{"id":3126,"date":"2018-12-18T12:04:42","date_gmt":"2018-12-18T11:04:42","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/bilancia-dei-pagamenti-ed-equilibri-globali\/"},"modified":"2018-12-18T12:04:42","modified_gmt":"2018-12-18T11:04:42","slug":"bilancia-dei-pagamenti-ed-equilibri-globali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/bilancia-dei-pagamenti-ed-equilibri-globali\/","title":{"rendered":"Bilancia dei pagamenti ed equilibri globali"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">La bilancia dei pagamenti commerciale \u00e8 il punto su cui ruotano gli equilibri globali. Eppure di essa quasi non si parla. Quando se ne parla, lo si fa a sproposito. Trattiamo prima della cosa di cui non si parla, cio\u00e8 che in Europa l\u2019avanzo commerciale \u00e8 divenuto l\u2019unica causa della debole ripresa in atto. Successivamente parleremo del nesso tra avanzi europei e dazi americani. I dazi sono corretti, fino a che gli attuali squilibri commerciali strutturali non vengono meno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Partiamo con una tabella<\/strong>, semplice ed estremamente esplicativa. In essa, per la UE-19, la Germania, la Francia e l\u2019Italia, vengono riportati, per gli anni dal 2006 al 2017, le medie triennali in base a dati EUROSTAT:\u00a0<strong>a)<\/strong>dello stato, positivo o negativo, della bilancia dei pagamenti commerciale e dei servizi rispetto al Pil e del deficit o dell\u2019avanzo del settore pubblico, sempre rispetto al Pil (prima e seconda colonna di percentuali per ogni paese, in carattere normale);<strong>b)<\/strong>della somma tra le due precedenti grandezze, in cui il segno del settore pubblico \u00e8 invertito (seconda colonna di percentuali, in carattere grassetto). In questo modo si ottiene l\u2019assorbimento del risparmio privato netto da parte della bilancia dei pagamenti e del settore pubblico. Si suppone, siccome gli ammortamenti, almeno per l\u2019Italia, sono uguali o superano gli investimenti privati da qualche anno, che lo stesso sia avvenuto in tutti i paesi. Cos\u00ec il dato evidenza in maniera plastica il nesso tra risparmio netto da un lato e avanzo\/deficit della bilancia dei pagamenti e disavanzo\/avanzo dello stato;\u00a0<strong>c)\u00a0<\/strong>il tasso di incremento del Pil reale (terza colonna di percentuali, in carattere grassetto).\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel gruppo dei paesi UE in cui gli investimenti superano gli ammortamenti c\u2019\u00e8 un saggio di interesse positivo, che si forma nel mercato privato (investimenti meno ammortamenti\u00a0<em>versus\u00a0<\/em>risparmio): per cui in essi la dinamica del commercio con l\u2019estero e del deficit pubblico pu\u00f2 restare nulla, restando positivo il saggio di interesse. Nei tre paesi considerati (Germania, Francia ed Italia), invece, la formazione di un saggio di interesse positivo, in connessione al livello dei risparmi privati, comunque positivo, postula ora: 1) o un avanzo della bilancia dei pagamenti; 2) o uno sbilancio pubblico; 3) o entrambe le cose. La Germania ha scelto massicciamente la prima via, con un avanzo medio che \u00e8 arrivato ad oltre il 7% (prima colonna di percentuali, media 2015-2017, ovviamente in corrispondenza con la Germania); la Francia \u00e8 giunta in pareggio riguardo all\u2019avanzo commerciale (prima colonna di percentuali, media 2015-2017, in corrispondenza con la Francia), ma si basa sul deficit pubblico (in essa peraltro il tasso di risparmi, visibile come primo dato in grassetto in corrispondenza della Francia, \u00e8 minore rispetto agli altri paesi); in Italia, si sono scelte<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Per ogni paese o gruppo di paesi vengono considerati: a) lo stato della bilancia dei pagamenti rispetto al Pil (prima colonna di percentuali, sotto le medie dei tempi); b) lo stato dei conti pubblici globali, sempre rispetto al Pil (seconda colonna di percentuali, prima riga); c) la somma delle due grandezze, con la seconda cambiata di segno, cos\u00ec da ottenere il tasso di risparmio assorbito (seconda colonna di percentuali, in grassetto); d) il tasso di sviluppo del Pil reale (terza colonna di percentuali, in grassetto).