{"id":3441,"date":"2019-09-16T14:27:45","date_gmt":"2019-09-16T12:27:45","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/l-eredita-di-marx-per-un-economista-laico\/"},"modified":"2019-09-16T14:27:45","modified_gmt":"2019-09-16T12:27:45","slug":"l-eredita-di-marx-per-un-economista-laico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/l-eredita-di-marx-per-un-economista-laico\/","title":{"rendered":"L\u2019eredit\u00e0 di Marx per un economista laico"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Marx \u00e8 stato il mio imprinting giovanile e, pi\u00f9 che Marx, la produzione di vari autori marxisti (o non marxisti, ma che comunque a lui si riferivano). Il bagaglio si era confusamente gi\u00e0 definito quando la mia formazione si \u00e8 indirizzata verso l\u2019economia, consolidandosi soprattutto a Cambridge (negli anni d\u2019oro della Faculty of Economics) e, in Italia, nell\u2019Istituto (si chiamavano cos\u00ec i Dipartimenti) diretto da Sylos Labini, quindi in un universo intellettualmente laico. Avere alle spalle quel piccolo bagaglio marxiano \u00e8 stato importante poich\u00e9 da subito ha contribuito a farmi guardare l\u2019economia da un punto di vista sociologico, nella consapevolezza che dietro le relazioni stilizzate vi \u00e8 la struttura della societ\u00e0. Oggi \u2013 dopo tanti anni (nei quali c\u2019\u00e8 in mezzo il confronto continuo sul tema negli anni Settanta con Salvati, Vianello, Ginzburg, Lippi e tanti altri in quella fucina di idee che era allora la Facolt\u00e0 di Economia di Modena) e dopo tutte le maturazioni (passatemi il termine) che ha avuto la mia riflessione intellettuale \u2013 che cosa rimane di Marx? Qual \u00e8 il consuntivo di insegnamenti che il confronto con la realt\u00e0 e con la disciplina \u00e8 andato distillando dentro di me e che mi sentirei di proporre come guida a un giovane che si avvicini oggi a lui? Quali considerazioni ci stimola anche nelle parti della sua produzione che ci appaiono pi\u00f9 lontane dall\u2019evoluzione del mondo corrente?\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Il centro dell\u2019analisi\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ovviamente, in ci\u00f2 che segue, il Marx che presento \u00e8 come io l\u2019ho sistemato nella mia mente ed \u00e8 un Marx riferito al bagaglio analitico che ci ha trasmesso. Il Marx che si proietta in un finalismo storico non l\u2019ho mai considerato rilevante e, sotto sotto, \u00e8 anche una forzatura inerpretativa. Il filosofo, lo storico, l\u2019economista, il sociologo, l\u2019umanista che in ciascun campo d\u00e0 il \u00abl\u00e0\u00bb a un modo originale di vedere le cose \u00e8, invece, di grande rilievo. Quel \u00abl\u00e0\u00bb vorrei affrontarlo da scienziato sociale nel profilo specifico. Non senza difficolt\u00e0 e umilt\u00e0 di fronte a una produzione vastissima (fra l\u2019altro in parte non pubblicata in vita) sia perch\u00e9 fatta di appunti, sia perch\u00e9 dell\u2019assetto e delle affermazioni\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>contenute Marx non era evidentemente convinto fino in fondo (penso fosse cos\u00ec anche per il Secondo e il Terzo libro de <em>Il Capitale<\/em>, che furono poi editi da Engels, quelli, per intendersi, che contengono gli schemi di riproduzione).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Marx \u00e8 soprattutto interessato ad analizzare la realt\u00e0 a lui contemporanea, quella del capitalismo industriale (delle fabbriche) e a darne un quadro complessivo. Ha due interessi che si rintracciano in tutta la sua opera: uno \u00e8 di mettere in evidenza la struttura interna di una societ\u00e0 forgiata dal capitalismo e, in un certo senso, offrirne la fotografia; l\u2019altro \u00e8 di capire i meccanismi di funzionamento di quel modo di produzione, le direzioni in cui si muove; indagarne quindi le sequenze dinamiche che esso ha insite.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Sono due interessi fecondi, ma distinti, da cui scaturiscono indicazioni importanti, che hanno, per\u00f2, necessit\u00e0 di una premessa. La risposta che Marx d\u00e0 seguendo questi due filoni non ha a mio avviso, per entrambi, la necessit\u00e0 della teoria del valore-lavoro. Non \u00e8 questa una stella polare, il principio originario da cui discende tutto l\u2019impianto; n\u00e9 Marx muore o sta in piedi con la validit\u00e0 di quella teoria. Sebbene sia la parte che pi\u00f9 ha affascinato gli studiosi e sulla quale si sono spesi fiumi di inchiostro, il suo accantonamento non provoca danni al valore scientifico dell\u2019indagine che Marx porta avanti. \u00c8 un livello alto di astrazione e anche di azzardo. Chiunque voglia metterlo al centro dell\u2019impianto rischia di indebolirne la solidit\u00e0. Che orientamento ci d\u00e0, oggi, il valore-lavoro quando sappiamo che un iPad assembla pezzi provenienti da 40 Paesi e incorpora tanta conoscenza e varia di prezzo con i tassi di cambio? O che i salari (\u00abil lavoro vivo\u00bb) rappresentano il 7% nel costo diretto di un\u2019automobile? Quello che ci basta ritenere \u00e8 che la distribuzione del reddito \u00e8 conflittuale, dipende dai rapporti di forza, che il profitto \u00e8 un residuo nel valore delle merci dopo che sono stati pagati i lavoratori e i beni intermedi. Se proprio si vuole, ci si pu\u00f2 riferire a Sraffa, che queste proposizioni ha convalidato, operando sugli schemi di riproduzione, sia pure allo stesso livello alto di astrazione nella formazione dei prezzi.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Da Marx estraiamo, per\u00f2, l\u2019idea che il valore intrinseco dei beni \u00e8 il prodotto di un insieme storicamente specifico di relazioni sociali e che lo scambio che avviene sul mercato, apparentemente tra equivalenti, nasconde uno scambio tra diseguali. Lo sfruttamento (\u00abil pluslavoro, o eccesso di lavoro vivo, appropriato dai capitalisti\u00bb) rimane come categoria sociologica e termine evocativo di un rapporto sociale, ma occorre rinunciare a fondarlo \u00abscientificamente\u00bb.<strong>\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>La fotografia del capitalismo\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Detto questo, ci sono orizzonti analitici e insegnamenti che rimangono tutti interi e hanno informato generazioni di studiosi in vari campi. Hanno costituito svolte nel pensiero e rimangono come fondamenti della scienza sociale, ancora oggi illuminanti.