anche della cittadinanza sociale, che proprio sul lavoro \u00e8 stata costruita nel secolo precedente.<\/p>\n\n\n\n<p>Se gli anni Ottanta sono stati interpretati come gli anni dell\u2019attacco, della crisi o del riflusso del movimento operaio, bisogna chiedersi che fine fa la classe operaia, o meglio la classe lavoratrice organizzata, che alla crescita di quel movimento tra anni Sessanta e Settanta aveva contribuito in modo decisivo.<\/p>\n\n\n\n<p>Indubbiamente, i processi di crisi e ristrutturazione del sistema capitalistico tra fine anni Settanta e anni Ottanta hanno fortemente ridimensionato la classe lavoratrice industriale, originando riflessioni importanti sulla scomparsa dell\u2019et\u00e0 industriale e sulla deindustrializzazione come processo totale, messe a fuoco nel contesto italiano da Gilda Zazzara e Roberta Garuccio.<\/p>\n\n\n\n<p>Come ci ricorda Luciano Gallino nell\u2019illuminante libro-intervista curato da Paolo Borgna, La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, 2012), una classe sociale \u201cesiste indipendentemente dalle formazioni politiche che ne riconoscono o meno l\u2019esistenza e perfino da ci\u00f2 che i suoi stessi componenti pensano di essa\u201d. Ci\u00f2 che \u00e8 indubbiamente cambiato \u00e8 la composizione di quella che possiamo definire ancora oggi classe lavoratrice, ma anche la centralit\u00e0 che essa riveste nei programmi dei partiti politici e nell\u2019immaginario collettivo.<\/p>\n\n\n\n<p>Gallino evidenzia efficacemente come dagli anni Ottanta la lotta di classe si sia ribaltata, come le classi dominanti, concepibili come una classe capitalistica transnazionale, abbiano contrastato lo sviluppo della classe lavoratrice (e della classe media) per recuperare privilegi, profitti e potere erosi in precedenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Il lavoro e chi quotidianamente lo svolge \u2013 una classe mai stata cos\u00ec ampia a livello globale e sempre meno bianca e connotata al maschile \u2013 \u00e8 stato ridotto nuovamente a merce da usare solo quando serve?<\/p>\n\n\n\n<p>In questa lotta impari, il lavoro e chi quotidianamente lo svolge, una classe di lavoratori mai stata cos\u00ec ampia a livello globale e sempre meno bianca e connotata al maschile, secondo molti osservatori critici \u00e8 stato ridotto nuovamente a merce, una merce da usare solo quando serve. E quindi che deve essere flessibile, adattabile alle esigenze del mercato e della produzione. \u00c8 il lavoratore o la lavoratrice che deve rendersi occupabile nel sistema flessibile del quale, tra gli altri, Ilaria Possenti ci svela i falsi miti nell\u2019acuto volume Flessibilit\u00e0. Retoriche e politiche di una condizione contemporanea (Ombre Corte, 2013).<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 Colin Crouch a spiegare il problema che genera lo scorporamento del lavoro dalla persona che lo svolge:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abSe secondo la teoria economica classica il lavoro \u00e8 una merce, la \u201cmerce lavoro\u201d ha bisogno di riprodurre e sostenere s\u00e9 stessa e di consumare. Ha bisogno di risorse anche nei periodi in cui non \u00e8 richiesta. Se cessa di consumare, provoca recessioni. Quando si arrabbia, scoppiano i disordini. Pi\u00f9 gli imprenditori insistono sul lavoro flessibile, pi\u00f9 renderanno difficile ai lavoratori raggiungere la stabilit\u00e0 che \u00e8 richiesta fuori dal lavoro\u00bb (C.Crouch, Se il lavoro si fa Gig, trad.it. Il Mulino, 2019).<\/p>\n\n\n\n<p>Crouch affronta criticamente le teorie, come si \u00e8 visto non nuove, che prevedono una drastica riduzione dell\u2019offerta di lavoro per gli esseri umani nell\u2019economia digitale del futuro, a causa dello sviluppo dell\u2019automazione e dell\u2019Intelligenza artificiale. Tra le criticit\u00e0 che lui intravede annoveriamo innanzitutto le forme di resistenza e conflitto, i momenti di transizione con eccedenza di manodopera, lo squilibrio di potere nei rapporti tra capitale e lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Oltre al rischio di obsolescenza del lavoro umano, nell\u2019era dell\u2019Intelligenza artificiale quali sono i rischi per la condizione lavorativa?