{"id":22722,"date":"2026-02-04T09:50:11","date_gmt":"2026-02-04T08:50:11","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/?p=22722"},"modified":"2026-02-04T11:34:52","modified_gmt":"2026-02-04T10:34:52","slug":"uomo-e-tecnica-gli-allarmismi-eccessivi-di-galimberti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/uomo-e-tecnica-gli-allarmismi-eccessivi-di-galimberti\/","title":{"rendered":"Uomo e Tecnica, gli allarmismi eccessivi di Galimberti.*"},"content":{"rendered":"\n<p>L\u2019ultimo, per ora, libro di Umberto Galimberti (\u201cL\u2019etica del viandante\u201d, Feltrinelli)\u00a0\u00e8, come gli altri, di grande fascino e di sicura presa sui suoi numerosi \u201cfedeli\u201d, lettori o partecipanti agli incontri che ama fare. Contiene per\u00f2 anche una serie di affermazioni, sostenute con assoluta sicurezza, com\u2019\u00e8 nello stile di questo filosofo-antropologo-psicologo, che, a mio parere, si prestano a qualche osservazione critica. Non \u00e8 mia intenzione innescare una polemica sul piano della dialettica filosofica, sarebbe una lotta impari\u2026. Ma da \u201cpersona\u201d che desidera confrontare le proprie opinioni, in questo caso addirittura il proprio \u201ccredo\u201d esistenziale, con quelle di un pensatore del suo livello, vorrei esprimere alcune perplessit\u00e0, forse condivise anche da altri. E che spero possano essere utili per meglio comprendere la portata delle riflessioni contenute nel volume.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Gli allarmismi di Galimberti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Il linguaggio di Galimberti \u00e8 quanto mai raffinato, ed \u00e8 in buona parte la ragione della presa sui \u201cfedeli\u201d cui mi riferivo all\u2019inizio. E\u2019 difficile sottrarsi alla suggestione di immagini potenti. Ma proprio il loro fascino impedisce, in un certo senso, la messa in discussione di alcune conclusioni che appaiono \u2013 ed \u00e8 questo il motivo principale del mio intervento \u2013 eccessivamente allarmistiche. Mi riferisco in particolare al ruolo che Galimberti attribuisce alla \u201cTecnica\u201d che, in pratica, avrebbe gi\u00e0 assunto una sorta di potere assoluto, asservendo a s\u00e9 l\u2019 \u201cUmano\u201d.\u2019 E\u2019 una tesi sostenuta anche da un altro eminente pensatore al quale spesso l\u2019autore rimanda, uno dei suoi maestri, Emanuele Severino.<br>Galimberti contrappone un\u2019epoca in cui la tecnica era ancora un mezzo al servizio dei fini che l\u2019uomo intendeva raggiungere, a quella attuale. E soprattutto a quella futura, in cui la tecnica diventa essa stessa fine, e l\u2019uomo non \u00e8 pi\u00f9 libero di scegliere le mete da raggiungere; ma \u00e8 costretto, dalla potenza della tecnica, a perseguire tutti i fini che sono resi possibili da quella stessa, immensa, incontrollabile potenza. Parla perci\u00f2 di un \u201cincanto del mondo antico\u201d, cui \u00e8 seguito il \u201cdisincanto della modernit\u00e0\u201d, per approdare infine all\u2019attuale situazione storica che, con G\u00fcnther Anders (che pure Galimberti cita un paio di volte) definirei l\u2019ultima possibile, nel senso che non potr\u00e0 pi\u00f9 cambiare il fatto che l\u2019uomo dispone ormai del potere di distruggere il suo stesso mondo.