{"id":3422,"date":"2019-07-02T11:34:45","date_gmt":"2019-07-02T09:34:45","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/diritto-del-lavoro-viaggio-all-indietro\/"},"modified":"2019-07-02T11:34:45","modified_gmt":"2019-07-02T09:34:45","slug":"diritto-del-lavoro-viaggio-all-indietro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/diritto-del-lavoro-viaggio-all-indietro\/","title":{"rendered":"Diritto del lavoro, viaggio all\u2019indietro"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019opera omnia di Massimo D\u2019Antona si compone di una monografia (1979) ed una vastissima saggistica. Compresi quelli cosiddetti minori, gli scritti sono alcune centinaia: il primo \u00e8 pubblicato nel 1972, l\u2019ultimo pochi mesi dopo la scomparsa dell\u2019autore. Nel 1999. Nel 2000, l\u2019intelligente riordino sistematico che ne hanno effettuato Bruno Caruso e Silvana Sciarra ha consigliato di riprodurli in sette volumi, ciascuno dei quali consta mediamente di circa 400 pagine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nell\u2019ora delle celebrazioni del ventennale della morte di questo giurista-scrittore, mi ha assalito un dubbio angoscioso: non si scrive cos\u00ec tanto in cos\u00ec poco tempo se non si ha il presentimento che il destino impedir\u00e0 di produrre tutto quello che \u00e8 consentito ad una maturit\u00e0 di pensiero raggiunta pi\u00f9 in fretta del solito. Naturalmente, si pu\u00f2 non condividere un dubbio del genere. In ogni caso, \u00e8 sicuro che, scomparso prestissimo, Massimo ci ha dato moltissimo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un giurista sensibile, colto e raffinato come lui non poteva non percepire l\u2019obbligo di misurarsi con la questione del metodo che, con la consueta eleganza espressiva, a suo avviso consisterebbe in un\u2019anomalia post-positivista. Una questione che si profila nel momento stesso in cui l\u2019incontro del lavoro col diritto cambia segno nella misura in cui la dimensione produttivistica e di mercato annulla la concezione secondo la quale \u2013 come scrive Karl Polanyi \u2013 \u201cil lavoro era soltanto un altro nome per designare un\u2019attivit\u00e0 umana che si accompagna alla vita stessa, che non \u00e8 prodotta per essere venduta\u201d.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nell\u2019et\u00e0 pre-industriale, il lavoro non s\u2019incontrava col diritto se non confondendosi con la povert\u00e0 laboriosa, essendone gratificato da un\u2019attenzione caritatevole. Con l\u2019avvento del capitalismo industriale il lavoro entra in contatto col diritto in ragione della sua attitudine ad essere mercificato. Infatti, finch\u00e9 la fonte regolativa del rapporto di lavoro \u00e8 stata l\u2019autonomia negoziale privato-individuale, si era ancora nella preistoria. Per uscirne del tutto non bast\u00f2 nemmeno il dispiegarsi dell\u2019autonomia negoziale privato-collettiva. Dovendosi piegare all\u2019esigenza, tipica del modello di organizzazione produttiva dominante, di pianificare l\u2019impiego di una forza lavoro regolare, disciplinata, rigidamente organizzata all\u2019interno di macro-strutture gerarchizzate, anche l\u2019autonomia negoziale privato-collettiva \u00e8 largamente influenzata da una cultura che attribuisce all\u2019economia un ruolo di comando. Pertanto, il lavoro vedr\u00e0 la faccia positiva del diritto soltanto con l\u2019avvento delle Costituzioni contemporanee dell\u2019Europa occidentale che segnano l\u2019inizio dell\u2019et\u00e0 della de-mercificazione, perch\u00e9 sono animate dalla piena consapevolezza che l\u2019impatto delle regole del lavoro sulla vita delle persone eccede il quadro delle relazioni che nascono da un contratto. Per questo, il passato racconta che il lavoro non buss\u00f2 alla porta della storia giuridica soltanto per essere rinchiuso dentro il recinto del diritto dei contratti tra privati e farsi avvolgere nel cellophane delle sue categorie logico-concettuali. Infatti, il diritto del lavoro non avrebbe potuto proporsi come uno dei pochi indubbi esempi del progresso della cultura giuridica del \u2018900, senza le leggi, le sentenze e i contratti collettivi che hanno dato un principio di attuazione ai progetti costituzionali di una societ\u00e0 meno diseguale e pi\u00f9 giusta.