<\/strong><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\" align=\"center\">\u00a0<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\" size-full wp-image-3125\" src=\"http:\/\/5.249.146.118\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/images_Schermata-2018-12-18-alle-12.01.02.png\" border=\"0\" alt=\"\" width=\"557\" height=\"235\" srcset=\"https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/images_Schermata-2018-12-18-alle-12.01.02.png 557w, https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/images_Schermata-2018-12-18-alle-12.01.02-300x127.png 300w\" sizes=\"(max-width: 557px) 100vw, 557px\" \/>\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">entrambe le vie (in particolare l\u2019avanzo commerciale c\u2019\u00e8 dal 2012), ma il tasso di sviluppo (visibile come secondo dato in grassetto nell\u2019ultima colonna, in corrispondenza delle medie triennali), \u00e8 assai pi\u00f9 elevato da quando l\u2019avanzo commerciale \u00e8 diventato consistente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Per quanto riguarda l\u2019Italia<\/strong>, \u00e8 fondamentale evidenziare come l\u2019unico fattore trainante del (debole) sviluppo \u00e8 l\u2019avanzo della bilancia dei pagamenti, che orami si sta avvicinando ai limiti superiori previsti dal trattato di Maastricht. Siamo ad oltre il\u00a0<strong>3,1%\u00a0<\/strong>di avanzo, con tendenza ad ulteriori salite. Il limite massimo consentito dal trattato di Maastricht \u00e8 il\u00a0<strong>6%<\/strong>. La Germania veleggia in proiezione sull\u2019\u00a0<strong>8%<\/strong>. Solo di recente, a seguito della pressione americana, si comincia a parlare in Europa di questi fatti. Di pi\u00f9: un tempo, negli anni ottanta e novanta, le propensioni nette al risparmio di Germania ed Italia erano simili, ai massimi livelli mondiali (allora anche gli investimenti netti contribuivano all\u2019assorbimento del risparmio). Ora, che gli investimenti netti sono grossomodo pari a zero, la propensione italiana al risparmio \u00e8 diminuita:\u00a0<strong>5,5%\u00a0<\/strong>contro\u00a0<strong>6,4%\u00a0<\/strong>della Germania (penultima colonna di percentuali della Tabella, in grassetto). Si tratta di una delle principali responsabilit\u00e0 strutturali della crisi economica. Il fatto sorprendente \u00e8 che tutti parlano di questa crisi, e nessuno parla della vera causa della crisi: che \u00e8 il venir meno del deficit pubblico, negli anni ottanta e novanta assai pi\u00f9 alto. Tutti hanno cominciato, e proseguito, a parlare di crisi da mancanza di riforme, mai invocate negli anni ottanta e novanta (riforme dei servizi; della pubblica amministrazione; del lavoro; della costituzione, e chi pi\u00f9 ne ha pi\u00f9 ne metta); di carenza degli investimenti privati, come se fosse facile investire in assenza di prospettive di domanda; di carenza degli investimenti pubblici, come se ci\u00f2 non fosse responsabilit\u00e0 precisa dei parametri di Maastricht. Nessuno si azzarda a nominare il deficit pubblico come causa del declino dei consumi, nonostante\u00a0<strong>Keynes\u00a0<\/strong>vi abbia dedicato un libro fondamentale, La teoria generale dell\u2019occupazione, interesse e moneta. Tale libro non \u00e8 da ignorare, come fanno da anni i\u00a0<em>policymaker<\/em>, ma da aggiornare, prevedendo, assieme al deficit, lo stabilizzarsi tendenzialmente a zero degli interessi sul debito pubblico e privato (nei paesi avanzati). E\u2019 l\u2019esatto contrario di quanto il\u00a0<em>Corriere della Sera<\/em>, e con esso tutta la stampa, ci canta e ci suona ogni giorno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Va chiarito che nell\u2019avanzo della