<br><\/p>\n\n\n\n<p><strong>\u201cL\u2019incanto del mondo antico\u201d<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Mi sorprende che un cultore della \u201cgrecit\u00e0\u201d, un appassionato frequentatore dei classici dai quali discende il nostro modo di pensare, usi un\u2019espressione come \u201cincanto del mondo antico. E\u2019 \u2019 la concezione ipotizzata nei Pensieri sull\u2019imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura\u201d di Johann Ioachim Winckelmann: \u201cLa generale e principale caratteristica dei capolavori greci \u00e8 una nobile semplicit\u00e0 e una quieta grandezza\u201d. Quella \u201cedle Einfalt und stille Gr\u00f6sse\u201d, coniata dallo storico dell\u2019arte e archeologo tedesco nel 1885, ha condizionato per decenni non solo la fruizione dei capolavori dell\u2019antichit\u00e0, ma il modo stesso di guardare al mondo antico. Tuttora facciamo fatica a convincerci che il \u201ccandore\u201d dei ruderi di quella civilt\u00e0 arrivati fino a noi, che ci danno l\u2019idea di una purezza assoluta, quasi di uno stato di grazia originario, sia in effetti un \u201cfalso\u201d.<br>Il Partenone, come gli altri templi, da Segesta a Selinunte ad Agrigento, erano coloratissimi, dipinti con tinte accese, al limite della dissonanza cromatica, sul tipo degli affreschi pompeiani sulle pareti delle case patrizie, la cui immagine ci restituisce uno spaccato pi\u00f9 realistico della vita che vi si svolgeva dentro. E anche del loro \u201cmondo di visione\u201d. Dov\u2019era l\u2019incanto in quel mondo, feroce, permanentemente in guerra (salvo la parentesi delle Olimpiadi), dove si facevano anche sacrifici umani? Il mondo delle antropofaghe Baccanti, divoratrici di Penteo, o dell\u2019infanticida Medea o dell\u2019Orestiade, era un mondo pieno d\u2019incanto?<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Il ruolo della Tecnica<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Per Galimberti, in quel mondo, come ancora in quello della modernit\u00e0, aperto dal \u201cmetodo scientifico\u201d (a partire cio\u00e8 da Cartesio per svilupparsi pienamente con l\u2019Illuminismo e arrivare poi fino agli inizi del XX secolo), la tecnica era asservita ai fini che l\u2019uomo voleva raggiungere, e non vi era ancora la sproporzione fra il potere dei mezzi e la capacit\u00e0, etica, psicologica, dell\u2019uomo di dominarli. E\u2019 a questo proposito che si richiama a quel grande pensatore che \u00e8 stato G\u00fcnther Anders, il quale per primo ha sollevato il problema, dopo Hiroshima e Nagasaki, definendo questa \u201cl\u2019ultima epoca della storia\u201d, perch\u00e9, come ho gi\u00e0 detto, ormai nulla potr\u00e0 cambiare il fatto che l\u2019uomo ha il potere di cancellare, con la vita sul pianeta, la storia stessa. E\u2019 interessante ricordare, a proposito di scelte etiche, che Anders (il vero cognome era Stern) divenne famoso per il carteggio con il pilota Claude Eatherly: uno di coloro che sganci\u00f2 la bomba su Hiroshima, ricoverato come pazzo perch\u00e9 si sentiva colpevole del gesto, anche se l\u2019aveva compiuto su ordine. L\u2019opposto cio\u00e8 di quanto pensava Eichmann, il quale si autoassolveva in quanto si era limitato a obbedire, sia pure con particolare diligenza, nel portare a compimento la cosiddetta \u201csoluzione finale\u201d, vale a dire lo sterminio degli ebrei. E, per una strana coincidenza, Anders spos\u00f2 quell\u2019Hannah Arendt, la filosofa, allieva (nonch\u00e9 amante) di Heidegger, che scrisse il reportage sul processo all\u2019ufficiale nazista, noto col titolo La banalit\u00e0 del male.