{"id":3368,"date":"2019-05-21T15:20:47","date_gmt":"2019-05-21T13:20:47","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/che-fare-per-il-mezzogiorno\/"},"modified":"2019-05-21T15:20:47","modified_gmt":"2019-05-21T13:20:47","slug":"che-fare-per-il-mezzogiorno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/che-fare-per-il-mezzogiorno\/","title":{"rendered":"Che  fare per il Mezzogiorno*"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"text-align: justify;\">Come dicevo all\u2019inizio quella per il Sud appare ormai una battaglia persa, persino noiosa. Infatti, salvo qualche appello accorato ed autorevole, non se ne parla nemmeno pi\u00f9.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-align: justify;\">Fanno notizia singoli episodi di solito collegati alla criminalit\u00e0 organizzata e, in casi assai pi\u00f9 rari, si racconta qualche vicenda \u201ceccezionalmente\u201d positiva.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un fenomeno di vera e propria rimozione. Anche le polemiche anti-meridionali sembrano aver perso la virulenza degli anni scorsi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In realt\u00e0 questo atteggiamento esprime una convinzione di fondo, alimentata da lunghi anni di delusioni ed obiettivi mancati: la questione \u00e8 irrisolvibile; non c\u2019\u00e8 niente da fare.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quando si avvia un confronto sul tema, vengono fuori argomenti tradizionali, tesi stereotipate, che nulla aggiungono alle tante cose dette, alle mille analisi compiute, alle ricette di volta in volta proposte e puntualmente rivelatesi inefficaci.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un importante \u201cnon argomento\u201d \u00e8 quello relativo alle profonde differenze interne al Sud: \u00e8 naturalmente una grande verit\u00e0, spesso anche sottovalutata; ma questa analisi non determina alcuna proposta innovativa se non la generica e confusa indicazione di cambiare le politiche e renderle meno indiscriminate.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Oppure ci si abbandona ad una feroce critica ai politici ed alla politica, disperatamente cercando di individuare un unico capro espiatorio e di risparmiarsi la fatica di ricostruire una mappa pi\u00f9 realistica e complessa delle responsabilit\u00e0. E\u2019 ancora molto diffuso l\u2019atteggiamento di quanti lamentano una scarsa spinta solidaristica del Paese nei confronti del Sud da misurare ovviamente in termini di risorse economiche, cui fa da contrappeso la denunzia dei soldi sprecati al\u00a0 Sud in tanti anni di intervento pubblico.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Davvero si colgono scarsi segnali di novit\u00e0, mentre si percepisce , tra i meridionali, un impressionante scetticismo in molti casi accompagnato da una buona dose di cinismo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa dimensione psicologica non \u00e8 accettabile. Non \u00e8 tollerabile che interi territori,\u00a0 importanti citt\u00e0, come Napoli, Palermo, Catania, Bari, Reggio Calabria con le straordinarie tradizioni che ne hanno segnato la storia, con i segni provocatoriamente visibili di un passato nobile, potente e prestigioso, con le enormi potenzialit\u00e0 che nascondono, vivano in una dimensione collettiva di disperazione. Disperazione nel senso tecnico del termine: a chiunque si chieda che cosa bisognerebbe fare, quali sono le priorit\u00e0, i possibili progetti, le leve per un riscatto collettivo, la risposta \u00e8 sempre la stessa: non c\u2019\u00e8 niente da fare, \u00e8 tutto inutile; oppure risposte ovvie, banali, irritanti, ripetute senza convinzione: bisogna cambiare mentalit\u00e0; la colpa \u00e8 dei politici, non contiamo niente a livello nazionale. Molti raccontano progetti e programmi della loro impresa, della loro associazione, del loro centro di ricerca, del loro circolo culturale, ma sempre in una dimensione di separatezza; il territorio \u00e8 spesso vissuto come luogo in cui nulla si pu\u00f2 fare, in cui tutto \u00e8 destinato a dissolversi nell\u2019indistinto. Intanto la situazione di degrado avanza: povert\u00e0, scarsa qualit\u00e0 dei servizi sociali, disoccupazione a livelli impensabili, crescente aggressivit\u00e0 della criminalit\u00e0 organizzata. Il limite tra diritti e favori diventa sempre pi\u00f9 labile. Si accentua un clima di rassegnazione e ciascuno si difende come pu\u00f2, sempre pi\u00f9 da solo; sempre pi\u00f9 frequentemente prende corpo la soluzione finale: andarsene o programmare per \u201caltrove\u201d il futuro dei propri figli. Una dimensione di speranza, in realt\u00e0 grottesca ed improduttiva, perch\u00e9 basata sulla sola attesa, \u00e8 data dalla previsione \u2013 auspicio \u201cche peggio di cos\u00ec non pu\u00f2 andare\u201d. Invece gli ultimi anni confermano che la spirale si avvita sempre pi\u00f9 verso il basso.\u00a0 In un diabolico meccanismo di causa-effetto questo diffuso convincimento attenua progressivamente il senso di responsabilit\u00e0 dei cittadini rispetto alla dimensione collettiva: il bene comune, l\u2019interesse generale, la dimensione pubblica, anche il solo rispetto delle norme, sono categorie che vengono richiamate in astratto: qualche volta in modo rituale, qualche volta in modo rabbioso. Ma alla fine\u00a0 ciascuno prova ad \u201carrangiarsi\u201d da solo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"text-align: justify;\">Si pu\u00f2 spezzare questa spirale? Si pu\u00f2 almeno tentare di invertire questa tendenza? Ci si deve accontentare di aggrapparsi a tante, numerose ed importanti esperienze positive in campo culturale, sociale, imprenditoriale, ma spesso totalmente isolate dal contesto in cui sono inserite? O \u00e8 possibile abbozzare una strategia di sviluppo che delinei un plausibile percorso collettivo, che possa rimettere in moto, anche se lentamente, la responsabilit\u00e0 e il protagonismo dei meridionali?<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un dato \u00e8 ormai acquisito: che una prospettiva credibile in tal senso non pu\u00f2 essere affidata ad una generale, forte, ribadita denuncia dello stato di disagio e dell\u2019attesa di interventi risolutivi dall\u2019esterno. Una linea come questa, da troppi anni sperimentata, non ha funzionato, perch\u00e9 non poteva funzionare; ed oggi riproporla avrebbe come conseguenza quella di\u00a0 aumentare i rancori verso il Sud e la frustrazione nel Sud.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La strada da percorrere , \u00e8 quella di una forte, esplicita, dichiarata discontinuit\u00e0 rispetto al passato. Bisogna dire che si \u00e8 sbagliato nelle politiche per il Sud: che abbiamo\u00a0 sbagliato tutti, anche noi meridionali.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>E soprattutto\u00a0 non bisogna cadere nella trappola psicologica che tutto riduce al trasferimento delle risorse: non \u00e8 questo il tema principale, anche se \u00e8 quello di cui si occupa prevalentemente la politica. Non \u00e8 questa la discontinuit\u00e0 di cui c\u2019\u00e8 bisogno, n\u00e9 nel senso di un forte aumento delle risorse da destinare al Sud, n\u00e9 del loro azzeramento.