{"id":23557,"date":"2026-09-29T21:31:48","date_gmt":"2026-09-29T19:31:48","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/?p=23557"},"modified":"2026-09-30T17:46:36","modified_gmt":"2026-09-30T15:46:36","slug":"che-fine-ha-fatto-lopposizione-in-iran","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/che-fine-ha-fatto-lopposizione-in-iran\/","title":{"rendered":"Che fine ha fatto l&#8217;opposizione in Iran?"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando il messaggio arriva, a Teheran \u00e8 quasi mezzanotte: \u00abAllora \u00e8 finita\u00bb. Tre parole, nessuna spiegazione. Dall\u2019altra parte dello schermo c\u2019\u00e8 Nasrin, 29 anni, nel 2022 era scesa in strada dopo la morte di Mahsa Amini. Per mesi ha cambiato percorso ogni sera per cercare di schivare gli arresti, imparato a riconoscere le moto dei Basij dal rumore del motore, cancellato le chat. Quando scrive \u00aballora \u00e8 finita\u00bb non sta parlando dell\u2019accordo tra Stati Uniti e Iran, sta parlando di un\u2019idea: l\u2019idea che la Repubblica islamica fosse arrivata alla fine della sua corsa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nelle ore successive alla firma del memorandum d\u2019intesa tra Washington e Teheran \u2013 riduzione progressiva delle sanzioni, nucleare ridimensionato, impegni sulla stabilit\u00e0 regionale \u2013 nei gruppi Telegram frequentati da attivisti, studenti e oppositori non si respira n\u00e9 euforia n\u00e9 rabbia. Si respira qualcosa che assomiglia a un lutto. Silenzio diffuso, rassegnazione, rabbia e dolore. Per anni una parte dell\u2019Iran \u2013 la parte della Resistenza di piazza \u2013 aveva vissuto con la certezza che il tempo lavorasse contro il regime. Le proteste, la crisi economica, le sanzioni, i fari dell\u2019Occidente sulla violenza, ogni pezzo sembrava aggiungersi a un puzzle che conduceva nella stessa direzione: la caduta non era certa, ma appariva possibile. Oggi no.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>\u201cNon chiamatela vittoria\u201d<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un appartamento alla periferia di Shiraz, Dariush segue le notizie. Quarantadue anni, insegnante, ha partecipato alle proteste di gennaio. Non \u00e8 mai stato arrestato. Diversi suoi amici s\u00ec: uno \u00e8 ancora a Evin, un altro \u00e8 uscito e non parla pi\u00f9 di politica con nessuno. Quando gli si chiede cosa pensa del memorandum resta a lungo in silenzio: \u00abForse \u00e8 meglio cos\u00ec\u00bb. Poi: \u00abNon voglio una guerra. Non voglio che mia figlia cresca sotto le bombe. Se questo accordo riduce il rischio, va bene\u00bb. Si ferma. \u00abMa non raccontatemi che \u00e8 una vittoria per noi\u00bb. Molti oppositori iraniani non vivono il memorandum come una scelta tra libert\u00e0 e dittatura, ma come una bivio tra guerra e sopravvivenza. \u00c8 uno spazio stretto, ambiguo, emotivamente esausto. Ed \u00e8 l\u00ec che si muove oggi gran parte del dissenso. \u00abPer anni ci hanno detto che il mondo ci guardava\u00bb, dice Shirin, 34 anni, di Karaj. Durante le proteste aveva pubblicato video senza velo e per settimane aveva temuto che qualcuno bussasse alla sua porta. \u00abAdesso scopriamo che quel mondo ci guardava finch\u00e9 non \u00e8 arrivato il momento di negoziare a suo favore\u00bb. Non accusa l\u2019Occidente di ipocrisia, ma di qualcosa di pi\u00f9 banale: di coerenza con i propri interessi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tra chi porta il peso maggiore di questi giorni ci sono forse proprio loro: quelli che al \u201csogno americano\u201d avevano creduto davvero. Avevano creduto che Trump sarebbe riuscito a costringere il regime a lasciare il passo alla transizione verso la democrazia. \u00abAvevamo letto quella pressione come un messaggio\u00bb, dice ancora Shirin. \u00abAdesso capiamo che era una posizione negoziale: siamo stati ingenui, lo so. E ci sentiamo stupidi\u00bb. Pausa. \u00abCi siamo raccontati una storia che volevamo raccontarci\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>\u201cNon siamo spariti\u201d<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Karim ha 47 anni. \u00c8 uscito dal carcere di Evin diciotto mesi fa dopo quasi un anno di detenzione. Reato contestato: attivit\u00e0 sediziosa. Aveva aiutato a coordinare alcune manifestazioni, nel sud di Teheran. Quando gli si chiede se sia sorpreso dall\u2019accordo ride: \u00abSiete sorpresi voi occidentali, non noi\u00bb. Molti amici non gli rivolgono pi\u00f9 la parola, perch\u00e9 non si spiegano come mai lui abbia avuto \u201cil privilegio\u201d di uscire vivo dal carcere e di non finire nell\u2019elenco delle esecuzioni. \u00abQuesto regime \u00e8 sopravvissuto alla guerra con l\u2019Iraq. Alle sanzioni. Alle rivolte del \u201999. Al Movimento Verde. Alle proteste del carburante. A Mahsa Amini. Ogni volta qualcuno ha detto: questa \u00e8 la volta buona. Ogni volta si sbagliava. Perch\u00e9 avrebbe dovuto cadere ora?