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Il rapporto fra mezzi e fini<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>La modernit\u00e0 sarebbe finita con \u201cil crollo della fiducia nella ragione universale\u201d, quando cio\u00e8 si \u00e8 scoperta, con \u201cil fenomeno del nazismo e la programmazione della Shoah \u2026 la possibilit\u00e0 di pensare il male\u201d. Mentre prima di allora, secondo una felice, ma ingannevole in quanto tautologica, espressione di Benasayag (il filosofo-psicanalista franco-argentino, ex guerrigliero), che Galimberti fa propria, \u201cchi pensa bene pensa il bene\u201d. E\u2019 falso. Si pu\u00f2 pensar bene, amare l\u2019arte, esaltarsi e commuoversi per una composizione di Wagner o Mahler e poi uccidere, torturare. Ma torniamo al rapporto fra mezzi e fini: \u201cMentre nel mondo antico, ma anche nella modernit\u00e0, ci si prefiggeva un fine a partire dal quale si sceglievano i mezzi; oggi invece dalla maggiore disponibilit\u00e0 dei mezzi dipende la realizzazione dei fini che, a questo punto, non sono pi\u00f9 una scelta discrezionale della volont\u00e0 umana a partire dai quali si va alla ricerca dei mezzi, ma piuttosto i fini sono il prodotto meccanicistico dell\u2019estensione dei mezzi che generano la disponibilit\u00e0 dei fini.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Siamo sicuri che non ci siano vie di fuga?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>La perentoriet\u00e0 (l\u2019apoditticit\u00e0) dell\u2019affermazione sembra non lasciare alcuna via di fuga\u2026 Ma siamo proprio sicuri che sia andata cos\u00ec? Quand\u2019ero ragazzo erano di moda i libri di un divulgatore olandese, Hendrik Willem van Loon (definito da qualcuno \u201cil Piero Angela degli anni Trenta), che mio padre, un medico colto, come tutti quelli della sua generazione, mi\u2026 \u201cinvitava\u201d a leggere. In uno di essi l\u2019autore sosteneva che il pi\u00f9 grande inventore di tutti i tempi era un ometto basso, peloso, che articolava soltanto suoni e non parole, vestito di pelli e armato di una clava, il quale abitava in una caverna. Ebbene, l\u2019uomo di Neanderthal (era di lui che si trattava, allora considerato il nostro progenitore, prima che ulteriori ritrovamenti di fossili abbiano consentito di anticipare di molto l\u2019avvento sulla terra della specie \u201cuomo\u201d) aveva inventato (o meglio scoperto) la ruota, che van Loon considerava, a ragione, il mezzo che permise all\u2019uomo di evolversi rapidamente.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Due invenzioni all\u2019inizio della civilt\u00e0<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Ebbene: stando alla tesi di Galimberti, che sintetizzo brutalmente, in quel mondo pieno d\u2019incanto, l\u2019uomo avrebbe inventato la ruota perch\u00e9 voleva costruire un carro per il trasporto, che, senza quella, sarebbe stato soltanto un pesante, e quasi inutile, cassone. O non \u00e8 avvenuto invece che, avendo l\u2019uomo scoperto, per caso, la ruota, un mezzo perci\u00f2, questa gli abbia consentito una serie di sviluppi che, in mancanza, sarebbero stati impensabili? Van Loon ipotizzava che al nostro irsuto antenato con clava la brillante idea fosse venuta alla vista di un tronco abbattuto dal fulmine che scivolava rotolando. Un po\u2019 come a Newton la caduta della famosa mela (la seconda, fondamentale, nella storia dell\u2019umanit\u00e0, dopo quella di Eva\u2026) fece balenare l\u2019ipotesi della gravit\u00e0 universale.