{"id":3344,"date":"2019-05-07T12:03:01","date_gmt":"2019-05-07T10:03:01","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/chi-paghera-il-debito-pubblico-italiano\/"},"modified":"2019-05-07T12:03:01","modified_gmt":"2019-05-07T10:03:01","slug":"chi-paghera-il-debito-pubblico-italiano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/chi-paghera-il-debito-pubblico-italiano\/","title":{"rendered":"Chi pagher\u00e0 il debito pubblico italiano?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Lo sviluppo sostenibile.<strong>\u00a0<\/strong>Da qualche tempo al sostantivo \u201csviluppo\u201d si usa affiancare l\u2019aggettivo \u201csostenibile\u201d, segno di una crescente sensibilit\u00e0 ecologica dei vari protagonisti politici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ma questa sensibilit\u00e0 si ferma quasi sempre qui, sul pi\u00f9 bello. Che cosa significa infatti \u201csviluppo sostenibile\u201d? Maggior attenzione all\u2019impatto sull\u2019ambiente della crescita economica? Certamente. Ma siamo arrivati a un punto in cui questo non basta pi\u00f9, se \u00e8 vero, come sostengono gli studiosi di questi fenomeni, che lo stile di vita del mondo consuma pi\u00f9 risorse di quante la terra sia in grado di riprodurre. Spalmando i nostri consumi su un anno, la terra riesce a rigenerare le risorse consumate fino a luglio-agosto; da settembre in poi ci stiamo mangiando un patrimonio che ha richiesto centinaia di migliaia di anni per essere costruito.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Si moltiplicano gli allarmi degli studiosi, ma i vari Paesi producono documenti che non vengono rispettati o, addiritura, vengono smentiti, come \u00e8 successo di recente con le prese di posizione degli USA, per bocca del loro presidente Trump.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ad aggravare questa situazione sta la profonda diversit\u00e0 tra Paesi e Continenti.\u00a0 Abbiamo Paesi che consumano moltissimo, come gli USA e i Paesi europei e Paesi che consumano molto poco, come quelli africani. Paesi che si stanno sviluppando molto in questi anni, come la Cina, l\u2019India e la Russia che non vogliono porre limiti ecologici alla propria crescita e accusano l\u2019Occidente di egoismo in quanto, dopo decenni di crescita senza limiti, si starebbero accorgendo adesso, che la crescita riguarda altri, dei suoi effetti negativi sull\u2019ambiente e sulla tenuta sociale ed economica.\u00a0 \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>E, in effetti, da alcuni anni a questa parte la crescita di alcuni ex-Paesi poveri \u00e8 superiore a quella dei Paesi industrializzati. Tanto che il mondo sta vivendo un movimento positivo in termini di disuguaglianza: diminuiscono le distanze tra i diversi Paesi (segnatamente tra quelli pi\u00f9 sviluppati e quelli in via di sviluppo). Dico \u201cpositivo\u201d perch\u00e9, se vogliamo che le distanze tra Paesi ricchi e poveri diminuiscano, bisogna che i secondi abbiano una crescita superiore ai primi. Se poi prendiamo come indicatore di ricchezza il reddito pro-capite e teniamo conto che i Paesi poveri hanno un aumento della popolazione maggiore dei ricchi (segnatamente i Paesi dell\u2019Africa) lo sviluppo in termini assoluti deve essere ancora maggiore.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Dunque abbiamo un primo grande problema: riguarda la differenza (ancora molto grande) tra Paesi ricchi e poveri. Occorre lasciare pi\u00f9 spazio alla crescita dei secondi, se vogliamo che la distanza di reddito spendibile rispetto ai primi continui ad assotigliarsi. Ma questo spazio in pi\u00f9 di crescita va compensato con una minor crescita dei Paesi ricchi. E\u2019 questa, a mio parere, una delle affermazioni pi\u00f9 coraggiose e \u201crivoluzionarie\u201d dell\u2019Enciclica \u201cLaudato sii\u201d (paragrafo 193).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Infatti i dati dimostrano che non \u00e8 vera la teoria in base alla quale lo sviluppo dei pi\u00f9 ricchi avrebbe \u201ctrascinato\u201d anche i poveri verso il benessere: le distanze si stanno allungando. Pochi ricchi lo diventano sempre di pi\u00f9 e molti poveri aumentano la loro povert\u00e0. Questo sta avvenendo in tutti i Paesi: quelli ricchi, quelli in via di sviluppo e quelli poveri.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Abbiamo perci\u00f2 un secondo grande problema: l\u2019aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri a livello mondiale. E\u2019 sostenibile a lungo questa situazione? O ci stiamo scontrando con limiti sociali che prima o poi esploderanno? I sintomi che un rifiuto \u00e8 gi\u00e0 in atto gi\u00e0 ci sono: l\u2019affermazione in tutta Europa dei movimenti e dei partiti sovranisti e populisti \u00e8 un segno chiaro di un malessere profondo che nasce dalla delusione delle politiche portate avanti in questi anni dai partiti cosiddetti tradizionali. E\u2019 la risposta sbagliata- di chiusura e arroccamento- a un problema vero, che si \u00e8 manifestato in questo ultimi vent\u2019anni. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La via d\u2019uscita, da molti sostenuta, \u00e8 una ripresa della crescita nei Paesi ricchi. Ma questa cozza con i problemi ecologici ricordati prima. E\u2019 quindi un problema complicato: da un lato i problemi sociali richiederebbero una crescita maggiore dell\u2019economia, dall\u2019altro la crescita maggiore ha effetti negativi sulla tollerabilit\u00e0 ambientale, gi\u00e0 abbondantemente superata.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La risposta a questo dilemma \u00e8 che la crescita sia, appunto, sostenibile, cio\u00e8 a impatto ambientale vicino allo zero.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In effetti una parte importante della manifattura si sta spostando verso i Paesi in via di sviluppo, dove il costo del lavoro \u00e8 molto pi\u00f9 basso che nei Paesi di pi\u00f9 antica industrializzazione. In questi ultimi, da alcuni decenni (in Italia dal decennio \u201980) \u00e8 in atto un processo di spostamento dell\u2019occupazione dal secondario (industria) al terziario (servizi pubblici e privati), che ha un impatto ambientale molto inferiore a quello dell\u2019industria. Nel 2018 in Italia il terziario ha raggiunto pi\u00f9 del 70% dell\u2019occupazione, l\u2019industria circa il 25%, l\u2019agricoltura meno del 5%.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ma questo \u201csviluppo sostenibile\u201d \u00e8 in grado di rimpiazzare completamente quello \u201cnon sostenibile\u201d di mezzo secolo fa, basato sull\u2019industria che produceva beni di consumo di massa (automobili, elettrodomestici, case, ecc.)? La maggior parte degli studiosi sostiene di no. Cio\u00e8, nel lungo periodo, le ore di lavoro disponibili caleranno, perch\u00e9 saranno maggiori le ore perse per lo spostamento a est di parte della manifattura e la continua innovazione tecnologica, di quelle guadagnate per progettare e produrre l\u2019innovazione stessa. Bisogner\u00e0 quindi riprendere al pi\u00f9 presto la discussione sulla riduzione dell\u2019orario di lavoro, anche se con modalit\u00e0 diverse da quella fatta, senza grandi successi, negli anni \u201980. Qui baster\u00e0 dire che gi\u00e0 oggi in Italia si lavora 200-250 ore in pi\u00f9 all\u2019anno che in Germania, ed \u00e8 questa una delle ragioni della minor produttivit\u00e0 del nostro Paese; com\u2019\u00e8 noto infatti le ultime ore della giornata sono meno produttive delle prime.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un\u2019altra questione \u00e8 se non bisogna introdurre nella misurazione dello sviluppo dei criteri aggiuntivi al P.I.L. (Prodotto Interno Lordo), come l\u2019aspettativa di vita, il grado di istruzione, l\u2019inquinamento, la possibilit\u00e0 di realizzarsi? E fare una distinzione tra crescita (misurabile con il PIL) e sviluppo (misurabile con altre variabili oltre al PIL)? Ma anche questo cambiamento non cambierebbe lo stato delle cose per cui ci sono Paesi pi\u00f9 indebitati \u2013 come l\u2019Italia, dove il rapporto debito\/PIL ha superato il 130% &#8211; e Paesi molto meno indebitati \u2013 come la Germania.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>D\u2019altro canto questo decennio di crisi ha portato molti Paesi ad aumentare il proprio deficit e, conseguentemente, il proprio debito.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il deficit e il debito pubblico sono due grandezze ben distinte, anche se spesso usate come sinonimi. Il <\/span><span>deficit pubblico <\/span><span>\u00e8 lo squilibrio, che si realizza in un anno, tra entrate e uscite dello Stato a favore delle seconde. Il suo rapporto col PIL \u00e8 un indicatore molto usato dagli osservatori economici e dai Governi. Il trattato di Maastricht fissa a un massimo del 3% questo rapporto. L\u2019Italia, da questo punto di vista, \u00e8 virtuosa, perch\u00e9 da molti anni questo rapporto \u00e8 inferiore al 3%. Il <\/span><span>debito pubblico,<\/span><span> invece, \u00e8 l\u2019accumularsi nel tempo di tutti i deficit annui. Tutti i Paesi hanno un debito pubblico, ma il trattato di Maastricht prevede un tetto massimo dei debito pubblico, in rapporto al PIL, del 60%. Da questo punto di vista l\u2019Italia \u00e8 gravemente inadempiente perch\u00e9 il suo rapporto debito\/PIL supera il 130%. Ed \u00e8 su questo secondo rapporto che insiste l\u2019Europa per ridurlo, non sul primo. Ma tra il primo e il secondo c\u2019\u00e8 una relazione: tanto pi\u00f9 alto \u00e8 il primo (deficit\/PIL) tanto pi\u00f9 aumenta anche il secondo (debito\/PIL). Il livello a cui scatta in aumento il rapporto debito\/PIL dipende dall\u2019indebitamento precedente: tanto pi\u00f9 questo \u00e8 alto (come per l\u2019Italia) tanto pi\u00f9 va contenuto il rapporto deficit\/PIL.