{"id":3708,"date":"2020-03-17T09:08:48","date_gmt":"2020-03-17T08:08:48","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/sindacalisti-una-vocazione-b-manghi-ricorda-p-carniti\/"},"modified":"2020-03-17T09:08:48","modified_gmt":"2020-03-17T08:08:48","slug":"sindacalisti-una-vocazione-b-manghi-ricorda-p-carniti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/sindacalisti-una-vocazione-b-manghi-ricorda-p-carniti\/","title":{"rendered":"\u201cSindacalisti, una vocazione\u201d.  B. Manghi* ricorda P.Carniti **"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>Pubblichiamo, per gentile concessione, questa bella intervista a Bruno Manghi a cura di Gianni Saporetti direttore della rivista \u201cUna citt\u00e0\u201d (http:\/\/www.unacitta.it\/it\/home\/).<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Durante la grande industrializzazione, negli anni Sessanta, quando si forma una generazione di giovani e combattivi sindacalisti, che pensano che il sindacato debba stare in fabbrica, che la contrattazione aziendale sia decisiva, che i sindacalisti non debbano fare i deputati, che l\u2019unit\u00e0 sindacale sia necessaria,\u2008Pierre Carniti \u00e8 uno dei loro leader; quello spirito missionario che si accompagnava al rispetto del sapere e della sua autonomia. <\/p>\n<p> <strong>Vorremmo parlare con te di Pierre Carniti, di cui sei stato amico fraterno&#8230;<\/strong><br \/> Parlare di Pierre per me \u00e8 una cosa molto personale, perch\u00e9, insomma, io sono uno dei tanti a cui lui ha cambiato la vita. Io ero all\u2019universit\u00e0, facevo l\u2019assistente, stavo per fare la libera docenza, collaboravo gi\u00e0 con il sindacato, la Fim di Milano, ma poi il fascino dell\u2019epoca e quello di Pierre, a un certo punto mi hanno fatto lasciare baracca e burattini e iniziare un\u2019altra vita col sindacato. Pierre era giovane, un combattente, una persona affascinante. Veniva dalla provincia di Cremona, aveva fatto il tipografo e da ragazzo, con un gruppo di amici della zona, tra cui Alquati, si occupava gi\u00e0 della condizione contadina. Fin da giovane, lui in particolare in quel gruppo, era animato da una grande passione sociale. Il loro capostipite, che poi mor\u00ec suicida, era stato Danilo Montaldi. Quel mondo padano era molto vivo. Poi le esperienze pi\u00f9 originali sono sempre quelle giovanili.<br \/> Quindi Pierre si fece notare e un onorevole che era stato anche sottosegretario, una figura del mondo contadino bianco, Amos Zanibelli, autore della legge per le case popolari ai contadini, lo segnal\u00f2 all\u2019organizzazione. Cos\u00ec lui con altri venne selezionato per fare il famoso \u201ccorso lungo\u201d del Centro studi di Firenze, un corso di studi molto severo e attento anche alla scrittura e alla cultura generale. Il grande capo era il professore Mario Romani. Con Pierre c\u2019erano Marini e Mario Colombo, tra i tanti bravissimi che si formarono a Firenze.<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>La formazione era importante nella Cisl?<\/strong><br \/> S\u00ec, era obbligatoria. Nella Cisl\u00a0 e nella Fim le si destinava sempre una quota di tempo. Quindi grandi sentimenti e molto approfondimento, molto studio. Mi viene in mente il libro che Pierre mi aveva prestato quando ci siamo conosciuti, e non mi ha mai regalato, di Rinaldo Rigola, il fondatore della Cgil, un operaio cieco per infortunio sul lavoro e immigrato.<br \/> Terminato il corso, poi ognuno veniva mandato in un posto d\u2019Italia a fare qualcosa; non era previsto che uno tornasse da dove era venuto. Cos\u00ec lui venne mandato a Legnano dove cominci\u00f2 la sua esperienza metalmeccanica.