{"id":2473,"date":"2017-10-24T12:32:28","date_gmt":"2017-10-24T10:32:28","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/lettera-aperta-a-cgil-cisl-e-uil\/"},"modified":"2017-10-24T12:32:28","modified_gmt":"2017-10-24T10:32:28","slug":"lettera-aperta-a-cgil-cisl-e-uil","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/lettera-aperta-a-cgil-cisl-e-uil\/","title":{"rendered":"Lettera aperta a CGIL, CISL e UIL"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><span>Lettera aperta a CGIL, CISL e UIL<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Cari amici e compagni,<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>la recente sortita di Di Maio, con la inconcepibile minaccia rivolta soprattutto al sindacalismo confederale, minaccia che comprende il proposito di riformarlo autoritariamente se mai lui dovesse arrivare a Palazzo Chigi, \u00e8 sicuramente indicativa dei limiti del dirigente &#8220;pentastellato&#8221;. Sia della sua cultura costituzionale, come della sua consapevolezza circa il ruolo essenziale dell&#8217;autonomia dei gruppi intermedi nell&#8217;assicurare l&#8217;indispensabile vitalit\u00e0 democratica, nelle societ\u00e0 complesse e fortemente strutturate. L&#8217;improvvida uscita del giovane parlamentare, della nebulosa grillina, potrebbe indurre i pi\u00f9 sprovveduti a credere che la dialettica sociale possa essere neutralizzata &#8220;statalizzando&#8221; la societ\u00e0. Tuttavia, non c&#8217;\u00e8 dubbio che la sconsiderata sortita di Di Maio pu\u00f2, al tempo stesso, essere interpretata come una spia anche del declino della popolarit\u00e0 del sindacato. Condizione che induce alcuni politici e politicanti ad uniformarsi a quello che viene considerato il &#8220;senso comune&#8221;. Anche se, come spiegava bene Manzoni, \u00e8 generalmente diverso, e non di rado opposto, al &#8220;buon senso&#8221;. Insomma, Di Maio \u00e8 stato l&#8217;ultimo in ordine di tempo a dire sciocchezze sul sindacato. Ma non \u00e8 nemmeno l&#8217;unico. Baster\u00e0 ricordare che non moltissimo tempo fa un noto politico, investito da preminente responsabilit\u00e0 istituzionale, non aveva esitato ad affermare che il tempo dedicato al confronto con il sindacato era da considerare, nei fatti, &#8220;tempo sprecato&#8221;. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In ogni caso, pi\u00f9 che occuparci delle intimidazioni del candidato premier grillino con la sua pretesa di reclamare una &#8220;oscura autoriforma&#8221; del sindacato o, in assenza, di una riforma decisa dispoticamente dal governo, proposito che, fortunatamente non sembra costituire un reale pericolo imminente, vale la pena di interrogarci sulle difficolt\u00e0 che hanno progressivamente indebolito ed indeboliscono il consenso su cui pu\u00f2 contare il sindacato.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La prima cosa da dire \u00e8 che sicuramente non hanno giovato alla sua credibilit\u00e0 ed al suo prestigio i deplorevoli episodi di devianza etica di singoli dirigenti e militanti. Anche perch\u00e9 non sempre sono stati contrastati con la tempestivit\u00e0 a la determinazione che sarebbe stata invece necessaria. Il che ha ovviamente favorito l&#8217;ampliamento del fronte di quanti chiedono all&#8217;organizzazione dei lavoratori, come prova suprema di responsabilit\u00e0, semplicemente di scomparire. Opinione incoraggiata da titubanze ed incertezze che, di fronte a riprovevoli episodi, che si sono purtroppo verificati, andavano invece scongiurate con la tempestivit\u00e0, la trasparenza e la determinazione necessaria. Quanto meno per impedire strumentalizzazioni e, soprattutto, che venisse gettata un&#8217;ombra sulla moralit\u00e0 e reputazione dell&#8217;intero sindacato. Il rammarico quindi \u00e8 che ci\u00f2 non si sia verificato con la decisione auspicabile. Che non sempre si \u00e8 invece vista. Quanto meno nei termini e nelle forme necessarie ed attese. Tuttavia, per quanto questi episodi di devianza siano stati indiscutibilmente dannosi, non si pu\u00f2 oscurare il fatto che i veri fattori di criticit\u00e0 e di debolezza del movimento sindacale vanno ricercati altrove. Soprattutto nelle questioni irrisolte di carattere strutturale. Che coinvolgono sia problemi oggettivi, che limiti soggettivi. Cause che sono alla base della tendenza diffusa a snervare progressivamente la reputazione ed il ruolo del sindacato.