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La formula a cui si fa riferimento \u00e8:<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>deficit \u2013 (crescita economica reale + inflazione)= <\/span><span>+<\/span><span> variazione del debito<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>da cui si deduce che, se la somma tra crescita economica reale e inflazione \u00e8 maggiore del deficit il debito diminuir\u00e0, se \u00e8 minore il debito aumenter\u00e0.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un aumento della crescita economica consentirebbe di avere pi\u00f9 risorse per venire incontro ai problemi sociali. Ma questo cozza, come abbiamo gi\u00e0 visto, con le compatibilit\u00e0 ambientali e, come vedremo pi\u00f9 avanti, con quelle economiche perch\u00e9, da studi fatti recentemente, risulta che la crescita che possiamo aspettarci nel lungo periodo \u00e8 dell\u20191-1,5%. Con un\u2019inflazione vicina allo zero ci sono poche possibilit\u00e0 che la somma di queste due grandezze (crescita reale + inflazione) superi il deficit annuo e riduca perci\u00f2 il debito.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Occorre tener conto dei diversi problemi che abbiamo sollevato:<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>1 \u2013 crescita nei Paesi in via di sviluppo maggiore di quella dei Paesi gi\u00e0 sviluppati per continuare a ridurre la disuguaglianza tra Paesi;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>2 \u2013 crescita limitata all\u20191-1,5% per i Paesi gi\u00e0 sviluppati, secondo i pi\u00f9 recenti studi sulla crescita di lungo periodo;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>3 \u2013 necessit\u00e0 di ridurre le disuguaglianze interne a ciascun Paese.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per questo bisogna fissare:<\/span><\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\">\n<li><span>una distinzione tra Paesi ricchi e poveri, per permettere a questi ultimi di crescere pi\u00f9 dei primi;<\/span><\/li>\n<li><span>un livello di reddito al di sotto del quale non ci sono interventi fiscali;<\/span><\/li>\n<li><span>un livello di reddito (pi\u00f9 basso del precedente) al di sotto del quale scattano gli aiuti pubblici per un certo periodo, condizionati all\u2019accettazione di proposte di lavoro congrue per distanza dall\u2019abitazione e per guadagno mensile;<\/span><\/li>\n<li><span>una tassazione per gli alti redditi, per i Paesi con alto debito, in modo da riportare il debito a livelli accettabili.<\/span><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il dibattito politico \u00e8 lontano dall\u2019affrontare questi temi. Sia la destra che la sinistra si ostinano a promettere una ripresa della crescita a livelli impossibili e una riduzione delle tasse per tutti.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Il P.I.L. (prodotto interno lordo)<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il P.I.L. (prodotto interno lordo) \u00e8 da molto tempo preso come unico indicatore del benessere di un Paese. Esso \u00e8 quanto, in un anno, un Paese produce in beni e servizi che passano dal mercato. Da molti anni ormai la crescita del PIL come unico indicatore del benessere di una societ\u00e0, \u00e8 messa in discussione. Dal famoso discorso di Bob Kennedy, alla commissione istituita da Sarkozy, sono stati fatti molti tentativi di affiancare al PIL altri indicatori. Infatti il PIL \u00e8 molto influenzato da una visione ristretta del benessere, che si rif\u00e0 all\u2019idea dell\u2019homo economicus, per cui comportamenti volti a promuovere l\u2019interesse economico individuale, grazie all\u2019intervento della mano invisibile del mercato, farebbero anche l\u2019interesse collettivo, misurabile, appunto, con un indicatore di carattere economico, nel presupposto \u2013 errato \u2013 che pi\u00f9 si possiede, meglio si sta.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il PIL ha per\u00f2 resistito a questi tentativi per il buon motivo che permette, con una sola cifra, di indicare l\u2019andamento complessivo dell\u2019economia di un Paese; ha cio\u00e8 doti di sinteticit\u00e0 difficilmente imitabili.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>A questa affermazione si pu\u00f2 rispondere che sono altrettanto sintetici altri indicatori come l\u2019aspettativa di vita, per il grado di salute, la percentuale di diplomati e laureati, per il grado di istruzione, le emissioni di CO2, per il grado di inquinamento. Per fare una sintesi che, oltre al PIL, comprenda questi altri tre indicatori, sarebbe sufficiente un modesto apporto statistico.