<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Come avveniva l\u2019incontro con gli operai?<\/strong><br \/> Allora non c\u2019erano permessi sindacali, l\u2019unica cosa che si poteva fare era aspettare i lavoratori a fine turno per parlargli.\u00a0 Solo nelle aziende medio-grandi, dove c\u2019era il commissario interno, avevi la possibilit\u00e0 di entrare. Il commissario interno era quello che sapeva tutto della fabbrica.<br \/> Questi sono i primordi. Pierre partecip\u00f2 alla stagione dei primi conflitti per i contratti, che cominciarono alla fine degli anni Cinquanta. Ma tutti gli anni Sessanta furono grandi anni di preparazione, senza i quali il \u201968 e il \u201969 non sarebbero esistiti. Il sindacato si faceva strada tra mille difficolt\u00e0 e Pierre, di quegli anni fu un protagonista, ovviamente con delle tesi. La Fim in particolare sosteneva la tesi del salario legato alla produttivit\u00e0 e l\u2019idea di un sindacato che si fa prima di tutto in fabbrica. Quello \u00e8 il punto di partenza che segna la differenza tra il sindacalismo industriale, praticato ovviamente anche dalla Fiom e dalla Uilm\u00a0e il sindacalismo agrario che era il suo fratello maggiore e che era un sindacalismo delle piazze, non dei campi. D\u2019altra parte eravamo nel pieno della grande industrializzazione.<br \/> Poi Pierre venne a Milano, cominciavano le lotte interne e lui molto presto si convinse della necessit\u00e0 dell\u2019unit\u00e0 d\u2019azione e trov\u00f2 anche degli interlocutori. Nei primi anni Sessanta due vertenze importantissime scossero Milano, quella degli elettromeccanici e quella dei premi di produzione. L\u00ec si fece il primo comizio unitario che, per\u00f2, per sfuggire alla condanna delle confederazioni che non vedevano di buon occhio questo eccesso di unit\u00e0, si svolse al Vigorelli. Il tutto fu orchestrato da Carniti e dall\u2019allora segretario socialista della Camera del lavoro di Milano, Di Pol, che poi mor\u00ec in un incidente stradale. I due cortei arrivarono al Vigorelli contemporaneamente e l\u00ec si fecero i comizi. Quella data divenne famosissima. Ma erano giovani i sindacalisti, erano giovani i lavoratori. Con in pi\u00f9 questi commissari interni che erano pi\u00f9 anziani e che, per\u00f2, sapevano tutto. Senza di loro quel lungo periodo di vigilia non ci sarebbe stato. Quando si faceva il direttivo del sindacato con Carniti c\u2019erano tutti questi giovani operatori, i combattenti, e poi queste persone, dai quaranta ai cinquant\u2019anni, che per noi erano anziani e venivano a volte con il grembiule di lavoro, perch\u00e9 la riunione si teneva a fine turno, e che parlavano poco ma parlavano giusto.<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Ma nelle confederazioni come veniva preso tutto questo?<\/strong><br \/> Beh, nella Cisl si apr\u00ec uno scontro, in primo luogo, sull\u2019incompatibilit\u00e0 fra lavoro sindacale e cariche politiche. Questo in nome dell\u2019autonomia del sindacato. Intendiamoci, gi\u00e0 con Pastore la Cisl, i dirigenti, se li faceva da sola, non li prendeva dai partiti o altro. Per\u00f2, poi, aveva cinquantasei deputati e senatori. La Cgil ne aveva una settantina nei primi anni Sessanta. Normalmente un segretario della camera del lavoro, dell\u2019Unione sindacale diventava deputato o senatore. Cos\u00ec si erano formate queste grandi pattuglie di onorevoli sindacalisti. Altrimenti una figura come Donat Cattin sarebbe stata impensabile.