{"id":3560,"date":"2019-11-25T18:49:05","date_gmt":"2019-11-25T17:49:05","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/contro-la-recessione-un-patto-per-il-lavoro-a-tre-livelli\/"},"modified":"2019-11-25T18:49:05","modified_gmt":"2019-11-25T17:49:05","slug":"contro-la-recessione-un-patto-per-il-lavoro-a-tre-livelli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/contro-la-recessione-un-patto-per-il-lavoro-a-tre-livelli\/","title":{"rendered":"Contro la recessione un Patto per il Lavoro a tre livelli*"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">La recessione dell\u2019economia italiana per ora \u00e8 stata solo tecnica, ma quella vera \u00e8 alle porte: tra i grandi paesi europei, l\u2019Italia \u00e8 stata la sola a presentare nella seconda met\u00e0 del 2018 la terza recessione dal 2008. Ecco perch\u00e9, seppure in una situazione di crescente difficolt\u00e0 dell\u2019economia mondiale e di quella europea, \u00e8 assolutamente indispensabile che il Paese inverta la rotta e ritorni a crescere. Per comprendere lo stallo in cui si trova l\u2019Italia \u00e8 utile valutare il percorso che l\u2019ha prodotto. Dopo la doppia crisi del 2008-09 e del 2011-13, con i governi PD l\u2019economia ha imboccato un modello di sviluppo export-led, che possiamo definire mercantilista povero, basato sull\u2019avanzo commerciale ottenuto al prezzo della compressione dei consumi interni. Le esportazioni crescevano trainate dalla rapida espansione dei mercati internazionali, e sostenute dal perdurante contenimento del costo del lavoro e dalla qualit\u00e0 delle imprese sopravvissute alla crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00c8 questo il modello di crescita (certo modesta ma crescita) che nel 2018 \u00e8 entrato in crisi. Sul piano internazionale si sono addensate le nubi dell\u2019andamento stagnante della Germania, dei \u201cdazi gemelli\u201d americani e cinesi, del rallentamento del colosso asiatico, dell\u2019esito incerto della Brexit, dell\u2019esaurimento del Quantitative Easing della BCE e delle prospettive per la prima volta incerte anche per gli Stati Uniti di Trump. La strategia di crescita trainata dalle esportazioni \u2013 che comunque, non \u00e8 affatto la pi\u00f9 idonea a garantire lo sviluppo, n\u00e9 per l\u2019Italia n\u00e9 per l\u2019Europa \u2013 \u00e8 entrata in seria difficolt\u00e0. Il deteriorato scenario internazionale ha imposto al nostro commercio estero una flessione sensibile: l\u2019avanzo commerciale di parte corrente si \u00e8 ridotto in un anno dal 3,2 al 2,4% del PIL. E poich\u00e9 la politica nazionale non pu\u00f2 influire pi\u00f9 di tanto sui mercati internazionali, \u00e8 indispensabile che Governo e imprese si affrettino a promuovere lo sviluppo del mercato interno. Uno sviluppo che, dati gli ostacoli istituzionali che si frappongono tanto all\u2019aumento della spesa pubblica corrente quanto all\u2019attivazione di investimenti, privati e pubblici, dipende soprattutto dall\u2019aumento dei salari, diretti e indiretti, e quindi dalla loro capacit\u00e0 di accelerare in misura non (troppo) inflazionistica i consumi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il blocco del potere d\u2019acquisto dei lavoratori \u00e8 purtroppo un male antico dell\u2019economia italiana. \u00c8 infatti dal primo gennaio 1991, quando entr\u00f2 in vigore la seconda e definitiva disdetta della scala mobile da parte di Confindustria, che il potere d\u2019acquisto delle retribuzioni \u00e8 entrato in un tunnel di \u201cstagnazione secolare\u201d di cui ancora oggi, ventotto anni dopo, non s\u2019intravede la fine. E se non bastasse, al blocco del salario diretto ha fatto da complemento una drastica decurtazione anche di quello indiretto (pensioni, sanit\u00e0, assistenza, tutele, regole). Soffermiamoci sulle retribuzioni. Quando nel luglio 1993 venne varato l\u2019impianto di contrattazione a due livelli tuttora in vigore, la scala mobile fu definitivamente sostituita dal contratto nazionale di categoria (primo livello), che prevedeva una politica salariale d\u2019anticipo basata sull\u2019aggancio dei minimi contrattuali per qualifica a obiettivi di inflazione condivisi tra governo e parti sociali (dal 2009 a livelli di inflazione previsti). La possibilit\u00e0 che il potere d\u2019acquisto dei salari crescesse veniva cos\u00ec affidata alla contrattazione decentrata (secondo livello), che non \u00e8 mai stata disponibile a pi\u00f9 del 20-25% dei lavoratori delle imprese.