{"id":22,"date":"2013-05-22T13:26:47","date_gmt":"2013-05-22T11:26:47","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/urge-una-politica-organica-di-contrasto-alla-poverta\/"},"modified":"2013-05-22T13:26:47","modified_gmt":"2013-05-22T11:26:47","slug":"urge-una-politica-organica-di-contrasto-alla-poverta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/urge-una-politica-organica-di-contrasto-alla-poverta\/","title":{"rendered":"Urge una politica organica di contrasto alla poverta&#8217;"},"content":{"rendered":"<ol>\n<li style=\"text-align: justify;\"><span><span><strong>E\u2019 evidente che la disoccupazione, la perdita del lavoro pu\u00f2 portare a situazioni di disagio sociale. Tuttavia, in Italia spesso si fa confusione tra politiche sociali e politiche del lavoro. Esistono dei criteri europei in grado di distinguere i due ambiti di intervento e che dovrebbero essere seguiti dal legislatore ?<\/strong><\/span><\/span><\/li>\n<\/ol>\n<div style=\"text-align: justify;\">\n<!--more--><br \/>\n<span><span>Non esistono dei criteri europei univoci. Parlerei piuttosto di criteri riguardanti la natura degli interventi ma soprattutto il tipo di beneficiari a seconda che si tratti di politiche riguardanti il lavoratore o pi\u00f9 in generale, i cittadini. In Italia, questa distinzione rimanda alla storica divisione tra previdenza e assistenza, ovvero, si potrebbe dire, tra la protezione sociale dei lavoratori e la protezione sociale dei cittadini. L\u2019articolo 38 della Costituzione distingue nettamente tra questi due ambiti, sancendo in qualche modo il primato della protezione dei lavoratori, sulle politiche sociali rivolte ai cittadini, le quali, si stabilisce, devono riguardare il cittadino indigente. Questa distinzione tra assistenza e previdenza ha molto influenzato il corso del welfare italiano, tradizionalmente incardinato nel solco degli assetti assicurativi, o corporativi-occupazionali, per usare alcune delle espressioni pi\u00f9 usate in letteratura. Non cos\u00ec \u00e8 stato ed \u00e8 tutt\u2019oggi per altri paesi europei, in particolare all\u2019interno di quei contesti che hanno seguito il sentiero beveridgiano dei welfare universalisti di cittadinanza. Anche l\u2019Italia ha tentato riforme che hanno ampliato l\u2019area dell\u2019universalismo, seppure temperato da crescenti vincoli di selettivit\u00e0 in base al reddito. Pensiamo alla riforma sanitaria del 1978, e pi\u00f9 di recente alla legge quadro 328\/2000.<\/span><\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>Questi cambiamenti hanno tra l\u2019altro contribuito a modificare i termini dei rapporti tra politiche del lavoro e politiche sociali. Cos\u00ec come nell\u2019ambito del \u201clavoro\u201d le riforme degli anni Novanta e Duemila hanno puntato a introdurre dispositivi e politiche di attivazione, con tutto quello che ne consegue anche in termini di attivazione degli stessi attori istituzionali (regioni, enti locali, centri per l\u2019impiego, attori pubblici, privati, di terzo settore), anche le politiche sociali sono diventate terreno d\u2019attivazione per utenti e servizi. In linea generale, si pu\u00f2 assumere l\u2019idea di un rapporto osmotico e complementare tra le politiche attive del lavoro, tese a combinare sostegno del reddito per i lavoratori (o i soggetti in cerca di lavoro), programmi di inserimento attivo, formazione, e le politiche sociali, tese a intervenire sul versante dell\u2019assistenza, dei servizi di cura e conciliazione, cos\u00ec come sul contrasto della povert\u00e0. Su questo specifico punto, quello del contrasto alla povert\u00e0, va detto che per politiche sociali si intende un insieme di strumenti, in trasferimenti e in servizi ad hoc, finalizzati a prendere in carico coloro che non riescono ad accedere ai dispositivi ordinari di tutela dei reddito (prima della riforma Fornero la Cassa integrazione, oggi Aspi e mini-aspi). Naturalmente questo rapporto richiede una interazione sinergica e integrata tra i vari livelli istituzionali implicati. In Italia, \u00e8 questo uno dei problemi principali con cui si dibattono le riforme del lavoro e delle politiche sociali. Manca una chiara governance nazionale, un\u2019 idea strategica di integrazione tra \u201csociale\u201d e \u201clavoro\u201d in grado di fare dialogare meglio questi due ambiti, il primo \u2013 quello del lavoro \u2013 fermo al discorso sulle \u201cregole\u201d, il secondo sostanzialmente dismesso per mancanza di risorse, dopo l\u2019approvazione della legge quadro sull\u2019assistenza. Di fatto, la legge del 2000 \u00e8 rimasta una incompiuta, stretta tra la mancanza di finanziamenti adeguati \u2013 il Fondo nazionale politiche sociali dopo l\u2019azzeramento del 2011 \u00e8 stato di recente portato a 300 milioni di euro circa \u2013 e una sovrapposizione di competenze tra i livelli istituzionali deputati a integrare politiche sociali e politiche del lavoro. Tra i risultati negativi di questa situazione c\u2019\u00e8 oggi il fatto che l\u2019Italia, insieme alla sola Grecia e Ungheria, \u00e8 uno dei pochi paesi europei a non avere una politica nazionale di contrasto alla povert\u00e0.<\/span><\/span><\/div>\n<ol style=\"text-align: justify;\" type=\"1\" start=\"2\">\n<li><span><span><strong>Uno degli ambiti di maggiore confusione \u00e8 quello relativo al tema del reddito minimo. Si parla di reddito minimo in Italia intendendo tre cose del tutto diverse tra loro : la necessit\u00e0 di definire un minimo salariale ad di sotto del quale sia impossibile scendere, il reddito erogato a chi perde lavoro in cambio della partecipazione ad una misura di reinserimento ed il reddito di cittadinanza per le situazioni di povert\u00e0. Pu\u00f2 aiutarci a fare ordine in questo quadro ?<\/strong><\/span><\/span><\/li>\n<\/ol>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>In effetti questo \u00e8 un ambito di grande confusione in Italia, ma non solo in questo momento. Da diversi anni si parla di Reddito minimo, Reddito di cittadinanza, salario minimo garantito. Per fare chiarezza diciamo che un conto \u00e8 la proposta di minimi salariali per chi non \u00e8 coperto dalla contrattazione, ma un lavoro ce l\u2019ha. Altro contro \u00e8 il Reddito minimo di inserimento. Altro ancora \u00e8 il Reddito di cittadinanza, un reddito conferito a tutti i cittadini, senza vincoli o restrizioni, dunque teoricamente anche per i ricchi. Credo che molti quando oggi parlano di Reddito di cittadinanza in realt\u00e0 intendano il Reddito minimo di inserimento. Non si spiegherebbe altrimenti l\u2019accento che si pone sul problema delle condizionalit\u00e0. In linea teorica, infatti, il Reddito di cittadinanza non presenta condizionalit\u00e0 o sanzioni in caso di rifiuto di un lavoro proposto. Diverso \u00e8 il caso del Reddito minimo di inserimento che, tra l\u2019altro, l\u2019Italia ha gi\u00e0 avuto, seppure in una breve sperimentazione poi conclusasi con un nulla di fatto. Nonostante gli esiti positivi della sperimentazione (riscontrati dalla Commissione appositamente costituita) il secondo governo Berlusconi nel 2001 decise di non procedere all\u2019 estensione della misura su scala nazionale, preferendo il cosiddetto reddito di ultima istanza, di molto inferiore negli importi e comunque nel giro di poco tempo messo da parte. Da allora, sono trascorsi anni senza particolari interventi, fino all\u2019 introduzione della Social card, nei fatti un dispositivo solo economico, tra l\u2019altro di bassissima entit\u00e0, e senza alcun collegamento con servizi e partenariati di inserimento occupazionale. Al di l\u00e0 del fatto che l\u2019accesso al reddito sia pi\u00f9 o meno condizionato a programmi di inserimento attivo nel mercato del lavoro, nel Reddito minimo di inserimento l\u2019elemento preponderante sta nel tipo di relazione che si viene a configurare tra sostegno del reddito e partenariati sociali finalizzati a produrre inclusione lavorativa e sociale. Non a caso, nella revisione recente della Social card (ad opera del governo Monti) le innovazioni maggiori, insieme a una pi\u00f9 alta dotazione di fondi, hanno riguardato il recupero di questa esperienza di partenariati con i soggetti associativi, tornando in parte verso il modello originario di Reddito minimo di inserimento.