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Fatta questa precisazione una domanda resto cruciale: com\u2019\u00e8 andata la crescita del PIL nel mondo (e, segnatamente, nei Paesi pi\u00f9 sviluppati) dal dopoguerra ad oggi? La risposta \u00e8 sorprendente: in Italia (ma anche, come vedremo, nei Paesi pi\u00f9 sviluppati) la crescita \u00e8 stata molto alta nei tre decenni dopo la seconda guerra mondiale: pi\u00f9 dei 4% per trent\u2019anni. Poi, a partire dal terzo decennio (\u201871-\u201980) di quello che \u00e8 stato chiamato trentennio d\u2019oro, \u00e8 cominciata una discesa continua che ci ha portato, nel decennio 2000-2010 a un modestissimo 0,25% l\u2019anno e negli anni successivi ancora peggio. Il declino, che dura ormai da quasi 50 anni, \u00e8 dovuto non tanto alla crisi, cominciata nel 2008, quanto a fattori strutturali, di cui parleremo, che hanno una portata molto pi\u00f9 lunga.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Tenendo d\u2019occhio gli studi di Piketty \u2013 che parla, nel lungo periodo, di una crescita annua intorno all\u20191,5% &#8211; possiamo affermare che i dati anomali sono quelli del trentennio post-bellico, non quelli di oggi. Ma noi siamo diventati grandi (almeno la generazione del baby-boom) in un periodo di crescita eccezionale e ci siamo convinti che a quei livelli prima o poi torneremo. Non credo che sia cos\u00ec: dobbiamo abituarci a una crescita dell\u20191,5% l\u2019anno, se non peggio, ritarando le nostre aspettative su questo dato, che \u00e8 confermato anche da altri studi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il dato non riguarda solo l\u2019Italia. Nei vent\u2019anni tra il 1995 e il 2014 la Germania \u00e8 cresciuta del 28,7% (1,435% l\u2019anno), la Francia del 20,8% (1,035% l\u2019anno), la Spagna del 23,9% (1,195% l\u2019anno), l\u2019Inghilterra del 33,8% (1,69% l\u2019anno). Tranne i paesi nordici e l\u2019Irlanda, tutti gli altri Paesi europei sono sotto il 2% l\u2019anno, ma pi\u00f9 vicini all\u20191% che al 2%.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Due sono i fattori che hanno spinto la crescita a livelli molto alti nel dopoguerra: la ricostruzione post-bellica e l\u2019esplosione dei consumi di massa di beni durevoli (automobile, elettrodomestici, ecc.).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>I fattori che hanno influenzato negativamente la crescita italiana (anche rispetto agli altri Paesi ricchi) sono almeno due.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il primo \u00e8 la struttura produttiva, caratterizzata prevalentemente da produzioni abbastanza facilmente riproducibili e con un basso contenuto di ricerca e innovazione. Queste produzioni (elettrodomestici, tessile-abbigliamento, arredamento, edilizia) si spostano abbastanza facilmente ad est, dove il costo del lavoro, che ha un\u2019incidenza notevole su questi prodotti, \u00e8 pi\u00f9 basso che da noi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il secondo fattore \u00e8 il nanismo che caratterizza le nostre imprese: numerose unit\u00e0 locali con piccole dimensioni, che faticano a costruire quelle economie di scala, che sono sempre pi\u00f9 necessarie per finanziare la ricerca e l\u2019innovazione. Siamo invece deficitari di grandi imprese, che hanno pi\u00f9 facilit\u00e0 a finanziare queste attivit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>I BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) stanno facendo quello che abbiamo fatto noi nel dopoguerra. Stanno fabbricando prodotti ad alta intensit\u00e0 di lavoro, approfittando del basso costo di questo fattore di produzione. In questo modo saturano il mercato interno con prodotti che prima importavano dai Paesi ricchi, ed esportano a basso costo i loro prodotti (si pensi all\u2019abbigliamento, per esempio). La salvezza dei Paesi ricchi sta nel concentrarsi su produzioni ad alto tasso di ricerca e innovazione: sempre pi\u00f9 terziario e sempre meno manifattura, che \u00e8 destinata, almeno in parte, a spostarsi verso i Paesi poveri. Il tutto \u00e8 accelerato dalla globalizzazione, che ha reso pi\u00f9 facile lo spostamento di produzioni verso sud-est.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La crescita del PIL \u00e8 trainata da quattro fattori: consumi (C), investimenti (I), esportazioni (E), spesa pubblica (G); e frenata da un fattore: le importazioni (M). Cos\u00ec possiamo scrivere:<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>PIL = C + I + E + G <strong>\u2013 <\/strong>M.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il PIL crescer\u00e0 al crescere dei consumi (spese per consumare le produzioni realizzate), degli investimenti (spese in macchinari e ricerca per aumentare le produzione e la produttivit\u00e0), delle esportazioni (spese degli altri Paesi per acquistare produzioni locali), della spesa pubblica, finanziata in deficit (altrimenti quanto \u00e8 speso dallo stato non fa che diminuire le spese per consumi e investimenti dei privati). Diminuir\u00e0 invece se aumentano le importazioni (spese del nostro Paese per acquistare produzioni di altri Paesi).