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La discontinuit\u00e0 di cui c\u2019\u00e8 bisogno non \u00e8 neanche quella del \u201ccome\u201d. Non si tratta di innovare politiche, strumenti, modalit\u00e0 di intervento. Abbiamo visto, ricostruendo brevemente la storia degli ultimi 30 anni che vi sono state violente \u2013 ed anche coraggiose \u2013 discontinuit\u00e0 di questo tipo: la chiusura brusca e traumatica dell\u2019intervento straordinario nel \u201992, e la \u201cNuova Programmazione\u201d che puntava tutte le sue carte su una modalit\u00e0 pi\u00f9 efficiente e trasparente di intervento. Anzi queste scelte sono state fortemente condizionate dall\u2019esigenza, tutta politica, di dare il segno della discontinuit\u00e0, capace di rompere vecchi equilibri e di \u201cliberare\u201d\u00a0 il Mezzogiorno. Quella discontinuit\u00e0 non ha prodotto gli effetti sperati.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La vera discontinuit\u00e0, quella capace finalmente di cambiare le carte in tavola e di dare una prospettiva credibile, \u00e8 quella di ridefinire l\u2019obiettivo dell\u2019impegno per il Sud.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il nostro obiettivo, dei meridionali e di tutto il Paese, deve essere quello di assicurare a venti milioni di meridionali pari diritti rispetto a quelli di tutti i cittadini italiani, puntando ad innescare modelli di sviluppo auto propulsivo.\u00a0 Ed i diritti non si rivendicano in astratto; non si \u201caspetta\u201d che lo Stato li riconosca: vanno conquistati con la responsabilit\u00e0, l\u2019impegno e, in determinate fasi, con la lotta.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Non pi\u00f9 quindi l\u2019obiettivo di \u201csuperare\u201d il divario in termini di PIL; non pi\u00f9 il paragone con il reddito di una delle aree pi\u00f9 ricche d\u2019Europa, come il nostro Nord; non pi\u00f9 la misurazione ossessiva del distacco come base psicologica, culturale, politica di un permanente complesso di inferiorit\u00e0 e di dipendenza; non pi\u00f9 l\u2019invocazione di interventi rapidi e risolutivi, improbabili, ma pervicacemente attesi, nel deserto di una credibile prospettiva di sviluppo. Dobbiamo lavorare per un Mezzogiorno possibile e consapevole, non per un Mezzogiorno immaginario ed irresponsabile. In occasione della presentazione dell\u2019ultimo rapporto Svimez, si \u00e8 calcolato che, con i peggioramenti determinati dalla crisi, il Sud avrebbe bisogno di 400 anni per annullare il divario con il Centro-Nord. E\u2019 stata naturalmente una provocazione, ma con un effetto disastroso perch\u00e9 capace di trasferire\u00a0 sensazione di assoluta impotenza e, quindi, di piena deresponsabilizzazione. L\u2019obiettivo di un \u201cMezzogiorno possibile\u201d potr\u00e0 sembrare rinunciatario: visto che non si riesce a raggiungere il \u201cvero\u201d traguardo, ci si inventa un traguardo pi\u00f9 a portata di mano. Una critica del genere \u00e8 facilmente rintuzzabile con la constatazione di quanto \u00e8 successo negli ultimi 60 anni: obiettivo impossibile e danni causati dall\u2019insistenza ad assumere quel modello come base dell\u2019intervento .\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Si tratta di puntare a costruire un meccanismo di sviluppo auto propulsivo\u00a0 e quindi pi\u00f9 duraturo,\u00a0 in cui i soggetti locali siano motore dello sviluppo capaci di trovare la migliore combinazione dei fattori produttivi ed i sostegni esterni, quando necessari, non siano chiamati a trasferire sviluppo ma a concorrere a realizzare positivamente quella combinazione.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In questa\u00a0 prospettiva acquistano concreta\u00a0 rilevanza e maggiore capacit\u00e0 di \u201cpropulsione\u201d le esperienze positive, i soggetti gi\u00e0 forti. In un bellissimo articolo su \u201cIl Riformista\u201d (18 marzo 2005) Marco Vitale mette bene in luce questa circostanza: <\/span><span>non \u00e8 vero che le iniziative dal basso non abbiano risultati. Forse ne hanno dati meno di quello che si sperava ma ne hanno dati molti e significativi. Anche se queste iniziative sono state<\/span><span>quasi sempre<\/span><span>combattute ed ostacolate da chi doveva istituzionalmente favorirle<\/span><span>. Ed in questa chiave di lettura, nella percezione cio\u00e8 di grandi potenzialit\u00e0 imprenditoriali e produttive, che la \u201cpolitica\u201d non sa accompagnare in una logica di espansione e di qualificazione,segnalo il lavoro, puntuale ed approfondito che lo stesso Vitale ha compiuto con un importante indagine in Campania \u00a0 ( 2008)<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In una prospettiva del genere in cui lo sviluppo parte da una dimensione locale il Sud riscopre la propria dignit\u00e0, per certi versi il proprio orgoglio. \u201c<\/span><span>Significa non pensare pi\u00f9 il Sud o i sud come periferia sperduta e anonima dell\u2019impero, luoghi dove si replica tardi emale ci\u00f2 che celebra le sue prime altrove\u201d <\/span><span>(F. Cassano, 1996).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Al fine di fugare possibili equivoci ribadisco che enfatizzare una logica di tipo auto propulsivo dello sviluppo non significa affatto scivolare in una dimensione autarchica e neppure di concorrenza antagonistica rispetto alle altre aree del Paese. Il sostegno esterno \u00e8 necessario ed anzi probabilmente va incrementato, ma con logiche di accompagnamento, di partenariato, anche finanziario, e\u00a0 di condivisione.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La responsabilit\u00e0 prevalente deve essere nelle mani dei soggetti locali. Senza cadere nella retorica delle risorse locali, senza assecondare pericolose tendenze secondo le quali il localismo diventa una sorta di bizzarra ideologia\u00a0 che spinge a considerare tutti i territori vocati a qualsivoglia percorso di sviluppo, occorre individuare con chiarezza e con rigore le risorse, le potenzialit\u00e0, le dimensioni ottimali per i diversi interventi, senza sottovalutarne i limiti ed i vincoli.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>E\u2019 naturalmente un lavoro difficile ed anche lento, spesso incompatibile con i tempi, sempre urgenti, della politica: ma \u00e8 una strada che non ha alternative, soprattutto nell\u2019era della globalizzazione in cui i territori, nella competizione internazionale, sono chiamati ad attivare le loro dotazioni in termini di saperi, beni culturali, ambientali, specificit\u00e0 produttive.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-align: justify;\">Per avviare, consolidare e qualificare percorsi di sviluppo auto propulsivo \u00e8 necessario che le comunit\u00e0 locali abbiano un sufficiente livello di coesione sociale. Ne ho fatto cenno ripetutamente nelle pagine precedenti, richiamando il tema da diversi punti di vista. La debolezza del capitale sociale condiziona negativamente la vita dei cittadini a disagio\u00a0 in un sistema di relazioni sociali con basso tasso di fiducia, con scarso rispetto dei beni collettivi e quindi con minore possibilit\u00e0 di fruirne in modo equilibrato e duraturo.