<br \/> Quindi c\u2019\u00e8 questa prima lotta per l\u2019incompatibilit\u00e0 tra le cariche. La seconda riguarda il primato, pur tenendo fermo il contratto nazionale, della contrattazione aziendale, e il rapporto tra salario e produttivit\u00e0. Grandi temi che scuotono la Cisl. A un certo punto i giovinastri di cui io ero seguace tentarono l\u2019assalto alla gestione di Storti, che, per\u00f2, era un grande,\u00a0che per vent\u2019anni fu segretario.<br \/> Ecco, Storti a quel congresso si batt\u00e9 con noi, agitando un tema eversivo del 68, \u201cpotere contro potere\u201d, aggirando in qualche misura a sinistra i giovinastri, ma di fatto aprendo una fase in cui accettava molte delle nostre tesi. E fu lungimirante, perch\u00e9 avrebbe anche potuto schiacciarci, ma non lo fece.<br \/> Fra gli anziani, poi, il nostro riferimento era Macario, che fu segretario generale della Fim e maestro di Carniti (e fu importante anche per me, perch\u00e9 fu lui a chiedermi di andare al sud, in Calabria. \u201cPer abituarti\u201d, disse). Macario aveva fatto la guerra. Perch\u00e9 lo dico? Perch\u00e9 leggendo le storie dei sindacalisti, che ormai si scrivono a bizzeffe, e sono molto interessanti, la grande differenza che si rivela \u00e8 tra chi aveva fatto la guerra, la resistenza, era stato in un campo di prigionia o comunque aveva vissuto sotto i bombardamenti e chi, invece, era venuto dopo. Pierre in questo fu bravo, perch\u00e9 riusc\u00ec a tenere insieme le due storie. D\u2019altra parte veniva da una famiglia antifascista, il pap\u00e0 gli aveva voluto dare un nome straniero apposta.<br \/> Tutto il resto fa parte ormai della storia: soffia il vento del nord, Carniti si afferma con il consenso di Storti, si va alle lotte, Noi galleggiammo bene, ma non \u00e8 che inventammo, c\u2019era un movimento che era impressionante. Poi c\u2019erano gli studenti, anche se Carniti \u00e8 sempre stato un difensore della primazia dei lavoratori. Lo infastidiva la superbia di questi giovani che pensavano di insegnare ai lavoratori, questo eccesso di protagonismo: uniti s\u00ec, ma prima gli operai, questa era la sua tesi. Ci\u00f2 non toglie che un incontro, breve casomai (io ho scritto anche un piccolo testo su \u201cVita e pensiero\u201d, su questo, \u201cIl breve incontro\u201d) fra operai e studenti nel \u201969 ci fu. E va detto che ebbe una risultanza importante nelle fabbriche perch\u00e9 molti di questi giovani diventarono impiegati e tecnici e soprattuto al nord ci fu un grande movimento di operai e tecnici insieme nel sindacato. La figura dell\u2019impiegato era fondamentale per il sindacato perch\u00e9 portava il sapere che gli mancava.<br \/> Poi arrivarono queste straordinarie conquiste, il \u201973, con il contratto della parit\u00e0 normativa operai e impiegati. Nelle fabbriche c\u2019era una mensa separata per gli impiegati, e tante altre differenze, la liquidazione e via discorrendo. Parit\u00e0 normativa che poi diventa inquadramento unico.<br \/> Poi arrivarono i discorsi sulla salute e il rapporto con le cliniche e i medici del lavoro, senza i quali noi di ergonomia non avremmo saputo niente. Nacque la medicina del lavoro, i corsi sulla salute, i fattori di rischio, si fecero passi in avanti decisivi. Fortunatamente il sindacalismo italiano non \u00e8 stato solo un sindacalismo salariale. Poi l\u2019organizzazione del lavoro, la lotta contro la ripetitivit\u00e0, la revisione dei cottimi, tutte robette molto importanti. Insomma, ci fu un tentativo, a volte riuscito e a volte no, di umanizzazione del lavoro. A un certo punto, per\u00f2, quando questa spinta delle fabbriche cominci\u00f2 a esaurirsi (anche se la sinistreria unita non volle accorgersene) il sindacato trasfer\u00ec il suo potere, che era diventato ingentissimo, sul terreno sociale, quindi le pensioni, la riforma sanitaria, la cassa integrazione. Anche queste grandi conquiste sociali, generali, e per\u00f2 l\u00ec, intorno al \u201978, ci rendemmo conto che una stagione era finita.