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In Italia sono bassi i consumi, perch\u00e9 le famiglie non hanno da spendere (pensiamo ai pi\u00f9 poveri) o, anche se lo avessero, non spendono perch\u00e9, essendoci la crisi, pensano a risparmiare in attesa di tempi migliori. Sono bassi gli investimenti produttivi (quelli che elevano produzione e produttivit\u00e0) perch\u00e9 chi ha soldi da investire preferisce investimenti finanziari, che danno guadagni a breve, ma che non fanno aumentare produzione e produttivit\u00e0, o non sa dove investire, in quanto i consumi sono fermi e quindi non si vedono prospettive di crescita. Le esportazioni in questi anni sono cresciute. E\u2019 questa l\u2019unica delle quattro voci ricordate che ha un andamento positivo. Infatti la nostra economia \u00e8 stata parzialmente salvata da quella parte di struttura produttiva (circa il 30%) che, per rete di vendita e produzioni di eccellenza, riesce ad esportare una parte cospicua di quello che produce. Infine \u00e8 bassa la spesa pubblica finanziata in deficit, perch\u00e9 dobbiamo ripagare l\u2019enorme debito pubblico (pi\u00f9 del 130% sul PIL) e l\u2019unico modo per farlo \u00e8, anzich\u00e9 andare in deficit che, come abbiamo visto, aggraverebbe ulteriormente il debito, andare in attivo, rinunciando alla spinta aggiuntiva che il deficit pubblico darebbe all\u2019economia. Dobbiamo perci\u00f2, per un certo numero di anni, rinunciare al deficit pubblico? Qui sta il principale dilemma della nostra situazione economica. Rimandiamo a pi\u00f9 avanti le possibili alternative per ipotizzare una soluzione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Intanto concentriamoci su un altro quesito: perch\u00e9 il PIL \u00e8 decresciuto in questi 50 anni?<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Una parte degli economisti si \u00e8 concentrata sui problemi dell\u2019offerta di beni. Per loro l\u2019importante \u00e8 mettere l\u2019economia in grado di produrre beni e servizi al pi\u00f9 basso costo possibile, eliminando lacci e laccioli, creati dall\u2019intervento pubblico e\/o da altri soggetti (ad esempio i sindacati dei lavoratori) che, con la loro azione, frappongono ostacoli al libero dispiegarsi della concorrenza. Una volta prodotti i beni il libero funzionamento del mercato provveder\u00e0 a creare la domanda per venderli, premiando i prodotti con il miglior rapporto qualit\u00e0-prezzo. Essi spingono per un miglioramento continuo dell\u2019efficienza nell\u2019offerta di beni e attribuiscono a vari ostacoli (tra cui, in primis, l\u2019intervento pubblico nell\u2019economia), che hanno ostacolato questo miglioramento, il rallentamento della crescita.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un\u2019altra parte invece parte esattamente all\u2019opposto, dai problemi della domanda. C\u2019\u00e8 richiesta sufficiente per vendere tutti i beni prodotti? Se questa non basta a venderli bisogna intervenire a sollevare la domanda. Di qui il ruolo della spesa pubblica, per aggiungere alla domanda creata dal mercato una capacit\u00e0 di spesa in pi\u00f9. Contrariamente ai primi essi auspicano un intervento pubblico nell\u2019economia, soprattutto nei periodi di crisi, per sostenere una domanda insufficiente; mettono in secondo piano i problemi creati dal debito e dal deficit pubblici.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Come detto nei trent\u2019anni gloriosi (\u201950, \u201960, \u201970) si concentrarono due fenomeni non facilmente ripetibili: la ricostruzione post-bellica e i consumi di massa, trainati da bisogni prima insoddisfatti o inesistenti e da una crescente pubblicit\u00e0 che \u201cgonfiava\u201d i bisogni, creandone di nuovi, sempre pi\u00f9 effimeri e sganciati da esigenze reali.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Viviamo nella cosiddetta \u201csociet\u00e0 dei consumi\u201d: quando questi ristagnano l\u2019economia rallenta o addiritura si blocca. Un numero crescente di studiosi ha cominciato a mettere in discussione questo principio, non solo per i limiti ecologici, che abbiamo gi\u00e0 evidenziato nella prima parte di questo scritto, ma anche per i limiti economici, sociali ed etici, che vengono sempre pi\u00f9 alla luce, di questo modello di sviluppo. Ormai si \u00e8 affermata una teoria che sostiene che la crescita del reddito \u00e8 correlata positivamente con il benessere (inteso come felicit\u00e0) fino a che serve a soddisfare i bisogni di base (alimentazione, vestiario, abitazione, trasporto) ma, soddisfatti questi, una sua ulteriore crescita \u00e8 scollegata del benessere. Siamo arrivati a un punto che non si sa pi\u00f9 cosa produrre, nelle societ\u00e0 ricche come la nostra. Bisogna passare dalla logica della quantit\u00e0, trainata ai consumi, a quella della qualit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il primo approccio degli economisti punta tutto sull\u2019efficienza della produzione, il secondo sulla capienza della domanda, ma entrambi danno per scontata una crescita ininterrotta dell\u2019economia, che invece ormai abbiamo scoperto si scontra con limiti ambientali (il pianeta ha risorse finite), sociali (i meccanismi di mercato portano a far crescere le distanze tra ricchi e poveri), economici (a forza di stimolare la domanda con iniezioni di spesa pubblica, molti Stati, tra cui l\u2019Italia, si sono troppo indebitati) ed etici (una crescente individualizzazione dei consumi e della vita e indebolimento dei legami che tengono in piedi la societ\u00e0).