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nel suo bel libro \u2013 con un titolo particolarmente efficace \u2013 \u201cLa modernit\u00e0 squilibrata del Mezzogiorno d\u2019Italia ( 2002) Francesco Barbagallo sottolinea questo dato citando tra l\u2019altro l\u2019economista svedese G. Myrdal,\u00a0 \u00a0 \u201c<\/span><span>Un altro illustre studioso, aveva insistito molto opportunamente sugli aspetti qualitativi dello sviluppo che, coinvolgendo insieme societ\u00e0, culture e civilt\u00e0, copriva uno spettro ben pi\u00f9 ampio della mera crescita economica intesa nei ristretti ambiti quantitativi. Modernizzazione e sviluppo comportavano invece \u201cil moto ascensionale dell\u2019intero sistema sociale. In altre parole, coinvolti non soltanto la produzione, la distribuzione del prodotto , i modi di produzione, ma anche i livelli di vita, le istituzioni, gli atteggiamenti e le politiche.\u201d<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quando si sottolinea che il contesto istituzionale, nel senso del funzionamento della Pubblica Amministrazione, \u00e8 condizione essenziale per lo sviluppo, si torna al capitale sociale. <\/span><span>Il basso capitale sociale condiziona inoltre lo sviluppo indirettamente, perch\u00e9 influisce sulla efficienza della pubblica amministrazione, sulla capacit\u00e0 di produrre beni collettivi e servizi, e quindi sulle economie esterne per le imprese locali e sulla qualit\u00e0 sociale per i<\/span><span>cittadini.<\/span><span> (Trigilia, 2011).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>E come ho sottolineato nelle pagine precedenti l\u2019ambizioso obiettivo perseguito dalla Nuova programmazione di qualificare il sistema delle autonomie locali meridionali con un intervento dal centro, \u00e8 fallito.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>E\u2019 la crescita della societ\u00e0 civile, che fa evolvere positivamente le istituzioni che la rappresentano: naturalmente si innesca poi un circolo virtuoso che spinge le istituzioni a fare leva sulla\u00a0 societ\u00e0 civile e a qualificarla ulteriormente. Ma \u00e8 dalla forza del capitale sociale, dalla comunit\u00e0 che si parte.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>E la stessa riflessione vale per la questione delle regole: sappiamo tutti che, al Sud, soprattutto in alcune aree urbane, ma non solo, il rispetto delle regole non \u00e8 un valore riconosciuto. In alcune situazioni, pi\u00f9 gravi e socialmente pi\u00f9 fragili, il concetto di regola \u00e8 completamente saltato: anzi il disprezzo della regola, anche quando non d\u00e0 vantaggi immediati, acquista il senso di un atto di autorevolezza, di legittimazione personale: chi non osserva le regole \u00e8 forte,\u00a0 chi le osserva \u00e8 debole.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Che cosa bisogna fare per affermare la cultura della legalit\u00e0, il rispetto delle regole? Penso che abbiamo tutti impresse nella mente quelle terribili scene in cui le forze dell\u2019ordine vengono minacciate dalla popolazione di quartieri difficili in cui sono andate a ripristinare le regole. La risposta deve certamente contemplare un maggior rigore, un\u2019 indisponibilit\u00e0 a \u201cchiudere un occhio\u201d per le infrazioni meno gravi; forse anche l\u2019 adozione di sanzioni e misure repressive pi\u00f9 dure. Ma la vera risposta \u00e8 sul versante del capitale sociale: la regola \u00e8 rispettata se una comunit\u00e0 si riconosce in essa, se ne coglie l\u2019utilit\u00e0 per il buon funzionamento\u00a0 delle relazioni sociali. Ce l\u2019hanno insegnato i Romani, inventori del diritto: <em>ubi societas ibi ius<\/em>. Non sono le regole e le norme che costituiscono una comunit\u00e0. E\u2019 una comunit\u00e0 che si da delle regole: e se le sente sue, le rispetta<\/span><span>. <\/span><span>Questa \u00e8 una vera e propria battaglia culturale da combattere quotidianamente, a partire da un impegno straordinario per la scuola.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-align: justify;\">Il rafforzamento del capitale sociale \u00e8 anche la condizione indispensabile per combattere le mafie. Forse vale la pena di ricordarsi della famosa frase di Giovanni Falcone che spingeva\u00a0 a considerare la mafia <\/span><span style=\"text-align: justify;\">come tutti i fenomeni umani, una patologia\u00a0 che si pu\u00f2<\/span><span style=\"text-align: justify;\">vincere<\/span><span style=\"text-align: justify;\">. Una frase apparentemente banale, ma in realt\u00e0 potente. Falcone avvertiva il\u00a0<\/span>pericolo di un giudizio e di un atteggiamento, nella opinione pubblica e nelle istituzioni, di ineluttabilit\u00e0 delle mafie.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Infatti, mentre non possiamo che esprimere apprezzamento per lo straordinario lavoro delle forze dell\u2019ordine e della magistratura che hanno ottenuto ed ottengono grandi risultati sul versante della repressione ed in qualche caso della prevenzione; mentre sottolineiamo l\u2019importanza di alcune conquiste come la legge Rognoni &#8211; La Torre\u00a0 nata\u00a0 su impulso del milione di firme raccolte da Libera di Don Ciotti, per la utilizzazione sociale dei beni confiscati alle mafie, mentre ci aggreghiamo a movimenti di opinione sempre pi\u00f9 vasti che si mobilitano contro le mafie; tuttavia percepiamo che \u00e8 ancora diffusa, nella coscienzadella gente comune ed anche degli<em> opinion<\/em> <em>leaders, <\/em>la sensazione di essere di fronte ad un nemico invincibile, ad un fenomeno che pu\u00f2 essere al massimo contenuto, ma non estirpato.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Questa percezione \u00e8 pericolosissima; ancorch\u00e8 non dichiarata pu\u00f2 condizionare pesantemente\u00a0 l\u2019iniziativa contro le mafie introducendo, da una parte una sorta di rassegnazione e, dall\u2019altra, soprattutto nel campo delle relazioni economiche ed imprenditoriali, una disponibilit\u00e0 a convivere con il fenomeno. Da questo punto di vista \u00e8 particolarmente apprezzabile l\u2019iniziativa assunta da alcune associazioni industriali del Mezzogiorno che hanno negato l\u2019iscrizione ad alcune imprese<\/span><span>. In questa battaglia difficile, complicata e certamente di non breve periodo, ma tuttavia indispensabile bisognerebbe aver presente, con maggiore chiarezza, e soprattutto con maggiore coerenza nei comportamenti, due circostanze.