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quel modello di contrattazione salariale si basa su fondamenti teorici rigidamente microeconomici, fondati su un\u2019idea di equilibrio statico e parziale dell\u2019impresa che non si pu\u00f2 evitare di definire errata. Se per la singola impresa il lavoro rappresenta esclusivamente un costo (a meno che i lavoratori non siano al tempo stesso acquirenti del loro prodotto), il suo equilibrio economico dipende per\u00f2, pi\u00f9 che dalle retribuzioni dei suoi dipendenti, da quelle dei lavoratori che \u2013 ovunque lavorino \u2013 acquistano i suoi prodotti. In una prospettiva di free-riding, l\u2019impresa minimizzatrice dei costi \u00e8 spinta da un lato a comprimere i salari dei propri dipendenti, ma dall\u2019altro a sperare che le altre imprese facciano esattamente l\u2019opposto, in modo che molti siano i lavoratori che possono acquistare i suoi prodotti. Per l\u2019insieme delle imprese e per il bene comune della crescita dell\u2019economia, la soluzione di questa contraddizione non pu\u00f2 che essere un compromesso cooperativo: di sicuro non la stagnazione senza fine di tutti i salari, che provoca il blocco della crescita. Condizionato dall\u2019alta inflazione degli anni \u201970 e \u201980 e iscritto in una logica di crescita rigidamente export-led, il modello contrattuale italiano nega per\u00f2 ogni compromesso. Vede le retribuzioni esclusivamente come un costo e ne condiziona la crescita reale a miglioramenti contrattati dell\u2019offerta, in termini di produttivit\u00e0, profittabilit\u00e0 o qualit\u00e0 delle produzioni dell\u2019impresa o del territorio \u2013 come se la capacit\u00e0 di consumo dell\u2019insieme dei lavoratori non avesse alcun peso per lo sviluppo della larga maggioranza delle stesse aziende e, quindi, dell\u2019economia. Dalla contrattazione viene espunto qualunque effetto keynesiano di domanda autonoma derivante dalle retribuzioni \u2013 che pure ancora oggi comandano il 40% del PIL, il 50% dei consumi nazionali e il 66% di quelli delle famiglie. Il modello contrattuale protegge le singole imprese da ogni aumento dei salari reali non coperto da guadagni di produttivit\u00e0, ma non protegge l\u2019intero sistema delle imprese dalla stagnazione secolare della domanda interna di beni di consumo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In altre parole, l\u2019attuale regolazione della contrattazione salariale non concede spazio n\u00e9 ad effetti pull di espansione della domanda di beni di consumo n\u00e9 ad effetti push di \u201cfrusta salariale\u201d, che spingano le imprese a riorganizzarsi e a ricercare aumenti di produttivit\u00e0 in reazione a shock di mercato. La conseguenza \u00e8 che, dato l\u2019impianto teorico del modello contrattuale del 1993, la probabilit\u00e0 che negli anni successivi i salari reali crescessero nella stessa misura della produttivit\u00e0 si \u00e8 dimostrata del tutto trascurabile (anche se in teoria non impossibile): per poco che la produttivit\u00e0 del lavoro sia cresciuta (16,6% dal 1992 al 2018), i salari reali sono rimasti sostanzialmente e significativamente indietro (8,1%). A prezzi correnti, quella distanza vale la bellezza di 60 miliardi di euro.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per combattere la recessione \u00e8 dunque necessario organizzare momenti di concertazione sociale organizzata nel quadro di un nuovo Patto per il Lavoro, che dovr\u00e0 svolgersi su tre livelli. Purtroppo, nulla assicura che l\u2019attuale sistema nazionale di relazioni industriali sia in grado, cos\u00ec com\u2019\u00e8, di rispondere adeguatamente alla sfida della recessione. Ma ancora pi\u00f9 grande \u00e8 il dubbio che la risposta adeguata di politica economica possa prescindere dal patrimonio di consenso di relazioni unitarie e concertative tra le parti sociali, avviato ormai pi\u00f9 di 40 anni fa al livello nazionale e non solo, e recentemente ravvivato prima con il documento unitario del 25 gennaio 2016 sulla riforma del sistema di relazioni industriali per \u201cuno sviluppo economico fondato sull\u2019innovazione e la qualit\u00e0 del lavoro\u201d, quindi con i conseguenti accordi conclusi tra le confederazioni e varie associazioni padronali, e il 9 