<\/span><\/span><\/div>\n<ol style=\"text-align: justify;\" type=\"1\" start=\"3\">\n<li><span><span><strong>Sia i \u201csaggi\u201c nominati dal Presidente Napolitano, che il Movimento 5 Stelle parlano di reddito minimo tra le loro proposte; anche altri partiti come il PD e Sel preannunciano questa misura. Cosa intendono proporre? Quali di queste misure? \u00a0<\/strong><\/span><\/span><\/li>\n<\/ol>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>Non mi sento di entrare nei programmi dei singoli partiti. Di Sel, sappiamo che si \u00e8 fatta promotrice di una legge di iniziativa popolare sostenuta da varie realt\u00e0 associative, tra cui il Basic Income Network, e sindacali per l\u2019istituzione del Reddito di cittadinanza, un reddito non condizionato (o quanto meno poco condizionato), pari a circa 600 euro mensili, pi\u00f9 tutta una serie di facilitazioni per spese mediche, abitazione, etc\u2026 Non ho ben chiara la proposta del Partito democratico. E\u2019 stata proposta l\u2019introduzione del Reddito minimo di inserimento. D\u2019altra parte la sua sperimentazione nei primi anni del 2000 si deve ai governi di centro-sinistra. E\u2019 verosimile pensare quindi che la proposta politica punti in questo momento a recuperare quella esperienza.<\/span><\/span><\/div>\n<ol style=\"text-align: justify;\" type=\"1\" start=\"4\">\n<li><span><span><strong>Le misure di reddito minimo sperimentate in Italia, per esempio dalle regioni Lazio e Campania, hanno destato alcune critiche. Misure di mero sostegno al reddito, con procedure di erogazione complesse, costose e prive di qualsiasi partecipazione ad interventi di inserimento. Qual \u00e8 la sua opinione rispetto alle sperimentazioni che sono state fatte ?<\/strong><\/span><\/span><\/li>\n<\/ol>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>Il Reddito minimo di inserimento \u00e8 tornato fortemente d\u2019attualit\u00e0 per la grave crisi che stiamo attraversando e la strutturale mancanza di lavoro. Della sperimentazione di questo dispositivo nei primi anni del 2000 ho gi\u00e0 detto. Quella sperimentazione &#8211; che aveva prodotto risultati positivi, soprattutto nei confronti degli strati sociali pi\u00f9 ai margini &#8211; non \u00e8 stata trasformata in una effettiva riforma, insieme magari con una pari riforma complessiva degli ammortizzatori sociali. Siamo ancora in una situazione fortemente frammentata, tra gruppi core e gruppi periferici, tra insider e out-sider, si potrebbe dire. A questo problema le politiche nazionali non hanno saputo rispondere. Vi sono state esperienze regionali, molto diverse tra loro, che hanno tentato di offrire risposte. Queste soluzioni mancano, tuttavia, di sistematicit\u00e0, di una visione complessiva in grado di ricongiungere il livello territoriale con quello nazionale. Per quanto riguarda le due esperienze citate, direi che ci sono differenze sostanziali, non fosse altro per il fatto che nel Lazio la misura, una volta introdotta (nel 2009) \u00e8 stata subito cancellata dalla giunta insediatasi nel 2010, mentre in Campania ha avuto effettiva applicazione, almeno per un limitato periodo di tempo (dal 2004, anno della sua istituzione, fino alla soppressione, appena insediata la giunta Caldoro). Detto questo, mi sento anche di dire che si \u00e8 trattato di modelli di Reddito contraddistinti da forti criticit\u00e0, soprattutto in Campania dove prima si \u00e8 prevista una misura fortemente universalista (senza barriere all\u2019accesso o particolari condizionalit\u00e0) e solo in seguito ci si \u00e8 resi conto che a questa aspirazione non corrispondeva una conseguente dotazione di fondi. Il risultato \u00e8 stato che la platea dei potenziali beneficiari \u00e8 risultata largamente superiore alle affettive disponibilit\u00e0 economiche. Dal 2006, anno in cui \u00e8 terminata la sperimentazione, la misura \u00e8 andata avanti per proroghe annuali, progressivamente calanti in termini di risorse, fino alla sua cancellazione.<\/span><\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>Queste sperimentazioni denotano deficit amministrativi imputabili alle regioni. Ci si lancia in programmi di riforma che sul piano nazionale non si riesce ad ottenere, senza una adeguata cognizione degli oneri finanziari che si dovranno sostenere. Tutto questo indebolisce molto le effettive possibilit\u00e0 di introdurre misure innovative di contrasto alla povert\u00e0, con il rischio di pesanti ritorni all\u2019indietro, come \u00e8 stato nel Lazio. Qui, alla repentina cancellazione del Reddito di cittadinanza ha seguito una strategia nuova tutta centrata sul solo trasferimento di risorse alle realt\u00e0 associative che a vario titolo si occupano di povert\u00e0. Insomma un bel salto verso il passato.