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La prima \u00e8 quella della connessione esistente tra corruzione e criminalit\u00e0 organizzata. E\u2019 indubbio che corruzione non \u00e8 sinonimo di mafie: pur se le mafie utilizzano pratiche corruttive con grande efficacia e determinazione, non si pu\u00f2 affermare che tutti i fenomeni di corruzione siano inquadrabili nella criminalit\u00e0 organizzata. E tuttavia sarebbe\u00a0<\/span>un errore considerare queste patologie della nostra societ\u00e0 e del nostro sviluppo come separate e del tutto indipendenti. Le patologie criminali rispetto allo sviluppo possono essere cos\u00ec descritte, in una sorta di micidiale crescendo: vi sono ampie zone di economia informale (lavoro nero, imprese sommerse) che nel nostro Paese, e specie nel Sud, come abbiamo visto, raggiungono valori percentuali altissimi. Al secondo <em>step<\/em> di questo percorso vi \u00e8 la corruzione che non coincide con l\u2019economia sommersa, ma neppure \u00e8 ad essa del tutto estranea. La alimenta e ne \u00e8 alimentata con consuetudini ed episodi grandi e piccoli, fino a consolidare veri e propri sistemi; le regole del gioco vengono ignorate o aggirate: la legalit\u00e0 subisce colpi pi\u00f9 duri e la mancanza di legalit\u00e0 determina effetti negativi pi\u00f9 consistenti frenando le possibilit\u00e0 di sviluppo, come in precedenza abbiamo visto. Infine le mafie: ancora una volta non c\u2019\u00e8 coincidenza tra i fenomeni, ma \u00e8 indubbio che vi sono importanti relazioni dirette tra mafia e corruzione. Se condividiamo questo giudizio, se pensiamo che vi sia un <em>continuum<\/em> tra i diversi fenomeni, una sorta di filiera dell\u2019 illegalit\u00e0 che parte dall\u2019evasione minuta delle regole ed arriva agli orrori ed alla devastazione delle mafie, allora dobbiamo concludere che vi \u00e8 qualche contraddizione nella reazione dello Stato. E\u2019 indubbio, ad esempio, che magistratura e forze di polizia stanno raggiungendo importanti traguardi nella lotta alle mafie: lo dimostrano gli arresti di grandi latitanti, ma anche l\u2019attacco ai patrimoni delle famiglie mafiose, mediante norme sulla gestione dei beni sequestrati e confiscati, peraltro da perfezionare.\u00a0 Non si vede, per\u00f2, nel contempo, uguale determinazione nel combattere la corruzione, come si deduce dalle difficolt\u00e0 registrate nell\u2019autunno del 2012 a legiferare in materia. Sembra quasi che una certa dose di corruzione sia ritenuta tollerabile, se non addirittura inevitabile. Ed anche le forze sociali, forse, possono fare di pi\u00f9: le gi\u00e0 citate\u00a0 iniziative assunte dalle organizzazioni imprenditoriali contro la mafia, quali il rifiuto all\u2019iscrizione delle imprese che soggiacciono alle estorsioni, hanno avuto un effetto importante. Analoghe iniziative andrebbero prese nei confronti delle imprese coinvolte in fenomeni di corruzione, che, come abbiamo visto, indeboliscono il tessuto imprenditoriale e gli interessi delle imprese sane.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La seconda circostanza \u00e8 che va ribadito, con maggior forza e per certi versi anche con maggiore coerenza, che le mafie si battono non solo con legislazioni appropriate e con una forte azione repressiva,\u00a0 ma anche sul piano del consenso e della loro capacit\u00e0 di insediamento e di controllo dei territori. Anche se diventano multinazionali, anche se hanno quadri e strumenti sofisticatissimi, anche se muovono miliardi di euro, le mafie si alimentano delle loro radici territoriali. E l\u00ec pu\u00f2 batterle solo un sistema di relazioni sociali positivo, una comunit\u00e0 basata sulla fiducia, reti orizzontali di condivisione ed attenzione ai beni comuni. In quelle situazioni parlare di comunit\u00e0 non \u00e8 vuota retorica, ma \u00e8 una dichiarazione di guerra. Significa gestire bene ed in modo sostenibile i terreni confiscati, significa sottrarre i giovani (uno ad uno) alle proposte di reclutamento delle organizzazioni criminali; significa promuovere un ruolo diverso della donna nella famiglia; significa occuparsi in una chiave non tradizionalmente caritativa delle famiglie dei detenuti; significa insomma fare sviluppo sociale e diffondere cultura della legalit\u00e0, anche minuta. In una parola trasformare il capitale sociale negativo, in capitale sociale positivo.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Da qualunque punto di vista si affronti il tema dello sviluppo, mi pare venga confermata l\u2019idea che bisogna ri-partire dal sociale mettendo questo tema al centro della riflessione e della proposta politica.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-align: justify;\">Ma che significa assumere il sociale come dimensione prioritaria nella promozione dello sviluppo? In che cosa deve consistere la discontinuit\u00e0 cui facevo prima riferimento?<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Come \u00e8 naturale la risposta va articolata a pi\u00f9 livelli: vi \u00e8 il livello degli intellettuali, degli <em>opinion leaders<\/em>, degli uomini dell\u2019informazione, particolarmente importanti nell\u2019orientare la pubblica opinione; c\u2019\u00e8 il ruolo dei meridionali, istituzioni, classi dirigenti, popolazione tutta; c\u2019\u00e8 una chance per la politica che potrebbe mettere in campo un\u2019offerta innovativa, pi\u00f9 credibile e pi\u00f9 motivante.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Intanto il dibattito e la riflessione sul Mezzogiorno dovrebbero riprendere, in generale, \u201cpi\u00f9 fiato\u201d. E\u2019 desolante constatare come ancora si discuta dell\u2019intervento aggiuntivo, in termini di risorse finanziarie, come se fosse la vera questione. Abbiamo visto che ormai questo flusso di risorse rappresenta circa il 5% dei trasferimenti della Pubblica Amministrazione verso il Sud; e mi chiedo di che parleremo tra sette anni, quando non ci saranno pi\u00f9 interventi della UE, quando, cio\u00e8 sar\u00e0 sancito che il Sud non \u00e8 nella fascia dei Paesi pi\u00f9 poveri dell\u2019Unione. Se continua cos\u00ec, ci ritroveremo tra qualche anno concentrati sull\u2019obiettivo, non proprio esaltante, di\u00a0 dimostrare che quelle risorse saranno ancora indispensabili, decisive, irrinunciabili; e lo faremo, molto probabilmente condizionati da una scarsa credibilit\u00e0\u00a0 collegata ad una confermata incapacit\u00e0 di spendere e di\u00a0 spendere bene.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Bisogna augurarsi che la riflessione sia insieme pi\u00f9 realistica e pi\u00f9 \u201calta\u201d. Per esempio sarebbe bene e sarebbe assai utile, se in una chiave non difensiva e rancorosa, riflettessimo sul tema del federalismo, casomai studiandoci un po\u2019 meglio Carlo Cattaneo e un po\u2019 meno la proposta di Calderoli.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Si potrebbe rinforzare e qualificare la riflessione gi\u00e0 in atto sul ruolo del Mezzogiorno rispetto al Mediterraneo, ricordandosi che questi processi non si consolidano partendo da relazioni di affari, ma sviluppando poderosi processi di confronto culturale, di partenariato nella ricerca. In questa chiave basterebbe un po\u2019 di memoria meno corta per liberare il potenziale di integrazione culturale legato a citt\u00e0 come Palermo e come Napoli.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ma soprattutto, se si assumesse davvero quella del Mediterraneo come una dimensione strategica, di un Sud che non \u201cinsegue\u201d con affanno e con crescente frustrazione modelli mitteleuropei, si dovrebbe modificare radicalmente il rapporto con le centinaia di migliaia di extra-comunitari che arrivano nel nostro Paese. Il nostro schema di riferimento istituzionale al riguardo \u00e8 inconcludente: da una parte una gestione difensiva, timorosa e di sostanziale resistenza e spesso perfino condizionata dall\u2019esigenza di \u201cmediare\u201d intollerabili spinte xenofobe, dall\u2019altra una grande capacit\u00e0 di accoglienza espressa\u00a0 da molte associazioni, ma anche figlia di un\u2019 antica e saggia tradizione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Andrebbe affrontato in modo adeguato il tema delle citt\u00e0, che possono costituire, anche nell\u2019era della globalizzazione un\u2019importante materia di sviluppo per il Mezzogiorno, a condizione che si innovino, profondamente, le politiche di sostegno<\/span><span>. Ma soprattutto \u00e8 necessario rendere pi\u00f9 forti, pi\u00f9 ricche ed articolate, pi\u00f9 \u201cvisibili\u201d le riflessioni e le proposte per rafforzare la coesione sociale, la cultura dei beni comuni, il senso civico, al Sud.