<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Tu hai scritto un libro che ammetteva, con grande anticipo, la fine di un ciclo\u2026<\/strong><br \/> S\u00ec, ha avuto successo soprattutto per il titolo, \u201cDeclinare crescendo\u201d, che scritto l\u00ec, nella seconda met\u00e0 degli anni Settanta, quando eravamo sull\u2019Everest come accreditamento, potere, popolarit\u00e0, fu pure un po\u2019 azzardato. E per\u00f2 c\u2019era qualcosa, si capiva che sarebbe finita.<br \/> Ma anche altrove i cicli erano durati dieci, quindici anni, non di pi\u00f9. Questo Pierre lo cap\u00ec e l\u00ec cominci\u00f2, negli anni Ottanta,\u00a0quell\u2019ultima battaglia, per combattere l\u2019inflazione, che terminer\u00e0 nei primi anni Novanta con la rottura dell\u2019unit\u00e0 sindacale sulla scala mobile. Poi quella sua ricerca, che durer\u00e0 fino alla morte, sull\u2019orario di lavoro per aiutare l\u2019occupazione.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Quindi sulla scala mobile fu lui a rompere, ma sull\u2019unit\u00e0 facciamo un passo indietro. Carniti ci aveva provato ed erano stati i comunisti a&#8230;<\/strong><br \/> S\u00ec, allora l\u2019unit\u00e0 sindacale non l\u2019avevano voluta i comunisti. Quello fu un momento fondamentale. L\u2019unit\u00e0 sindacale era voluta dall\u2019ala pi\u00f9 militante della Cisl e della Uil, sicuramente, dalle categorie dell\u2019industria che addirittura arrivarono all\u2019auto scioglimento. Era osteggiata dalla parte pi\u00f9 conservatrice della Cisl che temeva un inquinamento della sua originalit\u00e0 ma soprattutto, per rilevanza, dai comunisti prevalenti nella Cgil. I socialisti della Cgil, e lo Psiup, era tutti favorevolissimi, da Tonino Lettieri a Giuliano Cazzola, che era un fanatico dell\u2019unit\u00e0 sindacale. I comunisti proprio non ce la fecero. A un certo punto, come ho detto, si tent\u00f2 di procedere verso l\u2019unit\u00e0 organica a pezzi, cominciando prima dai metalmeccanici, dai chimici, per poi arrivare all\u2019unit\u00e0 di tutti. Ma un\u2019unit\u00e0 vera, organica, tanto \u00e8 vero che sia la Fim che la Uilm fecero il congresso di autoscioglimento. Ricordo sempre la frase di Trentin: \u201cSe volete vengo, ma vengo da solo\u201d. Era per dirci che non ce l\u2019aveva fatta, che i comunisti non la volevano. E quindi si fece l\u2019Flm, un modo nobilissimo per non fare l\u2019unit\u00e0 sindacale. Era una federazione, con gli iscritti in comune per\u00f2 con ognuno che restava nel suo. Anche se molto avanzata, non era l\u2019unit\u00e0. E si fece anche la federazione Cgil, Cisl e Uil, che ebbe una funzione, ricordo l\u2019anno del terremoto al sud, e per\u00f2 restava una federazione (che sarebbe utilissima oggi, dico io, meglio di niente). Per\u00f2 l\u2019unit\u00e0 non si fece, malgrado quelli fossero anni di grandi conquiste, anni tutti proiettati in avanti.