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Se rimaniamo nell\u2019indagine fotografica, in primo luogo direi che Marx ci ha instradato a capire che l\u2019economia definisce la struttura fonda- mentale della societ\u00e0, cio\u00e8 il sistema delle relazioni sociali e politiche. Queste sono inerentemente conflittuali e antagonistiche perch\u00e9 il capitalismo produce interessi contrapposti. Marx poi li rappresenta attraverso una societ\u00e0 polarizzata tra capitalisti e lavoratori, che sappiamo non \u00e8 stata l\u2019evoluzione effettiva della societ\u00e0, anche se quella contrapposizione non \u00e8 mai scomparsa. Qualsiasi cosa sia successa, l\u2019insegnamento analitico non ne \u00e8 inficiato e la verit\u00e0 contenuta in quel modo di indagare la societ\u00e0 rimane feconda. Dopo Marx, studiare i processi sociali significa interrogare le cause economiche che li producono e quale sia il meccanismo che ne deriva.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il materialismo storico \u00e8 altrettanto un insegnamento metodologico ri- masto totalmente integro: la storia \u00e8 fatta da individui le cui condizioni materiali e la cui posizione nell\u2019ordinamento sociale sono dati ereditati, ma che essi stessi sono in grado di cambiare nel loro agire, come protagonisti del conflitto insito in quelle configurazioni.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per quanto concerne il suo insegnamento sull\u2019alienazione, esso \u00e8 talmente entrato nell\u2019armamentario filosofico e sociologico da esimermi dall\u2019andare oltre.<\/span><span><br \/> <\/span><span>Un altro importante insegnamento che ci ha lasciato e che ci guida tutt\u2019oggi \u00e8 che il capitalismo non \u00e8 solo un processo di produzione materiale, ma \u00e8 anche un processo di produzione culturale: l\u2019humus culturale e il mondo antropologico (inteso come modo di guardare le cose, interpretare le relazioni di causa-effetto, introiettare i valori ecc.) che si afferma si forma in conformit\u00e0 alle visioni del mondo dei poteri dominanti. Quell\u2019universo culturale tende a legittimare l\u2019esistente come un ordine naturale privo di alternative e a far apparire come interpretazione scontata e universale ci\u00f2 che \u00e8 ideologia. Anche l\u2019ordinamento giuridico rientra nello stesso ambito di interpretazione e non \u00e8 mai neutro.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In relazione a questi caratteri della societ\u00e0, Marx ci insegna che il compito dell\u2019intellettuale \u00e8 esercitare una critica sociale e politica e svelare la sostanza dei rapporti sociali nascosti dietro le categorie sociologiche, economiche e filosofiche della scienza veicolata dai poteri dominanti. Solo l\u2019analisi scientifica della realt\u00e0 fa giustizia di tutte le ideologie da essi costruite. Ma non si ferma qui: spetta all\u2019intellettuale provare le possibilit\u00e0 di un salto qualitativo.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nel quadro generale del sistema capitalistico, Marx ci dice anche che la produzione aggregata deriva da un coacervo di rapporti di scambio e interconnessioni tra settori produttivi e che il suo assorbimento \u00e8 in rapporto col reddito che si forma all\u2019interno di quel processo. Gli schemi di riproduzione, al di l\u00e0 di essere fondati sul valore-lavoro, abituano a ragionare con questo panorama ampio del processo complessivo; la fotografia macroeconomica che disegnano aiuta a capire quali siano, in un equilibrio astratto, le condizioni di produzione e riproduzione che connettono tra loro i singoli settori. Ne fa un punto di partenza, poi, per affrontare la tematica delle crisi.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Sequenze dinamiche del capitalismo\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Altrettanto e forse pi\u00f9 importanti sono le proposizioni legate all\u2019inqua- dramento \u00abcinetico\u00bb del capitalismo. Per Marx, il capitalismo ha una forza dinamica interna legata alla sua logica, che \u00e8 logica concorrenziale e che spinge alla continua accumulazione del capitale. Il profitto ne \u00e8 la molla e la condizione. Questa forma di produzione \u00e8 intrinsecamente proiettata ad accrescere le forze produttive e le possibilit\u00e0 materiali, perch\u00e9 non pu\u00f2 vivere senza rivoluzionare continuamente i processi di produzione e, di conseguenza, senza sviluppare la tecnica. Marx, che \u00e8 teorico del capitalismo, \u00e8 anche in un certo senso affascinato dalla carica dinamica e di progresso che sprigiona.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In questo continuo dinamismo, la forza distruttrice e creatrice della concorrenza sviluppa una tendenza a concentrare la propriet\u00e0 dei mezzi di produzione, convogliando al tempo stesso potere di mercato e ricchezza in un gruppo sociale ristretto (oggi non lo riferiremmo pi\u00f9 all\u2019allargamento delle unit\u00e0 tecniche di produzione ma alla centralizzazione di un complesso di attivit\u00e0 tecniche in pochi centri di comando tra loro coordinati).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>L\u2019accumulazione di capitale non \u00e8, per\u00f2, un processo lineare e indolore, perch\u00e9 incorpora una gamma di contraddizioni interne, a partire dal fatto che la generazione del profitto ha bisogno di un esercito industriale di riserva che tenga bassi i salari e dal fatto che quelle condizioni astratte di equilibrio macroeconomico, di cui sopra, raramente (seppure) si danno. La tendenza allo sviluppo diseguale caratterizza tutte le relazioni economiche e sociali. Per cui il capitalismo va studiato in condizioni di continuo disequilibrio. \u00c8 instabile e genera conflitti, alcuni dei quali sfociano in recessioni periodiche quando non in vere e proprie crisi. Il capitalismo non si riequilibra da solo.