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ormai la responsabilit\u00e0 \u00e8, ovviamente, nelle mani di noi meridionali. Non perch\u00e9 dobbiamo riparare ad errori compiuti solo da noi; non perch\u00e9 la situazione attuale \u00e8 solo colpa nostra. Semplicemente perch\u00e9, con ogni evidenza, se non c\u2019\u00e8 una pi\u00f9 forte assunzione di responsabilit\u00e0 da parte dei meridionali, non se ne esce.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quando si parla di Sud, in mancanza di argomentazioni pi\u00f9 solide, le discussioni nei salotti o al bar, si concludono con la fatidica frase: \u201c\u00e8 questione di mentalit\u00e0\u201d.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Invece \u00e8 questione di responsabilit\u00e0. Qui naturalmente c\u2019\u00e8 un ruolo importante degli uomini di cultura, dei leader del mondo associativo, delle parti sociali, delle istituzioni, degli organi di informazione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Bisogna scoraggiare un approccio al tema dello sviluppo che faccia sempre e solo parlare della responsabilit\u00e0 altrui, bisogna evitare che tutti siano orientati ad \u201caspettare\u201d soluzioni costruite altrove; bisogna non consentire mai pi\u00f9 a classi dirigenti locali, quando palesemente inadempienti, di trovare alibi e di scaricare altrove le proprie responsabilit\u00e0.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Non \u00e8 affatto facile, anzi \u00e8 difficilissimo: perch\u00e9 quando si affronta a viso aperto il tema delle responsabilit\u00e0 non vi sono \u201czone franche\u201d ed il positivo, ma faticoso e doloroso, contagio delle responsabilit\u00e0 coinvolge tutti e tutto pu\u00f2 cambiare.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0Potrei citare un numero infinito di grandi personaggi, di meridionalisti e non, che con espressioni pi\u00f9 o meno note, o pi\u00f9 o meno efficaci richiamano i meridionali alle loro responsabilit\u00e0, li invitano a prendere atto che il loro destino \u00e8 nelle loro mani. \u201c<\/span><span>Lo sviluppo non scende dal cielo: la Puglia cambia solo se la cambiano i Pugliesi; la Puglia cambia solo se anche i Pugliesi cambiano\u201d. <\/span><span>( Viesti 2005).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Naturalmente questa linea che insiste sulla necessit\u00e0 di una maggiore assunzione di responsabilit\u00e0 da parte dei meridionali suscita una critica prevedibile e scontata: si tenderebbe in tal modo\u00a0 a ridimensionare o a cancellare del tutto le responsabilit\u00e0 della politica nazionale e, soprattutto, di \u201cquelli del Nord\u201d.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Io sono invece certo che una nuova, aperta assunzione delle proprie responsabilit\u00e0 da parte della classe dirigente meridionale, \u201criaprirebbe\u201d la partita del Mezzogiorno a livello dell\u2019opinione pubblica, prima, e quindi della politica nazionale: darebbe spazio alle posizioni pi\u00f9 attente, responsabili ed interessate ad una prospettiva innovativa e credibile di solidariet\u00e0 verso il Mezzogiorno e isolerebbe le posizioni pi\u00f9 rancorose\u00a0 e retrive.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"text-align: justify;\">Per evitare che l\u2019obiettivo di una maggiore coesione sociale appaia astratto e relegato in una dimensione etico-solidaristica, vale la pena ricordare che cosa significa concretamente promuovere la coesione sociale, anche nel senso di una pi\u00f9 coerente offerta politica.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il primo ambito \u00e8 quello del capitale umano e quindi dell\u2019educazione: asili nido, lotta alla dispersione scolastica, tempo pieno nelle scuole, insegnanti di sostegno, fine dei doppi turni; progetti e programmi per l\u2019inclusione dei giovani in particolari situazioni di rischio, ricordando che da qualche tempo appaiono pi\u00f9 urgenti interventi nei confronti delle adolescenti. In quest\u2019 ambito rientrano i programmi di orientamento al lavoro dei giovani nei territori in cui \u00e8 pi\u00f9 forte la criminalit\u00e0 organizzata e pi\u00f9 allettanti le sue proposte di reclutamento che trovano terreno fertile in diffuse situazioni di disagio giovanile.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il secondo ambito riguarda gli investimenti nella ricerca e nell\u2019universit\u00e0, temi ampiamente analizzati e per i quali non mancano proposte concrete ed intelligenti e sui quali, pertanto, non penso valga la pena di soffermarsi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il terzo ambito \u00e8 quello dei servizi sociali propriamente detti che stanno subendo, in questa fase, i tagli pi\u00f9 gravi e che abbiamo visto, nelle pagine precedenti, essere al Sud relativamente assai carenti: assistenza domiciliare agli anziani non autosufficienti, case famiglia,assistenza ed interventi per l\u2019inclusione sociale dei diversamente abili; in questo ambito un rilievo particolare andrebbe riconosciuto all\u2019area dei servizi ai detenuti ed alle loro famiglie.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un altro settore di intervento molto importante \u00e8 quello riferito alla cura, alla manutenzione, alla valorizzazione dei beni comuni. Quello dei beni comuni \u00e8 uno dei fattori chiave per la costruzione di solide reti comunitarie. Non conta la definizione delle tipologie; conta l\u2019 individuazione di beni, anche immateriali, in cui una comunit\u00e0 si riconosca.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Naturalmente grande rilievo hanno i beni culturali, i beni ambientali e grande valore simbolico hanno i beni confiscati alle mafie. Ma di uguale interesse \u00e8 la valorizzazione dei beni comuni come le tradizioni culturali, enogastronomiche, dialettali, musicali.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Una linea di azione particolarmente significativa, cui ho gi\u00e0 fatto cenno nelle pagine precedenti, \u00e8 quella della mediazione culturale e della integrazione degli extra-comunitari. Qui va fatta una precisazione molto importante: chi ha esperienza di territori nei quali \u00e8 pi\u00f9 forte l\u2019impatto con flussi di immigrazione di extra-comunitari, sa bene che, dopo una prima fase ovviamente caratterizzata da grandi difficolt\u00e0, se scatta una logica di accoglienza e di integrazione, gli extra-comunitari, lungi dal rappresentare una minaccia per l\u2019 identit\u00e0 comunitaria dei territori, ne costituiscono un importante punto di aggregazione e di consolidamento. Se a qualcuno quest\u2019affermazione pu\u00f2 apparire strana o provocatoria sar\u00e0 utile ricordare che in molte aree metropolitane le iniziative e le attivit\u00e0 di associazioni che hanno ad oggetto l\u2019assistenza ai bambini in et\u00e0 scolare, trovano nelle famiglie degli immigrati il\u00a0 punto di appoggio pi\u00f9 solido e convinto.