<br \/> Poi, alla fine degli anni Settanta, si capisce che questa roba \u00e8 finita, cominciano le tensioni su questi temi, tensioni sempre moderate, perch\u00e9 allora molti dei sindacalisti che pure si scontravano anche duramente, avevano fortissimo il senso di un comune mestiere. Il rapporto tra Carniti e Lama fu umanamente molto importante, Benvenuto fu un vero amico, Trentin un uomo pi\u00f9 difficile, ma c\u2019era un grande rispetto. Per\u00f2 Lama, che era un grande leader popolare di suo, come lo era stato Di Vittorio, fu travolto, lui voleva fare l\u2019accordo sulla contingenza ma la corrente comunista della Cgil, riunita per conto suo, disse di no a maggioranza. E lo stesso Berlinguer anni dopo disse a Pierre, incontrato attraverso Tat\u00f2: \u201cAvete sbagliato perch\u00e9 l\u2019accordo dovevate farlo con noi, cio\u00e8 con il Pci\u201d, perch\u00e9 si riteneva il partito dei lavoratori, quello che, alla fine dei conti, doveva avere l\u2019ultima parola.<br \/> Poi Carniti viene messo alle strette dalla salute molto fragile, ha un infarto grave e lascia il sindacato e non poteva che lasciarlo a Marini. Anche se pi\u00f9 moderato, si conoscevano fin da ragazzi e poi Marini era rappresentativo, era quello che poteva tenere insieme la baracca.<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Cosa ha fatto grande quella stagione?<\/strong><br \/> Io penso che sia una cosa che facevano tutti i sindacalisti, quella di andare a cercare i giovani, \u201ccoloro che&#8230;\u201d. Ti racconto due piccoli episodi. In una fabbrica di Milano della elettromeccanica pesante, la Tbv, nell\u2019intervallo si parla coi lavoratori e c\u2019era una questione tra operai e impiegati molto complessa e un giovanissimo osa parlare, alza la mano e d\u00e0 ragione a Pierre, e alla sera a fine turno si trova davanti Pierre: \u201cChi sei, cosa fai&#8230;\u201d, e lo convince a fare il sindacalista.<br \/> Oppure il caso di Moretti, ferroviere, ingegnere, comunista, che ha raccontato come Lama, a Bologna, lo volle vedere, lui e la moglie, e stettero ore insieme perch\u00e9 Lama lo voleva convincere a fare il sindacato e lo convinse. Ecco, questo senso missionario della ricerca, che tutti loro avevano gi\u00e0 sperimentato, perch\u00e9 tutti loro erano stati scelti a loro volta, questa \u00e8 una cosa bellissima che allora, a prescindere se fossero comunisti, socialisti, cattolici, era molto presente e che oggi non \u00e8 che sia scomparsa, ma non \u00e8 pi\u00f9 all&#8217;ordine del giorno.<br \/> Sapevano che quelle risorse umane erano decisive per riuscire, perch\u00e9 se tu trovavi uno trovavi tutti, ma se non trovavi quell\u2019uno non trovavi nessuno. Il sindacato non \u00e8 che parte con un\u2019assemblea in cui tutti ti votano a favore; dentro quell&#8217;assemblea devi avere due o tre di cui ti fidi e che ti raccontano cosa \u00e8 quel posto e che sono stimati dagli altri, con un altro principio decisivo dell&#8217;epoca, ma che, secondo me, vale anche oggi, che dovevano essere innanzitutto bravi lavoratori, non scansafatiche che fanno il sindacato per evitare il lavoro. Ma gi\u00e0 il commissario interno era un bravo lavoratore, stimato nel suo reparto, nel suo ufficio. Questo binomio era poi molto americano, perch\u00e9 per queste persone il mito americano \u00e8 stato fortissimo. Erano stati tutti negli Usa dal sindacato americano. Quando Carniti conobbe Walter Reuther, dell\u2019Automobile workers divent\u00f2 matto! Anche perch\u00e9 Gino Giugni, giovane docente alla scuola di Firenze della Cisl, aveva fatto leggere a tutti il libro di Pearlman sul sindacalismo. Ma veniva anche dai vecchi, da Pastore, l\u2019idea che da una parte c\u2019\u00e8 la missione, l\u2019idea, il messaggio, dall\u2019altra c\u2019\u00e8 il sapere che \u00e8 il sapere. Ai corsi si poteva chiamare un conservatore, un innovatore, un socialista, l\u2019importante era che sapesse le cose e te le spiegasse. C\u2019\u00e8 un\u2019autonomia del sapere, rispetto al messaggio, che va rispettata. Quando io ho bisogno di capire il cottimo chiamo un ingegnere dell\u2019azienda e me lo faccio spiegare, non \u00e8 che io so ideologicamente cos\u2019\u00e8, che il cottimo \u00e8 sfruttamento eccetera eccetera, no no. Questo \u00e8 sempre stato un elemento molto forte nel sindacato, nella Cisl in particolare: il sapere non \u00e8 dedotto da una certezza teologica. Anche se questa c\u2019\u00e8. Ma la strada dell\u2019emancipazione \u00e8 una strada di autoformazione.