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Su come le crisi avvengano per Marx si dovrebbe aprire un capitolo a parte, ma essendo il mio intento valutativo e non ricostruttivo, mi limito a tre battute di sintesi sulle modalit\u00e0 che egli intravede. Oggi diremmo che hanno tutte luogo dalla caduta degli investimenti che segue a una caduta dei profitti o della profittabilit\u00e0. L\u2019incalzare di una crisi pu\u00f2 derivare dall\u2019assottigliamento dell\u2019esercito industriale di riserva (Marx anticipa quella che chiamiamo oggi curva di Phillips), o da una caduta tendenziale e strutturale del tasso di profitto (la modalit\u00e0 pi\u00f9 debole), o, ancora, dalla difficolt\u00e0 di realizzazione dei profitti, dovuta alla sovrapproduzione in alcuni settori che si diffonde in tutta l\u2019economia (essenzialmente la causa prima della crisi del \u201929). Per tutte, Marx vede delle controtendenze; tutte portano all\u2019intensificazione della concorrenza, del progresso tecnico e accentuano le tendenze alla concentrazione. Aprono sempre condizioni per riprodursi.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Pi\u00f9 che seguirlo sulle dinamiche delle crisi, occorre soffermarsi su due importantissimi insegnamenti \u2013 analitici e metodologici assieme \u2013 presenti nel ragionamento di Marx e intrinseci a una visione dinamica dell\u2019economia. Potremmo entrambi considerarli una pietra miliare di una impostazione alternativa a quella dell\u2019economia dominante, detta neo-classica (che, infatti, \u00e8 prevalentemente statica). Ma sono insegnamenti che anche molti economisti non appartenenti al versante main- stream trovano ostici da seguire.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nella rappresentazione dei processi dell\u2019economia poco o nulla pu\u00f2 essere parametrato in relazioni deterministiche. L\u2019astrazione pi\u00f9 consona all\u2019economista \u00e8 di estrarre le catene causali stabilite dalle forze dominanti in gioco (e dalle logiche endogene) e riflettere sulla portata relativa di spinte e controspinte (e circostanze collaterali) che fanno prevalere alcune di queste forze sulle altre e che dall\u2019interno possono cambiare anche la direzione del movimento. Si tratta quindi di mettere in sequenza logica catene non molto lunghe di relazioni di causa- effetto che catturino i punti di trazione (o di frizione o squilibrio) e riducano l\u2019analisi a un nucleo di proposizioni semplificate e compatte, nonch\u00e9 solide sul piano concettuale e fattuale. \u00c8 ci\u00f2 che Marx fa e da cui l\u2019economia mainstream \u00e8 lontana mille miglia. Seguire interdipendenze generali, come fa l\u2019economia dominante, serve solo a offuscare le gerarchie dei processi; pretendere di far muovere le relazioni meccanicisticamente (sino alle conseguenze ultime di un equilibrio finale) fa perdere di vista che non vi \u00e8 nulla di lineare o meccanico nella dinamica economica e sociale e che il materiale con cui trattano gli economisti non \u00e8 costante, omogeneo o stabile, ma muta con le forze della produzione e le influenza a sua volta.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il secondo insegnamento \u00e8 altrettanto importante ed \u00e8 ancora pi\u00f9 tra- scurato del primo, ed \u00e8 che dall\u2019interazione degli attori nascono forze e si determinano esiti che non corrispondono al volere consapevole di nessuno e finiscono per essere condizionanti per tutti. Marx parla delle \u00abforze coercitive esterne\u00bb. Per lui la concorrenza lo \u00e8. \u00c8 creata dall\u2019agire capitalistico, ma alla fine si impossessa dei capitalisti e li costringe ad accumulare. Marx ci dice, in sostanza, che le dinamiche endogene sono altrettanto importanti dell\u2019agire strategico e che \u00e8 un errore personifica- re alcuni esiti riconducendoli al volere di qualche agente collettivo. Vi \u00e8 sempre in mezzo un mercato impersonale e anarchico, imprevedibile nei suoi sviluppi, nel quale le decisioni di attori diversi che agiscono con le loro logiche confliggono (o anche trovano coordinamento). Molti esiti possono semplicemente essere stati utilizzati, pi\u00f9 che pianificati. Per capirci, come possiamo classificare, se non come \u00abforza coercitiva esterna\u00bb, che si erge all\u2019interno di varie contraddizioni, lo sviluppo del mercato dell\u2019eurodollaro \u2013 nato dalle dinamiche di allora \u2013, alla cui forza condizionante si deve la caduta del sistema di Bretton Woods? Similmente, cogliamo quanto sia importante questo insegnamento di Marx se pensiamo a quanto i governi occidentali abbiano visto negli indirizzi di mercato e competitivi una via di uscita per la crescita, per poi diventare prigionieri di quel Prometeo che hanno sbrigliato e che ha stretto in una morsa la loro libert\u00e0 di politica economica.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Marx ci rinvia a processi non lineari di trasformazione. Contrariamente al modo in cui il suo pensiero viene correntemente interpretato, questa indeterminatezza \u00e8 quanto va estratto di pi\u00f9 fecondo. Va estratto questo, e non che esista un destino gi\u00e0 scritto nella storia umana. Sappiamo solo che c\u2019\u00e8 un conflitto tra lo sviluppo delle forze produttive e la composizione sociale, ma il resto \u00e8 anarchia del mercato (controllata o meno). \u00c8 vero, per\u00f2, che egli vede il capitalismo come transeunte e destinato da questa anarchia a sfociare in una societ\u00e0 socialista. Ma \u00e8 solo una congettura, un\u2019ipotesi, non una legge ineluttabile. Prendiamola per quella che \u00e8. \u00c8 come se, partendo da un\u2019analisi approfondita, seria e rigorosa della natura e struttura della Lega e dei 5 Stelle, ci mettessimo a prevedere quale possa essere la durata del governo di coalizione. \u00c8 una congettura che lascia il tempo che trova; quello che rimane \u00e8 la profondit\u00e0 dell\u2019analisi che non cade certo se le congetture avanzate si rivelano sbagliate.