{"id":23700,"date":"2026-10-29T14:43:06","date_gmt":"2026-10-29T13:43:06","guid":{"rendered":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/?p=23700"},"modified":"2026-10-29T17:06:49","modified_gmt":"2026-10-29T16:06:49","slug":"meleee","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/meleee\/","title":{"rendered":"LA GEOPOLITICA DELLE PIAZZE. Intervista ad ANDREA MOLLE"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Nella politica italiana si discute delle possibili influenze esterne sui disordini di questi giorni. Abbiamo chiesto al politologo Andrea Molle, docente alla Chapman University, un parere.<\/em><\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>Crosetto e la guerra ibrida<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>I gravi fatti di questi giorni hanno creato smarrimento. Nel tentativo di dare una risposta, c&#8217;\u00e8 chi un pezzo di soluzione ce l&#8217;ha: la &#8220;guerra ibrida&#8221;. \u00c8 il ministro della Difesa Guido Crosetto, che non fa nomi ma rimanda a &#8220;nemici&#8221; dell&#8217;Occidente: &#8220;I fatti di Milano, e di altre parti d&#8217;Italia, sono una cosa profondamente diversa da quelli che abbiamo vissuto in altre epoche. E sono il frutto, il punto di arrivo, di una cosa che io, inascoltato, richiamo da quattro anni, che \u00e8 la guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, che si chiamano TikTok, che si chiamano social, che si chiamano YouTube, senza che l&#8217;Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca&#8221;. Condivide questa lettura?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Credo che Crosetto faccia bene a sollevare una questione molto seria. La guerra ibrida non \u00e8 pi\u00f9 soltanto una categoria teorica, ma una realt\u00e0 documentata anche dalle istituzioni europee: il quarto rapporto del Servizio europeo per l&#8217;azione esterna, pubblicato nel 2026, analizza centinaia di operazioni di manipolazione e interferenza informativa straniera, riconducibili soprattutto agli ecosistemi russo e cinese. Il ministro coglie bene la trasformazione dell&#8217;ambiente informativo: le piattaforme digitali possono favorire polarizzazione e radicalizzazione e accelerarne la diffusione. Sarei invece prudente nel ricondurre gli episodi di Milano, con un nesso causale diretto, a una specifica operazione di guerra ibrida: servono prove di interferenza e di coordinamento che, almeno pubblicamente, non abbiamo. Per questo dobbiamo distinguere le cause delle proteste, i processi di radicalizzazione e il loro eventuale sfruttamento da parte di attori esterni. Una manifestazione pu\u00f2 nascere da rivendicazioni autentiche, degenerare per l&#8217;azione di minoranze violente ed essere successivamente amplificata da reti di propaganda. Il rischio strategico, comunque, \u00e8 evidente: una potenza straniera non ha bisogno di organizzare direttamente gli scontri per trarne vantaggio.<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>Fra regia e opportunismo<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Lei esclude che dietro le proteste in Francia e in Italia ci sia una regia internazionale, ma sostiene che le proteste possano diventare una risorsa strategica per gli avversari dell&#8217;Occidente. Con quali indicatori concreti un analista distingue chi organizza una protesta da chi ne sfrutta gli effetti?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La risposta non \u00e8 semplice, ma la distinzione \u00e8 essenziale, perch\u00e9 organizzare una protesta e sfruttarne gli effetti sono due operazioni profondamente diverse. Nel primo caso cerchiamo indicatori di coordinamento operativo: finanziamenti, contatti fra organizzatori e soggetti esterni, istruzioni condivise, supporto logistico e comunicazioni che dimostrino un intervento diretto. Nel secondo caso osserviamo soprattutto l&#8217;attivit\u00e0 informativa: campagne coordinate sui social, amplificazione artificiale di contenuti, utilizzo di account falsi, diffusione di immagini decontestualizzate e narrazioni costruite per