<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>E dopo? Com\u2019\u00e8 stata la vita di Carniti?<\/strong><br \/> Ma, sempre combattendo con questa salute molto precaria, \u00e8 stato per un breve periodo al Senato, col Psi, per sostituire non ricordo chi, e poi \u00e8 stato eletto alle elezioni europee. E questo per lui \u00e8 stato un periodo appassionantissimo. Ha imparato molto, ha usato i legami sindacali per rivedere i vecchi amici. L\u2019incontro con Delors \u00e8 stato molto importante per Pierre, cos\u00ec come ritrovarsi con Felipe Gonzales che aveva fatto il corso al centro di studi di Firenze, che era un posto anche molto internazionale. Quindi l\u2019Europa \u00e8 stata vissuta con entusiasmo, con passione da Pierre. Poi cerc\u00f2 di essere protagonista in politica, nel senso che cre\u00f2, d\u2019accordo forse anche con Benvenuto, un circolo e una rivistina che si chiamava \u201cIl bianco e il rosso\u201d e aveva chiamato a dirigerla un filosofo nostro amico che aveva lavorato molto per la Cisl, Gigi Ruggiu (uno studioso di Aristotele! per dire come eravamo fatti) che aveva gi\u00e0 diretto per un periodo la rivista \u201cProgetto\u201d della Cisl.<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Ci furono tante riviste\u2026<\/strong><br \/> Ah, la mania dell\u2019editoria \u00e8 stata sempre forte. Al centro della storia di Carniti a Milano c\u2019\u00e8 \u201cDibattito sindacale\u201d, su cui poi scrivevamo tutti. Quando poi era andato in confederazione aveva fatto \u201cProgetto\u201d, e quindi, come dicevo, \u201cil Bianco e il Rosso\u201d. Ma dopo un po\u2019, anche per la sua amicizia e stima straordinaria per Gorrieri, pens\u00f2 ai cristiano sociali. Senza per\u00f2 voler essere lui in prima linea. E l\u00ec per\u00f2 successe che i cristiano sociali nacquero quando il Partito popolare era gi\u00e0 agli ultimi atti. S\u00ec, c\u2019erano ancora persone degnissime come Giovanni Bianchi e Martinazzoli ma di l\u00e0 il berlusconismo stava avanzando. A Carniti glielo disse Prodi di fronte a me: con l\u2019arrivo dell\u2019Ulivo non era pi\u00f9 il momento di fare queste cose qui. Ecco, l\u00ec c\u2019\u00e8 uno sgretolamento, una parte dei cristiano sociali per ragioni non sempre nobilissime si inserisce nei Ds, Carniti sta alla finestra, non \u00e8 contrario, per\u00f2, insomma non \u00e8 un\u2019operazione che gli \u00e8 riuscita.<br \/> D\u2019altra parte io penso che questa sia una cosa ricorrente: nella storia del movimento sindacale \u00e8 rarissimo che un grande protagonista abbia un analogo successo in politica. Il caso pi\u00f9 clamoroso \u00e8 Lama, che aveva in mano il paese e nel partito non ce l\u2019ha fatta. Io credo che il motivo sia perch\u00e9 sono mestieri diversi. Probabilmente succede anche in altri ambiti. Nell\u2019industria, per esempio non mi sembra che dei grandi tecnici siano mai diventati grandi manager. Non so, \u00e8 una cosa che andrebbe studiata. Forse nel momento in cui il sindacato si autonomizza, che \u00e8 un fenomeno storico molto lungo, riesce anche a produrre politica, come nel