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Soggettivit\u00e0 e azione consapevole\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Qui sta un punto importante. La rottura (in special modo quella rivozionaria) non avviene per ineluttabili condizioni oggettive che la rendono inevitabile. Accanto alla valorizzazione del capitale, Marx guarda alla produzione di soggettivit\u00e0 ed \u00e8 consapevole che l\u2019elemento decisivo nella nascita della nuova formazione sociale \u00e8 l\u2019intervento soggettivo. Nulla avviene per sviluppi naturali. Attribuire a Marx l\u2019assenza di una dimensione della soggettivit\u00e0 o affermare che tutto sia riconducibile a forze oggettive non \u00e8 corretto. \u00c8 un giudizio nato con lo sviluppo della psicologia e dell\u2019importanza che oggi diamo all\u2019individualit\u00e0. E penso che egli avrebbe obiettato che le tante determinazioni e identit\u00e0 che pure muovono i comportamenti individuali sono comunque in relazione (inconsapevole) con le condizioni materiali (e come tali, infatti, vengono studiate oggi da molta scienza sociale). La sua preoccupazione \u00e8 la coscienza di classe, ma non la d\u00e0 per scontata: \u00e8 un\u2019acquisizione personale nel rapporto con la realt\u00e0. Egli parla di classe in s\u00e9 (che \u00e8 un dato di fatto, esiste sociologicamente) e classe per s\u00e9 (i singoli che formano una coscienza convergente, si riconoscono nei propri simili, e diventano classe che agisce come soggetto per modificare il proprio destino: che \u00e8 un dato da conquistare). Parla genericamente di \u00abproletariato\u00bb ma conosce la fabbrica; sa che il tornitore non \u00e8 naturalmente portato a considerare il suo destino legato a quello dell\u2019elettricista che gli lavora accanto. Anche se la fabbrica educa al lavoro associato e co- operativo, il formarsi di una coscienza di classe che consenta di riferirsi al \u00abproletariato\u00bb o alla \u00abclasse operaia\u00bb come soggetto consapevole di s\u00e9 (e quindi come soggetto politico) \u00e8 una costruzione \u2013 appunto \u2013 politica.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quello che non \u00e8 chiaro \u00e8 se in Marx la formazione della coscienza di classe debba essere portata dall\u2019esterno o debba venire dall\u2019interno, nell\u2019esperienza quotidiana di costruzione di legami e strumenti di autodifesa e di riconoscimento. \u00c8 un dibattito che in altri tempi ha appassionato il nascente movimento operaio. Ma, se dovessi interpretare il suo pensiero, direi che \u00e8 piuttosto una coscienza che viene dall\u2019esterno, da un disvelamento pedagogico, dal lavoro di educazione, mobilitazione e rappresentazione della posizione che ciascuno occupa nella societ\u00e0 in relazione agli altri. \u00c8 un lavoro, in definitiva, mirato all\u2019acquisizione della consapevolezza dell\u2019antagonismo per consentire a ciascuno di riportare la propria condizione sociale ai meccanismi di appropriazione e di funzionamento del capitalismo. L\u2019identit\u00e0 collettiva si forma, poi, dentro un progetto collettivo.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Oggi sappiamo bene che se i processi culturali sono lasciati a s\u00e9 stessi e se si \u00e8 soli nel giudizio sulla societ\u00e0 si \u00e8 facilmente preda dell\u2019ideologia e della visione del mondo veicolata dalla classe dominante, oppure del ribellismo, della protesta distruttiva (<em>jacquerie<\/em>) o, com\u2019\u00e8 ora, dell\u2019antipolitica (oppure ce la si prende col gruppo che sta sotto). Oggi la cultura dominante \u2013 a parte la legittimazione degli esiti del processo capitalistico \u2013 propone valori che fanno leva sull\u2019individuo e tende a dimostrare che il proprio destino dipende unicamente da s\u00e9 stessi.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Che cos\u2019\u00e8 cambiato nel capitalismo in generale\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Detto questo, che cosa \u00e8 cambiato nel capitalismo dal tempo di Marx e che cosa non ha visto dell\u2019evoluzione sociale o non ha potuto vedere o prevedere? Oggi, in estrema sintesi, non potremmo parlare del capitalismo senza far riferimento a due attori: lo Stato e la finanza. Il primo introduce una responsabilit\u00e0 pubblica sugli assetti produttivi e sociali, diventa veicolo di integrazione della societ\u00e0 e consente alle classi subalterne di influire sulle decisioni. La seconda introduce logiche particolari e alimenta \u00abuna forza coercitiva esterna\u00bb su tutti gli aspetti del processo capitalistico. Quando \u00e8 forte un attore \u00e8 debole l\u2019altro, e viceversa. A seconda della relativa forza abbiamo due tipi di capitalismo. Il primo \u00e8 caratterizzato da processi che culminano con il governo delle socialdemocrazie tradizionali; il secondo da processi che sostituiscono la trazione finanziaria a quella produttiva e forgiano una societ\u00e0 regolata essenzialmente dal mercato.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00c8 diversa oggi anche l\u2019organizzazione della produzione. Non avrebbe sorpreso Marx che essa si svolga in un quadro di proiezione internazionale che egli aveva intuito come intrinseca a quel modo di produzione, pur essendo morto alla fine dell\u2019Ottocento, dunque solo agli albori della pi\u00f9 grande libert\u00e0 mai avutasi nel mercato aperto. Oggi l\u2019unit\u00e0 tecnica di produzione si \u00e8 ridotta, e sono pi\u00f9 rari i grandi assembramenti operai. Non vi \u00e8 stata concentrazione ma centralizzazione, concessa da tecnologie che consentono di governare attraverso la Rete, e con la massima flessibilit\u00e0, le singole funzioni che portano al prodotto finale. Decentramento, esternalizzazioni e terziarizzazione hanno disperso la forza lavoro nei Paesi a capitalismo avanzato e posto in concorrenza parti diverse della classe operaia mondiale. La produzione manuale richiede sempre meno lavoratori, i quali sono sempre meno sindacalizzabili: la distribuzione diseguale del reddito e della ricchezza \u00e8 sempre pi\u00f9 pronunciata tra chi ha le leve della produzione e della finanza e chi ne dipende come lavoratore.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ma questi cambiamenti, per quanto importanti, non contraddicono n\u00e9 la fotografia che Marx fa del capitalismo, n\u00e9 il quadro cinetico che egli ne d\u00e0. Rimangono quadri sottostanti, pur se con tinte pi\u00f9 fioche (lo Stato) o pi\u00f9 accese (la finanza).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Il ruolo dello Stato\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Sul modo in cui il ruolo dello Stato sia cambiato rispetto a Marx \u00e8 bene fermarsi. Marx non vede (e forse non poteva vedere) la forza propulsiva (direi anche ideale) della democrazia e la possibilit\u00e0 di far valere in essa la rappresentanza e le istanze delle classi subalterne. La definisce \u00abun involucro giuridico borghese\u00bb e non vede le potenzialit\u00e0 nella rivendicazione del suffragio universale e del rapporto tra conquiste della democrazia e socialismo.