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Implicazioni inimmaginabili<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Anche il matematico indiano che ha inventato (in questo caso il termine \u00e8 calzante) lo zero (Brahmagupta, nel V secolo d.C., ma, com\u2019\u00e8 noto, in Europa fu introdotto solo nel XIII secolo dal nostro Fibonacci) lo ha fatto per semplificare il calcolo e consentire operazioni complesse, non certo per inventare il PC\u2026, ma da una semplice, elementare alternanza di 1 e 0, cio\u00e8 di pieno e vuoto, resa possibile da quella invenzione, deriva l\u2019infinita potenza degli elaboratori odierni. Gi\u00e0, comunque, i primi matematici e scienziati in possesso dello zero poterono dedurre una serie di implicazioni inimmaginabili prima. Il mezzo, cio\u00e8 lo zero in quel caso, apriva un ventaglio di possibilit\u00e0, consentendo di porsi dei fini ulteriori.<br>Per inciso, \u00e8 abbastanza singolare che le due fondamentali scoperte o invenzioni che hanno consentito il vertiginoso sviluppo della civilt\u00e0 siano dei\u2026 vuoti, la ruota e lo zero appunto. E in quanto a discrasia fra potenza dei mezzi e capacit\u00e0 di controllo degli stessi, il fuoco, questo dono degli dei (o sottratto agli dei, da Prometeo, punito atrocemente per questo), quando bruciava i campi, costruzioni in legno, intere citt\u00e0, in che misura era controllabile? In assenza, cio\u00e8, di acqua abbondante, idranti e pompieri\u2026? E la dinamite? Nobel ha istituito il premio che porta il suo nome, per espiare in parte il peccato di aver inventato un mezzo di distruzione che, in confronto all\u2019atomica o alla bomba all\u2019idrogeno, ha la potenza di un petardo. Eppure quel \u201cpetardo\u201d, ha consentito ai bombardieri alleati di distruggere in una notte la bellissima Dresda, causando 30 mila vittime civili.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Il potere di prendere decisioni<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Oggi, l\u2019algoritmo, con la sua ineffabile freddezza ed esattezza previsionale, avrebbe esautorato l\u2019uomo del potere di prendere decisioni, delegate ormai alla \u201cTecnica\u201d. Galimberti non pu\u00f2 ignorare il precedente \u201cstorico\u201d che smentisce questa catastrofica iattura. Alla fine della guerra di Corea, nel 1951, i potenti calcolatori dell\u2019epoca \u201cdecisero\u201d che gli Stati Uniti avrebbero dovuto attaccare, con l\u2019atomica, l\u2019Urss, prima che questa si dotasse a sua volta di analoghi ordigni. Il potente e carismatico (anche molto discusso) generale Mac Arthur, che aveva ricevuto nelle sue mani la resa dei giapponesi, conclusiva della seconda guerra mondiale, si batt\u00e9 strenuamente perch\u00e9 venisse sferrata quella che sarebbe giocoforza diventata la terza guerra mondiale. Il Presidente Truman, invece, cui spettava la \u201cdecisione finale\u201d, licenzi\u00f2 Mac Arthur, neutralizzando cos\u00ec la\u2026 capacit\u00e0 decisionale del mezzo.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Lo sviluppo delle competenze<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Oggi, continua Galimberti, il livello di competenza richiesto per assumere scelte consapevoli \u00e8 diventato cos\u00ec alto, che queste sono ormai privilegio di pochissimi in tutti i campi, economico, finanziario, scientifico. E\u2019 vero, ma \u00e8 sempre stato cos\u00ec. Lo sviluppo \u00e8 avvenuto con la crescita costante, progressiva, delle competenze. Un intellettuale come Abelardo al massimo poteva disporre di qualche centinaio di testi, e uno scienziato come Galileo di un cannocchiale artigianale. Oggi un intellettuale come Galimberti avr\u00e0 letto decine di migliaia di volumi e un astrofisico dispone di apparati ultrapotenti. Ci\u00f2 significa che siamo tutti costretti ad adeguare le nostre conoscenze alla complessit\u00e0 dei mezzi di cui disponiamo. E questo non \u00e8 un male. Gli anziani non sono pi\u00f9 in grado di accedere ai servizi pubblici, \u00e8 vero, ma i loro nipoti utilizzano i cellulari e le pi\u00f9 sofisticate applicazioni gi\u00e0 a quattro o cinque anni. Questo \u00e8 l\u2019inarrestabile processo della conoscenza.