\u00bb. Non c\u2019\u00e8 rassegnazione nelle sue parole, ma la lucidit\u00e0 di chi ha smesso di confondere i desideri con le previsioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019opposizione iraniana non \u00e8 sparita. Karim lo ripete a TPI come se fosse una cosa che ha dovuto spiegare troppe volte: \u00abCi sono le universit\u00e0, i sindacati, le donne che escono senza velo sapendo cosa rischiano, le famiglie che hanno seppellito un figlio e non lo dimenticano. Il problema non \u00e8 che non esistiamo. Il problema \u00e8 che non basta esistere\u00bb. Non esiste una forza politica capace di tradurre quella resistenza in qualcosa che possa sfidare il potere. I monarchici guardano a Reza Pahlavi, che dalla California raccoglie consensi mediatici ma resta lontano dai confini iraniani. Il Consiglio Nazionale della Resistenza sconta decenni di credibilit\u00e0 logorata. I movimenti nati dopo Mahsa Amini diffidano di entrambi. La diaspora litiga su tutto. Nel frattempo il regime resta dov\u2019\u00e8 sempre stato. Pi\u00f9 fragile, pi\u00f9 impopolare, ma al potere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il tempo comprato<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abNon l\u2019accordo in s\u00e9\u00bb, dice Golnaz, 27 anni, di casa a Teheran. \u00abMi fa paura che abbiano comprato altro tempo\u00bb. Tempo per sopravvivere, per riorganizzarsi. Per mesi molti avevano immaginato che la crisi aprisse una finestra storica: la pressione economica si faceva insostenibile, la frattura tra Stato e societ\u00e0 (mai cos\u00ec profonda dalla rivoluzione del 1979) appariva ai loro occhi ormai difficilmente reversibile. \u00abQuando vedevamo le difficolt\u00e0 del regime pensavamo che il tempo lavorasse per noi\u00bb, conferma Nasrin. \u00abAdesso ho la sensazione opposta\u00bb. Quella finestra non si \u00e8 chiusa, si \u00e8 ristretta. C\u2019\u00e8 una parola che torna spesso in questi giorni, nelle conversazioni private, nei gruppi Telegram, nelle chat che si aprono e si chiudono cancellandosi nell\u2019arco di pochi secondi per sfuggire ai monitoraggi costanti del regime. La parola \u00e8 normalizzazione: \u00e8 quando il mondo smette di fare pressione non perch\u00e9 le cose siano cambiate ma perch\u00e9 si \u00e8 abituato a come stanno: una distinzione che fuori dall\u2019Iran quasi nessuno fa. Dentro, la fanno tutti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Quello che resta<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le donne continuano a togliersi il velo in molte aree urbane. Una resistenza silenziosa, quotidiana, difficile da reprimere in modo sistematico. Ma la repressione non si \u00e8 fermata: lo testimoniano i report di Iran Human Rights, che ribadiscono che nel 2025 le esecuzioni hanno raggiunto numeri tra i pi\u00f9 alti degli ultimi anni: oltre 1.600 persone, la gran parte accusate di reati politici. Golnaz lo spiega cos\u00ec: \u00abOgni tanto leggo un nome. Qualcuno che conosco di vista, qualcuno di cui un amico mi aveva parlato. Poi chiudo il telefono e vado a lavorare. Non puoi fermarti ogni volta. Se ti fermi ogni volta non vai da nessuna parte\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nelle strade di Teheran non ci sono folle che festeggiano il memorandum, ma non ci sono nemmeno manifestazioni contro. C\u2019\u00e8 il silenzio dell\u2019attesa. \u00abLa Repubblica islamica non ha vinto\u00bb, dice un giovane di Teheran che non vuole essere identificato. \u00abMa di sicuro non ha perso. E questo \u00e8 il problema.\u00bb Un regime che non vince e non perde \u00e8 un regime che sopravvive. E sopravvivere, per la Repubblica islamica, non \u00e8 mai stato un risultato secondario, \u00e8 sempre stato l\u2019obiettivo principale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abNon credo che durer\u00e0 per sempre\u00bb, scrive Nasrin, a notte fonda. \u00abNessun regime dura per sempre e noi siamo pronti a riorganizzarci. Ci serve un po\u2019 di tempo per metabolizzare la delusione e per riconciliare le diverse fazioni\u00bb ripete pi\u00f9 volte quasi come un rito scaramantico. L\u2019icona che segnala che sta scrivendo compare e scompare per qualche minuto. Poi l\u2019ultimo messaggio: \u00abMa per la prima volta da anni non ho pi\u00f9 la sensazione che il tempo sia dalla nostra parte\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">* da TPI (The Post International) 5 Ago. 2026<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando il messaggio arriva, a Teheran \u00e8 quasi mezzanotte: \u00abAllora \u00e8 finita\u00bb. Tre parole, nessuna spiegazione. 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