<\/span><span><br \/> <\/span><span>Questa possibilit\u00e0 \u00e8 colta, invece, dalla socialdemocrazia tradizionale che individua nel processo rappresentativo le potenzialit\u00e0 che si aprono sul terreno giuridico-istituzionale di far valere i rapporti di forza e piegare il capitalismo a una logica socializzante. Essa vede la possibilit\u00e0 di utilizzare lo Stato per politiche pubbliche, per presidiare con la legge i comportamenti economici e per controbilanciare il potere che si crea sul mercato, facendo esprimere il conflitto di classe attraverso la politica organizzata.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In fin dei conti, la socialdemocrazia condivide molte delle conclusioni di Marx: il capitalismo genera instabilit\u00e0 e crisi; produce una sproporzionata diseguaglianza di potere, ricchezza, forza sociale e condizioni di vita; \u00e8 soggetto ai fallimenti del mercato; genera insicurezza sociale e interessi contrapposti che trovano soluzione nella legge del pi\u00f9 forte. Ma ritiene che questi caratteri possano essere portati sotto controllo o attenuati con i poteri dello Stato.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Marx, tuttavia, non \u00e8 del tutto estraneo a questa impostazione. \u00c8 vero che afferma che lo Stato \u00e8 una sovrastruttura creata e riprodotta in conformit\u00e0 all\u2019affermarsi di un certo modo di produzione, ma \u00e8 poi attraverso lo Stato e i suoi indirizzi che dovrebbero realizzarsi quelle misure che (con Engels) poneva nel <em>Manifesto <\/em>del 1848 come base di superamento delle logiche del capitalismo (\u00abche appariranno insufficienti e insostenibili, ma indispensabili per rivoluzionare il modo di produzione capitalistico [&#8230;] e che nel corso del movimento supereranno s\u00e9 stesse\u00bb).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Si tratta dell\u2019espropriazione della rendita fondiaria, dell\u2019imposta progressiva, della limitazione del diritto ereditario, dell\u2019istituzione di \u00abfabbriche nazionali\u00bb, dell\u2019istruzione gratuita, di una sorta di esercito del lavoro, dell\u2019abolizione del lavoro minorile e altre. Non solo queste misure sono state largamente realizzate, ma spesso si \u00e8 andati oltre quel programma che gli autori del <em>Manifesto <\/em>giudicavano radicale. Rinvio al bell\u2019articolo di Massimo Florio per un\u2019analisi puntuale (<em>Stato e socialismo: rileggendo una pagina de \u00abil Manifesto\u00bb<\/em>, \u00abDemocrazia e Diritto\u00bb, n. 4\/2016). Il capitalismo nella sua evoluzione storica \u00e8 andato oltre s\u00e9 stesso nell\u2019incorporare principi di socialit\u00e0 e di responsabilit\u00e0 collettiva. Oggi sono sotto la responsabilit\u00e0 statale i servizi sanitari, la redistribuzione, le pensioni, la casa, la ricerca, il sostegno agli investimenti privati e tanto altro. Si \u00e8 diffusa una cultura della responsabilit\u00e0 pubblica sugli assetti della macroeconomia e della vita sociale. La spesa pubblica \u00e8 aumentata in 150 anni (dal 1870, cio\u00e8 da pochi anni prima che Marx morisse) di quattro volte rispetto alla crescita del Pil e (la mia fonte \u00e8 ancora Florio) da una proporzione del 18% \u00e8 arrivata a una media del 45% nei Paesi capitalistici industrializzati (con un ritmo di crescita che non si differenzia tra i Paesi che sono stati guidati dalle socialdemocrazie e quelli che non l\u2019hanno avuta come forza politica).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nella logica socializzante del processo produttivo hanno potuto inserirsi la politica organizzata e la rappresentanza dei ceti subalterni per realizzare di volta in volta conquiste che approfondivano quella logica, sfruttando le possibilit\u00e0 esistenti sul terreno giuridico istituzionale e create dal mutamento dei rapporti di forza. Nel conflitto che si \u00e8 aperto con la logica del profitto tesa a restringere e bloccare le spinte socializzanti, la politica organizzata ha potuto prevalere per un lungo periodo. Le conseguenze di questo sviluppo dello Stato e anche i caratteri che esso ha assunto quando \u00e8 stata la logica della politica a prevalere su quella del profitto e del mercato ci illuminano molto nel capire perch\u00e9 Marx non abbia avuto ragione nelle sue congetture sul futuro del capitalismo. In sintesi, lo sviluppo dei sindacati e il mutamento dei rapporti di forza hanno consentito che i frutti della crescita produttiva si distribuissero anche ai lavoratori: i salari sono cresciuti (per lungo tempo in linea con la produttivit\u00e0); gli standard di vita sono migliorati e le diseguaglianze per lungo tempo sono state tenute sotto controllo dallo sviluppo dei sistemi di Welfare e dalla contrattazione collettiva. Di conseguenza, l\u2019immiserimento crescente dei lavoratori non si \u00e8 verificato e il \u00abcrollo del capitalismo\u00bb per questa via \u00e8 uscito dall\u2019orizzonte politico, oltre a perdersi come categoria analitica.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Sarebbe una forzatura agganciare al conflitto che si \u00e8 svolto sul terreno politico istituzionale il dibattito, che pure ha impegnato tanto marxismo, sulla rivoluzione come processo e la rivoluzione come salto, sebbene sia stato usuale in una certa fase riferirsi alla via democratica al socialismo.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Altri fattori allontanano dalle previsioni di Marx e riguardano l\u2019arti- colazione sociale che si \u00e8 andata configurando. Allo sviluppo delle funzioni pubbliche dobbiamo la crescita di una schiera consistente di impiegati pubblici, e alla complessit\u00e0 crescente e all\u2019articolazione della produzione l\u2019espansione dei colletti bianchi anche nel settore privato. Il settore del piccolo commercio, dell\u2019artigianato e della piccola imprenditoria \u00e8 sopravvissuto e si \u00e8 espanso con la crescita dei consumi, pur nella crescente concentrazione del capitale. In sostanza, \u00e8 cresciuta enormemente la presenza dei ceti medi e della piccola borghesia nella popolazione, rendendo minoritaria la consistenza dei ceti operai anche nel momento della loro massima espansione. Per cui \u00e8 cambiata la dinamica sociale (e di riflesso politica), sempre pi\u00f9 lontana da quella rappresentazione dicotomica che ne aveva dato Marx.