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Come dire: con l\u2019industrializzazione le cose si sono messe in modo che il diritto che dal lavoro prende il nome non possa pi\u00f9 restare la provincia minore dell\u2019impero del diritto privato codificato e difatti, ribellandosi ai paradigmi disciplinari che ne facevano una pertinenza del diritto civile, si staccher\u00e0 dal territorio originario per situarsi in un luogo senza identit\u00e0. Un\u2019identit\u00e0 che non era predefinita n\u00e9 forse si smetter\u00e0 mai di definire, perch\u00e9 il diritto del lavoro \u00e8 un non-luogo cui non \u00e8 bastato un secolo di storia per trovare la collocazione pi\u00f9 appropriata nello statuto epistemico delle scienze sociali. Per ottenerla, bisogna smuovere i sedimenti di acque profonde. Il che pu\u00f2 far male.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Provoca infatti un certo disagio che la dislocazione scientifico-culturale del diritto del lavoro dipenda fondamentalmente dalla vischiosit\u00e0 di un\u2019organizzazione accademica del sapere che, innalzando steccati dove si dovrebbero scavare canali di collegamento, attribuisce primati a monoculture autoreferenziali. Del pari, crea un certo disagio la circostanza che soltanto il fascismo giuridico abbia tentato di modificare gli scenari. Senza riuscirci, e anzi peggiorando la situazione. Ci\u00f2 non toglie, per\u00f2, che abbia incoraggiato il diritto del lavoro a scavalcare la collinetta che precludeva di vedere cosa ci fosse oltre la soglia di un contratto che comporta la cessione di un tempo di vita, giungendo ad un passo dal premiare la sua propensione ad intercettare l\u2019evoluzione del costituzionalismo moderno, interagire con essa ed esercitare una pressione determinante in direzione della rifondazione dello Stato nell\u2019Occidente capitalistico. Infatti, non appena intravide tutte le potenzialit\u00e0 di questa direttiva di sviluppo, si arrest\u00f2 e, come dimostra il mortificante stop and go di una vicenda para-costituzionale come quella della Carta del lavoro, indietreggi\u00f2 spaventato. Non a caso, per compierlo si \u00e8 dovuto attendere la fine della guerra, la sconfitta del nazi-fascismo, l\u2019insediamento della Costituente repubblicana.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Adesso, il lavoro non \u00e8 di fronte al ritrarsi del diritto. La deregolazione di cui \u00e8 attualmente oggetto non significa una minore quantit\u00e0 di regole giuridiche: \u201csignifica\u201d, ha scritto Stefano Rodot\u00e0, \u201cmeno regole di provenienza pubblica\u201d. Significa pi\u00f9 libert\u00e0 di auto-determinazione a livello individuale e meno controllo della legalit\u00e0 da parte dei poteri dello Stato, incluso quello giurisdizionale. Pertanto, il lavoro ritorna alle origini. Come se il suo codice genetico rifiutasse l\u2019innesto del diritto.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Se uno dei nostri antenati potesse tornare qui, scapperebbe via subito. Vedrebbe che in giro c\u2019\u00e8 ancora tanta povert\u00e0, di cui noterebbe che \u00e8 pi\u00f9 sfiduciata che laboriosa, soprattutto nelle fasce d\u2018et\u00e0 giovanile, perch\u00e9 ci\u00f2 che manca \u00e8 prima di tutto il lavoro ed \u00e8 per questo che si afferma una linea di politica del diritto per cui lo scandalo del non-lavoro rende attraente anche il lavoro pi\u00f9 scandalosamente sfruttato. In effetti, proprio nell\u2019area geo-politica d\u2019elezione, cio\u00e8 in Europa, il