{"id":2857,"date":"2018-06-12T08:34:07","date_gmt":"2018-06-12T06:34:07","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/l-italia-sotto-il-monitoraggio-degli-investitori\/"},"modified":"2018-06-12T08:34:07","modified_gmt":"2018-06-12T06:34:07","slug":"l-italia-sotto-il-monitoraggio-degli-investitori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/l-italia-sotto-il-monitoraggio-degli-investitori\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia sotto il monitoraggio degli investitori*"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">I negoziati per la formazione del nuovo governo successivi alle elezioni del 4 marzo hanno provocato un\u2019impennata della volatilit\u00e0 degli\u00a0<em>asset<\/em>\u00a0italiani e in misura pi\u00f9 contenuta anche del Vecchio continente. Dopo la formazione del governo Conte i toni del dibattito politico italiano si sono smorzati e anche i mercati si sono mossi verso una posizione pi\u00f9 riflessiva e attendista. Nonostante ci\u00f2, i motivi sostanziali alla radice delle tensioni sui mercati finanziari,\u00a0<em>in primis<\/em>\u00a0quelli relativi al debito italiano, sono presenti tanto quanto prima, e con ogni probabilit\u00e0 pi\u00f9 di prima.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ci sarebbe quindi da sorprendersi se nei prossimi mesi si ripresentassero turbolenze analoghe. I mercati hanno di fatto registrato che questo governo \u00e8 sostenuto da due partiti che potrebbero considerare l\u2019ipotesi di un ritorno alla lira. La rivalutazione del rischio associato ad un aumento della probabilit\u00e0 di uscita dalla moneta unica comporter\u00e0 uno\u00a0<em>spread<\/em>\u00a0(il differenziale tra i rendimenti dei titoli governativi decennali tedeschi e quelli italiani) stabilmente pi\u00f9 elevato per molti mesi a venire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019ampliamento dello\u00a0<em>spread<\/em>\u00a0ha assunto dimensioni preoccupanti dal momento in cui, nei negoziati che hanno portato alla nascita del governo Conte, \u00e8 stata solamente ventilata l\u2019ipotesi di un ritorno alla lira. Gli spread sui decennali sono aumentati anche di 190 punti base dall\u2019inizio del mese di maggio, toccando picchi non osservati dal 2013, e con quelli a due anni con incrementi anche maggiori, a segnalare come i rischi di breve-medio periodo fossero visti come pi\u00f9 elevati che nel lungo termine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per il futuro esistono principalmente due ordini di fattori che potrebbero spingere gli investitori ad allontanarsi di nuovo dai mercati obbligazionari e azionari italiani: un ritorno a ipotesi di uscita dall\u2019euro e un nuovo deterioramento delle finanze pubbliche italiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quel che riguarda l\u2019ipotesi di ritorno alla lira, la reazione dei mercati sarebbe acuta a causa dei seguenti motivi:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1)\u00a0\u00a0\u00a0La svalutazione della lira rispetto all\u2019euro sarebbe molto elevata, con tutta probabilit\u00e0 in un\u00a0<em>range<\/em>\u00a0tra il 35% e il 45% nel giro di pochi trimestri verso i maggiori paesi partner. Nel settembre 1992, a seguito della crisi conseguente al referendum danese avverso al Trattato di Maastricht, la lira usc\u00ec dallo SME perdendo circa il 28% nei confronti del marco nel giro di sei mesi. Lasciata libera di fluttuare, la lira si svalut\u00f2 sul marco fino a un picco di oltre il 60% nella media dell\u2019ottobre 1995 (rispetto ad agosto 1992;\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">medie mensili, fonte Banca d\u2019Italia), con una svalutazione di oltre il 40% tra 1992 e 1995 sulla media annua.\u00a0<\/p>\n<p>E\u2019 ragionevole ipotizzare che l\u2019eventuale svalutazione della lira nei confronti dell\u2019euro si collocherebbe all\u2019interno dello stesso\u00a0<em>range<\/em>: l\u2019euro senza l\u2019Italia finirebbe per assomigliare molto al valore del marco, in quanto perderebbe il suo pi\u00f9 importante anello debole (e l\u2019uscita dell\u2019Italia porterebbe immediatamente anche all\u2019uscita della Grecia e forse del Portogallo, rafforzando ulteriormente il nuovo euro).