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per inciso ricordo che molte delle attivit\u00e0 che ho richiamato, ed in particolare quelle riferite ai servizi sociali, rappresentano, come dimostrano numerosi e qualificati indicatori, un bacino non marginale\u00a0 di nuova occupazione. In queste aree infatti oltre a importanti e positive iniziative di volontariato si sviluppano molte esperienze affidate alla cooperazione sociale, che grazie ad una pi\u00f9 intelligente e razionale combinazione dei fattori, riesce ad erogare servizi con minori costi e con maggiore efficacia.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Di grande rilievo le innumerevoli iniziative direttamente dedicate alle fasce pi\u00f9 povere delle popolazioni: penso\u00a0 in particolare all\u2019esperienza del banco alimentare ed alle strutture di accoglienza per i senza fissa dimora.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Contestualmente si moltiplicano i percorsi\u00a0 in cui il \u201csociale\u201d si intreccia positivamente con altri settori ed anche con attivit\u00e0 produttive tradizionali.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0Cresce il\u00a0 numero di fattorie sociali in cui esperienze l\u2019inclusione sociale si concretizza in lavori\u00a0 agricoli, di esperienze di utilizzazione delle attivit\u00e0 teatrali per il recupero di persone a rischio, di attivit\u00e0 artigianali e turistiche svolte da cooperative che associano soggetti diversamente abili. Naturalmente nel momento in cui si sottolinea l\u2019importanza di sviluppare una serie di attivit\u00e0 che rafforzino i legami comunitari sui diversi territori, appare importante anche che vi siano adeguate iniziative per aumentare le opportunit\u00e0 per la popolazione di partecipare a processi decisionali. Non si tratta di invocare in astratto meccanismi e percorsi di democrazia diretta, quanto piuttosto di assumere un dato significativo: se diventa un obiettivo quello della maggiore coesione sociale, quella della promozione di identit\u00e0 e reti comunitarie, allora acquista grande momento tutto quanto concerne la partecipazione e la condivisione dei cittadini rispetto alle iniziative assunte, alla loro valutazione, alla loro qualificazione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"text-align: justify;\">Provando a declinare le mie riflessioni sul terreno pi\u00f9 concreto delle scelte e delle politiche da attuare, senza alcuna pretesa di tracciare un quadro esaustivo, individuo tre linee fondamentali.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>a) Un primo gruppo di questioni riguarda le politiche generali, quelle che una volta si definivano le politiche ordinarie per distinguerle da quelle straordinarie dedicate al Sud.\u00a0 Come abbiamo visto \u00e8 su questo versante che si gioca la partita pi\u00f9 importante: occorre, al di l\u00e0 di qualsiasi discussione sull\u2019 aggiuntivit\u00e0 e specialit\u00e0 degli interventi, semplicemente affermare il principio che i cittadini di uno stesso Paese hanno diritti e doveri\u00a0 uguali rispetto allo Stato, incominciando dai servizi essenziali in capo alla Pubblica Amministrazione centrale. Al primo posto la giustizia, poi la scuola, la sicurezza, la sanit\u00e0. Se parlando di cose da fare al Sud, partissimo da queste questioni, faremmo un formidabile passo in avanti.\u00a0 Pari dotazioni infrastrutturali, pari dotazioni di personale, uguale sforzo nella ricerca della efficienza\u00a0 e della efficacia dei servizi. Non sono questioni marginali o, peggio, irrilevanti rispetto allo sviluppo. Ne sono la condizione primordiale. \u00a0 Ma c\u2019\u00e8 una questione ancora pi\u00f9 rilevante, da questo punto di vista, che \u00e8 quella di valutare il ruolo delle diverse politiche nazionali rispetto al\u00a0 del Mezzogiorno. Quest\u2019affermazione, alla luce delle dichiarazioni, dei documenti, dei Convegni , insomma della politica ufficiale, appare ovvia fino alla banalit\u00e0. Ma a ben vedere si tratta invece di un tema che vale la pena riproporre. Non \u00e8 forse vero che l\u2019oggettiva sottovalutazione delle enormi potenzialit\u00e0 del settore agricolo, di fatto perpetrata per decenni e decenni, ha danneggiato il Sud? Con particolare efficacia la Coldiretti negli ultimi anni \u00e8 impegnata in una grande operazione culturale e politica per ricordare al Paese la centralit\u00e0 e, soprattutto le prospettive del settore, che in una concezione pi\u00f9 moderna ed equilibrata dello sviluppo\u00a0 e nel quadro della competizione internazionale, potrebbe dare molto di pi\u00f9 al Paese in termini di reddito, di qualit\u00e0 della vita, di occupazione.\u00a0 Anche nella fase acuta della crisi il settore ha raggiunto risultati importanti in termini di occupazione, nuove imprese, bilancia commerciale. Ma \u00e8 una lotta titanica, perch\u00e9 abbiamo inchiodato nella nostra testa un modello di sviluppo che faceva dell\u2019agricoltura un settore residuale, luogo del vecchio, dell\u2019assistenza, dell\u2019incompatibile con le leggi dello sviluppo \u201cvero\u201d: tanto condizionante \u00e8 stato lo schema che quando volevamo sostenere la necessit\u00e0, sacrosanta, di aumentare il tasso di imprenditorialit\u00e0 in agricoltura dicevamo che bisognava \u201cindustrializzarla\u201d. Abbiamo sottovalutato il peso insopportabile dell\u2019intermediazione che ha strappato valore aggiunto ai contadini, indebolendoli nelle loro prospettive di reddito e di espansione produttiva. Con danni enormi soprattutto al Sud. Qualcuno potrebbe obiettare che questo ragionamento \u00e8 indebolito dalla verifica\u00a0 degli enormi trasferimenti destinati al settore nel corso degli anni. Ma questo \u00e8 un argomento a favore, non contro, la mia tesi. Un settore da assistere, non un settore strategico. E per capire che significa assumere come strategico il settore agricolo, basterebbe dare un\u2019occhiata alla Francia, anche nei rapporti di quel Paese con la UE. Ed in Francia l\u2019agricoltura ha potenzialit\u00e0 nettamente inferiori alla nostre e gode\u00a0 di trasferimenti\u00a0 certamente non meno consistenti.