caso del laburismo inglese, ma comunque Attlee non era un sindacalista, Gordon Brown e Blair neanche. In Francia Mitterrand assolutamente non c\u2019entrava niente col sindacato; in Germania no, Koch in Olanda s\u00ec, alcuni casi ci sono, ma in genere non succede. Ma lo stesso credo valga anche per la cooperazione. Uno dei pi\u00f9 grandi movimenti cooperativi del mondo, che \u00e8 il nostro, non mi sembra che abbia prodotto delle leadership politiche. Forse questo \u00e8 il prezzo del pluralismo funzionale. Mestieri diversi. Beh, da noi ci hanno provato i magistrati e forse \u00e8 meglio che non ci riprovino&#8230;<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Nell\u2019ultimo periodo della sua vita Carniti si \u00e8 occupato molto della riduzione dell\u2019orario di lavoro&#8230;<\/strong><br \/> Lui era un uomo di convinzioni granitiche. Questa cosa dell\u2019orario di lavoro, della sua riduzione, in cui io lo seguii per un breve periodo, il nesso insomma fra occupazione e orario per lui era diventato fondamentale e questa convinzione lo accompagn\u00f2 fino alla fine anche se con qualche correzione. L\u2019idea della riduzione generalizzata dell\u2019orario di lavoro per dare lavoro ha due limiti fondamentali. Uno, che \u00e8 difficile farla senza ridurre anche il salario, o comunque le aspettative salariali, e quindi i lavoratori non ne sono entusiasti e, in secondo luogo, perch\u00e9 la riduzione d\u2019orario pensata con Gorz alla francese, come se ci fosse un grande demiurgo che distribuisce il lavoro nella societ\u00e0, uno Stato che mette ordine distribuendo il lavoro, non funziona. Infatti la caricatura di questo sono le 35 ore in Francia. Carniti lo cap\u00ec e corresse l\u2019impostazione: si pu\u00f2 ridurre l\u2019orario di lavoro diversamente, coi contratti di solidariet\u00e0, studiando i casi tedeschi, il caso olandese che \u00e8 molto interessante. Quindi bisogna lavorare sull\u2019orario di lavoro per\u00f2 non pensando che ci sia un accordo generale per cui si lavora soltanto 30 ore, che tecnicamente \u00e8 possibile, ma bisogna volerlo! E chi \u00e8 che comincia?<br \/> Ecco, quello fu comunque un assillo per Pierre, che poi aveva un senso della dignit\u00e0, della giustizia, tremendo. Nel senso che veniva ferito dalle cose che non andavano. Ma come altri, intendiamoci. Era una generazione fatta cos\u00ec, insomma, Bentivogli, ma, per carit\u00e0, anche la Fiom. C\u2019era Pizzinato, un grande amico, una figura splendida, erano tutte persone integerrime con questo forte afflato etico, era gente che si sentiva offesa dalla condizione umana\u2026<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Voi della Cisl giravate il mondo\u2026<\/strong><br \/> S\u00ec, perch\u00e9 noi, a differenza della Fsm comunista, avevamo la fortuna di essere in una grande centrale sindacale libera. Quindi avevamo relazioni internazionali fortissime ed erano tantissime le missioni che si facevano. Dalla Spagna dell\u2019ultimo franchismo per vedere chi poter aiutare di quel sindacalismo,\u00a0 al Brasile dove and\u00f2 il mio amico Tridente che scopr\u00ec Lula, al Cile dove venni mandato e scelsi Bustos che poi, purtroppo, mor\u00ec. La domanda era: cosa possiamo fare quando torna la democrazia perch\u00e9 ci sia un sindacato come vogliamo noi? Fu una grande avventura internazionale. Ma poi il Mozambico, la Polonia che fu l\u2019ultima grandissima avventura, in quel caso unitaria ormai. Perch\u00e9 poi, a un certo punto, l\u2019Fsm finalmente and\u00f2 a quel paese, cos\u00ec capit\u00f2 che Marini garant\u00ec perch\u00e9 Trentin potesse entrare nella Cisl internazionale!