{"id":2539,"date":"2017-12-05T14:26:26","date_gmt":"2017-12-05T13:26:26","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/no-title-principe\/"},"modified":"2017-12-05T14:26:26","modified_gmt":"2017-12-05T13:26:26","slug":"no-title-principe","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/no-title-principe\/","title":{"rendered":"E chi l\u2019ha detto che dividersi non e\u2019 utile?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 difficile spiegare le divisioni interne a sinistra e sindacato su lavoro e welfare, se non si ha chiaro quali sono le posizioni della sinistra su lavoro e welfare. Ma sono poi chiare?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Conviene cercare la risposta partendo dal senso comune. Quello, per dire, di un ragazzo di diciotto anni, prossimo al suo primo voto. A cui ho posto realmente la domanda: la risposta mi sembra possa essere una buona base di partenza: \u201cPer la sinistra il lavoro deve assicurare un\u2019esistenza libera e dignitosa\u201d (ha studiato la Costituzione e mi ha citato l\u2019articolo 46) \u201cquindi non solo deve essere ben remunerato ma dovrebbe anche garantire una certa stabilit\u00e0 per guardare con tranquillit\u00e0 al futuro. E le esigenze di competitivit\u00e0, che sono sacrosante per il buon andamento dell\u2019economia, devono perci\u00f2 essere temperate per rispettare queste esigenze non meno importanti\u201d (ha studiato anche l\u2019articolo 41). Controprova: quale posizione ha la destra? \u201cMette al primo posto l\u2019impresa e ci\u00f2 che le \u00e8 necessario per competere, ma deve tener conto, a parte ogni considerazione di tipo morale, del fatto che un lavoratore mortificato non d\u00e0 lo stesso apporto di uno pienamente valorizzato\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non so quanti a sinistra si riconoscerebbero in questa descrizione. Certamente, un politologo o un giurista del lavoro potrebbero darne di pi\u00f9 articolate, ma \u00e8 difficile negare che questa colga l&#8217;essenziale e corrisponda al senso comune. Del resto, se la differenza tra destra e sinistra sul lavoro avesse altre basi ci si dovrebbe chiedere come mai l&#8217;opinione pubblica non sia in grado di coglierle.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prendo dunque per buona la descrizione semplificata proposta all\u2019inizio e arrivo direttamente alla conclusione. <strong>Se il compito della sinistra si risolve nel raggiungere il compromesso meno sfavorevole, per i lavoratori, con le leggi del mercato, e se i suoi litigi interni vertono su questo, la sinistra si comporta proprio come i proverbiali polli di Renzo. Una concorrenza su come limitare i danni di un predominio (del mercato, dei profitti e delle rendite) che non riesce a scalfire.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli esempi sono davanti ai nostri occhi e si potrebbero elencare per pagine e pagine. Fermiamoci ai pi\u00f9 noti, partendo dalla vexata quaestio dell&#8217;articolo 18. Se una parte si convince di dover concedere alle imprese la libert\u00e0 di licenziare ad nutum, l&#8217;altra non nega che si debba allentare il vincolo ma sostiene che l\u2019avrebbe piuttosto trasformato in un \u201carticolo 17 e 1\/2\u201d (le modifiche gi\u00e0 introdotte dalla Fornero evidentemente erano un 17 e 3\/4). O quella, non meno vexata, dei voucher: a chi ha varato norme che li hanno ampiamente liberalizzati e, una volta aboliti per la minaccia di un referendum, li ha ripristinati per una casistica appena pi\u00f9 limitata, l&#8217;altra non contesta l&#8217;istituto (introdotto dalla destra nel suo periodo pi\u00f9 \u201caggressivo\u201d) ma la sua estensione eccessiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo schema non cambia nel campo del welfare. Se una parte apre la porta a un pilastro di tipo mutualistico nel servizio sanitario pubblico, l&#8217;altra non contesta la violazione del principio universalistico, ma che sia stato incentivato con fondi pubblici. Se una parte opta per mettere sullo stesso piano agenzie pubbliche e private di intermediazione di manodopera l&#8217;altra non contesta la scelta in s\u00e9 ma il fatto che nella sua attuazione concreta si lasci campo libero al caporalato. O, viceversa, se una parte insiste perch\u00e9 si conceda l\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione anche ad alcune tipologie di lavoratori oggi scoperte perch\u00e9 non tenute al versamento del relativo contributo, non contesta per\u00f2 il perpetuarsi dell&#8217;esclusione dei giovani che cercano lavoro per la prima volta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su queste differenze si fanno manifestazioni dei sindacati (che il grande pubblico ascrive nel loro insieme alla sinistra, giusto o sbagliato che sia) contro governi che si dichiarano di (centro)-sinistra (giusto o sbagliato che sia). Si divide il fronte sindacale tra chi sigla accordi e chi li contesta. Si divide il fronte politico di sinistra tra chi concede e chi avrebbe concesso qualcosa in meno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sia chiaro. Non sto affermando che siano divisioni fittizie. Non \u00e8 un gioco delle parti, i dissidi sono reali, tanto da dar luogo a schieramenti