<br>Se i filosofi-scienziati presocratici erano in grado di calcolare la dimensione dei pianeti o la loro distanza dalla terra o la circonferenza di questa, con \u201csemplici\u201d operazioni matematiche e intuizioni (ed \u00e8 sbalorditiva la precisione dei loro risultati, verificata con i mezzi sofisticati di cui oggi si dispone); e Galileo con il solo cannocchiale ha aperto le porte alla \u201cscienza nuova\u201d, oggi un qualsiasi, non necessariamente geniale, astrofisico, utilizzando la potenza di calcolo dei moderni elaboratori e sfruttando la capacit\u00e0 dei telescopi e radioscopi del costo di milioni di dollari, pu\u00f2 arrivare a scoperte fino a pochi anni fa possibili soltanto da parte di scienziati dalle menti superiori.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Il problema dell\u2019etica<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Ma \u00e8 quello dell\u2019etica il profilo che pi\u00f9 sta a cuore a Galimberti: \u201cla tecnica assume come sua etica che \u2018si deve fare tutto ci\u00f2 che si pu\u00f2 fare\u2019, senza per questo dover rispondere, come ci ricorda Emanuele Severino, degli effetti del suo fare\u201d. Mi perdoner\u00e0 l\u2019autore, ma si tratta di una petizione di principio. Egli parte dall\u2019assunto che la \u201ctecnica\u201d sia in grado di dominare i processi decisionali dell\u2019uomo, suo inventore o scopritore, per concludere che essa \u00e8 svincolata da qualsiasi norma etica \u201cumana\u201d. Diversa la posizione di Heidegger che Galimberti ascrive al proprio \u201cpartito\u201d. Il filosofo esprime infatti una \u2013 legittima \u2013 preoccupazione, ma nulla pi\u00f9: \u201cCi\u00f2 che \u00e8 veramente inquietante non \u00e8 che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga pi\u00f9 inquietante \u00e8 che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ci\u00f2 che sta realmente emergendo nella nostra epoca\u201d. Questo lo scriveva nel \u201959, ma tre anni prima, come ho gi\u00e0 ricordato, era stato G\u00fcnther Anders (in L\u2019uomo \u00e8 antiquato) a lanciare un analogo allarme.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>L\u2019etica presuppone una coscienza che la tecnica non possiede<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>C\u2019\u00e8 per\u00f2 un\u2019altra obiezione, pi\u00f9 radicale, all\u2019assunto di Galimberti (e Severino): vale a dire che non ha alcun senso parlare di \u201cetica\u201d al di fuori della sfera \u2013 esclusivamente umana \u2013 in cui si pone la necessit\u00e0 di scelte: fra il bene individuale e quello generale, fra la norma astratta e il caso concreto, fra la legge positiva e quella naturale (vedi Antigone). L\u2019etica presuppone una coscienza che la tecnica non possiede e non potr\u00e0 mai possedere, quale che sia il grado di evoluzione della stessa. Un esempio banale, ma comprensibile a tutti. Io posso chiedere ad Alexa, il marchingegno (pardon, assistente virtuale\u2026) che \u201cgoverna\u201d il funzionamento degli apparati domestici, di dirmi chi \u00e8 Galimberti, e immediatamente mi reciter\u00e0 tutto quello che esiste su internet. Ma non posso chiedergli se Galimberti \u00e8 un maestro buono o cattivo e, se lo facessi, non saprebbe cosa rispondermi. Se mi rispondesse, in un senso o nell\u2019altro, la scelta non sarebbe sua, del \u201cmarchingegno\u201d cio\u00e8, ma del programmatore che lo ha istruito: un uomo<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il