bilancia dei pagamenti\u00a0<\/strong>(lo ripetiamo: si tratta dell\u2019unico fattore che contiene la crisi in Europa, in particolare nei paesi pi\u00f9 grandi) non hanno pressoch\u00e9 rilievo i due fattori principali che potevano causarlo: la caduta del prezzo del petrolio e la dinamica delle svalutazioni rispetto alle altre valute. Il prezzo del petrolio era massimo, a\u00a0<strong>160\u00a0<\/strong>dollari al barile, nel 2008; \u00e8 crollato con la crisi, giungendo a dei livelli minimi. Successivamente si \u00e8 stabilizzato, sui\u00a0<strong>100\u00a0<\/strong>dollari al barile, poi \u00e8 sceso sui\u00a0<strong>60\u00a0<\/strong>dollari nel 2015. Dunque non c\u2019\u00e8 alcuna reazione di causalit\u00e0 con le dinamiche profonde della crisi. Il tasso di cambio con il dollaro \u00e8 stato in media attorno a\u00a0<strong>1,3\u00a0<\/strong>fino al 2008; successivamente l\u2019euro si \u00e8 un po\u2019 svalutato, attorno ad\u00a0<strong>1,4\u00a0<\/strong>dal 2008 al 2015. Solo nel 2015 l\u2019euro \u00e8 salito di molto, attorno ad\u00a0<strong>1,1<\/strong>, dove si trova attualmente. Nonostante ci\u00f2 l\u2019avanzo, come si vede dalla dinamica del primo dato nelle varie colonne temporali della Tabella, \u00e8 aumentato per tutti i paesi. La stessa analisi vale grossomodo per la moneta cinese, il renminbi, e per lo yen giapponese. L\u2019unica spiegazione dell\u2019avanzo \u00e8 nella crisi economica, che ha spinto i principali paesi europei a trovare con successo sbocchi all\u2019estero, dopo la caduta della domanda interna; nelle agevolazioni bancarie alle esportazioni; soprattutto, nel fatto che il deficit commerciale americano si \u00e8 mantenuto enorme, a fronte dell\u2019avanzo cinese e del ridotto avanzo dei paesi esportatori di petrolio. Si pu\u00f2 anzi affermare che la crisi del 2008 sia da imputarsi agli squilibri, allora crescenti, tra le bilance dei pagamenti: quella americana verso il deficit; quella tedesca, quella cinese, quella dei paesi esportatori di petrolio verso l\u2019avanzo commerciale. La crisi ha assottigliato l\u2019avanzo dei paesi esportatori di petrolio. Ad esso si \u00e8 sostituito, in parte, l\u2019avanzo commerciale crescente di Germania e Italia e la riduzione del disavanzo commerciale francese. I deficit pubblici sono molto aumentati, dopo la crisi. Ci\u00f2 dimostra la drammaticit\u00e0 dell\u2019attuale situazione. Se\u00a0<strong>Trump\u00a0<\/strong>taglia l\u2019avanzo europeo con i dazi, si sbriciola l\u2019unico fattore che regge la debole ripresa in Europa. Specie la Germania, ma anche l\u2019Italia, sono destinate a ripiombare in una crisi profondissima.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Viene a questo punto la presunta polemica\u00a0<\/strong>sui dazi americani. Prima, tuttavia, va chiarito perch\u00e9 non siano sufficienti i meccanismi normalmente auspicati (normalmente, ma non in questo caso), per cancellare gli avanzi della bilancia dei pagamenti: ovvero, perch\u00e9 non si auspichi la rivalutazione dei cambi dell\u2019Europa (in cui, come si vede dalla prima riga della tabella, riferita a EU-19, l\u2019avanzo medio verso il resto del mondo \u00e8 divenuto del\u00a0<strong>4.8%\u00a0<\/strong>rispetto al Pil), perlomeno rispetto agli Usa. Qui conviene avanzare un\u2019ipotesi sulla struttura degli scambi con l\u2019estero tra Usa ed Europa. Prendiamo due settori: un settore, grossomodo in concorrenza, sia costituito dal turismo e dal suo indotto. Un altro settore sia costituito dalle automobili, sicuramente in oligopolio. La differenza nelle forme di mercato (concorrenza, oligopolio) rivela una situazione in cui da un lato ci sono moltissime imprese, dall\u2019altro lato solo pochi produttori. La conseguenza \u00e8 che la rivalutazione dell\u2019euro avrebbe effetti, prima o poi, sugli scambi turistici, perch\u00e9 i prezzi relativi sicuramente si alterano. La presenza di pochi produttori rivela invece che siamo