<\/span><\/span><\/div>\n<ol style=\"text-align: justify;\" type=\"1\" start=\"5\">\n<li><span><span><strong>Esiste un modello europeo di riferimento che abbia dato buoni risultati ?<\/strong><\/span><\/span><\/li>\n<\/ol>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>Esistono diversi modelli di Reddito minimo. Quello di pi\u00f9 lontana tradizione \u00e8 certamente quello francese del Revenue Minimun Insertion, oggi Revenue Solidarit\u00e9 Active (RSA). Gi\u00e0 dagli anni Ottanta, in Francia sono stati previsti strumenti di sostegno del reddito per i soggetti non coperti dai dispositivi ordinari, di tipo assicurativo. Questo \u00e8 tra l\u2019altro interessante nel confronto con l\u2019Italia, per il fatto di avere in comune una matrice dominante assicurativa a cui, tuttavia, la Francia ha saputo affiancare strumenti dedicati (finanziati dalla fiscalit\u00e0 generale) per il contrasto della povert\u00e0. Altra caratteristica interessante di questo paese \u00e8 l\u2019avere fatto interagire queste politiche dei cosiddetti\u00a0<em>minima sociaux\u00a0<\/em>con politiche per la creazione di nuova occupazione nei servizi alle persone. Certo questo tipo di integrazione ha determinato anche alcune criticit\u00e0; su tutte, il fatto di non avere contribuito a qualificare l\u2019offerta di lavoro nella cura delle persone. Ma questo \u00e8 un tratto comune anche a paesi che non hanno perseguito questa integrazione. Per esempio, l\u2019Italia, dove addirittura il grosso della occupazione nella cura \u00e8 sommersa, al nero. Detto questo e nonostante queste criticit\u00e0, la Francia evidenzia tassi di povert\u00e0 molto al di sotto di quelli fatti registrare dall\u2019Italia.<\/span><\/span><\/div>\n<ol style=\"text-align: justify;\" type=\"1\" start=\"6\">\n<li><span><span><strong>L\u2019insistenza sul tema del reddito per il disoccupato forse appare anche come l\u2019ammissione della sconfitta definitiva delle politiche attive per l\u2019inserimento. Ti do il pesce perch\u00e9 mi dichiaro incapace di darti la canna da pesca. Che senso hanno misure di reddito di inserimento prive di un collegamento obbligatorio ad interventi per il reimpiego ?<\/strong><\/span><\/span><\/li>\n<\/ol>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>In effetti hanno poco senso. Ma il punto non \u00e8 tanto questo. Il problema semmai \u00e8 il tipo di condizionamento al reimpiego, ovvero gli spazi di autonomia e possibilit\u00e0 di scelta concessi all\u2019utente. Non \u00e8 detto che l\u2019obbligatoriet\u00e0 all\u2019accettazione dell\u2019impiego proposto porti a inserimenti stabili di per s\u00e9. Ad esempio, molti studi nel Regno Unito hanno mostrato come la forte enfasi sul reinserimento repentino nel mercato del lavoro, anche al costo di una occupazione non in linea con le proprie skills o back-ground professionale, spesso produca nuova dipendenza dall\u2019assistenza. Per il tipo di formazione erogata (di breve periodo) e le forti condizionalit\u00e0 all\u2019accettazione di qualunque proposta di lavoro, c\u2019\u00e8 una alta probabilit\u00e0 di ricadere in condizione di dipendenza dall\u2019assistenza passiva. Diversa \u00e8 l\u2019esperienza dei paesi scandinavi. Qui non solo i sussidi sono stati per lungo tempo pi\u00f9 generosi e pi\u00f9 lunghi, ma anche la formazione erogata di pi\u00f9 lungo periodo, finalizzata a produrre non una occupazione purch\u00e9 sia, ma inserimenti pi\u00f9 stabili. Non solo, accanto a questo genere di politiche (dell\u2019offerta) questi paesi non hanno mai abbandonato le politiche industriali, ovvero l\u2019intervento sulla struttura produttiva, volto a qualificare verso l\u2019alto la domanda di lavoro e conseguentemente l\u2019offerta di lavoro. Non ridurrei quindi tutto al problema delle condizionalit\u00e0. Questo, in fondo, \u00e8 un principio di minore entit\u00e0 rispetto al problema di come si crea lavoro, occupazione, non solo l\u2019adeguamento e l\u2019adattabilit\u00e0 dell\u2019offerta di lavoro alle richieste del mercato.<\/span><\/span><\/div>\n<ol style=\"text-align: justify;\" type=\"1\" start=\"7\">\n<li><span><span><strong>L\u2019attuazione della nuova Aspi, magari con l\u2019estensione ai collaboratori a progetto, non \u00e8 gi\u00e0 di per se una misura di reddito di inserimento ? In cosa consiste la novit\u00e0 che dovrebbe arrivare da un nuovo governo, per esempio contenuta nelle proposte del PD ?