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>La decrescita felice e la sobriet\u00e0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Da un po\u2019 di tempo assistiamo a uno strano atteggiamento: destra e sinistra indicano la \u201cdecrescita felice\u201d come un male da evitare a tutti i costi, mentre apprezzano la parola \u201csobriet\u00e0\u201d, senza per\u00f2 specificare che cosa significhi in concreto.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Penso che la sobriet\u00e0 sia una strada da seguire, ma precisandone le caratteristiche. Non va seguita nei Paesi poveri e in via di sviluppo, per i quali \u00e8 invece opportuna una ulteriore crescita. Non va seguita per quei milioni di poveri dei Paesi ricchi, per i quali \u00e8 necessario un intervento pubblico che gli integri il reddito e li aiuti a trovar un lavoro, che gli dia un guadagno sufficiente a condurre una vita dignitosa.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Va invece seguita da chi, nei Paesi ricchi e in via di sviluppo, ha gi\u00e0 di che vivere dignitosamente, agendo sulle aspettative: bisogna educare le classi medie e alte a non aspettarsi grandi miglioramenti e ad accontentarsi di quello che hanno gi\u00e0. Questo \u00e8 un lavoro immane, perch\u00e9 si tratta di intervenire sulle aspettative della gente, cio\u00e8 su uno strato culturale molto profondo e difficile da cambiare. Ma ci sono gi\u00e0 dei segnali, soprattutto nei giovani, che questo cambiamento \u00e8 gi\u00e0 in atto. La sensibilit\u00e0 ecologica \u00e8 in aumento; si chiede al lavoro stabilit\u00e0, ma anche la possibilit\u00e0 di realizzarsi come persone, che spesso viene prima dell\u2019alto guadagno nelle aspettative delle nuove generazioni; la ricerca del \u201clavoro ideale\u201d si \u00e8 fatta pi\u00f9 complessa, per cui ci\u00f2 che la generazione dei padri definisce \u201cprecariet\u00e0\u201d \u00e8 visto dai figli anche come sperimentazione di lavori diversi, alla ricerca di quello che risponde meglio alle proprie aspettative.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Infine bisogna intervenire sui ricchi con riforme fiscali (soprattutto nei Paesi, come l\u2019Italia, con un rapporto debito-PIL molto alto) che inverta la tendenza a far pagare loro sempre meno tasse con la motivazione che i maggiori guadagni derivanti da questa politica si tramutano in investimenti produttivi. L\u2019osservazione della realt\u00e0 dimostra invece che buona parte di questi guadagni vanno in investimenti speculativi, che non portano maggior benessere collettivo, ma guadagni per una ristretta minoranza nel breve periodo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Insomma la sobriet\u00e0 va presa molto sul serio, e va attuata come politica redistributiva, che toglie ai ricchi per dare ai poveri.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>L\u2019espressione \u201cdecrescita felice\u201d \u00e8 invece quantomeno ambigua. Nessuno pu\u00f2 dimostrare che una decrescita del PIL sia preferibile a una sua crescita. Cominciamo quindi a dire che va tolto l\u2019aggettivo \u201cfelice\u201d da questa espressione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quanto alla decrescita questa \u00e8 nei fatti: si \u00e8 realizzata, nonostante tutte le politiche tese a scongiurarla. I dati sono l\u00ec a dimostrarlo: in Italia siamo passati dal +5,4% del tasso di crescita media annua dei decenni \u201950 e \u201960 allo 0,25% degli anni 2000-2010, con un calo costante nei vari decenni. E nel resto del mondo sviluppato e industrializzato l\u2019andamento \u00e8 analogo, anche se con cifre un po\u2019 superiori, come detto in precedenza. Non si tratta quindi di un problema passeggero, da curarsi migliorando l\u2019offerta, ma di una caratteristica strutturale, legata alla domanda mondiale di beni e servizi e alla divisione internazionale del lavoro.