\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche il confronto tra la crescita della produttivit\u00e0 tedesca e italiana dal 1999, anno dell\u2019introduzione dell\u2019euro, spinge a ipotizzare il\u00a0<em>range<\/em>\u00a0di cui sopra. Tra il 1999 ed il 2017 il differenziale di crescita della produttivit\u00e0 manifatturiera \u2013 misurato dal CLUP (costo del lavoro per unit\u00e0 di prodotto) o dal valore aggiunto per occupato \u2013 si posiziona intorno a valori del 40%. E\u2019 probabile che le aspettative degli investitori siano ancorate intorno a una svalutazione superiore al 40% entro due-tre anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2) Ove si tornasse a ipotizzare un ritorno alla lira (o, peggio, si effettuasse davvero l\u2019operazione in un week-end, prendendo alla sprovvista i mercati), gli investitori terrebbero anche conto del fatto che la perdita di valore del nuovo conio comporterebbe l\u2019avvio di un periodo non breve di forte recessione e di elevata inflazione. Nel 2017, l\u2019Italia ha importato beni e servizi per un valore di oltre 480 miliardi di euro (oltre il 28% del PIL), e una svalutazione del 35-40% (o pi\u00f9) della lira porterebbe rapidamente a una inflazione a due cifre (che intaccherebbe rapidamente il vantaggio competitivo di una moneta debole).\u00a0<\/p>\n<p>La Banca Centrale, dopo aver bloccato nell\u2019immediato la fuoriuscita di capitali, sarebbe costretta ad aumentare significativamente i tassi di interesse, con impatto recessivo sul sistema delle imprese e dell\u2019occupazione, solo parzialmente compensabile da una manovra di aumento della liquidit\u00e0.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A ci\u00f2 si aggiungerebbe l\u2019impatto negativo dell\u2019inflazione su consumi e investimenti causato dalla perdita di potere d\u2019acquisto di salari, stipendi e profitti, gi\u00e0 ridotto significativamente dalla svalutazione stessa. Una simulazione effettuata con il modello Oxford Economics nel 2014 indicava in circa il 15% la perdita di PIL (a prezzi costanti) del nostro paese nel giro di tre anni in caso di fuoriuscita dall\u2019euro per i quattro paesi mediterranei (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3) Dato l\u2019elevato ammontare di titoli detenuto da non-residenti (oltre il 30% del totale, senza considerare quanto in possesso della BCE) e la necessit\u00e0 di finanziarsi sul mercato per oltre 400 miliardi di euro l\u2019anno, una rinegoziazione del debito apparirebbe come l\u2019unica soluzione possibile, a meno di inondare i mercati di liquidit\u00e0 facendo stampare moneta dalla Banca d\u2019Italia, nel frattempo\u00a0tornata sotto le direttive del Tesoro. In questo secondo caso, l\u2019inflazione finirebbe con l\u2019essere alimentata anche dall\u2019interno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Queste sono le preoccupazioni dei mercati, e nei prossimi mesi gli investitori monitoreranno se il governo giallo-verde adotter\u00e0 un approccio pi\u00f9 esplicitamente conflittuale nei confronti dell&#8217;Eurozona. Il nuovo governo sembra in effetti aver abbandonato l\u2019ipotesi di uscire dall\u2019euro, tuttavia le discussioni recenti non saranno dimenticate rapidamente dagli investitori a meno di comportamenti rassicuranti in sede europea e sui conti pubblici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019ulteriore deterioramento delle finanze pubbliche italiane \u00e8 infatti l\u2019altro fattore che potrebbe determinare l\u2019allontanamento degli investitori dai nostri mercati finanziari e con esso una risalita dello\u00a0<em>spread<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nelle prossime settimane, e soprattutto con la discussione sulle misure da adottare nella Legge di Bilancio 2019, gli investitori saranno molto attenti a quanto verr\u00e0 proposto dal nuovo governo e alla sua propensione a mantenere sotto controllo i parametri di finanza pubblica.