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per quanto riguarda i problemi oggettivi l&#8217;elenco delle questioni \u00e8 noto. A cominciare dalla svalutazione del lavoro. Sia sul piano dell&#8217;affievolimento dei diritti, che del trattamento economico. Strettamente intrecciata \u00e8 la questione cruciale del lavoro. Del lavoro che cambia e del lavoro che manca. Membri del governo e della maggioranza non lesinano, comprensibilmente, sforzi per valorizzare l&#8217;occasionale diminuzione di qualche decimale di punto del tasso di disoccupazione. Variazioni, che per\u00f2 non producono cambiamenti sostanziali dei reali termini del problema. Del resto basta osservare il &#8220;tasso di occupazione&#8221; per capire come stanno veramente le cose. Da noi sono occupate poco pi\u00f9 di sei persone su dieci. Il dato peggiore dell&#8217;Unione europea. Ad eccezione della Grecia. Abbiamo inoltre un forte squilibrio di genere (71,7 gli uomini occupati, 51,6 le donne). Grande anche il divario territoriale tra Centro-Nord e Sud (69,4 contro 47 per cento). Dati che dovrebbero indurre a riflettere sulla congruit\u00e0 ed appropriatezza delle misure adottate per migliorare la situazione occupazionale. Come si sa, prevalentemente incentrate in interventi dal lato dell&#8217;offerta, incentivi, bonus ecc. Con il risultato di aumentare in parte la precariet\u00e0 e comunque con esiti inversamente proporzionali alle cospicue risorse mobilitate. Non \u00e8 perci\u00f2 arbitrario ritenere che insistendo su queste politiche la soluzione del problema del lavoro resti un miraggio. Con tutte le gravi conseguenze personali, familiari e sociali che questa crisi si porta dietro.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ci sono poi le questioni della tutela del lavoro e della protezione sociale. Al riguardo non si dovrebbe mai dimenticare che una fondamentale ragione d&#8217;essere del sindacalismo (specie confederale) sta nel conseguimento di modelli e regole &#8220;universalistiche&#8221;. In particolare, con riferimento alla previdenza, all&#8217;assistenza, alla salute, all&#8217;istruzione, ecc. In proposito, si deve rilevare che diversi indicatori segnalano come silenziosamente (nel senso che non se ne ritrova \u00a0 traccia nel dibattito pubblico) si sta invece andando nella direzione opposta. Per fare un solo esempio. L&#8217;Istat ci informa che il 23,3 per cento della spesa sanitaria \u00e8 ormai a carico delle famiglie. Risultato: secondo una stima, non contestata da nessuno, 12 milioni di italiani (soprattutto nelle fasce sociali pi\u00f9 fragili e deboli) non si curano pi\u00f9. Perch\u00e8 tra ticket e superticket, analisi a pagamento (se si vogliono effettuare gli esami in tempo utile) non sono in condizione di fare fronte alle spese relative.\u00a0 Sicch\u00e9 un diritto fondamentale, come quello alla salute, tende a dipendere sempre pi\u00f9 dal possesso, o meno, di una carta di credito. Colpisce il fatto che per giustificare tale involuzione si usi una formula esoterica. Gli &#8220;esperti e gli addetti ai lavori&#8221; parlano infatti di &#8220;universalismo selettivo&#8221;. Se la cavano quindi con un ossimoro. Che tradotto nel linguaggio popolare significa semplicemente &#8220;per un discreto numero, ma comunque non per tutti&#8221;. Il senso politico che se ne deve trarre \u00e8 che la &#8220;libert\u00e0&#8221;, se deve essere difesa come requisito universale, richiede equit\u00e0 e giustizia sociale. Quando questi requisiti difettano, o diventano evanescenti, non si pu\u00f2 parlare di vera libert\u00e0. Per la buona ragione che non \u00e8 la condizione di tutti.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>C&#8217;\u00e8 poi il dramma di quanti, pur avendo un lavoro, non riescono ad arrivare alla fine del mese. I dati del rapporto Istat &#8220;Noi Italia&#8221; ci dicono che il nostro Pil pro-capite, misurato in standard di potere d&#8217;acquisto (depurato, per rendere possibile il confronto, dai differenti livelli dei prezzi nei vari paesi), risulta inferiore del 4,5 per cento rispetto a quello medio dell&#8217;Unione Europea. Significativamente pi\u00f9 basso di quello di Germania e Francia (rispettivamente del 23,6 e 9,2). Naturalmente, come per tutte le statistiche, anche questa si basa sulla &#8220;media di Trilussa&#8221;. Il che ci aiuta comunque a capire perch\u00e9 le diseguaglianze dilagano, e 7 milioni di persone sono in condizione di povert\u00e0 relativa, mentre 4 milioni e mezzo sono in condizione di povert\u00e0 assoluta. Cio\u00e8 senza casa, senza tetto, senza tutto.