accentuare la polarizzazione. Un indicatore particolarmente importante \u00e8 la sequenza temporale. Se una rete di influenza interviene dopo gli scontri per amplificarli, siamo davanti a uno sfruttamento opportunistico. Se invece emergono attivit\u00e0 coordinate precedenti alla mobilitazione, collegate agli organizzatori e finalizzate a orientarne concretamente lo svolgimento, possiamo cominciare a ipotizzare un ruolo pi\u00f9 diretto. Attenzione, per\u00f2: la semplice coincidenza fra gli interessi di una potenza straniera e gli effetti di una protesta non dimostra alcuna responsabilit\u00e0. Servono riscontri indipendenti e collegamenti verificabili. La mia posizione, quindi, non \u00e8 che una regia internazionale sia impossibile, ma che non possiamo affermarne l&#8217;esistenza senza prove. Sappiamo invece che gli attori ostili possono sfruttare tensioni sociali autentiche per indebolire la fiducia nelle istituzioni. Ed \u00e8 proprio questa capacit\u00e0 di trasformare vulnerabilit\u00e0 interne in vantaggi geopolitici a rendere le operazioni di influenza cos\u00ec pericolose.<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>La violenza stocastica<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Lei usa il concetto di &#8220;violenza stocastica&#8221; e ne riconosce anche i limiti teorici e la difficolt\u00e0 di verificarlo sui dati. Perch\u00e9 resta comunque uno strumento utile per capire le piazze europee, e quale rischio si corre se lo si usa come categoria d&#8217;accusa invece che come categoria d&#8217;analisi?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La violenza stocastica \u00e8 un concetto utile perch\u00e9 ci permette di comprendere come la radicalizzazione possa produrre conseguenze concrete anche in assenza di un&#8217;organizzazione gerarchica o di un ordine esplicito. La ripetizione sistematica di messaggi che disumanizzano un avversario, delegittimano le istituzioni o presentano la violenza come moralmente necessaria pu\u00f2 contribuire a creare un ambiente nel quale alcuni individui diventano pi\u00f9 disponibili a passare all&#8217;azione. Non possiamo prevedere chi agir\u00e0, quando o dove, ma possiamo studiare i meccanismi comunicativi e sociali che favoriscono questa disponibilit\u00e0. Nelle piazze europee questo approccio \u00e8 particolarmente interessante perch\u00e9 la radicalizzazione pu\u00f2 avvenire attraverso reti digitali informali, dinamiche di imitazione e contenuti che circolano fra movimenti anche molto diversi. Non serve necessariamente una regia centralizzata perch\u00e9 determinati repertori di violenza si diffondano. Il rischio, per\u00f2, \u00e8 trasformare una categoria interpretativa in uno strumento di accusa politica. Non possiamo sostenere che un discorso radicale abbia causato uno specifico episodio violento soltanto perch\u00e9 lo ha preceduto. La correlazione non dimostra la causalit\u00e0, e una retorica aggressiva non equivale automaticamente all&#8217;istigazione alla violenza. Per questo distinguerei sempre fra la responsabilit\u00e0 politica di chi normalizza la violenza e la responsabilit\u00e0 individuale di chi la esercita. La prima pu\u00f2 essere oggetto di analisi e critica; la seconda richiede prove. Se perdiamo questa distinzione, rischiamo di utilizzare il concetto per criminalizzare il dissenso, anzich\u00e9 per comprendere i processi di radicalizzazione.<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>Radicalizzazione senza un centro<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Se la radicalizzazione pu\u00f2 nascere senza un comando riconoscibile, e se i social rendono la violenza imitativa da un Paese all&#8217;altro, quali strumenti hanno oggi gli apparati di sicurezza per prevenire fenomeni che non hanno n\u00e9 capi n\u00e9 strutture?