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Risiede forse anche in questa frammentazione della societ\u00e0 il successo che ha avuto la controffensiva neoliberista, che di fatto ha teso a rovesciare i rapporti di forza e far indietreggiare il primato della politica, della scelta collettiva e della partecipazione. Una controffensiva, di fatto anticipata e legittimata da una costruzione culturale indirizzata a una critica della societ\u00e0 che si era affermata, e che veniva rappresentata come eccessivamente burocratizzata e costosa per il contribuente, distorsiva del mercato del lavoro con danni all\u2019occupazione, prona all\u2019inflazione, priva di incentivi per l\u2019eccesso di Welfare, inefficiente per la presenza dell\u2019impresa pubblica (o, in generale, per la presenza pubblica dove avrebbero potuto agire i privati), per il controllo dei movimenti di capitale. Non \u00e8 di questo che voglio parlare (chi vuole approfondire pu\u00f2 rivolgersi al mio volume del 2016, <em>Regole, Stato, uguaglianza<\/em>). Dico solo che le conseguenze di quel successo hanno reso la classe dominante pi\u00f9 sicura di s\u00e9 (anche per aver piegato a s\u00e9 la distribuzione del reddito e della ricchezza), l\u2019hanno messa in condizioni di dissociare le proprie fortune da quelle della collettivit\u00e0, e messa in grado di catturare lo Stato costringendolo a scelte <em>business friendly<\/em>.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il processo capitalistico che ne \u00e8 risultato in parte riporta a Marx, alla forte adesione della cultura dominante a un quadro sociale forgiato dalla logica del mercato e del profitto, alla protezione estesa della propriet\u00e0 mentre si allentano i diritti sociali, alla libert\u00e0 di azione di cui godono le decisioni economiche dei privati, alla concentrazione incontrollata della ricchezza e della produzione. Ma, soprattutto, riporta alle crisi come caratteristica congenita del capitalismo, di cui l\u2019ultima del 2008 \u2013 pur avvenuta con modalit\u00e0 diverse da quelle pensate da Marx \u2013 \u00e8 la conferma che il capitalismo non pu\u00f2 vivere senza generarle, ritrovandosi poi in un deserto sociale come quello prodotto dagli effetti del 2008, che si trascinano fino a oggi.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>E la lotta di classe?\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ci si pu\u00f2 chiedere che ne \u00e8 allora della lotta di classe. Si sa che non \u00e8 mai stata automatica la traduzione della condizione sociale in coscienza sociale, ma ora si \u00e8 pure ristretto, se non dissolto, il nucleo che aveva avuto il ruolo politico di catalizzatore del conflitto e delle istanze popolari. Il proletariato industriale \u2013 ormai precarizzato, colpito dall\u2019insicurezza che investe gli strati subalterni del corpo sociale, parcellizzato in situazioni differenziate, implicitamente ricattato e ridotto fortemente di numero \u2013 ha perso identit\u00e0 politica. La societ\u00e0 frammentata odierna, che si apre a ventaglio in tanti articolati sociali disagiati o marginalizzati, che mancano di identit\u00e0 specifiche (tanto meno collettive), rende difficile parlare perfino di classe in s\u00e9 (o classi in s\u00e9).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ciononostante, risulta evidente che il capitalismo spacca la societ\u00e0 tra chi \u00e8 sopra e chi \u00e8 sotto nella piramide sociale, chi vive il benessere e chi il disagio. Se la spacca socialmente deve in potenza poterla spaccare politicamente, nonostante tutti i meccanismi culturali, economici e tecnologici messi in atto perch\u00e9 ci\u00f2 non avvenga. Portare assieme coloro che si trovino nelle medesime condizioni per cambiare assieme il proprio destino \u00e8 un compito politico. Un compito che \u00e8 mancato per ragioni che non tocco qui. La costruzione di coalizioni che lottino per l\u2019eguaglianza \u00e8, di nuovo, un compito politico. Per quanto sia, le classi sociali continuano a esistere; facciamo parte di \u00abuna comunit\u00e0 di destino che subisce tutte le conseguenze di tale appartenenza, come la maggiore o minore possibilit\u00e0 di passare da una classe all\u2019altra, di fruire di una quantit\u00e0 di risorse e beni immateriali, di disporre del potere di decidere il proprio destino e di poterlo scegliere\u00bb, come ebbe a descrivere Luciano Gallino. Il restringimento delle possibilit\u00e0 materiali, della fiducia in un progresso inevitabile e il restringimento al vertice di quella piramide non possono non far riemergere l\u2019antagonismo \u2013 se il capitalismo \u00e8 nella sostanza quello descritto da Marx.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>E, infatti, il capitalismo odierno deve fare i conti con un\u2019importante novit\u00e0 rispetto al periodo della sua grande affermazione. Si \u00e8 fortemente incrinata la sua legittimit\u00e0 presso larghe masse, che d\u2019altra parte non sono mai state particolarmente attratte dalle sue narrazioni. La difficolt\u00e0 della crescita e gli stenti dell\u2019occupazione, nonch\u00e9 la crescente e abnorme divaricazione nella distribuzione del reddito e della ricchezza, rendono difficile agli strati subalterni l\u2019accettazione degli esiti prodotti dai meccanismi economici e sociali. Implicitamente, quella che si \u00e8 messa in moto \u00e8 una dinamica di classe, o di classi subalterne, che si esprime, per\u00f2, attraverso una contestazione per ora confusa. D\u2019altra parte, Marx affidava alla perdita di legittimit\u00e0 la rottura del sistema, in quanto egli demandava il momento del salto qualitativo a quando i lavoratori si sarebbero accorti dell\u2019antagonismo in cui si poneva la loro posizione sociale rispetto a quella della classe borghese. Dove porti oggi l\u2019incrinatura della legittimit\u00e0 non \u00e8 chiaro (e in ogni caso a questa ho dedicato il mio saggio in onore di Reichlin, di prossima pubblicazione su \u00abItalianieuropei\u00bb).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Tuttavia, la lotta di classe esiste \u2013 eccome \u2013 se la interpretiamo in senso opposto a quello in cui la intendeva Marx, con protagoniste non le classi subalterne ma le forze dominanti. Non \u00e8 che lotta di classe quella portata dalle classi dominanti per riacquistare il potere e i profitti che le erano stati sottratti. Quello che \u00e8 sicuramente cambiato dai tempi di Marx \u00e8 la quantit\u00e0 di risorse di cui questa classe ha disposto, l\u2019estensione numerica, la proiezione e le connessioni internazionali. Non c\u2019\u00e8 bisogno di personificare questa controffensiva o pensarla come strategia elaborata in sedi di raduno dai rappresentanti di quella classe; \u00e8 stata una reazione guidata da eventi favorevoli e da una logica intrinseca al capitalismo.