\u00a0 La costruzione del sindacato mondiale che c\u2019\u00e8 oggi, \u00e8 stata fatta da Emilio Gabaglio che Carniti, a suo tempo, aveva chiamato alla Fim e poi alla Cisl. Gabaglio fu il grande artefice di questa unificazione tra il sindacato libero, il sindacato cristiano, e tutti i residui Fsm, per cui oggi c\u2019\u00e8 un sindacato mondiale unico, che sar\u00e0 debole, sar\u00e0 quel che vuoi, ma che \u00e8 come avere una piccola Onu. \u00a0<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Questo \u00e8 un di pi\u00f9 sicuramente rispetto alla Cgil.<\/strong><br \/> Eh s\u00ec. Chi tent\u00f2 dopo di rimettere in carreggiata l\u2019azione internazionale della Cgil fu Claudio Sabatini, che, infatti, incontrai in Cile. Una persona intelligentissima, anche se difficile, che aveva capito l\u2019importanza della dimensione internazionale. Anche per la contrattazione, attenzione. Noi dovevamo capire cosa facevano alla Volvo per cambiare il modo di fare l\u2019automobile. Non \u00e8 che impariamo tutto da soli. Ma poi per l\u2019aspetto contrattuale e per quello delle libert\u00e0, perch\u00e9 il sindacato pu\u00f2 fare bene o male, ma intanto deve avere la possibilit\u00e0 di esistere.<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span><strong>Carniti pu\u00f2 essere considerato un grande non solo del sindacalismo?<\/strong><br \/> Beh, ha avuto la grande soddisfazione di essere amato e rispettato. Da tutti. Anche se non era un tipo facile, perch\u00e9 era uno che aveva mandato a quel paese tanta gente. Ma anche solo per il suo coraggio, era rispettato da tutti. Il coraggio, prima, di fare l\u2019unit\u00e0 sindacale e poi, al tempo dello scontro sulla scala mobile, a cui segu\u00ec il referendum, anche di chiuderla. Nessuno ha fatto una cosa cos\u00ec! Ha continuato a riflettere sul sindacato, sulla societ\u00e0 e sulla giustizia fino all\u2019ultimo, fino agli ultimi suoi scritti. Nella sua ultima lettera pubblica riprende il tema dell\u2019unit\u00e0. Non ha mai smesso di studiare. E questa passione l\u2019ha sostenuto. Prima che lui morisse la famiglia aveva deciso di lasciare un piccolo lascito per istituire un premio, che noi avevamo chiamato Astrolabio (adesso \u00e8 il premio Pierre Carniti) per degli scritti di giovani laureati. Io sono uno dei lettori che deve valutarli. L\u2019ultima volta che l\u2019ho sentito, poco prima della fine, \u00e8 stato per dirgli che era stata molto bella la premiazione di due di questi giovani, a Firenze. Lui, alla fine della telefonata, mi disse: \u201cBruno, \u00e8 un commiato\u201d.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>*<\/span><span>Bruno Manghi, sociologo, gi\u00e0 sindacalista Cisl, ha pubblicato tra l\u2019altro Far del bene.\u00a0 Il piacere del dono e la generosit\u00e0 organizzata, Marsilio 2007.<br \/> <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>**\u00a0<a href=\"http:\/\/confini.blog.rainews.it\/2020\/03\/11\/essere-sindacalisti-e-una-vocazione-la-lezione-di-pierre-carniti-intervista-a-bruno-manghi-di-gianni-saporetti\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">http:\/\/confini.blog.rainews.it\/2020\/03\/11\/essere-sindacalisti-e-una-vocazione-la-lezione-di-pierre-carniti-intervista-a-bruno-manghi-di-gianni-saporetti\/<\/a><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblichiamo, per gentile concessione, questa bella intervista a Bruno Manghi a cura di Gianni Saporetti direttore della rivista \u201cUna citt\u00e0\u201d (http:\/\/www.unacitta.it\/it\/home\/). 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