{"id":3546,"date":"2019-11-11T08:13:55","date_gmt":"2019-11-11T07:13:55","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/i-nuovi-temi-di-un-antica-questione\/"},"modified":"2022-07-04T18:38:30","modified_gmt":"2022-07-04T16:38:30","slug":"i-nuovi-temi-di-un-antica-questione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/i-nuovi-temi-di-un-antica-questione\/","title":{"rendered":"I nuovi temi di un&#8217;antica questione"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">IL MEZZOGIORNO NELLA NUOVA GEOGRAFIA EUROPEA DELLE DISUGUAGLIANZE.\u00a0<br \/>Le politiche nazionali di fronte al \u00abdoppio divario\u00bb.<br \/>Un ventennio di declino iniziato con gli anni Novanta, sette anni di recessione senza soluzione di continuit\u00e0, la fine della ripresa e, oggi, lo spettro di una nuova recessione, lasciano la politica economica nazionale di fronte a un nodo di fondo non sciolto. Quale ruolo ritagliarsi, di fronte a dinamiche di mercato avverse alla diffusione territoriale dei processi di sviluppo e nel sentiero stretto dei vincoli europei, per invertire il trend che vede l\u2019economia e la societ\u00e0 italiane subire le conseguenze pi\u00f9 che cogliere le opportunit\u00e0 dei cambiamenti strutturali intervenuti con il nuovo secolo.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Questi mutamenti hanno riguardato la rivoluzione digitale e la diffusione delle nuove tecnologie, l\u2019integrazione esasperata dei mercati a livello globale, la crescente importanza di conoscenze e competenze, la frammentazione geografica delle produzioni e l\u2019affermarsi del modello produttivo delle catene globali del valore, l\u2019esposizione crescente delle economie locali pi\u00f9 deboli tanto alle turbolenze dei mercati globali, quanto alle opportunit\u00e0 offerte dall\u2019integrazione con le aree forti. Si \u00e8 trattato di un complesso sistema di dinamiche di mercato che hanno favorito la concentrazione geografica dei processi di sviluppo.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In Europa, i processi di agglomerazione tendono a prevalere su quelli della diffusione delle opportunit\u00e0 di crescita economica e sviluppo sociale. Lo \u00absgocciolamento\u00bb territoriale sembra interessare solo le aree in ritardo di sviluppo che riescono ad agganciarsi a quelle forti del core, in prevalenza quelle dei nuovi Stati membri dell\u2019Est, in virt\u00f9 di legami commerciali pi\u00f9 forti, di processi di integrazione tra imprese pi\u00f9 strutturati. Le periferie europee del Sud Europa, viceversa, pur nelle loro diversit\u00e0, sembrano condividere il tratto comune di un\u2019integrazione pi\u00f9 problematica con le vere locomotive dell\u2019Europa centro-settentrionale, non riuscendo perci\u00f2 a trarne pieno beneficio, mostrando dinamiche economiche sfavorevoli, ricadute sociali, dinamiche demografiche avverse.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ben prima della grande crisi, le politiche europee, ordinarie e di coesione territoriale, hanno solo incrociato passivamente le dinamiche di crescente concentrazione di investimenti, attivit\u00e0 produttive e risorse umane qualificate nelle aree forti del Continente. Nel frattempo con l\u2019allargamento a Est dell\u2019Unione europea venivano offerte nuove e crescenti opportunit\u00e0 ai nuovi Stati membri e, in parallelo, si indeboliva progressivamente l\u2019opzione geopolitica mediterranea dell\u2019Unione. Ma la crisi ha solo svelato tutti i limiti di un modello di politica economica gi\u00e0 scritti nelle fondamenta di un progetto di unificazione europea incapace, per le sue carenze iniziali, di conseguire le promesse originarie di prosperit\u00e0 diffusa. Limiti gi\u00e0 scritti \u2013 e ormai riconosciuti in misura crescente anche da tanti osservatori qualificati che allora ne riconoscevano solo i meriti \u2013 nei pilastri sui quali si reggeva il modello europeo delle origini: la priorit\u00e0 assegnata alle riforme strutturali quali strumento per innalzare la competitivit\u00e0 delle aree in ritardo di sviluppo da giocarsi sul campo delle svalutazioni interne; la mancanza di coordinamento tra politica fiscale e monetaria; una politica monetaria unica con l\u2019obiettivo esclusivo di garantire la stabilit\u00e0 dei prezzi; la scelta della moneta unica senza unione fiscale; il coordinamento sovranazionale delle politiche fiscali nazionali improntato al contenimento della spesa sotto i precetti della cosiddetta austerit\u00e0 espansiva.