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>La finanza e i conti del marxismo con Keynes\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>L\u2019altro elemento di novit\u00e0 nei connotati che \u00e8 venuto assumendo il capitalismo \u00e8 il dominio che vi esercita la finanza, o meglio, il divenire un sistema a trazione finanziaria. La finanza in quanto tale esisteva anche al tempo di Marx, ma quando egli mor\u00ec il suo sviluppo come la intendiamo oggi era agli albori. Vi sono passi del Terzo Libro in cui per\u00f2 la tira in ballo come elemento costitutivo e accenna alla possibilit\u00e0 che la classe imprenditoriale, invece di accrescere il capitale produttivo (nella sua terminologia \u00abaccumulare plusvalore\u00bb, ma eviterei il termine per ci\u00f2 che ho detto in apertura sul valore-lavoro), lo impieghi finanziariamente. \u00abNella misura in cui avviene, la borghesia si allontana dall\u2019attivit\u00e0 produttiva e diventa sempre pi\u00f9, come ai suoi tempi la nobilt\u00e0, una classe che semplicemente intasca le rendite\u00bb. Nella verit\u00e0 che esprime, quest\u2019immagine non \u00e8 completamente esatta perch\u00e9 oggi l\u2019attivit\u00e0 finanziaria non \u00e8 proprio un rifugio passivo, ma \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 costantemente monitorata e densa di decisioni, anche repentine.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La lettura finanziaria del capitalismo ci porta a Keynes: questa riflessione su Marx e sull\u2019inquadramento teorico di questo modo di produzione non sarebbe completa senza un confronto con Keynes e gli emendamenti che questo autore consente di incorporare in quella dottrina. Keynes, al pari di Marx, indaga le caratteristiche principali del capitalismo e le forze che in un determinato momento storico hanno influenza su produzione e occupazione. Come Marx, egli lo inquadra dal punto di vista della dinamica impressa dalle decisioni imprenditoriali. La principale differenza \u00e8 che per Keynes \u2013 che scrive mezzo secolo dopo la morte di Marx \u2013 il capitalismo non \u00e8 concepibile senza le istituzioni finanziarie; quel sistema \u00e8 un sistema monetario di produzione. Le decisioni di spesa vanno connesse (almeno come condizione necessaria) alla liquidit\u00e0 che ciascun operatore pu\u00f2 mobilitare attraverso il credito o di cui ciascuno pu\u00f2 disporre (oltre che a condizioni generali che dipendono dai vincoli posti dalle autorit\u00e0 nella generazione di liquidit\u00e0). Quelle decisioni quindi vanno viste simultaneamente dal punto di vista reale e finanziario. Ma percettori di reddito da lavoro e capitalisti si differenziano. Mentre le decisioni dei primi sono prevalentemente vincolate dalle entrate correnti, quelle dei capitalisti (di chi investe) in generale non lo sono: la spesa relativa (destinata all\u2019accumulazione) non \u00e8 limitata dai profitti e dalle disponibilit\u00e0 correnti ed \u00e8 finanziata con indebitamento. Tuttavia, le decisioni che la determinano sono prese in condizioni di incertezza sul futuro e, di conseguenza, le mutevoli opinioni sul futuro influenzano i livelli di produzione e occupazione corrente. Lo scopo \u00e8 ovviamente quello di incrementare i profitti, per cui le si pu\u00f2 mettere dentro uno schema di M-D-M di marxiana memoria. La visione dinamica del capitalismo che ha Keynes \u00e8 sviluppata con la stessa metodologia sequenziale che avevo indicato come prezioso insegnamento analitico di Marx. \u00c8 determinata da spinte e controspinte dentro le forze predominanti tracciate nel capitalismo finanziario dalla logica del profitto.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Se guardiamo il processo da un punto di vista reale, la considerazione prima \u00e8 che le decisioni di domanda e quelle di offerta (produzione) sono indipendenti le une dalle altre, per cui vi pu\u00f2 essere equilibrio se si rispettano alcuni rapporti intersettoriali, ma questo \u00e8 un caso, esattamente come negli schemi di riproduzione di Marx. (E, infatti, partendo da quegli schemi, un economista marxista, Kalecki, anticipa alcune conclusioni della teoria keynesiana.) Per Keynes il mercato non \u00e8 meno anarchico che per Marx: non si autoequilibra, l\u2019offerta non genera la domanda equivalente (Keynes rifiuta come Marx la legge di Say): il capitalismo quindi genera instabilit\u00e0 e pu\u00f2 trovare equilibrio in condizioni di sottoccupazione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Se guardiamo il processo da un punto di vista finanziario, la considerazione prima \u00e8 che il sistema si regge su debiti e crediti, per cui la convalida degli investimenti si ha quando il denaro investito rifluisce nell\u2019impresa attraverso i profitti e consente di pagare i debiti. Ovviamente, tanto pi\u00f9 il sistema si espande, tanto pi\u00f9 \u00e8 probabile che questo avvenga per la generalit\u00e0 delle imprese. Ma, se non \u00e8 cos\u00ec, il debito va rifinanziato \u2013 finch\u00e9 si pu\u00f2 \u2013 con nuovo debito; oppure comporta perdite che coinvolgono il valore del credito.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nell\u2019ottica finanziaria, il sistema va considerato anche dal punto di vista di chi ha la titolarit\u00e0 del credito, in quanto la contropartita dei debitori sono, appunto, i creditori. Per essi quel credito \u00e8 ricchezza patrimoniale, che non \u00e8 pi\u00f9 direttamente detenuta in capitale reale ma in strumenti finanziari, gestiti, oltre che per conservare valore, per accrescere quella ricchezza o renderla redditizia (l\u2019evoluzione che anche Marx intravede). Solo che nelle moderne economie quella ricchezza e i frutti che genera sono intermediati dalle banche o da altri soggetti finanziari, i quali sono anche i titolari del credito verso le imprese; la borsa \u00e8 ormai parte integrante del processo capitalistico. In pi\u00f9, la finanza acquista una veste autonoma rispetto alla produzione, in una serie di scommesse che creano piramidi finanziarie che hanno la tendenza endogena a scalare per dimensione e rischio. Il sistema lasciato a s\u00e9 stesso \u00e8 soggetto a mettere a repentaglio, attraverso crisi ricorrenti, tutto quanto assieme: produzione, ricchezza e solidit\u00e0 degli intermediari coinvolti. Non sono pi\u00f9 le crisi previste da Marx (hanno ormai natura prevalentemente finanziaria), ma sono comunque crisi endogene alla dinamica e alla logica del capitalismo. E sono molto pi\u00f9 probabili quando questo finisce per incorporare \u2013 come \u00e8 endogenamente portato a fare \u2013 prevalenti condizioni di \u00abPonzi finance\u00bb, come le descrive Minsky (un economista keynesiano, ma anche di formazione marxiana e schumpeteriana), che si verificano in quegli scenari in cui i debitori non sono in condizioni di ripagare il prestito e gli interessi connessi, ma contano per farlo su guadagni in conto capitale (in pratica, l\u2019origine della crisi del 2008).