diritto del lavoro \u00e8 diventato lo specchio di societ\u00e0 in cui il lavoro non si presta pi\u00f9 a sostenere i progetti esistenziali dei comuni mortali e dunque \u00e8 uno dei segni meno controvertibili della crisi delle democrazie di massa del Vecchio Continente. N\u00e9 l\u2019improbabile zombie sarebbe invogliato a trattenersi quaggi\u00f9 per capire di pi\u00f9 e meglio quel che vi sta accadendo. Scapperebbe via in fretta. E non solo perch\u00e9 il diritto del lavoro non parla pi\u00f9 la sua lingua, ha smesso di essere un diritto nazional-popolare, \u00e8 un diritto senza il \u201cdove\u201d, de-territorializzato. Ma anche perch\u00e9, la cosa decisiva l\u2019ha capita subito. Ha compreso che, la sotto-protezione dei suoi nipotini \u00e8 causata dalla diminuita fisicit\u00e0 dei legami col territorio che obbligava il capitale a gestire i processi economici all\u2019interno dei confini dello Stato-nazione. In passato, infatti, non disponendo dell\u2019ampia mobilit\u00e0 che gli concede la globalizzazione dei mercati, il capitale non poteva che patteggiare le condizioni d\u2019uso del lavoro. Come dire che il lavoro si trovava in una condizione di vantaggio, anche se non poteva riconoscerla come tale n\u00e9 a fortiori sospettare che si trattasse di un privilegio: era subalterno al capitale, ma al tempo stesso anche il capitale dipendeva in qualche modo da lui. Senza questa reciproca dipendenza, che esercitava una forma di coazione indiretta su entrambi a negoziare e siglare accordi, la matrice del diritto del lavoro non avrebbe il carattere compromissorio che invece possiede. Ce l\u2019ha tuttora e cerca di conservarlo. Adesso, per\u00f2, il confronto \u00e8 truccato. Le cronache informano che nelle aree del sotto-sviluppo il lavoro costa meno, ha meno diritti e crea meno problemi. Ed \u00e8 l\u00e0 che si dirigono gli investitori. Vero \u00e8 che anche in quei luoghi si fanno e si faranno scioperi, si firmano e si firmeranno accordi, si chiedono e si otterranno diritti sia individuali che collettivi. Nel frattempo, per\u00f2, per effetto della pressione ricattatoria delle multinazionali e delle imprese globalizzate nei paesi di capitalismo maturo o si accetta la logica del mercato o non ci saranno nuovi investimenti n\u00e9 occasioni di lavoro.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Come \u00e8 naturale, un\u2019alternativa cos\u00ec secca e brutale \u00e8 priva di testuali riscontri nei documenti giuridici elaborati negli organismi comunitari. Ciononostante, sta influenzando gli orientamenti della giurisprudenza della Corte di giustizia e fa sentire la sua presenza nella revisione dei diritti nazionali del lavoro nei paesi europei. Essa \u00e8 riconducibile ad una specie di darwinismo normativo che premia il sistema giuridico pi\u00f9 competitivo. Infatti, come all\u2019interno dei singoli Stati membri dell\u2019UE gli imprenditori hanno la libert\u00e0 di scegliere nel mazzo dei tipi contrattuali in cui \u00e8 deducibile una prestazione lavorativa quello pi\u00f9 redditizio, cos\u00ec a livello globale le imprese globalizzate possono scegliere le regole nazionali pi\u00f9 permissive.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Certo, la revisione dei diritti nazionali del lavoro procede adagio, a strappi, in maniera intermittente. Ovvero, con la cautela necessaria per soddisfare non solo l\u2019esigenza del \u201cpoliticamente corretto\u201d, ma anche la richiesta del tempo dell\u2019adattamento che i comuni mortali non smettono di rivolgere ai detentori del potere di decidere la loro sorte. E\u2019 anche il tempo delle bugie. Eccone un esempio probante e recente.