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Con il risultato di traghettare l\u2019Unione europea verso la deflagrazione della crisi meno attesa e pi\u00f9 drammatica dalla grande depressione degli anni Trenta senza strumenti adeguati a contrastare l\u2019aumento delle disuguaglianze, tra territori e tra individui, capace solo di assistere passivamente al nascere di una nuova e pi\u00f9 frastagliata geografia delle opportunit\u00e0 in Europa. La distribuzione diseguale dei benefici connessi all\u2019integrazione europea, senza il supporto di politiche economiche adeguate, convive con l\u2019evidenza di un processo selettivo di diffusione della crescita economica e dello sviluppo sociale tra aree pi\u00f9 sviluppate e regioni deboli; e persistono rilevanti divari di competitivit\u00e0 tra sistemi produttivi nazionali e tra diverse regioni europee. Il fatto relativamente \u00abnuovo\u00bb con il quale va aggiornata la geografia economica e sociale dell\u2019Europa, poi, sta nelle crescenti dinamiche divergenti interne al suo core e alla sua periferia. Cos\u00ec la geografia, tradizionalmente letta con le categorie del centro e della periferia, \u00e8 andata via via complicandosi, per effetto di una divaricazione tra \u00ablocomotive\u00bb a diversa velocit\u00e0 e tra nuovi Stati membri dell\u2019Est e aree deboli dell\u2019Europa mediterranea. Entrambe le dinamiche hanno visto l\u2019Italia dal lato dei perdenti, con responsabilit\u00e0 delle politiche nazionali che diventano sempre pi\u00f9 evidenti con il passare degli anni. Nell\u2019ultimo ventennio, la politica economica nazionale ha disinvestito dal Mezzogiorno, ha svilito anzich\u00e9 valorizzare le sue interdipendenze con il Centro-Nord, con la conseguenza di determinare l\u2019indebolimento del mercato interno dei settori produttivi delle aree pi\u00f9 forti del Paese. Abbiamo assistito (\u00e8 proprio il caso di dirlo perch\u00e9 le voci critiche a riguardo sono state ben poche) a un progressivo disimpegno della leva nazionale delle politiche di riequilibrio territoriale con conseguenze negative per l\u2019intero Paese. Come si \u00e8 verificato \u2013 per rimanere agli anni pi\u00f9 recenti post-austerit\u00e0 \u2013 con la preferenza accordata ai trasferimenti anzich\u00e9 agli investimenti pubblici; una scelta che ha impedito di utilizzare i margini di manovra pi\u00f9 ampi che si andavano aprendo nelle rigide regole della disciplina fiscale europea per perseguire gli obiettivi (complementari) della crescita nazionale e della riduzione dei divari interni.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00c8 nei confini allargati di questa Europa sempre pi\u00f9 diseguale e complessa, avendo ben chiari i vincoli esterni (insieme alle opportunit\u00e0) derivanti dalla partecipazione all\u2019Unione europea e le lezioni apprese dalle carenze delle politiche pubbliche nazionali, che va calata la riflessione corrente sul ritardo italiano, non solo meridionale. Un ritardo della societ\u00e0 e dell\u2019economia nazionali che ormai va letto come \u00abdoppio divario\u00bb. Il Nord e Sud del Paese sono bloccati nel panorama europeo, perci\u00f2 l\u2019Italia, tutta intera, si allontana dall\u2019Europa. Mentre i nostri divari interni non accennano a diminuire.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il Mezzogiorno e l\u2019Italia nell\u2019Europa diseguale\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il progetto europeo non ha mantenuto le sue ambiziose promesse di uno sviluppo armonioso ed equilibrato, di elevati livelli di occupazione e protezione sociale, di un elevato grado di convergenza e di solidariet\u00e0 tra gli Stati membri. Il processo europeo di integrazione si \u00e8 alimentato nella convinzione che non fosse necessario prevedere diversi modelli di sviluppo tra le regioni pi\u00f9 ricche e quelle pi\u00f9 arretrate, e che non fosse necessario assegnare alla politica fiscale comune la funzione attiva di stabilizzazione nell\u2019Unione. Per lungo tempo \u00e8 parso sufficiente organizzare una buona politica di coesione per contenere le dinamiche della divergenza che, da sempre, interessano le aree pi\u00f9 arretrate del vecchio Continente. Tuttavia, a partire dalla fine degli anni Settanta, i processi di globalizzazione, di innovazione tecnologica e di terziarizzazione dell\u2019economia, hanno prodotto la cosiddetta \u00abgrande inversione\u00bb. Quest\u2019inversione ha generato nelle regioni rurali, nelle piccole e medie aree urbane e nelle aree di \u00abvecchia industrializzazione\u00bb importanti perdite di posti di lavoro, una riduzione significativa della forza lavoro e una diminuzione del reddito pro capite. Per converso, le grandi aree urbane sono state capaci di attrarre capitali e risorse umane high-skilled tali da determinare un complessivo aumento del reddito pro capite e la creazione di posti di lavoro, soprattutto nel terziario avanzato ad alta specializzazione. Tali dinamiche di concentrazione intorno alle regioni europee del Centro hanno dimostrato di non essere in grado di avviare processi di convergenza \u00abautomatici\u00bb attraverso gli effetti di spill-over, generando, al contrario, effetti di divergenza economica.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Soffermandoci sulle dinamiche relative al nuovo secolo, i dati rivelano: il pronunciato processo di convergenza sperimentato dall\u2019Europa dell\u2019Est, l\u2019allontanamento dei paesi dell\u2019Europa del Sud, Italia inclusa, dai livelli medi di tenore di vita europei; la crescita tendenziale del reddito pro capite nell\u2019Europa del Nord; e la tenuta del dato relativo alle economie dell\u2019Europa centrale, Germania inclusa.