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Keynes vive quando lo Stato moderno si \u00e8 gi\u00e0 formato e pu\u00f2 assegnare a quest\u2019ultimo il compito di stabilizzazione, di intervento diretto, oltre che la responsabilit\u00e0 negli assetti macroeconomici e sociali. Parla a un certo punto di necessit\u00e0 di \u00absocializzazione dell\u2019investimento\u00bb per tenere la piena occupazione. Non \u00e8 un caso che il bersaglio culturale della rivoluzione neoliberale sia la sua opera, non quella di Marx.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Finch\u00e9 la visione keynesiana ha retto l\u2019economia, possiamo ritenere con Minsky che lo stesso livello aggregato dei profitti si sia trasformato in una variabile sociale, cio\u00e8 a responsabilit\u00e0 sociale. Gli intrecci finanziari di cui sopra sono stati il motivo, avverte lo stesso grande keynesiano, per cui le banche centrali si sono preoccupate di salvaguardare la solidit\u00e0 del sistema dal punto di vista della solvibilit\u00e0 e dei prezzi, preoccupandosi anzitutto che i profitti aggregati non cadessero, prima ancora di preoccuparsi dell\u2019occupazione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Minsky \u00e8 morto nel 1986 e non ha potuto assistere al ritorno dei profitti come variabile \u2013 mettiamola cos\u00ec \u2013 autodeterminata, che si \u00e8 protetta da sola, non ha accettato limitazioni e ha scalato in entit\u00e0 e porzione del reddito, parallelamente \u2013 e questo \u00e8 il paradosso \u2013 all\u2019indebolimento della solvibilit\u00e0 del sistema.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Conclusioni<\/strong><\/span><span><strong>\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La mia \u00e8 una descrizione per sommi capi volta a dare ragione di come siano cambiati i connotati del capitalismo, anche se non ne sono cambiate la natura e le logiche. Ma, per capire il volto della societ\u00e0, \u00e8 ancora una seria analisi di classe che deve guidarci e il rapporto con la riproduzione del sistema. Marx ci dice poco dal punto di vista predittivo, ma fissa le categorie analitiche e metodologiche con le quali muoverci. Non il valore-lavoro, ma un approccio fondato sulla storia, l\u2019analisi politica, il conflitto di interessi, la soggettivit\u00e0, le condizioni materiali. Un approccio che va a cercare le logiche interne dei processi.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Riconosciuto il debito che abbiamo nei confronti del Marx scienziato sociale, possiamo anche riconoscere che i conflitti non si esauriscono in quelli economici, e che la societ\u00e0 \u00e8 percorsa anche da altri conflitti e identit\u00e0 (religiose, etniche, nazionali, di genere) che agiscono nei comportamenti e si rafforzano proprio quando si indeboliscono le identit\u00e0 sociali. Dobbiamo riconoscere anche che il rapporto fra struttura e sovrastruttura \u00e8 meno rigido di come Marx l\u2019ha presentato. Indubbiamente le idee non si formano fuori dalle condizioni oggettive della societ\u00e0; ma abbiamo anche imparato che nei mutamenti della storia la cornice scientifica e culturale, sebbene non venga dal nulla, ha effetti suoi propri, crea una narrazione che interagisce con quei mutamenti e li legittima, diventando a sua volta ispiratrice di perseguimenti e di proposte che muovono la societ\u00e0. Ma abbiamo veramente imparato quanto sia importante la cornice culturale? I liberisti risponderebbero, a ragione, di s\u00ec. Per altri (a giudicare dal disinvestimento culturale della sinistra politica) ho dei dubbi.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per dare quei grandi frutti intellettuali che pu\u00f2 dare, Marx deve essere letto \u00abbene\u00bb. Anche con un certo grado di indulgenza e molta capacit\u00e0 di discernimento (che temo vada acquisita fuori e prima del rapporto diretto con la sua opera, altrimenti troppo coinvolgente). Per il contenuto politico che ha avuto la sua analisi e per il riferimento dottrinario che ha costituito per i movimenti che a lui si sono ispirati (e, aggiungerei: per responsabilit\u00e0 di alcune appropriazioni accademiche) \u00e8 stato spesso letto \u00abmale\u00bb, non nel senso delle incomprensioni o del fraintendimento, ma dell\u2019assenza di respiro, dell\u2019inutile sosta in dispute infinite su questo o quel paragrafo, questa o quella citazione che lo hanno ossificato, ammantandolo di un\u2019aura religiosa, e che hanno spesso ridotto l\u2019insegnamento che se ne pu\u00f2 trarre a una scolastica poco appassionante.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><img decoding=\"async\" src=\"blob:http:\/\/www.nuovi-lavori.it\/cfb9c28d-54fb-49eb-ae8f-0627ee0d5222\" border=\"0\" alt=\"pastedGraphic.png\" \/> <img decoding=\"async\" src=\"blob:http:\/\/www.nuovi-lavori.it\/bc98eb03-216e-47fd-afa4-94499b79403b\" border=\"0\" alt=\"pastedGraphic_1.png\" \/> <img decoding=\"async\" src=\"blob:http:\/\/www.nuovi-lavori.it\/cfb9c28d-54fb-49eb-ae8f-0627ee0d5222\" border=\"0\" alt=\"pastedGraphic.png\" \/><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>*Salvatore Biasco, gi\u00e0 professore ordinario di Economia monetaria internazionale all\u2019Universit\u00e0 \u00abLa Sapienza\u00bb di Roma, \u00e8 autore di numerose pubblicazioni in ambito economico e politico, ha vinto il premio Saint-Vincent per l\u2019economia ed \u00e8 stato parlamentare nella XIII Legislatura, tra i protagonisti del ridisegno del sistema fiscale. <\/span><span>il Mulino 2\/2019\u00a0<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Marx \u00e8 stato il mio imprinting giovanile e, pi\u00f9 che Marx, la produzione di vari autori marxisti (o non marxisti, ma che comunque a lui si riferivano). 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