controllo della tecnica<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Per quanto riguarda la tecnica, si pu\u00f2 porre soltanto il problema del suo controllo. L\u2019uomo ha dovuto sempre imparare a dominare ci\u00f2 che ha creato o scoperto. E ha dovuto sempre scegliere come usare il mezzo, se a fini pacifici o no. Col fuoco ha cominciato a cuocere i cibi, innescando quel processo di sviluppo intuito e descritto felicemente da Levy-Strauss ne \u201cIl crudo e il cotto\u201d, ha potuto disboscare ampi terreni per coltivarli e passare cos\u00ec dal nomadismo alla stanzialit\u00e0, ha fuso i metalli per costruire utensili o armi, lo ha usato per riscaldarsi, ma anche per incendiare i castelli nemici, e cos\u00ec via. La dinamite \u00e8 servita per scavare miniere o tunnel sotto le montagne, ma pure, forse soprattutto, per uccidere.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Alleanza uomo-Natura<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>L\u2019uomo di oggi, scrive giustamente Galimberti, \u00e8 consapevole ormai di essere una particella del cosmo, galleggiante su un minuscolo pianeta che fra quattro miliardi di anni finir\u00e0 arso dal sole, che avr\u00e0 ormai esaurito il suo combustibile nucleare ed esploder\u00e0 prima di collassare. Per cui l\u2019uomo deve smetterla di distruggere l\u2019ambiente in cui vive e stringere un\u2019alleanza con quella natura di cui \u00e8 parte. La sua conclusione, anticipata gi\u00e0 nel titolo del volume, \u00e8 che, per salvarci, dobbiamo adottare l\u2019etica del viandante. E\u2019 abbastanza sorprendente il repechage di una figura \u2013 e di una concezione dell\u2019esistenza, quella che un tempo si sarebbe definita una Weltanschauung \u2013 tipicamente romantica. Il Wanderer, ipostatizzato nell\u2019immaginario collettivo dalla raffigurazione che ne fa Caspar Friedrich nel famoso quadro \u201cViandante su un mare di nebbia\u201d (della \u201cKunsthalle\u201d di Amburgo), \u00e8 colui che non si pone una meta per il suo viaggio, ma \u00e8 il viaggio stesso la meta. Un viaggio fuori di s\u00e9 e dentro di s\u00e9. Galimberti cita soltanto il Wilhelm Meister di Goethe, non si spinge oltre, a Klopstock, o al Winterreise di M\u00fcller (musicato da Schubert), presumo per non \u201cdatare\u201d troppo la sua teoria, ma non c\u2019\u00e8 dubbio che la matrice sia quella, il pi\u00f9 puro romanticismo, auspicante un\u2019alleanza, un patto fra uomo e natura. Del tutto condivisibile.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Il vero problema \u00e8 la natura umana<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Mi sembra per\u00f2 che manchi un passaggio. Se comunque fra quattro miliardi di anni la vita sul pianeta cesser\u00e0, questa alleanza servir\u00e0 soltanto a evitare di anticipare la fine, ma non muter\u00e0 di un millesimo la posizione dell\u2019uomo \u201cmortale\u201d (thnetos come lo definivano i greci), mortale individualmente e come specie perci\u00f2. E\u2019 incontestabile che lo sviluppo incontrollato e l\u2019utilizzo smodato delle risorse del pianeta ci abbia condotto sull\u2019orlo del baratro, ma non \u00e8 un processo inarrestabile. E l\u2019uomo, coadiuvato dalla \u201ctecnica\u201d, che gli consente di fare previsioni accurate e attendibili, sta assumendo delle decisioni per salvare il pianeta. Il problema, il vero problema, non di oggi, ma di sempre, \u00e8 la natura umana. Votata, vocata, alla distruzione e perci\u00f2 all\u2019autodistruzione. Chi crede in un dio creatore, \u201cprimo motore\u201d, quindi anche ultimo, deve credere anche nel suo opposto, banalmente Dio e Satana, che si sfidano perennemente per il dominio sull\u2019anima del poveruomo.