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Questi dati forniscono la fotografia \u00abaggregata\u00bb dei divari di sviluppo economico documentati nella loro pi\u00f9 fine articolazione regionale nelle edizioni recenti del Rapporto SVIMEZ, con particolare riferimento al ritardo italiano nel panorama europeo, e a quello meridionale nei confronti delle altre aree europee in ritardo di sviluppo. Divari crescenti che non si limitano al dato del PIL pro capite, misura notoriamente non esaustiva di benessere, estendendosi ai differenziali regionali di sviluppo sociale, alle condizioni di vita delle famiglie, e a quelli di competitivit\u00e0 delle imprese. Tutti fatti anch\u2019essi documentati in questi anni dalla SVIMEZ senza voler stabilire un nesso causale \u00abrobusto\u00bb tra collocamento europeo della nostra economia e stagnazione italiana, ma per segnalare la necessit\u00e0 di uscire dallo steccato dei confini nazionali per misurare i divari del Sud e, al tempo stesso, avere una visione pi\u00f9 realistica della velocit\u00e0 di marcia della nostra \u00ablocomotiva\u00bb interna. Perch\u00e9 la lettura attenta delle principali performance economiche delle regioni del Centro-Nord misurate in termini relativi nello scenario europeo, pi\u00f9 che i divari interni italiani, esalta il ritardo italiano in Europa. \u00c8 il sistema Paese, tutto insieme, che non \u00e8 in grado di tenere il passo con le regioni europee pi\u00f9 dinamiche.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Fatta 100 la media europea, tra il 2006 ed il 2017, tutte le regioni italiane, nessuna esclusa, hanno registrato un calo del PIL per abitante.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quale ruolo \u00abpossibile\u00bb per le politiche?\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00c8 necessario un cambio di prospettiva nella lettura della stagnazione italiana e del ritardo del Mezzogiorno. Bisogna, come la SVIMEZ invita a fare ormai da qualche anno, adottare una prospettiva pi\u00f9 ampia dei confini nazionali. Innanzitutto, per misurare la reale dimensione dell\u2019allontanamento del nostro Sud dagli altri Sud d\u2019Europa. E, in secondo luogo, per acquisire consapevolezza che il nostro Nord non \u00e8 pi\u00f9 tra le locomotive trainanti del Continente. Una parte del Centro-Nord italiano rappresenta, di fatto, la periferia degli agglomerati dell\u2019Europa centrosettentrionale che marciano a ritmi pi\u00f9 sostenuti, ospitano produzioni manifatturiere fortemente specializzate e integrate col terziario avanzato; presentano un maggiore grado di finanziarizzazione; beneficiano di centri di ricerca e innovazione all\u2019avanguardia; vantano sistemi di istruzione universitaria di livello internazionale. A ciascuno il suo Nord: le nostre regioni settentrionali si presentano agli occhi dell\u2019Europa come il Sud di aree pi\u00f9 sviluppate come quella di Parigi, Londra, della Rhine-Ruhr o del Randstad Holland.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il ritardo meridionale va misurato nella cornice europea: l\u2019economia meridionale si trova a competere, soprattutto dopo l\u2019allargamento a Est dell\u2019UE, con economie arretrate in forte crescita ed elevate potenzialit\u00e0 competitive. \u00c8 rispetto a queste economie, alle altre regioni europee che beneficiano della politica di coesione europea, che il Sud ha perso terreno a causa dello svantaggio strutturale connesso alla sua appartenenza a un\u2019economia nazionale dove vige un carico fiscale elevatissimo rispetto a quello praticato nei paesi dell\u2019Est Europa. L\u2019accumulazione del ritardo del Mezzogiorno si associa alla concorrenza del dumping fiscale dei nuovi Stati membri. Le differenze nei livelli di tassazione del lavoro e del reddito di impresa tra paesi membri, anche queste documentate nelle recenti edizioni del Rapporto SVIMEZ, vengono evidenziate con continuit\u00e0 dai dati Eurostat, e rappresentano un fattore decisivo nel determinare la capacit\u00e0 di offrire un ambiente attrattivo per le attivit\u00e0 produttive pi\u00f9 mobili del Continente.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Pi\u00f9 in generale, le asimmetrie nei regimi fiscali, nel costo del lavoro, nei sistemi giuridici e in molti altri fattori determinano importanti differenziali regionali di competitivit\u00e0 che pongono le regioni dell\u2019area mediterranea, soprattutto il Sud-Italia, in una condizione di \u00absvantaggio strutturale\u00bb. Su questa premessa occorre basare le linee di intervento future. La discussione intorno alle determinanti del ritardo del Sud o dell\u2019inefficacia delle politiche regionali ne risulterebbe arricchita e si eviterebbe di assumere, semplicisticamente, che lo sviluppo del Sud dipende solo da variabili specifiche, interne al Mezzogiorno stesso, e che l\u2019efficacia delle politiche per il Sud dipende solo dai fattori locali, in primis la qualit\u00e0 delle classi dirigenti locali.