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Stiamo vivendo da 50 anni la decrescita. Passare da pi\u00f9 del 5% annuo di crescita del PIL a poco pi\u00f9 dello 0% non \u00e8 forse una decrescita, intesa come minor crescita? E numerosi studi (a partire da quello di Piketty) mostrano che, nel lungo periodo, il tasso di crescita che possiamo attenderci, \u00e8 dell\u20191-2% l\u2019anno. Cominciamo a parlare di minor crescita e ad impostare su previsioni pi\u00f9 realistiche le politiche economiche. In questo \u201cdire la verit\u00e0\u201d i vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese sono ugualmente deficitari: prima il centro-destra, poi il centro-sinistra, e poi il Governo giallo-verde, hanno basato le loro politiche economiche su previsioni di rilancio della crescita irrealistiche, deludendo in poco tempo i rispettivi elettori. Il problema della nostra economia non \u00e8 tanto il rapporto deficit\/PIL, ma il rapporto debito\/PIL, che supera il 130%. Per coprire questo debito, lo Stato deve prendere a prestito molto soldi e su di essi pagare gli interessi. Ogni anno nel bilancio pubblico italiano paghiamo circa 70 miliardi di interessi che, se il debito pubblico fosse la met\u00e0, sarebbero 35 miliardi, liberandone altrettanti per investimenti pubblici e servizi sociali, di cui il nostro Paese ha un gran bisogno, e portando il rapporto debito\/PIL molto vicino a quel 60% previsto dagli accordi di Maastricht, anche da noi sottoscritti per entrare nell\u2019euro.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un secondo motivo per pagare il debito pubblico \u00e8 la preoccupazione per le generazioni venture, a partire dai nostri figli. Il pagamento del debito \u00e8 un obbligo che, prima o poi, bisogna onorare. Se non lo facciamo noi, toccher\u00e0 alle generazioni successive, che hanno gi\u00e0 da affrontare i problemi di minor sicurezza del posto di lavoro e di minori prestazioni del welfare pubblico.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Le vie d\u2019uscita<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Abbiamo, almeno teoricamente, tre strade da percorrere per affrontare il principale problema dell\u2019economia italiana: il rapporto debito\/PIL.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La prima strada \u00e8 cambiare la formula di questo numero: al denominatore, anzich\u00e9 prendere il PIL, prendere un indicatore composto da PIL + aspettative di vita + grado di istruzione + emissioni di CO2 e al numeratore aggiungere al debito pubblico quello privato. Questo cambiamento di formula porterebbe benefici all\u2019Italia per lo meno per l\u2019aspettativa di vita (siamo tra i pi\u00f9 longevi del mondo) e per il debito privato (che, contrariamente a quello pubblico in Italia \u00e8 molto basso). Per\u00f2 lascerebbe inalterato uno dei problemi dell\u2019alto debito: il pagamento di alti interessi passivi da parte dello Stato, che indeboliscono la sua capacit\u00e0 di spesa in investimenti e questioni sociali. Un cambio di ottica quindi, di per s\u00e9 auspicabile, ma che non risolverebbe il principale problema della nostra economia.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La seconda strada prende le mosse dalla formula illustrata sopra, che mette in relazione deficit e debito. Se il debito diminuisce quando la somma tra crescita reale e inflazione supera il deficit annuo, allora bisogna contenere quest\u2019ultimo anche al di sotto del 3% previsto da Maastricht, e spingere crescita e inflazione sopra il deficit annuo. Per questo da un po\u2019 di tempo in qua gli esperti dicono che l\u2019inflazione \u00e8 troppo bassa: un suo lievitare intorno al 2% + una crescita dell\u20191-1,5% porterebbe questi due indicatori a superare il deficit, che in Italia \u00e8 fissato per il 2019, dopo molte polemiche al 2,4%.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Questa strada \u00e8 quella seguita da tutti i governi (di destra, di sinistra, e giallo-verde) da almeno 25 anni con alterne fortune, tra le quali spicca la sfortuna di aver dovuto affrontare la peggior crisi economica dal \u201929, cominciata nel 2008 e terminata nel 2017. Questa strada porter\u00e0 risultati nel lungo periodo, ammesso che li porti. Infatti sia l\u2019inflazione che il tasso di crescita dipendono in buona parte da fattori internazionali che nessuno Stato controlla da solo completamente. Comunque guadagnando in media un punto all\u2019anno ci vorranno 60 anni per raggiungere, o quasi, il rapporto debito\/PIL previsto da Maastricht. Inoltre in questi 60 anni nessuno pu\u00f2 prevedere che non ci siano altre crisi economiche, che abbassano sia la crescita che l\u2019inflazione. E\u2019 quindi una strada percorribile, ma piena di incognite.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La terza strada prevede invece di affrontare il problema direttamente e smentisce uno dei mantra principali agitato da tutte le forze politiche: l\u2019abbassamento delle tasse per tutti. Uno studio, fatto da Rocco Artifoni, Antonio De Lellis e Francesco Gesualdi mostra che la strada dell\u2019abbassamento delle tasse \u00e8 stata abbondantemente percorsa dall\u2019Italia, in particolare per gli alti redditi, che sono passati da una tassazione del 72% sopra i 258.228 euro nel 1974 al 43% oltre i 75.000 euro nel 2007, con minori incassi, da parte dello Stato, per circa 150 miliardi di euro. La terza proposta prevede una tassa patrimoniale per gli alti patrimoni e una vendita di beni pubblici per abbassare il debito pubblico di 400 miliardi e portare il suo rapporto col PIL a circa il 108%, risparmiando quasi 12 miliardi di interessi sul debito, che potranno essere utilizzati per investimenti pubblici, spese sociali o riduzione del debito stesso.