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Non minore rilevo ha infine il problema delle pensioni. Che non a caso domina, a proposito ed a sproposito, sui media e nel dibattito pubblico. Con allarmi e disinformazioni che tolgono il sonno a milioni di lavoratori, a quanti sperano di diventarlo, ed alle relative famiglie. Sul tema prevale una voluta confusione. Si cammina infatti in una nebbia fitta nella quale si sentono in lontananza interventi allarmistici che, non di rado, sfociano in forme di terrorismo verbale. C&#8217;\u00e8 quindi la urgente necessit\u00e0 di mettere una questione cos\u00ec delicata con i piedi per terra e cercare, per quanto faticoso, di farla ed uscire dal pantano. Muovendo da questo intento la prima cosa da fare consiste nell&#8217;impedire alla politica dal continuare a pasticciare in materia previdenziale. I disastri che ha combinato nel corso degli anni sono pi\u00f9 che sufficienti per reclamare una decisione in tal senso. Per non farla lunga baster\u00e0 ricordare: la concessione, quando la &#8220;bonomiana&#8221; era la pi\u00f9 potente lobby parlamentare, della pensione ai coltivatori diretti, senza pagamento di contributi. Oppure il privilegio riconosciuto (nel 1973 dal governo Rumor) ai dipendenti pubblici inquadrati nell&#8217;Inpdap (Ente di previdenza per i dipendenti della P.A.) delle baby pensioni. Trattamento usufruibile da tutti i lavoratori statali che avessero maturato un periodo di lavoro di almeno 15 anni sei mesi e un giorno. Ancora meno per le donne con figli. L&#8217;esito, come forse non era difficile prevedere (malgrado all&#8217;epoca la finanza pubblica fosse certamente in condizione migliore di quanto non sia ora), \u00e8 stato che, nel giro di non molti anni, i conti dell&#8217;Inpdap sono finiti in dissesto. A quel punto la &#8220;soluzione&#8221; escogitata fu quella di trasferire e far assorbire dall&#8217;Inps l&#8217;Ente previdenziale dei dipendenti pubblici. Scaricando cos\u00ec sul bilancio dell&#8217;Inps, assieme all&#8217;obbligo di onorare il pagamento delle baby pensioni, anche i debiti accumulati. Il precedente aveva fatto scuola. Infatti, si \u00e8 fatto ricorso all\u2019Inps per fare fronte al sostanziale fallimento dell&#8217;Ente previdenziale dei dirigenti d&#8217;azienda. Poi per quello dei trasporti. Infine per quello delle telecomunicazioni. Anche tante altre questioni, nel corso degli anni, sono state affrontate con la stessa disinvoltura. Al punto che si \u00e8 ormai determinato un inestricabile intreccio tra assistenza e previdenza. Tant&#8217;\u00e8 vero che le pensioni vengono normalmente considerate dai commentatori come un unico capitolo della spesa pubblica. Assumendolo come parametro della loro la sostenibilit\u00e0. In sostanza, la specificit\u00e0 della previdenza nel dibattito pubblico \u00e8 sostanzialmente scomparsa. Ha contribuito ad alimentare questa confusione il fatto che a seguito delle cervellotiche scelte compiute dalla politica, l&#8217;Inps si \u00e8 progressivamente trasformata in &#8220;un&#8217;Idra&#8221;, in una &#8220;conglomerata&#8221;, in un &#8220;combinat&#8221;, nel quale \u00e8 stato scaricato &#8220;anche se non tutto&#8221;, &#8220;un po&#8217; di tutto&#8221;. Comprese un buon numero di incombenze, che con la corresponsione delle pensioni non c&#8217;entrano assolutamente nulla. Per rimediare a questo pasticcio la strada maestra non pu\u00f2 che essere quella di dividere l&#8217;Inps. Istituendo due Enti distinti. Uno con il compito di occuparsi di Welfare pubblico e l&#8217;altro incaricato esclusivamente di gestire la previdenza. Senza questa misura tanto drastica, quanto razionale, \u00e8 praticamente impossibile togliere il tema delle pensioni dal magma nel quale, ogni giorno che passa, rischia di affondare. Oltre tutto realizzando due organismi separati e distinti: uno per assicurare una efficace assistenza e protezione sociale, l&#8217;altro per gestire esclusivamente pensioni e garantire il loro equilibrio economico-finanziario, ci