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Serve un ritorno a una visione \u00abunitaria\u00bb della stagnazione italiana, smarcandosi dalla lettura dell\u2019aumento delle disuguaglianze nel nostro Paese esclusivamente legata al confine immutabile tra Nord e Sud del Paese. Questa lettura va \u00abcomplicata\u00bb per recepire i mutamenti che in questi anni sono intervenuti: il Sud ha accentuato le sue differenziazioni interne, come \u00e8 avvenuto nel Nord del Paese; la crisi ha fatto risalire lungo lo stivale il confine Nord-Sud; anche le regioni del Nord produttivo perdono posizioni nelle graduatorie delle regioni europee di sviluppo economico, sociale e di competitivit\u00e0; Nord e Sud sono accomunati dall\u2019aumento delle disuguaglianze tra aree urbane e aree interne; nell\u2019Italia intera le periferie dei grandi centri urbani sono attraversate dalle stesse emergenze sociali. Per tutto ci\u00f2 la questione della coesione territoriale va collocata in quella pi\u00f9 ampia, nazionale, della crescita e della coesione sociale, e le risposte non possono che basarsi su una visione unitaria del Paese.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Al centro dell\u2019azione delle politiche va posta la valorizzazione delle complesse complementariet\u00e0 che legano il sistema produttivo e sociale di Sud e Nord Italia, leggendo i rapporti tra le due aree con la lente di un\u2019interdipendenza mutuamente benefica da riattivare con il supporto delle politiche. Economia e societ\u00e0 del Mezzogiorno non sono realt\u00e0 sganciate dall\u2019Italia. Nord e Sud Italia sono legati da una fitta rete di rapporti commerciali, produttivi e finanziari che generano condizionamenti reciproci, determinando andamenti fortemente correlati delle rispettive economie. Inevitabilmente i risultati economici e il progresso sociale di ciascuna di esse dipendono dal destino dell\u2019altra. Perci\u00f2 l\u2019obiettivo della chiusura del divario Nord-Sud non pu\u00f2 essere disgiunto da un disegno nazionale di rilancio della crescita. Intorno a un obiettivo prioritario: riattivare gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, prioritariamente nei settori delle infrastrutture sociali, ambientali e, in generale, per migliorare l\u2019accesso ai diritti di cittadinanza. L\u2019unica via \u00abpossibile\u00bb per il recupero del ritardo accumulato dall\u2019Italia in Europa \u00e8 tenere insieme le due parti del Paese in una strategia di crescita comune, archiviando la stagione delle soluzioni \u00abper parti\u00bb per il Nord produttivo e il Sud assistito. Esistono importanti aree di disagio sociale anche al Nord, come esiste un sistema produttivo reattivo al Sud. Riattivare gli investimenti pubblici al Sud \u00e8 il modo pi\u00f9 produttivo, per l\u2019economia e la societ\u00e0 italiane, di valorizzare le interdipendenze tra le due aree del Paese. Vuol dire mettere il Mezzogiorno nelle condizioni di rafforzare il suo contributo alla crescita nazionale, nel breve periodo, contribuendo all\u2019attivazione della domanda interna, a beneficio anche delle aree pi\u00f9 forti del Paese.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Se rivolti al rafforzamento delle infrastrutture e dei servizi sociali, inoltre, gli investimenti pubblici riescono a realizzare, al tempo stesso, finalit\u00e0 redistributive, facilitando l\u2019accesso ai diritti di cittadinanza, caratterizzati dai divari territoriali discussi in altre parti di questo Rapporto, e di sostegno allo sviluppo economico. Perch\u00e9 le migliorate possibilit\u00e0 di accesso ai servizi essenziali sortiscono effetti paragonabili a quelli di migliori infrastrutture economiche. La presenza di servizi sociali efficienti contribuisce a migliorare le condizioni esterne per gli investimenti produttivi al pari delle infrastrutture, ad esempio, di trasporto e comunicazione. Infine, invertire il trend calante degli investimenti pubblici al Sud vorrebbe dire iniziare a porre le basi per la risoluzione del noto problema del mancato rispetto del principio di addizionalit\u00e0 che stabilisce che, per assicurare un reale impatto economico, gli stanziamenti dei Fondi strutturali non possono sostituirsi alla spesa pubblica dello Stato membro. Al rispetto di questo principio, storicamente inattuato in Italia, siamo stati chiamati di recente dalle istituzioni europee. \u00c8 una debolezza che va sanata per restituire alla \u00abnormalit\u00e0\u00bb anche le valutazioni delle ricadute economiche della politica di coesione che, solo con un ritorno della spesa per investimenti nazionali su livelli adeguati, potr\u00e0 essere messa nelle condizioni di funzionare e di essere valutata.