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per superare le resistenze al massacro dell\u2019art. 18 che aveva in agenda, il governo Monti firm\u00f2 una cambiale che sapeva di non poter onorare. La sua riforma esordisce qualificando espressamente come \u201cdominante\u201d il contratto istitutivo di rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Dunque, la legge si apre con un fraseggio che enfatizza in netta contro-tendenza il ruolo di un contratto che, viceversa, ha perduto l\u2019originaria centralit\u00e0. Bisognerebbe domandarsi perch\u00e9, dal momento che il modello prevalente dell\u2019organizzazione produttiva nel post-fordismo finir\u00e0 per imporre il \u201cnumero chiuso\u201d dei contratti di lavoro a tempo indeterminato. La verit\u00e0 \u00e8 che, come durante l\u2019interminabile periodo della proto-industria, anche adesso ci sono masse di uomini e donne che non sopporterebbero di sentirsi dire che si \u00e8 voltato pagina. Preferiscono sentirsi dire che \u00e8 la crisi a chiedere la flessibilit\u00e0: non la fine del lavoro massificato, standardizzato, uniformato. Qui ed ora, insomma, esistono milioni di dipendenti over 40-45 anni, cio\u00e8 il grosso della popolazione attiva, che l\u2019attaccamento alla routine lavorativa \u2013 per logorante che possa essere \u2013 ha reso ostili a pratiche di flessibilit\u00e0. Difatti, ne subiscono la minaccia come un dramma esistenziale. Per questo, era importante che i riformatori si affrettassero a dirsi impegnati a combattere la flessibilit\u00e0 \u201ccattiva\u201d. Serviva per far capire che c\u2019\u00e8 una flessibilit\u00e0 \u201cbuona\u201d da incoraggiare. Ed aveva al tempo stesso un\u2019importanza addirittura strategico che, intanto, la legge di riforma riducesse drasticamente la tutela contro il licenziamento ingiustificato. Serviva per rendere socialmente meno desiderabile \u201cla monotonia del posto fisso\u201d, come diceva il Presidente del consiglio dell\u2019epoca il quale, essendo un anziano professore di ruolo nonch\u00e9 senatore a vita, ne aveva maturato una vasta esperienza in materia. Ecco allora come si spiega l\u2019incipit del documento legislativo del 2012. E\u2019 un sedativo somministrato dalla farmacia di Stato per rassicurare. Tranquillizzare. Far sognare che la flessibilit\u00e0 buona o \u00e8 quella degli altri o \u00e8 propaganda. Al tempo stesso, per\u00f2, d\u00e0 la misura del tratto di cammino che rimane da percorrere per \u201cperiferizzare acca 24\u201d (come direbbe un divertente personaggio di Maurizio Crozza) nell\u2019immaginario dei comuni mortali il contratto che nel \u2018900 funzionava da stella polare della tipologia dei contratti avente per oggetto un facere. La transizione insomma non \u00e8 finita e, poich\u00e9 gli effetti del passaggio dall\u2019economia di scala all\u2019economia di scopo hanno cominciato a mordere, i governanti devono sforzarsi di contenere il panico delle aspettative calanti che afferra la gente quando sospetta che il futuro sar\u00e0 peggiore del presente. Compito difficile, perch\u00e9 lo Stato \u00e8 troppo indebitato e culturalmente arretrato per attivare nell\u2019immediato gli ammortizzatori sociali che sarebbero necessari per accompagnare il processo di cambiamento. Per questo, i governanti si sono esibiti in una narrazione mistificante della realt\u00e0. Non \u00e8 che un artificio verbale, un espediente. Ma anch\u2019esso a qualcosa serviva. E\u2019 servito per comprare tempo. Infatti, un governo di poco successivo trasmetter\u00e0 il messaggio: la flessibilit\u00e0 non \u00e8 n\u00e9 buona n\u00e9 cattiva. E\u2019 la flessibilit\u00e0, bellezza.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>*da Eguaglianza e libert\u00e0 19\/06\/2019<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019opera omnia di Massimo D\u2019Antona si compone di una monografia (1979) ed una vastissima saggistica. Compresi quelli cosiddetti minori, gli scritti sono alcune centinaia: il primo \u00e8 pubblicato nel 1972, l\u2019ultimo pochi mesi dopo la scomparsa dell\u2019autore. Nel 1999. 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