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 probabilmente una delle sfide pi\u00f9 complesse per gli apparati di sicurezza contemporanei, perch\u00e9 siamo abituati a contrastare organizzazioni identificabili, con leadership, gerarchie e canali di comunicazione relativamente stabili. Oggi, invece, una parte della radicalizzazione avviene attraverso ecosistemi digitali nei quali individui e piccoli gruppi possono sviluppare autonomamente motivazioni e capacit\u00e0 operative, senza ricevere ordini da nessuno. Questo non significa che gli apparati siano impotenti, ma che devono spostare l&#8217;attenzione dalla sola appartenenza organizzativa ai comportamenti e agli indicatori di mobilitazione verso la violenza. Penso alle minacce specifiche, alla ricerca di mezzi per compiere aggressioni, ai tentativi di individuare obiettivi e ai segnali concreti di preparazione. \u00c8 un approccio che richiede intelligence, analisi delle fonti aperte, cooperazione internazionale e capacit\u00e0 di collegare informazioni che, prese isolatamente, potrebbero sembrare irrilevanti. Esiste poi una dimensione preventiva che non pu\u00f2 essere affidata soltanto alla polizia. Scuole, famiglie, servizi territoriali e piattaforme digitali possono contribuire a riconoscere situazioni di rischio e interrompere percorsi di radicalizzazione prima che diventino violenti. Il punto fondamentale, per\u00f2, \u00e8 evitare di confondere radicalismo ideologico e pericolosit\u00e0 concreta. Un&#8217;opinione estrema, da sola, non dimostra l&#8217;intenzione di commettere un reato. La prevenzione deve concentrarsi sui comportamenti verificabili, non sulle appartenenze politiche o religiose. Altrimenti rischiamo di produrre proprio quella sfiducia nelle istituzioni che chi punta alla destabilizzazione cerca di alimentare.<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>La FIMI e gli attori esterni<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>I rapporti europei sulla manipolazione informativa straniera (FIMI) citano l&#8217;ecosistema russo, quello cinese, quello iraniano e quello qatariota. Questi attori hanno obiettivi e metodi diversi: cosa li distingue nel modo di amplificare le fratture interne delle societ\u00e0 europee, e perch\u00e9 a volte basta accentuare la polarizzazione invece di promuovere una posizione precisa?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Russia, Cina e Iran condividono l&#8217;interesse a ridurre la coesione politica dell&#8217;Occidente, ma perseguono obiettivi differenti. La Russia utilizza la manipolazione informativa soprattutto come strumento di confronto strategico: cerca di indebolire la fiducia nelle istituzioni, alimentare le divisioni fra Paesi europei e ridurre il sostegno all&#8217;Ucraina e alla NATO. La Cina adotta generalmente un approccio pi\u00f9 orientato al lungo periodo, volto a promuovere la propria immagine, delegittimare le critiche al suo modello politico e influenzare il dibattito su commercio, tecnologia e sicurezza. L&#8217;Iran opera maggiormente attraverso reti ideologiche e narrative legate al Medio Oriente, sfruttando soprattutto le tensioni sul conflitto israelo-palestinese e i sentimenti antioccidentali. Il Qatar rappresenta un caso diverso e va trattato con maggiore cautela. \u00c8 un partner dell&#8217;Occidente che esercita una notevole influenza attraverso diplomazia, investimenti e un importante sistema mediatico internazionale. Questa capacit\u00e0 di orientare il dibattito pubblico non equivale automaticamente a un&#8217;operazione clandestina di interferenza, e sarebbe sbagliato assimilare senza distinzioni Doha a Mosca o Teheran. Il punto pi\u00f9 interessante, per\u00f2, \u00e8 che la propaganda contemporanea non deve necessariamente convincere tutti della stessa cosa. Spesso \u00e8 pi\u00f9 efficace rafforzare contemporaneamente narrazioni contrapposte, purch\u00e9 entrambe contribuiscano a delegittimare le istituzioni. Non serve creare consenso intorno a una posizione: pu\u00f2 bastare rendere impossibile il consenso su qualsiasi posizione. \u00c8 questa la logica pi\u00f9 insidiosa della destabilizzazione informativa. Una societ\u00e0 profondamente polarizzata diventa meno capace di prendere decisioni collettive, sostenere politiche di lungo periodo e reagire alle crisi. Per un avversario geopolitico, indebolire la capacit\u00e0 decisionale di una democrazia pu\u00f2 essere persino pi\u00f9 utile che convincerne i cittadini ad adottare una determinata ideologia.