marzo 2018 con il Patto della Fabbrica con Confindustria, e infine con la Piattaforma unitaria \u201cLe priorit\u00e0 di Cgil, Cisl e Uil per la Legge di bilancio 2019\u201d dello scorso ottobre. Quel grande patrimonio, sociale ed economico assieme, ha dato prova di s\u00e9 fino a quando si \u00e8 retto su obiettivi anche ardui ma chiari e condivisi: in particolare sul rientro dell\u2019inflazione e sull\u2019aggancio all\u2019Europa, con l\u2019entrata dell\u2019Italia nel club dell\u2019euro sin dalla prima chiamata. Oggi, piuttosto che dichiararlo superato o irrecuperabile, \u00e8 necessario riprenderlo, riplasmarlo e indirizzarlo a compiti nuovi e pi\u00f9 elevati: verso l\u2019obiettivo della crescita, dell\u2019azione coordinata per uno sviluppo sostenibile, inclusivo e partecipato; di uno sviluppo morale, sociale, economico, ambientale come elemento primario della necessaria politica di lotta alla recessione, riavvio della crescita, ridimensionamento relativo del debito pubblico e revisione della stessa governance economica europea.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il nuovo Patto deve assumere una caratterizzazione multilivello, articolata su tre piani, ciascuno con specifici obiettivi e attori:\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>a) un patto tra Sindacato e Rappresentanze datoriali, su lavoro, salari e investimenti; \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>b) un patto tra Sindacato, Rappresentanze datoriali e Governo su investimenti pubblici, contratti pubblici, regolazione della rappresentanza e fisco;\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>c) una forte azione di pressione congiunta e coordinata di Sindacato, Rappresentanze datoriali e Governo nei confronti delle istituzioni comunitarie e degli altri Paesi dell\u2019Eurozona, sull\u2019indispensabile riforma delle politiche economiche europee.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quanto segue presenta un compendio sintetico che riprende alcuni elementi della Piattaforma unitaria, li integra con altri e sintetizza il tutto in undici punti del Patto: tre obiettivi irrinunciabili per ridare dignit\u00e0 al lavoro, tre assi fondamentali di politica industriale e cinque punti cardine di riforma delle politiche economiche europee.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>A. Tre obiettivi sociali irrinunciabili per ridare dignit\u00e0 al lavoro:<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>1)\u00a0 \u00a0 \u00a0 tolleranza zero nei confronti delle morti sul lavoro, da realizzarsi attraverso un Piano d\u2019azione nazionale pluriennale con target espliciti di abbattimento disposti nel tempo, che preveda tra l\u2019altro il potenziamento dei controlli e della formazione obbligatoria di controllori, lavoratori e imprese (da finanziarsi attraverso una specifica imposta sul valore aggiunto commisurata al numero dei decessi e alla gravit\u00e0 degli incidenti);<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>2)\u00a0 \u00a0 \u00a0 spostamento differenziale e strutturale del carico contributivo a carico dell\u2019impresa dal lavoro a tempo indeterminato a quello flessibile, per fare in modo che il lavoro stabile costi all\u2019impresa significativamente e stabilmente meno di quello flessibile (a parit\u00e0 di diritti); e i lavoratori flessibili accumulino comunque un patrimonio contributivo congruo, che riduca la disparit\u00e0 di diritti e la necessit\u00e0 di integrazione sociale all\u2019atto del pensionamento, della maternit\u00e0, della malattia ecc.;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>3)\u00a0 \u00a0 \u00a0 crescita dei salari reali almeno pari a quella della produttivit\u00e0 del lavoro. L\u2019obiettivo pu\u00f2 essere ottenuto attribuendo al contratto nazionale una funzione di supplenza e di stimolo della contrattazione decentrata nella misura necessaria, con particolare attenzione allo sviluppo della contrattazione territoriale nel Mezzogiorno. Il finanziamento dell\u2019investimento sulla crescita dei consumi pu\u00f2 essere anche in parte assicurato da un abbattimento dell\u2019imposizione sui redditi da lavoro e da un aumento delle aliquote fiscali a carico del 20% pi\u00f9 ricco della popolazione.