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>LA QUESTIONE DEMOGRAFICA E I SUOI EFFETTI SUL DUALISMO\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0La popolazione dell\u2019Italia ha smesso di crescere dal 2015, da quando continua a calare a ritmi crescenti, soprattutto nel Mezzogiorno. L\u2019esaurimento del lungo periodo di transizione si \u00e8 tradotto, infatti, in una vera e propria trappola demografica nella quale una natalit\u00e0 in declino soccombe a una crescente mortalit\u00e0. In questo scenario, il sostegno della popolazione nel Centro-Nord \u00e8 affidato al solo contributo del movimento migratorio che risulta ora, e si stima possa esserlo anche nei prossimi decenni, largamente insufficiente a colmare un saldo naturale sempre pi\u00f9 negativo. Le emigrazioni dall\u2019interno e dall\u2019estero hanno finora garantito un dividendo demografico positivo e una solida struttura demografica, condizioni necessarie per un equilibrato e robusto sviluppo economico, alle regioni settentrionali. Nel Mezzogiorno, invece, politiche e misure di intervento persistentemente inadeguate alla dimensione demografica dell\u2019area hanno lasciato a tanti giovani l\u2019unica alternativa di emigrare verso il Nord e l\u2019estero. Una continua sottrazione di forze vitali che ha indebolito la struttura demografica dell\u2019area e compromesso le sorti dei piccoli e medi centri urbani e rurali delle aree interne, non risparmiando del resto quelle metropolitane le cui cinture periurbane costituiscono le fonti principali del deflusso migratorio dal Sud.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Le dinamiche demografiche avverse attraversano tutto il Paese ma si manifestano in maniera pi\u00f9 drammatica nel Mezzogiorno\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La popolazione attiva del Mezzogiorno si riduce progressivamente in tutto il periodo di previsione. Al contrario, nel Centro-Nord l\u2019azione rigeneratrice delle immigrazioni consentir\u00e0 di compensare parzialmente il processo di riduzione della popolazione attiva nei prossimi due decenni e una sua stabilizzazione a partire dalla met\u00e0 degli anni Quaranta di questo secolo. Entro i prossimi 50 anni il Paese si trover\u00e0 con una popolazione molto pi\u00f9 piccola e decisamente invecchiata, in particolare il Mezzogiorno \u00e8 destinato a un lento e pesante declino demografico. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In questa nuova fase che si annuncia pi\u00f9 complessa e pi\u00f9 instabile, il Mezzogiorno si trova ad affrontare le sfide con una popolazione invecchiata, un dividendo demografico decisamente negativo e un\u2019economia fragile segnata come il resto del Paese da andamenti della produttivit\u00e0 decisamente regressivi. Diversamente dal dopoguerra il Mezzogiorno in questa fase di ripresa dalla recessione e di cambiamenti profondi di scenario economico e geopolitico mondiale, si trova a gestire i problemi legati al persistente ritardo di sviluppo senza gli stimoli che potrebbero provenire da una popolazione giovane e dinamica come fu dopo il 1946. Infatti, in assenza di misure forti di politica economica e sociale in presenza di un quadro demografico ormai decisamente compromesso, il sistema economico e la societ\u00e0 meridionale rimarranno su un sentiero insostenibile.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In tutti gli scenari previsti nel Rapporto, il Pil italiano, ipotizzando una invarianza del tasso di produttivit\u00e0, diminuirebbe nei prossimi 47 anni a livello nazionale da un minimo del 13% ad un massimo del 44,8%, cali di intensit\u00e0 differenti interesserebbero il Nord e il Sud del Paese, si ridurrebbero cos\u00ec le risorse per finanziare una spesa pubblica in aumento per il maggior numero di pensioni e per l\u2019assistenza sociale e sanitaria.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nello scenario di base, costruito applicando la dinamica prevista per la popolazione attiva al livello del pil raggiunto nel 2018, ovvero in costanza del tasso di occupazione maschile e femminile nelle classi di et\u00e0 comprese tra i 15 e il 64 anni e di invarianza della produttivit\u00e0, nel 2065 il Pil nazionale si ridurrebbe del 23,6%; nel Mezzogiorno, anche in ragione della pi\u00f9 veloce riduzione della popolazione attiva, il Pil calerebbe del -38,3 %, due volte e mezza pi\u00f9 che nel Centro-Nord: 15,6%. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In una societ\u00e0 che invecchia rapidamente e vede allungarsi sempre pi\u00f9 le aspettative di vita degli anziani, appare quanto meno auspicabile un allungamento della vita attiva. Un\u2019esigenza apparentemente ovvia che trova un fondamento nella riduzione della popolazione attiva e nell\u2019impiego del tempo di una popolazione vecchia ma ancora in condizioni di esprimere soddisfacenti livelli di capacit\u00e0 lavorativa. Un allungamento della vita lavorativa \u00e8 necessario anche a mantenere in equilibrio i conti di un sistema previdenziale che rischierebbe un serio e duraturo squilibrio finanziario con effetti disastrosi sulla tenuta del tessuto sociale. Una necessit\u00e0 questa che appare ai nostri giorni, visto l\u2019orientamento generale ad un anticipo, del tutto immotivato, del ritiro dalla vita attiva, poco pi\u00f9 che una provocazione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0Il contrasto alla riduzione della popolazione attiva pu\u00f2 venire soprattutto da politiche finalizzate ad accrescere la partecipazione al mercato del lavoro accompagnate da misure di sostegno alla domanda di lavoro espressa dal mondo produttivo. La questione del lavoro conserva una sua forte centralit\u00e0, una valenza non solo strettamente economica ma fondamentale per l\u2019integrazione sociale e la valorizzazione dei singoli. L\u2019aumento del tasso di occupazione rappresenta l\u2019unica misura in grado di ridurre significativamente gli effetti negativi sull\u2019economia del Mezzogiorno della prevista dinamica demografica. L\u2019effetto dirompente riguarderebbe in particolare la componente femminile, vero e proprio serbatoio di forza lavoro. L\u2019innalzamento del tasso di occupazione al target europeo (60%), costituirebbe quasi un raddoppio dell\u2019attuale livello (32% circa), uno sforzo di non poco conto se si tiene presente che dal 1977 il tasso \u00e8 aumentato di soli 6 punti percentuali. Ma \u00e8 una sfida che non deve in nessun caso essere lasciata cadere. Andrebbero messe in campo misure finalizzate a conciliare le esigenze familiari con la crescita della partecipazione al mondo del lavoro. Si determinerebbe cos\u00ec un duplice effetto: aumento del prodotto interno lordo e con la maggiore disponibilit\u00e0 di reddito la ripresa della natalit\u00e0. Nei paesi pi\u00f9 sviluppati la natalit\u00e0 pi\u00f9 elevata si riscontra l\u00e0 dove i tassi di attivit\u00e0 femminile sono pi\u00f9 alti. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0Nel Mezzogiorno, trascurato dai flussi migratori e interessato nei prossimi decenni da un continuo calo della popolazione, rappresenta una sorta di imperativo categorico provare, se non ad invertire, almeno a mitigare tale tendenza. Ci\u00f2 pu\u00f2 avvenire indirizzando le politiche verso un deciso inserimento delle donne nel mondo del lavoro e incoraggiare la ripresa della fecondit\u00e0.\u00a0 \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>VALORIZZARE LE AUTONOMIE E RIDURRE LE DISUGUAGLIANZE. IL FEDERALISMO POSSIBILE\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per riprendere, oggi, le fila di un dibattito informato e razionale sul regionalismo differenziato \u00e8 necessario muovere da due considerazioni.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La prima. Le ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia sono previste dall\u2019articolo 116 comma 3 della Costituzione e sono, perci\u00f2, legittime. Ma sono parte integrante del Titolo V della Costituzione riformato nel 2001. Le richieste di regionalismo differenziato vanno perci\u00f2 valutate, nei loro eventuali meriti e limiti, nel contesto di un\u2019attuazione organica, completa, equilibrata, del nuovo Titolo V. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La seconda. La semplificazione che vuole che il confronto continui a svolgersi tra due fronti contrapposti, identificati con un Nord propositivo e un Sud conservativo, va rimossa. A bocciare le richieste di regionalismo differenziato di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna non \u00e8 stato un fronte del No meridionale. Le critiche sono arrivate da organi nazionali sulla base di argomentazioni che affrontano il merito delle proposte. Il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri e l\u2019Ufficio Parlamentare di Bilancio hanno bene messo in evidenza, insieme ad un lungo elenco di criticit\u00e0, l\u2019evidente conflitto tra le richieste di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna e il rispetto dei principi di eguaglianza, perequazione e solidariet\u00e0 nazionale sanciti dal nuovo Titolo V. Perci\u00f2 \u00e8 immotivata la tesi secondo la quale l\u2019opposizione alle richieste di autonomia verrebbe da un fronte del No radicato territorialmente a Sud, nemico dell\u2019efficienza e del cambiamento, scarsamente informato sul merito delle intese e perci\u00f2 capace solo di avanzare critiche \u00abemotive\u00bb.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>A partire da queste due considerazioni, bisognerebbe chiudere con la stagione delle contrapposizioni territoriali e depurare il confronto dalle scorie rivendicazioniste (provenienti da Nord e da Sud) ormai stratificate nel dibattito pubblico, per riportarlo sui temi \u00abnazionali\u00bb della qualit\u00e0 delle politiche di offerta dei servizi pubblici e su quelle necessarie per la ripresa della crescita del Paese. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Se si vuole fare della riflessione sul regionalismo differenziato un\u2019occasione per ripensare il riassetto delle competenze tra centro e periferia della Pubblica Amministrazione nell\u2019interesse del Paese, bisogna concordare su un obiettivo di fondo: le eventuali concessioni di autonomia rafforzata devono essere motivate dall\u2019interesse nazionale, non da quello particolare delle singole regioni richiedenti. Volendosi basare sui fatti e non sulle enunciazioni di principio o, peggio, sulla propaganda, va chiarito che la richiesta di nuove competenze da parte di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna viene cos\u00ec motivata in tutte le versioni note degli schemi di intesa: \u00abL\u2019attribuzione di forme e condizioni particolari di autonomia corrisponde a specificit\u00e0 proprie della Regione richiedente e immediatamente funzionali alla sua crescita e sviluppo\u00bb. Con questa \u00abscarna affermazione identica per tutte le tre bozze di intesa\u00bb, per usare le parole dell\u2019Ufficio Parlamentare di Bilancio, \u00abviene liquidata\u00bb la giustificazione della richiesta di nuove competenze. Senza nessun riferimento all\u2019interesse nazionale.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Pi\u00f9 volte la SVIMEZ ha stigmatizzato l\u2019uso strumentale che si propone del concetto di residuo fiscale, misura della redistribuzione riferibile agli individui, non ai territori. Perci\u00f2, dietro la pretesa di contenere i residui fiscali pu\u00f2 nascondersi solo l\u2019obiettivo di indebolire la funzione redistributiva dello Stato tra contribuenti, non tra territori. Un obiettivo, questo, che non dovrebbe riguardare la concessione di ulteriori forme di autonomia regionale nella fornitura dei servizi ai cittadini. A ci\u00f2 si aggiunga che i residui fiscali \u00abregionali\u00bb del Nord sono gi\u00e0 in diminuzione da un ventennio e che la contabilit\u00e0 dei flussi interregionali di risorse basata sui residui fiscali regionali \u00e8 estremamente parziale perch\u00e9 omette di considerare altri flussi di risorse private che vanno in direzione opposta, da Sud a Nord.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quanto alla presunta penalizzazione delle regioni del Nord derivante da una sperequazione territoriale della spesa pubblica a vantaggio del Mezzogiorno, l\u2019unica informazione quantitativa diffusa nell\u2019iter attuativo dell\u2019autonomia per quantificare \u00abquanto spende lo Stato per le competenze da trasferire\u00bb riguarda alcuni dati di fonte Ragioneria Generale dello Stato pubblicati sul sito del Dipartimento per gli Affari regionali e le Autonomie a corredo dei testi concordati delle intese del febbraio 2019. Sulla base di questi dati, Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia si collocano in coda alla graduatoria delle Regioni italiane per spesa pubblica pro capite. Un\u2019evidenza, questa, che \u00e8 stata portata a supporto dell\u2019assunto di un eccesso di risorse nelle Regioni del Sud e dunque di un diritto alla restituzione delle Regioni forti del Paese. Ma come \u00e8 stato documentato dalla SVIMEZ, questi dati forniscono un\u2019informazione parziale dell\u2019effettivo livello di spesa pubblica nelle regioni italiane. Un quadro completo dell\u2019effettiva distribuzione della spesa pubblica dell\u2019operatore pubblico tra Regioni viene fornito dal Sistema dei Conti Pubblici Territoriali (CPT), la fonte ufficiale pi\u00f9 completa in materia di spesa pubblica regionalizzata e, di conseguenza, la pi\u00f9 adeguata per misurare l\u2019effettiva distribuzione tra Regioni delle risorse pubbliche che finanziano i servizi pubblici. L\u2019utilizzo dei dati di fonte CPT racconta un\u2019altra storia della distribuzione regionale della spesa pubblica. E qui non si vuole rispondere alle rivendicazioni che vengono da Nord con altre rivendicazioni, di segno opposto. Si vuole segnalare la necessit\u00e0 di avviare una discussione razionale e informata a partire da un utilizzo corretto, e non strumentale, delle diverse fonti ufficiali disponibili sulla finanza pubblica territoriale.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Da parte delle regioni richiedenti, non si \u00e8 fatto nemmeno mistero di voler utilizzare la maggiore autonomia regionale come soluzione alla crisi economica. Un\u2019idea dichiarata in fase di avvio delle richieste, ribadita nella \u00abscarna affermazione identica per tutte le tre bozze di intesa\u00bb citata in precedenza. Anche il riferimento al parametro del gettito dei tributi maturati nei territori per la definizione dei fabbisogni standard contenuto nelle pre-intese, successivamente accantonato, risponde alla stessa logica di soluzione \u00abautonoma\u00bb alla crisi perch\u00e9 \u00e8 funzionale all\u2019obiettivo di trattenere maggiori risorse sui territori, per innalzare il livello dei servizi nelle regioni capaci di produrre maggiore gettito, legittimando per via normativa il divario di diritti di cittadinanza gi\u00e0 esistente tra i diversi territori del Paese. Legare il finanziamento dei servizi pubblici al gettito maturato nei territori poteva essere presa in considerazione da un governo nazionale come una soluzione efficace alla riduzione dei divari territoriali nell\u2019accesso ai diritti di cittadinanza?