<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>Convergenza narrativa e cooperazione operativa<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La guerra a Gaza ha dato un linguaggio comune all&#8217;estrema sinistra antagonista, ad ambienti islamisti e a reti di propaganda di potenze revisioniste. Come si evita di confondere slogan condivisi con legami reali? E dove passa il confine tra la mobilitazione pro-palestinese legittima, l&#8217;islamismo politico e il jihadismo?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il primo errore da evitare \u00e8 confondere la convergenza ideologica con la cooperazione operativa. Movimenti molto diversi possono utilizzare gli stessi slogan, condividere un nemico politico o adottare narrazioni simili senza avere alcun rapporto organizzativo. Per dimostrare una cooperazione servono elementi concreti: contatti documentati, finanziamenti, coordinamento logistico, campagne concordate o collegamenti verificabili fra le rispettive strutture. La semplice circolazione degli stessi messaggi non basta. Quanto al secondo punto, dobbiamo distinguere fenomeni che appartengono a categorie differenti. La mobilitazione pro-palestinese \u00e8 una forma legittima di partecipazione politica, anche quando esprime critiche molto dure nei confronti di Israele. L&#8217;islamismo politico, invece, \u00e8 un insieme eterogeneo di movimenti che intendono attribuire all&#8217;Islam un ruolo centrale nell&#8217;organizzazione del potere e della societ\u00e0. Il jihadismo rappresenta una componente estremista e violenta che legittima il terrorismo come strumento di lotta politica e religiosa. Non sono categorie intercambiabili, n\u00e9 esiste un passaggio automatico dall&#8217;una all&#8217;altra. Il problema emerge quando, all&#8217;interno di mobilitazioni legittime, trovano spazio la glorificazione del terrorismo, la giustificazione del massacro del 7 ottobre o un antisemitismo che trasforma gli ebrei, ovunque si trovino, in responsabili collettivi delle decisioni del governo israeliano. Qui non siamo pi\u00f9 semplicemente davanti a una posizione sul conflitto mediorientale, ma a dinamiche di radicalizzazione che meritano attenzione. La guerra a Gaza ha certamente favorito convergenze narrative fra ambienti ideologicamente lontani, accomunati dall&#8217;opposizione a Israele e, talvolta, all&#8217;Occidente. Ma il compito dell&#8217;analista \u00e8 proprio distinguere la solidariet\u00e0 politica, la radicalizzazione ideologica e l&#8217;eventuale cooperazione operativa. Confonderle significa sia criminalizzare manifestazioni legittime sia perdere di vista le reti realmente pericolose: reti che esistono e che, in questi anni, sono estremamente attive.<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>L&#8217;asimmetria della percezione<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Secondo ACLED, nel 2025 le manifestazioni nel mondo sono state oltre 148.000 e la grande maggioranza \u00e8 rimasta pacifica. Eppure pochi episodi violenti bastano a cambiare l&#8217;agenda politica. Quanto conta il modo in cui i media raccontano la violenza nel trasformare la percezione di instabilit\u00e0 in un risultato strategico per chi vuole destabilizzare?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Conta moltissimo, perch\u00e9 nella competizione geopolitica contemporanea la percezione dell&#8217;instabilit\u00e0 pu\u00f2 essere importante quanto l&#8217;instabilit\u00e0 stessa. Una minoranza violenta pu\u00f2 produrre un effetto politico sproporzionato rispetto alle proprie dimensioni, soprattutto quando le immagini degli scontri dominano il racconto mediatico e finiscono per rappresentare un&#8217;intera mobilitazione. Qui entrano in gioco due meccanismi. Il primo \u00e8 la selezione delle notizie: un cassonetto incendiato ha inevitabilmente pi\u00f9 visibilit\u00e0 di migliaia