<\/strong><\/span><\/span><\/li>\n<\/ol>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>Non credo possa essere considerata una misura di reddito di inserimento. Aspi e mini aspi sono dispositivi tesi a sostituire gli strumenti di sostegno del reddito per i lavoratori. Mentre quando parliamo di reddito di inserimento o reddito minimo parliamo di politiche di contrasto alla povert\u00e0, dunque siamo in un altro ambito.<\/span><\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>Non so quale sar\u00e0 la novit\u00e0 che potrebbe arrivare da un nuovo governo. Credo che una revisione della recente riforma del lavoro dovrebbe puntare alla istituzione di una indennit\u00e0 di disoccupazione unica, a cui affiancare politiche ad hoc per il contrasto della povert\u00e0 sul modello del Reddito minimo di inserimento che, come ho gi\u00e0 detto, era stato introdotto anche in Italia, salvo poi essere tolto di mezzo nel giro di poco tempo. E il fatto che la sua sperimentazione avesse prodotto risultati positivi dovrebbe fare riflettere.<\/span><\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>Ritengo per\u00f2 che anche cos\u00ec facendo non avremmo risolto tutti i problemi. La vera emergenza \u00e8 il riassorbimento della disoccupazione e la creazione di nuovo lavoro. A questo obiettivo possono concorrere diverse politiche, dagli sgravi fiscali alle imprese, al rilancio degli investimenti produttivi, la ricerca, l\u2019innovazione. Tutte cose giuste. Cos\u00ec come giusto sarebbe dotare finalmente il nostro paese di una seria politica nazionale contro la povert\u00e0. Ma a questo dovremmo affiancare un piano di rilancio dell\u2019occupazione, magari laddove una domanda di lavoro in crescita gi\u00e0 c\u2019\u00e8, come tutto il versante dei servizi di cura. Certo si tratta spesso di occupazioni mal retribuite, quando non al nero. Ma questo dipende anche dalla mancata qualificazione di questo settore, da politiche sociali orientate in larga misura, non a contrastare questi circuiti del sommerso, ma ad alimentarli. Per fare questo c\u2019\u00e8 bisogno senz\u2019altro di nuove risorse economiche e in questa fase molti potrebbero obiettare che si tratta di obiettivi irrealizzabili. In effetti, se si continua a guardare al welfare come un costo solamente o come spesa improduttiva non ci sono grandi alternative. Ma il welfare non \u00e8 solo un costo. Il welfare, soprattutto quello dei servizi, pu\u00f2 essere volano di crescita dell\u2019occupazione, diretta e indiretta. Stime, oramai comunemente accettate, stabiliscono che per ogni donna che lavora sono dieci i posti di lavoro che si possono creare. D\u2019altra parte, i servizi sociali non rispondono solo a bisogni di conciliazione tra vita e lavoro. Pensiamo alle trasformazioni demografiche e all\u2019impatto che l\u2019invecchiamento della popolazione sta avendo sull\u2019emergere di nuovi bisogni sociali, cos\u00ec come di nuove professionalit\u00e0 legate alla cura delle persone.<\/span><\/span><\/div>\n<ol style=\"text-align: justify;\" type=\"1\" start=\"8\">\n<li><span><span><strong>Qual \u00e8 la proposta che auspica possa essere attuata in Italia ?<\/strong><\/span><\/span><\/li>\n<\/ol>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>Non ho una proposta specifica ma vorrei che la politica del lavoro si occupasse anche di queste cose appena dette, ovvero che il discorso sul welfare non fosse schiacciato solo sui tagli lineari o sulla tenuta della coesione sociale, bens\u00ec sul contributo che la spesa sociale pu\u00f2 dare anche alla crescita dell\u2019occupazione.<\/span><\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span><strong>\u00a0<\/strong><\/span><\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span><strong>\u00a0<\/strong><\/span><\/span><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><span><span>(*) Andrea Ciarini, ricercatore in sociologia economica. Docente di sistemi di welfare in Europa, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche, Sapienza Universit\u00e0 di Roma<\/span><\/span><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E\u2019 evidente che la disoccupazione, la perdita del lavoro pu\u00f2 portare a situazioni di disagio sociale. Tuttavia, in Italia spesso si fa confusione tra politiche sociali e politiche del lavoro. 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