\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>C\u2019\u00e8 una richiesta, poi, che non \u00e8 mai stata messa in discussione, neanche dall\u2019ex maggioranza governo, venendo accolta anche nei testi concordati del febbraio 2019 all\u2019art. 6, identico per le tre regioni richiedenti, che prevede che \u00abLo Stato e la Regione, al fine di consentire una programmazione certa dello sviluppo degli investimenti, determinano congiuntamente modalit\u00e0 per assegnare una compartecipazione al gettito, o aliquote riservate relativamente all\u2019Irpef o ad altri tributi erariali, in riferimento al fabbisogno per investimenti pubblici ovvero anche mediante forme di crediti di imposta con riferimento agli investimenti privati, risorse da attingersi da fondi finalizzati allo sviluppo infrastrutturale del Paese\u00bb. Vale a dire, la richiesta di risolvere \u00aba casa propria\u00bb il problema \u00abnazionale\u00bb della programmazione e della mobilitazione delle risorse che finanziano gli investimenti pubblici, il motore della crescita che \u00e8 mancato nel paese in questi anni. Una soluzione in chiaro contrasto con i principi della perequazione infrastrutturale. Anche in questo caso, c\u2019\u00e8 da chiedersi: davvero l\u2019autonomia \u00e8 un\u2019occasione anche per le regioni del Sud? Davvero il rilancio necessario degli investimenti pubblici per la crescita pu\u00f2 fare a meno di una strategia nazionale?\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Oggi \u00e8 necessario costruire un fronte unitario intorno ad un S\u00ec convinto ai principi del federalismo cooperativo nell\u2019interesse del Paese, rendendo finalmente operativi i vincoli previsti dalla Costituzione per rendere sostenibili le richieste di autonomia. Insomma, riprendere un\u2019attuazione ordinata del federalismo fiscale \u00e8 la vera sfida, anche delle classi dirigenti meridionali. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Alle iniziative di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna va riconosciuto il merito di aver creato le premesse per una riflessione ampia sul regionalismo, sul superamento dell\u2019attuale assetto istituzionale delle competenze tra Stato e Regioni. Oggi bisogna ripartire da un approccio cooperativo all\u2019attuazione della riforma costituzionale del Titolo V. Costi standard e livelli essenziali delle prestazioni per assicurare pari diritti di cittadinanza, un fondo perequativo per garantire certezza negli stanziamenti per colmare il deficit infrastrutturale sono allo stesso tempo la garanzia di uno sviluppo equilibrato del Paese e la condizione per mettere il cittadino meridionale nelle condizioni di valutare la qualit\u00e0 della sua classe dirigente.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><div class='w3eden'><!-- WPDM Link Template: Default Template -->\n\n<div class=\"link-template-default card mb-2\">\n    <div class=\"card-body\">\n        <div class=\"media\">\n            <div class=\"mr-3 img-48\"><img decoding=\"async\" class=\"wpdm_icon\" alt=\"Icona\" src=\"https:\/\/nuovi-lavori.it\/wp-content\/plugins\/download-manager\/assets\/file-type-icons\/pdf.svg\" \/><\/div>\n            <div class=\"media-body\">\n                <h3 class=\"package-title\"><a href='https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/download\/sintesi-del-rapporto-svimez-2019\/'>Sintesi del Rapporto SVIMEZ 2019<\/a><\/h3>\n                <div class=\"text-muted text-small\"><i class=\"fas fa-copy\"><\/i> 1 file <i class=\"fas fa-hdd ml-3\"><\/i> 1.69M<\/div>\n            <\/div>\n            <div class=\"ml-3\">\n                <a class='wpdm-download-link download-on-click btn btn-primary ' rel='nofollow' href='#' data-downloadurl=\"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/download\/sintesi-del-rapporto-svimez-2019\/?wpdmdl=5355&refresh=69dac32ccc4321775944492\">Download<\/a>\n            <\/div>\n        <\/div>\n    <\/div>\n<\/div>\n\n<\/div><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>*Introduzione al Rapporto 2019<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IL MEZZOGIORNO NELLA NUOVA GEOGRAFIA EUROPEA DELLE DISUGUAGLIANZE.\u00a0Le politiche nazionali di fronte al \u00abdoppio divario\u00bb.Un ventennio di declino iniziato con gli anni Novanta, sette anni di recessione senza soluzione di continuit\u00e0, la fine della ripresa e, oggi, lo spettro di una nuova recessione, lasciano la politica economica nazionale di fronte a un nodo di fondo [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":3545,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-3546","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-newsletter"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.2 - 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