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le principali misure indicate nel \u201ccontratto\u201d Lega-M5S (flat tax, reddito di cittadinanza, revisione Legge Fornero, etc.) comporterebbero per il 2019 un aumento di spese o riduzioni di tasse stimato da varie fonti in oltre 100 miliardi di euro, corrispondenti a circa il 6% del PIL italiano nel 2017, e avrebbero ricadute positive sulla crescita del PIL stesso. Secondo le nostre simulazioni (Oxford Economics) tenendo conto dell\u2019impatto positivo sulla finanza pubblica della crescita economica addizionale ottenuta con una politica fortemente espansiva come quella indicata nel \u201ccontratto\u201d, il rapporto deficit\/PIL non aumenterebbe del 6% ma del 4,2% del PIL.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altri termini, mentre la previsione del rapporto deficit\/PIL per il 2019 con politica economica in linea con quella del governo Gentiloni sarebbe dell\u20191,3%, con le misure indicate nel \u201ccontratto\u201d si salirebbe al 5,5%, passando poi al 4,6% nel 2020 (nonostante un aumento dell\u2019attivit\u00e0 economica rispettivamente del 2% e dell\u20191%, aggiuntiva rispetto a quella che si sarebbe ottenuta con il governo Gentiloni). In assenza di misure correttive o di coperture certe, gli investitori valuterebbero in modo molto negativo la scarsa attenzione all\u2019equilibrio di finanza pubblica in un paese gi\u00e0 oberato da un debito oltre il 130% del PIL.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa valutazione negativa sarebbe aggravata dall\u2019analisi dell\u2019andamento congiunto del bilancio primario (ossia deficit pubblico al netto della spesa per interessi) rispetto al PIL e del corrispondente impatto sul rapporto debito\/PIL. Nel 2017 il bilancio primario \u00e8 stato dell\u2019ordine del +2% del PIL (surplus). Come si pu\u00f2 rilevare nella tabella, ove il bilancio primario fosse invece portato stabilmente al -4% del PIL (deficit) perfino una crescita del PIL nominale del 5%\u00a0comporterebbe un ulteriore peggioramento del rapporto debito\/PIL del 10%, con un debito\/PIL che passerebbe dall\u2019attuale 130% al 140% nel 2025. Per ottenere una riduzione del 25% del rapporto debito\/PIL in sette anni con un surplus primario costante e simile a quello attuale occorrerebbe una crescita del PIL nominale di almeno il 4% annuo (area verde nella tabella).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\" size-full wp-image-2856\" src=\"http:\/\/5.249.146.118\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/images_Schermata-2018-06-12-alle-08.29.52.png\" border=\"0\" alt=\"\" width=\"648\" height=\"338\" srcset=\"https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/images_Schermata-2018-06-12-alle-08.29.52.png 648w, https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2018\/06\/images_Schermata-2018-06-12-alle-08.29.52-300x156.png 300w\" sizes=\"(max-width: 648px) 100vw, 648px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel suo discorso di addio, il vicepresidente uscente della BCE, Victor Constancio ha inoltre ricordato che, per poter beneficiare del reinvestimento dei titoli acquistati durante il QE dalla BCE, l&#8217;Italia dovrebbe mantenere almeno un\u00a0<em>rating<\/em>\u00a0di credito \u201c<em>investment grade<\/em>\u201d. Questo merito creditizio potrebbe venire minacciato se si vedesse che l\u2019Italia sta allentando gli standard fiscali; e Moody\u2019s ha gi\u00e0 messo il nostro paese sotto osservazione per un possibile declassamento. In sintesi, la BCE difficilmente potr\u00e0 tamponare lo stress del mercato italiano in presenza di squilibrio nei conti pubblici, anche in caso di permanenza nell\u2019euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">*In Aspenia on line 04\/06\/2018<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">** Presidente EconPartners<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I negoziati per la formazione del nuovo governo successivi alle elezioni del 4 marzo hanno provocato un\u2019impennata della volatilit\u00e0 degli\u00a0asset\u00a0italiani e in misura pi\u00f9 contenuta anche del Vecchio continente. 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