sia nelle urne che nelle istituzioni che nelle piazze. Sostengo due tesi diverse. A un livello pi\u00f9 immediato, sostengo che a questi dissidi l\u2019elettorato assiste con poca passione e poca partecipazione non cogliendo differenze rilevanti (se non negli sporadici casi in cui la differenza tra l\u2019una e l\u2019altra posizione viene a riguardare il proprio caso specifico). Ma, a un livello che considero pi\u00f9 denso di sostanza politica, sostengo che (vedi il riferimento ai polli di Renzo) n\u00e9 l\u2019una n\u00e9 l\u2019altra delle posizioni in conflitto ha l\u2019ambizione di ergere un argine o addirittura di invertire la tendenza in atto all\u2019impoverimento e alla svalorizzazione del lavoro. Quando \u00e8 proprio questa la causa principale del fenomeno pi\u00f9 generale di crescita delle disuguaglianze, in quanto sospinge masse crescenti di lavoratori salariati o comunque \u201ceconomicamente dipendenti\u201d (sia pure in posizioni formalmente autonome) nell\u2019area della privazione di diritti fondamentali e di negazione di condizioni di vita degne ed adeguate al livello di sviluppo produttivo della societ\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 una affermazione drastica, ne sono consapevole; ma si tenga presente che sta prendendo piede in settori sempre pi\u00f9 larghi della sinistra nel mondo fino a diventarne, via via, la cifra distintiva, in sintonia con la missione che ha posto al centro del suo apostolato papa Francesco. Per chi ama relegare ogni critica radicale nell\u2019angolino della marginalit\u00e0 politica, vorrei suggerire una riflessione un po\u2019 pi\u00f9 attenta e meno provinciale, prendendo atto che si tratta di qualcosa che appare largamente radicato, oltre che radicale, e in espansione, diversamente dalle versioni che abbiamo conosciuto, di una sinistra che definirei comunque idealistica pi\u00f9 che ideologica, obiettivamente incapace di proporsi in modo credibile al di fuori di ambiti numericamente minoritari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non solo questa nuova sinistra \u00e8 in crescita. Ma parallelamente assistiamo a una progressiva perdita di consenso dello schieramento socialdemocratico. Con questa definizione riunisco in una stessa espressione un insieme di realt\u00e0 di sinistra che si sono affermate nella seconda met\u00e0 dello scorso secolo in forme molteplici, etichettabili in svariati altri modi ma accomunate dal ruolo protagonista che hanno svolto nel compromesso tra stato e mercato. E dall\u2019aver messo al centro la costruzione di un sistema di welfare generoso e in buona parte universalistico. Quello che per decenni ha consentito l&#8217;estensione di un livello di benessere (e di diritti) a larghe masse di popolazione che ne erano escluse (prevalentemente nell&#8217;occidente sviluppato).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quel compromesso \u00e8 saltato. Sin dagli anni Ottanta \u00e8 stato messo in discussione da una destra aggressiva nei paesi anglosassoni. Ma \u00e8 dopo la caduta del Muro che i fautori del primato del mercato e dello stato minimo (ossia del liberismo) hanno colto l&#8217;occasione \u2013 di un passaggio storico interpretato come \u201cfine della storia\u201d, del conflitto tra destra e sinistra \u2013 per dichiararlo estinto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulle strategie da adottare per rispondere a questa offensiva, la sinistra nel mondo si \u00e8 divisa tra chi ritiene quel compromesso ancora praticabile e chi sostiene di dover cambiare paradigma. Le considerazioni svolte fin qui portano per\u00f2 a concludere che i conflitti interni alla sinistra italiana non rispondono a questa divisione di fondo, che ha al centro proprio le questioni del lavoro e del welfare. E arriverei a dire che se non fosse cos\u00ec, se non restassero nei confini di un compromesso non pi\u00f9 in equilibrio e andassero alla radice delle contraddizioni che hanno reso vani principi e obiettivi attorno a cui si era raccolta non solo la sinistra ma l\u2019arco di forze politiche che si sono riconosciute dopo la Resistenza nel lavoro dei padri costituenti, non sarebbero neanche da demonizzare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non vorrei lasciare che il discorso a questo riguardo si fermasse alle enunciazioni generali. Perch\u00e9 a sinistra ci si dovrebbe fermare un attimo a riflettere sulle ragioni che hanno portato a considerare le parti pi\u00f9 solenni della nostra Costituzione (o della Carta dei Diritti dell\u2019Unione Europea) come belle parole per disegnare un ideale che con la politica concreta ha ben poco da spartire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qualche esempio dunque, anche qui. Un <strong>lavoro<\/strong> stabile per un\u2019esistenza dignitosa non \u00e8 pi\u00f9 un valore, viene irriso come ingenua utopia o condannato come ostacolo al progresso. L\u2019attenzione si concentra sulla tutela reale dai licenziamenti, cartina di tornasole degli schieramenti, ma \u00e8 tutto l\u2019impianto del diritto del lavoro che \u00e8 stato stravolto: l\u2019impresa <strong>deve<\/strong> essere liberata da questi vincoli perch\u00e9 l solo modo per essere competitivi nel mondo globalizzato \u00e8 abbassare le condizioni del lavoro, anche al di sotto dei limiti della sussistenza e del rispetto della dignit\u00e0 della persona. Il paradosso \u00e8 che si attribuisce quel poco di ripresa economica dell&#8217;ultimo periodo ai provvedimenti diretti alla compressione di retribuzioni e diritti del lavoro, quando i settori che alimentano quella ripresa sono proprio quelli che hanno scelto la via opposta puntando sulla valorizzazione del lavoro senza fare ricorso n\u00e9 alla droga degli incentivi n\u00e9 alla tentazione dell&#8217;umiliazione della forza lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pensiamo alle <strong>pensioni<\/strong>, di cui si discute molto e ci si divide su qualche migliaio di posizioni da salvare da un allungamento di tre mesi dell&#8217;et\u00e0 pensionabile. Tema importante perch\u00e9 si tratta di persone che vedono cambiare la loro prospettiva di vita per i prossimi anni. Ma nessuno si azzarda a mettere in discussione un sistema odioso e iniquo come quello che \u00e8 stato introdotto con l&#8217;istituzione della \u201cGestione separata\u201d dell&#8217;INPS. Una riserva indiana in cui vengono confinati i gran numero (centinaia di migliaia) lavoratori che versano contributi a cui non corrisponder\u00e0 nemmeno in un futuro lontano una prestazione pensionistica. Perch\u00e9 il loro sacrificio \u00e8 necessario per l&#8217;equilibrio di un sistema pensionistico: come se iniquit\u00e0 e discriminazione non fossero termini in opposizione all&#8217;equilibrio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, restando in tema di equilibrio, pensiamo alla <strong>disoccupazione<\/strong>. Con uno slittamento progressivo di cui si \u00e8 persa la consapevolezza, a sinistra \u00e8 stato archiviato, senza neppure un degno funerale, l&#8217;obiettivo della piena occupazione. Ora si parla con naturalezza di NAIRU, cio\u00e8 di un tasso di disoccupazione che non sia cos\u00ec basso da rischiare di innescare un processo inflattivo. La BCE si preoccupa di arrestare la deflazione in corso e favorire una (moderata) ripresa di inflazione ma neanche questo paradosso \u00e8 bastato a accantonare una teoria che ha trasformato una notazione statistica in un obiettivo sociale che assume come ideale una condizione reale degradante, come quella di chi non pu\u00f2 lavorare pur aspirando a farlo (non si dimentichi che il disoccupato \u00e8 definibile come tale solo se cerca attivamente un lavoro, altrimenti \u00e8 \u201csoltanto\u201d un inattivo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure tutto il sistema di welfare per indennizzare la condizione di disoccupazione (ne ho accennato sopra) si basa sul presupposto che sia una colpa. Non di un sistema economico che non sa che farsene di una persona che aspirerebbe a portare il suo contributo alla ricchezza generale, ma di quella persona. Se non trova un lavoro, \u00e8 quella persona il problema. \u00c8 un \u201cmismatch\u201d, che si risolve intervenendo per modificare l&#8217;offerta di lavoro, per adeguarla alla domanda: perch\u00e9 questa (cio\u00e8 l\u2019impresa) \u00e8 intoccabile: guai! Lo stato investe risorse ingenti per riqualificare il lavoro (sacrosanto, figuriamoci), nonch\u00e9 per controllare e in caso sanzionare eventuali casi di scarsa intraprendenza di chi \u00e8 alla ricerca. Ma di condizionare la domanda, indirizzare il mercato, sanzionare comportamenti opportunistici, non si deve parlare: c&#8217;\u00e8 una teoria economica \u2013 priva di qualsiasi base scientifica ma adottata come un dogma \u2013 che spiega che in questo modo si danneggia l&#8217;economia. Che \u201cci si allontana dall&#8217;equilibrio ottimale\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ben vengano dunque le divisioni. Se aiutano a trovare la strada e ad essere finalmente compresi da coloro nel cui interesse \u2013 a quanto si sostiene \u2013 ci si divide.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se ci si misura su proposte come quella di abbattere del tutto la giungla delle norme che hanno vanificato le tutele minime, retributive e organizzative, che permettono di salvaguardare la dignit\u00e0 del lavoro. Di realizzare un sistema pensionistico davvero universalistico che non discrimini in basso, in peggio, e in alto, in meglio, partendo dall\u2019abolire una Gestione che fin nel nome dichiara la separazione. Di assicurare un reddito di base a tutti coloro che non lo raggiungono in una societ\u00e0 in cui una quota di disoccupazione \u00e8 ufficialmente dichiarata come strutturale e ineliminabile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Insomma, se ci si sottrae al monopolio concettuale del \u201cnon c\u2019\u00e8 alcuna alternativa\u201d. \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0(*)\u00a0Economista del lavoro<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 difficile spiegare le divisioni interne a sinistra e sindacato su lavoro e welfare, se non si ha chiaro quali sono le posizioni della sinistra su lavoro e welfare. Ma sono poi chiare? Conviene cercare la risposta partendo dal senso comune. Quello, per dire, di un ragazzo di diciotto anni, prossimo al suo primo voto. 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