in una situazione di rendita economica. La consistenza di questa dipende sia dalla fase di impulso, dove non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 libert\u00e0 di entrata come in concorrenza. Sia, specificamente, dai livelli produttivi raggiunti: a livelli produttivi pi\u00f9 elevati si associano rendite pi\u00f9 alte. Non si sa se le rendite sulle auto americane siano maggiori o minori di quelle tedesche: probabilmente sono minori. Gli effetti della rivalutazione sugli scambi commerciali di automobili sono molto pi\u00f9 incerti. E\u2019 certo che una parte consistente delle rendite tedesche sulle auto sarebbe eliminata. I dazi sulle automobili agiscono infatti in maniera diretta sulle rendite, e secondariamente, in quanto si manifestino effetti sui prezzi relativi, sugli scambi commerciali di auto. Una rivalutazione, in questa situazione, implica regali troppo grandi al turismo americano, su cui probabilmente ricadrebbe gran parte aggiustamento. Il punto di fondo \u00e8 comunque che il dilemma dovrebbe essere tra rivalutazione e dazi. Non l\u2019invereconda campagna contro i dazi come alterazione della concorrenza, come ogni giorno ci spiega la stampa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Abbiamo dunque visto la precariet\u00e0\u00a0<\/strong>della situazione europea, che rischia di essere spazzata via o da una rivalutazione dei cambi sul dollaro o dai dazi. Una delle due misure \u00e8 necessaria per riequilibrare i saggi effettivi di scambio, e dietro ad essi l\u2019occupazione in America. Niente viene detto dalla stampa su tale precariet\u00e0. Si insiste invece sull\u2019attuale configurazione dell\u2019Unione europea, totalmente a trazione tedesca, che \u00e8 rovinosa. Si fantastica di riforme assurde, per i motivi per cui vengono proposte; tra di queste, pericolosissima, \u00e8 la standardizzazione del sistema fiscale in Europa, che darebbe i pieni poteri a Bruxelles e renderebbe periferico il resto dell\u2019Europa. A fronte abbiamo un programma riformista assai serio, di cui non si parla affatto. Esso \u00e8 basato sul riequilibrio degli scambi commerciali con gli Usa (e con la Cina). Sull\u2019apertura, al contrario, dell\u2019avanzo tedesco verso la Russia, per sfruttare le risorse siberiane (ci\u00f2 almeno per cinquanta anni; poi bisogner\u00e0 occuparsi del sovra-risparmio tedesco). Sull\u2019apertura al debito pubblico in Europa, che \u00e8 gi\u00e0 elevatissimo in Asia (in Cina e Giappone esso \u00e8 pari al doppio del livello italiano) e negli Usa. Contestualmente, sul tendenziale azzeramento dei saggi di interesse per via fiscale, perlomeno nei paesi avanzati. Sulla riforma del sistema fiscale, che deve tornare alle basi nazionali, come era in Italia fino al 1970, con un piccolo supplemento europeo e mondiale. Sulla confederazione anzich\u00e9 sulla federazione europea, con aperture alla Russia. Occorre solo che il dominio della grande impresa industriale, che rappresenta solo una piccola minoranza dell\u2019elettorato, sia combattuto veramente. Dopo, potremo respirare in un altro paradigma. In questo nuovo paradigma il sindacato potr\u00e0 ritrovare ruoli primari (vedi su questo pi\u00f9 in profondit\u00e0 il mio ultimo articolo su\u00a0<em>Nuovi Lavori<\/em>, n.211 del 7.3.2018, Il sindacato una forza fondamentale se cambia orientamenti). Ci\u00f2 pu\u00f2 accadere nella contrattazione collettiva (che deve fare ritornare l\u2019inflazione al\u00a0<strong>2%<\/strong>); nella lotta effettiva (e non proclamata) alla disoccupazione; nella fissazione dei contorni e delle regole di un welfare che sia effettivamente universalistico, senza privilegiare gli iscritti al sindacato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La bilancia dei pagamenti commerciale \u00e8 il punto su cui ruotano gli equilibri globali. Eppure di essa quasi non si parla. Quando se ne parla, lo si fa a sproposito. 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