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>B. Tre assi lungo i quali indirizzare gli investimenti per lo sviluppo economico, con particolare riferimento al Mezzogiorno\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>1)\u00a0 \u00a0 \u00a0 messa in sicurezza del territorio e del patrimonio abitativo attraverso un Piano di azione nazionale di lungo periodo, finanziato con investimenti pubblico-privati (ad esempio analoghi ai PIR);<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>2)\u00a0 \u00a0 \u00a0 digitalizzazione del lavoro (Lavoro e Impresa 4.0), con le conseguenti politiche di sostegno salariale, riduzione dell\u2019orario di lavoro e politiche della domanda atte a sostenere la crescita occupazionale anche a fronte di significativi incrementi di produttivit\u00e0;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>3)\u00a0 \u00a0 \u00a0 sviluppo del green new deal italiano, nelle diverse articolazioni di disinquinamento, riconversione energetica e qualit\u00e0 ambientale, gestione dei rifiuti ed economia circolare.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>C. Infine, cinque elementi cardine di riforma immediata delle politiche economiche e di bilancio europee<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>1)\u00a0 \u00a0 \u00a0 lancio di una vera politica industriale continentale con titoli pubblici europei (eurobond) per finanziare gli investimenti infrastrutturali. Si pensi a quanto pi\u00f9 rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell\u2019occupazione dopo il 2008, e a quanto prima lo stesso sistema bancario si sarebbe rafforzato perch\u00e9 sorretto dal mercato anzich\u00e9 dalle misure monetarie della banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l\u2019esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il QE;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>2)\u00a0 \u00a0 \u00a0 nell\u2019attuale fase di alleggerimento del Quantitative Easing, riconsiderazione della missione istituzionale della BCE, in modo da prevedere oltre a quello della stabilit\u00e0 della moneta anche l\u2019obiettivo della minimizzazione della disoccupazione, come nel caso della FED americana, e l\u2019arbitraggio tra i due obiettivi a seconda delle necessit\u00e0 e delle effettive condizioni del mercato del lavoro e dell\u2019economia;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>3)\u00a0 \u00a0 \u00a0 dopo la bocciatura da parte del Parlamento Europeo della canonizzazione del Fiscal Compact nella legislazione comunitaria, ristabilimento della regola aurea del bilancio, ossia dello scomputo della spesa per investimenti dal calcolo del deficit strutturale; e, in parallelo, dell\u2019imposizione alle risorse raccolte attraverso il debito sovrano di essere impiegate per finanziare investimenti a elevato moltiplicatore fiscale. Inutile notare che questa riforma \u00e8 immediatamente indispensabile, alla luce del profilarsi di una nuova fase di stagnazione se non di recessione dell\u2019intera Eurozona e dell\u2019Italia con essa;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>4)\u00a0 \u00a0 \u00a0 vincolo rigoroso dell\u2019avanzo commerciale corrente entro il 3% del Pil, con obbligo di rientro e sanzioni che trasferiscano automaticamente le eccedenze dai paesi in avanzo a quelli in disavanzo nel quadro dell\u2019istituzione di una camera di compensazione europea ispirata alla proposta di Scudo dei disoccupati avanzata a suo tempo da Ezio Tarantelli;<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>5)\u00a0 \u00a0 \u00a0 innalzamento del valore target del rapporto debito\/PIL al 90%. Quando venne istituito con il Trattato di Maastricht, il parametro del 60% non era altro che il valore medio dei paesi aderenti all\u2019Unione. Oggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee e della crescita dei debiti sovrani in tutto il mondo, il valore medio \u00e8 aumentato fino al 90%. Prenderne atto \u00e8 ormai indifferibile.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>*IL DIARIO DEL LAVORO 18\/11\/2019<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0**Leonello Tronti, Universit\u00e0 degli studi Roma Tre<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La recessione dell\u2019economia italiana per ora \u00e8 stata solo tecnica, ma quella vera \u00e8 alle porte: tra i grandi paesi europei, l\u2019Italia \u00e8 stata la sola a presentare nella seconda met\u00e0 del 2018 la terza recessione dal 2008. 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