<\/p>\n\n\n\n<p>Come sottolinea il rapporto dell&#8217;Organizzazione internazionale del lavoro Rivoluzionare la salute e la sicurezza. L&#8217;Intelligenza artificiale e la digitalizzazione nel mondo del lavoro, l&#8217;Intelligenza artificiale, la digitalizzazione, la robotica e l&#8217;automazione possono contribuire al miglioramento della salute e del benessere, riducendo i rischi e migliorando l&#8217;efficienza nel campo medico, ad esempio, oppure sostituendo i lavoratori nelle lavorazioni pericolose, degradanti e ripetitive.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo stesso rapporto, tuttavia, sottolinea i rischi di un utilizzo estensivo e acritico di queste tecnologie: un eccessivo affidamento all&#8217;Intelligenza artificiale e all&#8217;automazione pu\u00f2 ridurre la supervisione umana con maggiori rischi proprio per salute e sicurezza del lavoro, eccessivi carichi di lavoro se definiti esclusivamente da algoritmi, una crescita dello stress, del burn out e dei problemi di salute mentale a causa della connessione continua.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;avvertenza che ci consegna l&#8217;Organizzazione internazionale del lavoro \u00e8 la necessit\u00e0 di coinvolgere lavoratori, lavoratrici e i loro rappresentanti in ogni fase dell&#8217;adozione delle tecnologie suddette. Crouch, sottolineando a sua volta il rischio che la digitalizzazione accresca il disagio della vita lavorativa ampliando il potere di controllo dei datori di lavoro sui lavoratori, conferma l\u2019importanza delle organizzazioni sindacali: \u201cSe i sindacati non esistessero, bisognerebbe inventarli per salvaguardare i lavoratori dell\u2019economia digitalizzata\u201d (p. 162), precisando tuttavia la necessit\u00e0 \u201cdi un sindacalismo rivitalizzato, ma diverso da quello cui siamo abituati\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Affinch\u00e9 il lavoro umano rimanga centrale e non diventi n\u00e9 obsoleto n\u00e9 superfluo, bisogna svelare innanzitutto un meccanismo fondamentale, gi\u00e0 al centro della discussione delle organizzazioni sindacali italiane degli anni Settanta, che le tecnologie non sono neutre e oggettive ma sono frutto delle scelte di chi le progetta e le finanzia, influenzate dalle teorie dominanti che puntano generalmente alla massimizzazione del profitto e alla saturazione del tempo di lavoro dell\u2019essere umano.<\/p>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0 Claudio Sabattini, segretario della Fiom di Bologna negli anni Settanta e segretario generale della Fiom negli anni Novanta, rifletteva sul problema della progettazione, che doveva essere cambiata affinch\u00e9 non fosse pi\u00f9 un\u2019arma contro gli operai. Oggi essi sono sempre pi\u00f9 \u201cdigitalizzati\u201d come ci insegna una recente ricerca sulla trasformazione della metalmeccanica bolognese (cfr. F. Garibaldo e M. Rinaldini, Il lavoro operaio digitalizzato. Inchiesta nell\u2019industria metalmeccanica bolognese, Il Mulino, 2022).<\/p>\n\n\n\n<p>Come ci ricorda Moritz Altenried nell\u2019interessante volume The Digital Factory: The Human Labor of Automation (The University of Chicago Press, 2022): \u201cToday\u2019s world is still a world of Labor\u201d. E come precisa la storica del lavoro di origine turca G\u00f6rkem Akg\u00f6z nella riflessione critica sulla diffusione del taylorismo digitale studiata da Altenried, l\u2019impatto delle tecnologie digitali sul lavoro non \u00e8 predeterminato. L\u2019impatto finale dipende dalla natura della tecnologia, dalle caratteristiche dell\u2019organizzazione del lavoro, dai meccanismi di controllo storicamente determinati, dalle decisioni manageriali, e dalla resistenza dei lavoratori .<\/p>\n\n\n\n<p>Se vogliamo che il lavoro umano rimanga al centro come attivit\u00e0 fondamentale, la transizione tecnologica in corso deve essere governata con un ruolo attivo delle istituzioni e delle organizzazioni sindacali, affinch\u00e9 il lavoro sia qualcosa di pi\u00f9 che una merce da sostituire con un\u2019altra meno costosa.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cO vivremo del lavoro o pugnando si morr\u00e0\u201d recita il noto Inno dei lavoratori scritto dal leader socialista Filippo Turati nel 1886<\/p>\n","protected":false},"author":6565,"featured_media":21982,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-21981","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-newsletter"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.2 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Il lavoro umano nell&#039;era dell&#039; 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