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ragionamento analogo si pu\u00f2 fare per le politiche industriali: ho tentato di dimostrare nelle pagine precedenti che la politica di sostegno alle imprese \u00e8 stata sbagliata e penso che sarebbe ora di rivederla radicalmente . Ma la revisione della materia o la conclamata necessit\u00e0 di abolire gli incentivi (al Sud come al Nord) sarebbe pi\u00f9 credibile se fosse accompagnata da uno straccio di politica industriale; e soprattutto se si mettesse fine ad un antico, colossale equivoco delle nostre politiche: si parla continuamente delle piccole e medie imprese, si ricorda che in esse \u00e8 concentrato oltre il 90% degli occupati e via rivendicando un\u2019 auspicata centralit\u00e0. In realt\u00e0 siamo figli, specialmente al Sud, di una cultura industriale che considera le PMI come una sorta di eccezione, un non-ancora della catena imprenditoriale; non un\u2019area sulla quale investire , ma un\u2019area da tutelare e da difendere, avendo in testa che lo sviluppo industriale \u201cvero\u201d \u00e8 quello delle grandi aziende. Quando si progetta un intervento, un programma , un\u2019iniziativa si ha netta la percezione che esso \u00e8 pensato per la grande industria, salvo prevedere degli aggiustamenti, una sorta di deroga, per le piccole imprese. Vi sono molte prove di questa disattenzione: la pi\u00f9 rilevante \u00e8 l\u2019assoluta mancanza di politiche\u00a0 (non di appelli) per promuovere la media dimensione di impresa, vero handicap della struttura industriale del Sud. Mai vista una proposta, un incentivo dedicato, una politica complessiva. Sembra quasi che le piccole imprese non siano considerate piccole, ma nane.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0Agricoltura, piccole imprese, ma anche turismo, artigianato: il Sud ha un interesse relativamente maggiore a che questi settori non vengano considerati, ai tavoli veri , come cose di cui si \u00e8 \u201ccostretti\u201d ad occuparsi in mancanza di meglio.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Vi sono molti altri esempi di questioni certamente importanti\u00a0 a livello generale\u00a0 che per il Sud possono avere maggiore rilevanza per le prospettive di sviluppo: un esempio per tutti \u00e8 quello dei beni culturali; una politica\u00a0 che non si limitasse alla salvaguardia e alla tutela, ma che si ponesse l\u2019obiettivo di favorire percorsi di\u00a0 valorizzazione, sarebbe per il Sud molto rilevante. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0b) Un secondo gruppo di riflessioni riguarda le risorse supplementari che per un ulteriore e presumibilmente ultimo sessennio, saranno destinate al Sud, o a gran parte di esso, dai Fondi strutturali della Unione Europea.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Potr\u00e0 sembrare strano, ma penso che la questione pi\u00f9 importante al riguardo sia quella di prepararsi, concretamente, alla fase in cui queste risorse aggiuntive non vi saranno pi\u00f9. Non penso ad una attivit\u00e0 di denunzia, di lamentela, di rivendicazione, di improbabili studi comparativi con altre aree depresse europee; anzi pavento\u00a0 questo come un grave rischio. Penso invece alla necessit\u00e0 di procedere da subito, con un impegno diretto e positivo:<\/span><\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><span>a verificare con attenzione e rigore tutti gli ambiti in cui le risorse straordinarie dei Fondi europei sono state impiegate per supplire alle carenze dei finanziamenti ordinari;<\/span><\/li>\n<li><span>a smontare la macchina, complessa e variegata, collegata alla gestione dei Fondi europei: mi riferisco alle Amministrazioni , specie regionali, ma anche\u00a0 al reticolo fittissimo di interessi professionali (qualche volta para-professionali), collegato alla gestione dei Fondi europei: progettazione, monitoraggio, valutazione, assistenza tecnica. Questo strano terziario ha assunto dimensioni notevoli ed \u00e8 difficile prevederne un\u2019efficace riconversione, anche perch\u00e9, spesso, si esprime in professionalit\u00e0 molto \u201cdedicate\u201d, ed alienate da una patologica\u00a0 consuetudine alle formalit\u00e0 documentali. Questa operazione non sar\u00e0 facile ed incontrer\u00e0 resistenze di vario tipo, a partire da quella degli amministratori regionali, abituati ad essere visti come \u201cdotati\u201d di grandi risorse, non proprio facili da spendere\u00a0 ma comunque almeno teoricamente disponibili.<\/span><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Anche tenendo conto di queste esigenze penso che sarebbe opportuno assumere tre fondamentali linee guida:<\/span><\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><span>impostare in modo radicalmente diverso gli obiettivi del Fondo Sociale Europeo, ridimensionando le erogazioni per la formazione professionale tradizionale, a vantaggio di qualificati interventi a sostegno della ricerca e, soprattutto, investendo massicciamente nella scuola ( il \u201cquarto organo costituzionale\u201d di Pietro Calamendrei!) e nel sociale, anche sulla scorta di piccole, ma significative esperienze, avviate dal Ministro Barca \u00a0 e dal Sottosegretario Rossi Doria nell\u2019autunno del 2012;<\/span><\/li>\n<li><span>operare una forte revisione delle politiche di incentivazione alle imprese, in tutti i settori, industriale, agricolo, turistico, abolendo interventi indiscriminati, automatici\u00a0 (compreso il credito d\u2019imposta) ed evitando che le agevolazioni siano utilizzate per \u201cresistere\u201d sul fronte dei costi. Questo consentir\u00e0, con serie\u00a0 attivit\u00e0 di valutazione, di sostenere\u00a0 le innovazioni, l\u2019internazionalizzazione, le aggregazioni o comunque le dinamiche cooperative tra imprese;<\/span><\/li>\n<li><span>concentrare su un solo settore le risorse per le infrastrutture e precisamente in quelle \u00a0 per la mobilit\u00e0, soprattutto ferroviarie ed\u00a0 aereoportuali. Ho sempre resistito, psicologicamente, a queste impostazioni, immaginando pi\u00f9 importante la utilizzazione delle risorse a sostegno di processi locali allo sviluppo. Ma bisogna arrendersi all\u2019evidenza dei fatti: quando con la bella ed apprezzabile scelta, dal punto di vista della trasparenza, del Dipartimento per le politiche di coesione \u00e8 stata accessibile la banca data dei progetti ammessi a finanziamento, vi \u00e8 stata la drammatica conferma di un meccanismo impazzito e fuori controllo, di un processo insieme autoreferenziale ed ingovernabile.\u00a0<\/span><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>E d\u2019altra parte se si tentasse di riorganizzare il sistema a mala pena basterebbero\u00a0 i sei anni del prossimo ciclo di programmazione.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Meglio, realisticamente, scegliere la strada di un solo, chiaro, riconoscibile obiettivo. \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0c) Infine ritengo\u00a0 che vadano assunti alcuni\u00a0 criteri fondamentali, veri e propri vincoli\u00a0 \u00a0 nella definizione di politiche ed anche nella gestione di singoli interventi:<\/span><\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><span> tutti gli interventi di sostegno e di incentivazione, soprattutto quelli di natura economica, devono assolutamente presumere ed avere come condizione ineludibile, il coinvolgimento della responsabilit\u00e0 dei destinatari: dagli incentivi alle imprese, agli interventi per i disoccupati; dal sostegno alle Universit\u00e0, alle politiche sociali, tutto deve essere condizionato non solo dalle regolarit\u00e0 formali e dalla giusta attenzione alla massima trasparenza, ma dal coinvolgimento pieno dei soggetti: e questo che, a tutti i livelli distingue una politica assistenziale da un intervento di promozione dello sviluppo. E l\u2019esperienza insegna che <em>tertium non datur<\/em>: un intervento o innesca un processo di autonomia o accentua la dipendenza; e quindi bisogna affrontare il tema delle