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Questa proposta prevede che tutti i risparmi siano utilizzati per scopi diversi dall\u2019aumento del reddito pro- capite, ad eccezione di una fascia molto bassa, che beneficerebbe invece di interventi pubblici a suo favore. Prevede quindi un ridimensionamento delle aspettative da uno stato di continuo miglioramento a una stato stazionario per i redditi medi e a un decremento per i redditi alti. E\u2019 quindi socialmente esplosiva, in quanto postula un cambio di mentalit\u00e0 difficile a realizzarsi in poco tempo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Le tre strade indicate non sono necessariamente alternative tra di loro: si pu\u00f2 anzi pensare a una loro complementariet\u00e0.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La prima strada pu\u00f2 essere percorsa per dare una definizione pi\u00f9 completa del benessere di un paese, avvicinando gli indicatori a una definizione della felicit\u00e0 pi\u00f9 completa del semplice PIL. Ne risulterebbe una classifica diversa dei vari Paesi da quella risultante dal prendere in esame solo un indicatore, che porterebbe a influenzare gli investitori internazionali.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La terza strada \u00e8 difficile da percorrere perch\u00e8 si scontra con atteggiamenti culturali molto radicati un po\u2019 in tutte le classi sociali. Ma non \u00e8 impossibile, soprattutto se si pensa che colpirebbe solo i ricchi e verrebbe incontro ai molto poveri.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La seconda strada sarebbe comunque da praticare perch\u00e9 la terza darebbe un colpo significativo ma non risolutivo alla situazione che si \u00e8 venuta a creare in molti anni. E sarebbe perci\u00f2 una strada da percorrere dopo l\u2019applicazione della terza.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La strada indicata in questo breve saggio \u00e8 diversa da quella sostenuta dai vari partiti (ormai tutti) che si sono succeduti al governo del Paese.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Primo:<\/span><span> bisogna smettere di fare promesse basate su un a ripresa della crescita. Le serie storiche di dati riferiti al lungo periodo dimostrano che la crescita intorno al 5% annuo, realizzata nel trentennio d\u2019oro (1950-1980) sono una eccezione rispetto all\u2019 1-1,5% realizzata nel lungo periodo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Dobbiamo perci\u00f2 aspettarci nei prossimi decenni crescite (se tutto andr\u00e0 bene) attorno a questa cifra. Le nostre aspettative di un miglioramento quantitativo alto e continuo vanno perci\u00f2 riviste al ribasso. Sono i tassi di crescita del trentennio d\u2019oro ad essere l\u2019eccezione positiva rispetto alla regola. Da ci\u00f2 deriva che, vista anche l\u2019inflazione inferiore al 2%, sar\u00e0 molto difficile pagare il debito accumulato da alcuni Paesi (tra cui l\u2019Italia) seguendo la strada della diminuzione del debito molto graduale e che comunque comporterebbe un numero di anni molto elevato (circa 60 o 70).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Secondo<\/span><span>: l\u2019obiettivo di ridurre le tasse a tutti va rivisto. Bisogna, con la politica fiscale, far pagare pi\u00f9 tasse ai ricchi per avere le risorse necessarie a ridurre il debito e ad andare in soccorso ai poveri. Una redistribuzione del reddito \u00e8 necessaria per combattere ci\u00f2 che il mercato senza un intervento pubblico correttivo, sta realizzando nei Paesi sviluppati: un numero molto ristretto di ricchi sempre pi\u00f9 ricchi, un ceto medio in difficolt\u00e0 e preso dalla paura di perdere quello che ha, le classi povere sempre pi\u00f9 povere e con gravi problemi ad arrivar alla fine del mese.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Terzo<\/span><span>: \u00e8 un dovere morale, oltre che economico, pagare il debito pubblico accumulato. Chi dice che, finch\u00e8 troviamo finanziatori, il debito pubblico pu\u00f2 essere gonfiato all\u2019infinito, sottovaluta il rischio che i finanziatori spariscano e non tiene conto della certezza che un alto debito comporta interessi passivi altrettanto alti, che sottraggono risorse al bilancio dello Stato. Lascia inoltre alle giovani generazioni l\u2019onere di pagare il debito.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo sviluppo sostenibile.\u00a0Da qualche tempo al sostantivo \u201csviluppo\u201d si usa affiancare l\u2019aggettivo \u201csostenibile\u201d, segno di una crescente sensibilit\u00e0 ecologica dei vari protagonisti politici. Ma questa sensibilit\u00e0 si ferma quasi sempre qui, sul pi\u00f9 bello. Che cosa significa infatti \u201csviluppo sostenibile\u201d? Maggior attenzione all\u2019impatto sull\u2019ambiente della crescita economica? Certamente. 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