di persone che manifestano pacificamente. Il secondo \u00e8 l&#8217;amplificazione digitale, che pu\u00f2 trasformare un episodio circoscritto nella rappresentazione di un Paese apparentemente fuori controllo. Immagini ripetute, video decontestualizzati e contenuti emotivamente polarizzanti possono alimentare una percezione di crisi permanente. Per gli attori interessati alla destabilizzazione, questo rappresenta un&#8217;opportunit\u00e0 strategica. Non devono necessariamente produrre la violenza: possono limitarsi a moltiplicarne la visibilit\u00e0, presentandola come prova dell&#8217;incapacit\u00e0 delle democrazie di governare i propri conflitti. L&#8217;obiettivo non \u00e8 soltanto influenzare l&#8217;opinione pubblica, ma erodere progressivamente la fiducia nelle istituzioni e nella tenuta del sistema politico. Naturalmente, questo non significa che i media debbano minimizzare gli episodi violenti. Significa piuttosto che devono contestualizzarli, distinguendo la dimensione effettiva dei disordini dalla loro rappresentazione. La sicurezza di una democrazia dipende anche dalla capacit\u00e0 di raccontare correttamente le proprie crisi. Quando perdiamo il senso delle proporzioni, rischiamo di fare noi stessi il lavoro di chi vuole destabilizzarci.<\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\">\n<li><strong>La risposta delle democrazie<\/strong><\/li>\n<\/ul>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Lei sostiene che la risposta non pu\u00f2 essere solo repressiva, perch\u00e9 comprimere il diritto di manifestare darebbe altro materiale alla propaganda ostile. In concreto, cosa dovrebbero fare l&#8217;Italia e l&#8217;Europa sull&#8217;intelligence preventiva, sull&#8217;analisi delle reti digitali e sulla trasparenza delle comunicazioni istituzionali, per difendere la coesione sociale come parte della sicurezza nazionale?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Partirei da un principio: la coesione sociale \u00e8 una componente della sicurezza nazionale, ma non pu\u00f2 essere difesa sacrificando le libert\u00e0 democratiche. Anzi, una risposta indiscriminatamente repressiva rischierebbe di rafforzare proprio quelle narrazioni che descrivono le istituzioni occidentali come autoritarie e incapaci di gestire il dissenso. Sul piano dell&#8217;intelligence, Italia ed Europa devono investire di pi\u00f9 nella prevenzione, secondo l&#8217;approccio basato sui comportamenti di cui parlavo, e rafforzare la cooperazione fra intelligence, forze di polizia e strutture europee, distinguendo sempre l&#8217;attivit\u00e0 politica legittima dalla preparazione di atti violenti. Sul versante digitale servono capacit\u00e0 permanenti di analisi delle reti di influenza, non soltanto interventi occasionali dopo gli scontri. Dobbiamo saper riconoscere campagne coordinate, amplificazioni artificiali, contenuti manipolati e collegamenti con attori stranieri. \u00c8 fondamentale, per\u00f2, analizzare i comportamenti delle reti, non schedare le opinioni dei cittadini. Infine, c&#8217;\u00e8 il problema della comunicazione istituzionale. Le autorit\u00e0 devono comunicare tempestivamente ci\u00f2 che sanno, distinguere i fatti accertati dalle ipotesi investigative e correggere pubblicamente gli errori. Attribuire prematuramente una protesta a una regia straniera pu\u00f2 essere controproducente quanto ignorare un&#8217;interferenza documentata. La risposta, quindi, non \u00e8 scegliere fra sicurezza e libert\u00e0, ma costruire istituzioni capaci di garantire entrambe. Una democrazia resiliente non \u00e8 quella nella quale scompare il conflitto politico, ma quella che riesce a gestirlo senza permettere che si trasformi in violenza o diventi uno strumento nelle mani dei propri avversari geopolitici.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dal sito: www.rainews.it<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella politica italiana si discute delle possibili influenze esterne sui disordini di questi giorni. 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