valutazioni <em>ex-ante<\/em> e discrezionali;<\/span><\/li>\n<li><span>bisogna promuovere una logica di mercato e di concorrenza: non \u00e8 un rigurgito neo-liberista, ma la constatazione del fatto che la scarsa cultura della concorrenza mortifica le spinte imprenditoriali, condiziona il modo di fare impresa, crea un clima ostile allo sviluppo. Per esempio sarebbe ora che le Pubbliche Amministrazioni interrompessero la sciagurata prassi che porta alla costituzione di strutture <em>in house<\/em>,\u00a0 (cio\u00e8\u00a0 di propriet\u00e0 della stessa Amministrazione) concepite in teoria\u00a0 per assicurare maggiore flessibilit\u00e0 ed efficacia, ma di fatto strumento per evitare la evidenza pubblica nella concessione di appalti e, quindi,\u00a0 inaccettabili eccezioni ad una corretta logica di mercato nell\u2019area dei servizi;<\/span><\/li>\n<li><span>occorre privilegiare, negli interventi di sostegno, la logica della rete\u00a0 e, quando possibile, delle aggregazioni: le imprese, i centri di ricerca, le aziende agricole, le iniziative sociali devono smetterla di inseguire \u201cin solitaria\u201d l\u2019incentivo ed essere educate ad una dimensione cooperativa. Non penso ad aggregazioni formali, ma ad integrazioni funzionali, da valutare \u2013 e monitorare- nel loro contenuto sostanziale;<\/span><\/li>\n<li><span>occorre realizzare una robusta operazione di disboscamento\u00a0 di enti, agenzie, consorzi vari deputati a promuovere lo sviluppo; nelle pagine precedenti ho citato l\u2019esempio\u00a0 dei Consorzi Fidi o dei Consorzi delle aree industriali; ma si potrebbero citare molti altri casi di organismi pubblici, parapubblici, o tenuti in vita dal pubblico. Su questo aspetto, sull\u2019onda poderosa e qualche volta approssimativa dell\u2019antipolitica, si \u00e8 sviluppata negli ultimi anni una forte polemica incentrata sul tema dello spreco e delle \u201cpoltrone\u201d.\u00a0 Ma non \u00e8 solo questo il punto, che pure basterebbe. La vera questione \u00e8 che molti di questi strumenti, per legittimare il proprio ruolo , in una disperata battaglia per la sopravvivenza, di fatto ostacolano lo sviluppo. Non sono solo inutili e, quindi, fonte di spreco;\u00a0 sono dannosi.<\/span><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>CONCLUSIONE<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u201cIl Sud sta seduto su un tesoro e crede di trovarlo altrove<\/span><span>.\u201d\u00a0 <\/span><span>Cos\u00ec Erri De Luca in una intervista del 2010 alla <em>News letter<\/em> della Fondazione CON IL SUD.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ne siamo convinti noi meridionali?\u00a0 E soprattutto abbiamo la volont\u00e0, la forza, di alzarci, di mettere finalmente gli occhi su questo tesoro, di amarlo e di investire su di esso? Non di chiedere ad altri di investire sul nostro tesoro, ma di chiamarli quando noi stessi con tenacia e convinzione abbiamo incominciato a farlo? Non ne sono sicuro.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Senza cadere nella trappola del \u201c di chi \u00e8 la colpa\u201d, senza pensare che l\u2019obiettivo \u00e8 trovare giustificazioni plausibili, dobbiamo assumerci le nostre responsabilit\u00e0 e dobbiamo su questo senso di responsabilit\u00e0 diffusa, costruire una politica plausibile di sviluppo del nostro Sud.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Sembrer\u00e0 strano, ma in territori in cui abbiamo incrociato una politica ipertrofica, pervasiva, incombente; in cui non c\u2019\u00e8 stato potere, ruoli, mediazioni, diritti, speranze se non affidati alla politica, dobbiamo registrare una carenza di politica.\u00a0 \u201cLa politica che non c\u2019\u00e8 \u201c dice Viesti nel titolo di un suo bel libro del 2009; o come sottolineava Sebregondi in un appunto sulla Democrazia Diretta gi\u00e0 nel 1951, riferendosi alla politica per il Sud ispirata dai cattolici : \u201c<\/span><span>In fondo il problema \u00e8 di trovare il modo di rendere oggettiva nell\u2019azione politica anche l\u2019opera soggettiva ; di portare a un valore ontologico di mutamento di struttura anche l\u2019azione psicologica. I cattolici hanno raggiunto una visione \u201csociale\u201d sul piano sindacale e sul piano cooperativo, non ancora su quello politico istituzionale. In altri termini, non hanno ancora riconosciuto un\u2019autonomia della teoria e della prassi politica.\u201d<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Al Sud, pi\u00f9 che altrove, la mancanza di una buona politica ha fatto grandi danni; e non mi riferisco alla cattiva politica delle ruberie e degli affari. Ma all\u2019assenza di una dimensione politica piena, capace di comporre gli interessi in progetti e speranze collettive, di indicare percorsi impegnativi ed insieme credibili, di orientare i comportamenti e di mobilitare. Ed anche di dividere, ma sui grandi obiettivi e non sulla spartizione delle risorse e sulle\u00a0 liste dei disoccupati.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per questo privilegiare ancora oggi un approccio di tipo economico, sperare di mobilitare le coscienze e di innescare processi di responsabilizzazione collettiva denunciando il divario del PIL, sarebbe un errore imperdonabile. Per questo bisogna introdurre una netta discontinuit\u00e0 nell\u2019approccio al tema: ripartire dal sociale, dalla promozione\u00a0 delle identit\u00e0 comunitarie, dalla ricerca di logiche cooperative tra i soggetti.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>E\u2019 un lavoro molto lungo. Ed abituarsi\u00a0 a tempi non brevi \u00e8 la prima grande discontinuit\u00e0 che la politica deve fare sua.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Di solito riflessioni come questa si concludono con frasi del tipo \u201cCe la possiamo fare\u201d.\u00a0 La mia conclusione, e mi costa molto ammetterlo, \u00e8 pi\u00f9 preoccupata. Ci stiamo abituando troppo facilmente a considerare ineluttabile il degrado delle nostre citt\u00e0; a scambiare la memoria delle nostre tradizioni positive con la nostalgia di tempi irripetibili; a considerare le cose che funzionano come casuali e non replicabili eccezioni; a ritenere ovvio che la tradizionale solidariet\u00e0 dei meridionali si appanni progressivamente; a vivere confondendo illusioni e speranze.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per farcela, per innestare un circolo virtuoso, pur tra mille e mille difficolt\u00e0, dovremmo, soprattutto come classi dirigenti, vivere una stagione di grande discontinuit\u00e0 psicologica, culturale, politica: avere piena consapevolezza della gravit\u00e0 della situazione; decidere radicali cambiamenti nei comportamenti individuali e collettivi; ripartire dalle nostre responsabilit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>*Riportiamo gli ultimi due capitoli del volume \u201cL\u2019equivoco del Sud\u201d Laterza, 2013<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>**Esperto di sviluppo locale e di politiche di promozione di imprenditorialit\u00e0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come dicevo all\u2019inizio quella per il Sud appare ormai una battaglia persa, persino noiosa. 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