<br>E la lotta fra la ragione e la tecnica \u00e8 solo un\u2026 sottoprodotto di quella battaglia primaria.Non esiste l\u2019uomo buono, che sia il \u201cbuon selvaggio\u201d o l\u2019Idiota dostoevskyano. Soltanto l\u2019uomo \u00e8 capace di efferatezze, sconosciute agli animali, e non ha senso parlare di ferocia \u201cdisumana\u201d o \u201cinumana\u201d o \u201cbestiale\u201d per comportamenti che sono elettivamente ed esclusivamente umani. Soltanto l\u2019uomo tortura, gode nel veder soffrire. I \u201cferoci\u201d animali uccidono rapidamente per non sprecare inutilmente energie, e solo per nutrirsi o difendersi. Tranne il gatto, che si \u201cdiverte\u201d a vedere gli occhi impauriti del topolino fra le sue unghie. Ma sono millenni che il gatto frequenta l\u2019uomo\u2026 Come mai gli animalisti, sempre molto attivi, non chiedono il bando dal linguaggio universale dell\u2019uso del termine \u201cbestiale\u201d per definire comportamenti che sono appannaggio esclusivo dell\u2019homo cosiddetto sapiens?<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Due \u201cdimanticanze\u201d di Galimberti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Vi sono due \u201cassenze\u201d, nel libro, a mio avviso abbastanza sorprendenti. La prima \u00e8 quella di Wittgenstein, che Galimberti non cita mai. L\u2019autore del \u201cTractatus logico-philosophicus\u201d ha squarciato parecchi veli di Maya che offuscavano la vista e che a un autore che contesta i vari idealismi, da Platone a Hegel, dovrebbe interessare parecchio. Il rischio di cadere nella \u201cmetafisica\u201d \u00e8 sempre in agguato. L\u2019Assoluto\u2026 si maschera nei modi pi\u00f9 ingegnosi e impensati, e Wittgenstein \u00e8 un efficace antidoto. Come lo \u00e8 anche per evitare gli eccessi della filosofia \u201coracolare\u201d di Nietzsche o di Heidegger che Galimberti sembra prediligere. L\u2019autore fa riferimento, dei neopositivisti, solo a Carnap, e proprio per contestare, utilizzando le sue argomentazioni, un testo di Heidegger (Che cos\u2019\u00e8 la metafisica?) \u201c\u2019un vortice di domande poste illogicamente\u2019 rispetto alle domande che si pone \u2018la sobria scienza\u2019\u201d.<br>Ma la \u201cdimenticanza\u201d pi\u00f9 vistosa \u00e8 un\u2019altra: Galimberti ricorda Teilhard de Chardin soltanto una volta e marginalmente. Eppure il pensiero del gesuita paleontologo, che cerc\u00f2 di coniugare l\u2019evoluzionismo con la creazione, la scienza cio\u00e8 con la fede, individuando il culmine dell\u2019evoluzione non pi\u00f9 in modificazioni fisiche (che cosa? altri occhi? altre mani?) ma nella crescita intellettuale e spirituale fino ad arrivare a una sorta di sovra-uomo, \u00e8 molto affine a quello di Nietzsche, a cui Galimberti si rif\u00e0 continuamente. Il suo pensiero, estremamente originale e audace, pur rimanendo, come \u00e8 stato riconosciuto solo di recente (da papa Benedetto XVI), nei limiti dell\u2019ortodossia cattolica, \u00e8 ancora osteggiato. Il suo tentativo di liberare l\u2019uomo dal senso di colpa, dal peccato originale, desta tuttora sospetti. Secondo la Scrittura, all\u2019origine della conoscenza c\u2019\u00e8 il peccato, la trasgressione, la disubbidienza a Dio. Da ci\u00f2 una pervicace, a volte larvata, altre esplicita, diffidenza della Chiesa nei confronti della conoscenza (Galileo e non solo).