metteremmo in linea con il resto dell&#8217;Europa. Soprattutto si incomincerebbe a dare ai cittadini di questo paese, sempre pi\u00f9 inquieti e preoccupati, la concreta prospettiva che venga ricostruita la speranza che torni ad essere possibile il passaggio dalla vita attiva ad una vecchiaia ragionevolmente serena. Guardando i termini attuali della situazione si \u00e8 indotti a ritenere che &#8220;non c&#8217;\u00e8 tempo da perdere&#8221;. Anche perch\u00e9 diversamente, si deve mettere in conto che, se dovesse continuare l&#8217;attuale andazzo, &#8220;sar\u00e0 il tempo a perdere noi&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quelli richiamate non sono ovviamente tutte le situazioni negative che gravano sull&#8217;incerta condizione attuale del lavoro, che richiedono di essere riformate. Tra l&#8217;altro vi si dovrebbe aggiungere la necessit\u00e0 di una ripartizione del lavoro. Passaggio obbligato, se l&#8217;obiettivo del pieno impiego deve essere preso sul serio. Oppure l&#8217;esigenza di intervenire sul cuneo fiscale che oggi pesa in maniera squilibrata sul lavoro dipendente rispetto agli altri redditi. O ancora sulla urgenza di migliorare le competenze, e quindi la produttivit\u00e0, con investimenti, non puramente simbolici, sul &#8220;capitale umano&#8221; e quindi sulla formazione continua. Dove siamo in grave ritardo rispetto al resto dell&#8217;Europa. Tuttavia ci\u00f2 che serve non \u00e8 un elenco dettagliato, analitico, delle questioni che pesano negativamente sulla condizione del lavoro e reclamano una soluzione.\u00a0 Serve in particolare la capacit\u00e0 di selezionare e decidere le priorit\u00e0. Per riuscirci dobbiamo fare i conti con i &#8220;limiti soggettivi&#8221;, che attualmente affliggono il ruolo sindacale. A cominciare dallo sbrindellamento della contrattazione e della rappresentanza del lavoro. Alcuni indicatori non possono che suscitare allarme e preoccupazione. Basti pensare che i contratti nazionali, o pseudo tali, hanno ormai superato l&#8217;incredibile cifra di 800.\u00a0 Mentre le strutture organizzative vere, fasulle, false, contraffatte, che danno vita ad un sottobosco nel quale si trova di tutto: formazioni composte da quattro amici del bar, oppure da &#8220;parentes et clientes&#8221;. In non pochi casi, esclusivamente finalizzate a beneficiare questo o quel personaggetto. Quindi il dato che colpisce \u00e8 che siamo ormai in presenza di una frammentazione, di una proliferazione del tutto inimmaginabile fino a pochi decenni fa. Un paio di esempi possono valere di pi\u00f9 di mille parole. Il primo. Come si ricorder\u00e0, non \u00e8 passato molto tempo dalla protesta dei tassisti. Che per le modalit\u00e0 con cui si \u00e8 svolta, pi\u00f9 che uno sciopero, assomigliava piuttosto ad una incontrollata ribellione. Ebbene, con l&#8217;intento di riportare la situazione alla &#8220;normalit\u00e0&#8221;, il Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture ha convocato una riunione, alla quale hanno liberamente partecipato tutte le organizzazioni conosciute e sconosciute. Risultato: intorno al tavolo del confronto, in rappresentanza dei 50.000 tassisti di tutta Italia, si sono ritrovate ben 21 diverse sigle. Se passiamo dal lavoro autonomo, concessionario per\u00f2 di un servizio pubblico, a quello pi\u00f9 classicamente dipendente, colpisce il caso dell&#8217;Atac (l&#8217;azienda di trasporto pubblico) di Roma. Dove in rappresentanza dei 12 mila dipendenti ci sono ben 15 organizzazioni sindacali. Anche senza voler stabilire un arbitrario rapporto di causa ed effetto, si \u00e8 indotti a pensare che sullo sfascio dell&#8217;azienda, che \u00e8 ormai sotto gli occhi di tutti, a crescere sono soltanto le rendite di posizione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Questa situazione non \u00e8 stata e non \u00e8 priva di conseguenze. Perci\u00f2, se come sarebbe utile, Cgil, Cisl ed Uil intendono invertire la pericolosa frammentazione in atto, debbono fare scelte chiare ed assumere comportamenti coerenti. Ad iniziare da s\u00e9 stesse. Per dirla in termini chiari la propensione alla dispersione ed alla frammentazione si combatte, innanzi tutto, con l&#8217;esempio di un impegno unitario. Condotta che in alcune circostanze si \u00e8 anche fortunatamente realizzata. Ma che non pu\u00f2 essere certo