<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Unit\u00e0 Uomo-Cosmo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Vale la pena ricordare alcune intuizioni e concezioni del gesuita francese, assai vicine a quelle finali del saggio di Galimberti. L\u2019Inno alla Materia, degli anni in cui prestava servizio come barelliere nell\u2019esercito francese durante la prima guerra mondiale, introduce gi\u00e0 quel concetto di unit\u00e0 fra l\u2019uomo e il cosmo che trover\u00e0 poi compiutezza nelle opere pi\u00f9 mature: Benedetta sii Tu, universale Materia \/ Durata senza fine, Etere senza sponde \/ triplice abisso delle stelle, degli atomi \/ e delle generazioni, \/ Tu che accadendo e dissolvendo \/ le nostre anguste misure \/ ci riveli le dimensioni di Dio. Fu durante il soggiorno in Cina, dal \u201926 al \u201946, prima in esilio per ordine dei superiori, poi obbligato a rimanervi dallo scoppio della seconda guerra mondiale, che elabor\u00f2 il concetto di \u201cciclone mistico\u201d prodotto dall\u2019insieme delle tre grandi filosofie orientali, quella indiana, quella cinese e la giapponese.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>L\u2019uomo-Dio<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Della prima, il \u201cdesiderio di unit\u00e0, l\u2019attaccamento alla Terra, il senso dell\u2019equilibrio con il cosmo\u201d; della seconda \u201cil sentimento umano della compassione e del collettivo\u201d; della terza \u201cil valore della socializzazione\u201d. Il punto finale della sua riflessione \u00e8 quella \u201cLegge di complessit\u00e0 e coscienza\u201d per cui si ha \u201cun\u2019evoluzione simultanea della materia e dello spirito verso il Punto Omega\u201d che consente di avere piena fiducia nel progresso, nell\u2019in-avanti, nell\u2019in-alto, perci\u00f2 in ultima analisi in Dio. Paradossalmente, in un mondo dominato dal potere della Tecnica (come ritengono che sia quello attuale e vieppi\u00f9 quello futuro, Galimberti e Severino), perci\u00f2 totalmente a-religioso, l\u2019alternativa al dio cristiano, musulmano, buddista, ind\u00f9, quale che sia, \u00e8 soltanto l\u2019uomo-dio. Vale a dire l\u2019oltre-uomo di Heidegger (la traduzione da lui proposta dell\u2019Ubermensch, il Superuomo, nicciano) o il sovra-uomo di Teilhard.<\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>Scelte non delegabili alla Tecnica<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br>Se l\u2019uomo ha impiegato circa 55 milioni di anni a diventare quello che \u00e8, il sapiens, da quando cio\u00e8 sono apparsi i primati e via via, attraverso varie fasi, australopiteco, habilis, etc., fino appunto al sapiens, e se negli ultimi duecento anni ha creato o scoperto pi\u00f9 cose di quanto non sia riuscito a fare nei 55 milioni precedenti, ha davanti quattro miliardi di anni, un arco temporale immenso, durante i quali o pu\u00f2 distruggersi da s\u00e9, evento quanto mai probabile, data l\u2019irrefrenabile pulsione di morte che lo caratterizza, o pu\u00f2 realmente diventare quell\u2019oltre-sovra-uomo auspicato. Sta soltanto a lui la scelta di una via o dell\u2019altra, scelta etica, \u201cumana, solo umana\u201d (parafrasando Nietzsche), non delegabile ad alcuna \u201cTecnica\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><br>*da Il Giornale d\u2019Italia<br>**scrittore, drammaturgo,<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019ultimo, per ora, libro di Umberto Galimberti (\u201cL\u2019etica del viandante\u201d, Feltrinelli)\u00a0\u00e8, come gli altri, di grande fascino e di sicura presa sui suoi numerosi \u201cfedeli\u201d, lettori o partecipanti agli incontri che ama fare. 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