interpretata come un vincolo, bens\u00ec come un discrimine di valore strategico al quale sia legata la gestione delle scelte sindacali. Infatti, sul bisogno di unit\u00e0, nella pratica quotidiana dominano piuttosto le esigenze di identit\u00e0. E, nella sostanza, un atteggiamento inevitabilmente orientato alla concorrenza ed alla competizione. La giustificazione degli &#8220;addetti ai lavori&#8221; per questo stato di cose \u00e8 nota e, secondo alcuni, anche ragionevole. In sostanza viene invocato il motivo che le differenze di orientamento, di cultura, di tradizioni, nei fatti, producono inevitabilmente anche strategie politiche diverse. A ben vedere si tratta per\u00f2 di una spiegazione che non spiega nulla. Intanto per la buona ragione che le differenze sulle politiche ci sono sempre state e ci saranno sempre. Non solo tra diverse organizzazioni, ma anche all&#8217;interno di ciascuna organizzazione. E quando non si manifestano \u00e8 un cattivo segno. Perch\u00e9 vuol dire che la dialettica interna \u00e8 anestetizzata dal conformismo e dall&#8217;opportunismo. In ogni caso, si possono anche capire tutti i dubbi e le perplessit\u00e0, ma viene un momento e questo momento per il sindacalismo confederale \u00e8 sicuramente venuto, che dubbi e perplessit\u00e0 rischiano di non essere altro che un alibi per sfuggire alle proprie responsabilit\u00e0. Il lavoro da sviluppare \u00e8, dunque, quello di cogliere l&#8217;unit\u00e0 nella diversit\u00e0 e di trasformare il superamento delle diversit\u00e0 in una ragione di irrobustimento dell&#8217;unit\u00e0. Condizione indispensabile per realizzare, come richiesto dalle sfide da affrontare, un impegno solidale, condiviso, efficace. Va detto che in proposito non \u00e8 possibile alcuna indulgenza, nessuna condiscendenza. Perch\u00e9, mentre per la soluzione dei problemi che riguardano la condizione del lavoro si devono fare i conti con l&#8217;opposizione, la resistenza delle controparti e degli avversari, in questo campo tutto dipende esclusivamente dalla volont\u00e0 e dalla coerenza soggettiva del movimento sindacale confederale.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Sappiamo che le cose sono cambiate e non saranno mai pi\u00f9 le stesse di un tempo. Perch\u00e9 la storia accelera e scopriamo non solo di essere in affanno e spesso in ritardo. Tuttavia, non possiamo essere condiscendenti con noi stessi. Perch\u00e9 quanti, come chi scrive, sono convinti che il sindacato abbia ancora una funzione essenziale da esercitare, per realizzare pi\u00f9 equit\u00e0 sociale, migliori condizioni di lavoro e di vita, garantire un importante pilastro della democrazia, devono fare quanto dipende da loro per cercare, con un impegno collettivo, di risalire la china. Non possono quindi esimersi dal compiere i passi necessari, a cominciare dalle indispensabili pre-condizioni, per ridare al mondo del lavoro un progetto ed una speranza credibili. Inutile sottolineare che la strada \u00e8 tutta in salita e che il cammino \u00e8 alquanto impervio. Perch\u00e9 le difficolt\u00e0 da affrontare sono serie ed impegnative. Ma al \u00a0 tempo stesso si deve essere consapevoli che c&#8217;\u00e8 una sola difficolt\u00e0 davvero insuperabile: \u00e8 la rassegnazione. Per scongiurare questo pericolo, faccio mia l&#8217;affermazione dell&#8217;ex presidente del Consiglio europeo, gi\u00e0 primo ministro belga, Herman Van Rompuy, che in un recente intervento a Roma, ha detto: &#8220;Io resto un uomo della speranza&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Fiducioso quindi che verranno compiute le scelte necessarie, assieme alla conferma della permanente vicinanza e solidariet\u00e0 di vecchio militante, invio fraterni saluti.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Pierre Carniti<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Roma, 9 ottobre, 2017<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lettera aperta a CGIL, CISL e UIL \u00a0 Cari amici e compagni, la recente sortita di Di Maio, con la inconcepibile minaccia rivolta soprattutto al sindacalismo confederale, minaccia che comprende il proposito di riformarlo autoritariamente se mai lui dovesse arrivare a Palazzo Chigi, \u00e8 sicuramente indicativa dei limiti del dirigente &#8220;pentastellato&#8221;. 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