{"id":407,"date":"2014-03-11T15:20:11","date_gmt":"2014-03-11T14:20:11","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/globalizzazione-neoliberista-declino-della-democrazia-tramonto-del-sindacato\/"},"modified":"2014-03-11T15:20:11","modified_gmt":"2014-03-11T14:20:11","slug":"globalizzazione-neoliberista-declino-della-democrazia-tramonto-del-sindacato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/globalizzazione-neoliberista-declino-della-democrazia-tramonto-del-sindacato\/","title":{"rendered":"Globalizzazione, declino della democrazia e del sindacato."},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Questioni e problemi a partire da \u201c<em>Tempo guadagnato\u201d<\/em> di Wolfgang Streeck<\/strong>\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1. L\u2019ultimo libro di Wolfgang Streeck, pubblicato nel 2013\u00a0 (<em>Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico<\/em>, Milano, Feltrinelli),\u00a0 costituisce una rielaborazione delle sue <em>Adorno-Vorlesungen<\/em> tenute presso l\u2019<em>Istituto per la ricerca sociale\u00a0 <\/em>di Francoforte\u00a0 nel 2012.\u00a0 Subito tradotto in italiano, il suo contenuto \u00e8 stato ripreso in lingua inglese nei\u00a0 primi due capitoli e in quello\u00a0 conclusivo del volume collettaneo, pubblicato negli stessi mesi, a cura di A. Schafer e W. Streeck, <em>Politics in the age of austerity<\/em>, Cambridge, Cambridge Polity Press, 2013. Si \u00e8 trattato\u00a0 di\u00a0 un fiammifero che aspettava solo di essere acceso per\u00a0 incendiare la prateria di un dibattito politico-sociale a corto di idee. Da allora i due libri stanno facendo discutere i pi\u00f9 importanti studiosi sociali europei, compreso un botta e risposta sulla rivista <em>Blatter fur deutsche und internazionale politick <\/em>tra Habermas (n. 5\/2013, pp. 59-70) e Streeck (n. 9\/2013, pp. 75-92), che da solo potrebbe costituire un piccolo <em>instant book<\/em> di sicuro successo (un suggerimento\u00a0 per\u00a0 l\u2019editore di questa rivista). \u00a0\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Basta girovagare su internet o digitare su <em>Google<\/em> l\u2019autore e il titolo del libro per rimanere\u00a0 stupefatti dalla messe di recensioni che si rincorrono sui\u00a0 <em>blog<\/em> pi\u00f9 disparati: siti finanziari, anarchici, autonomi delle pi\u00f9 disparate trib\u00f9: sindacali, socialiste, liberali, neo federaliste, fasciste, perfino\u00a0 di nostalgici risorgimentali \u2013tutti a commentare, chiosare, puntualizzare, sconcertati ma rispettosi, le tesi\u00a0 tanto estremiste quanto improbabili del libro (<em>in primis<\/em>, la fine il prima possibile dell\u2019esperimento europeo e dell\u2019euro).\u00a0 La ragione di fondo sta nella chiarezza espositiva e nella logica stringente con le quali Streeck presenta la sua ricostruzione della sconfitta del lavoro negli ultimi quarant\u2019anni, a partire dalla seconda met\u00e0 degli anni settanta, e del parallelo declino della democrazia. Questa\u00a0 dunque la composita quanto contraddittoria platea\u00a0 del nuovo pubblico di Streeck, fino\u00a0 al momento della pubblicazione di questo lavoro noto esclusivamente all\u2019esoterica setta degli studiosi di <em>industrial relations<\/em>, ma oggi sostenitore dei movimenti <em>occupy<\/em>. Lo si vede dalle scarse informazioni che circolano su di lui nelle discussioni nella rete: la ragione sta nel fatto che ai pi\u00f9 il nome di questo sociologo tedesco non dice nulla, nonostante sia\u00a0 disponibile nella nostra lingua\u00a0 larga parte della sua produzione accademica, almeno una\u00a0 quindicina\u00a0 di\u00a0 lavori tra saggi e volumi.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure Streeck\u00a0 pu\u00f2 essere considerato, per quanto riguarda le scienze sociali, con tutte le cautele del caso,\u00a0 l\u2019ultimo erede diretto della Scuola di Francoforte. Nato nel 1946, ha fatto in tempo, sul finire degli anni sessanta,\u00a0 a seguire presso <em>l\u2019Istituto per la\u00a0 ricerca sociale<\/em> di Francoforte\u00a0 le ultime lezioni di Adorno (1903-1969),\u00a0 partecipare ai seminari\u00a0 di Habermas (1929),\u00a0 stringere una duratura amicizia con Claus Offe (1940), di qualche anno pi\u00f9 vecchio di lui. \u00a0 Nel 2012,\u00a0 Streeck, all\u2019inizio della sua relazione al convegno\u00a0 in onore di Offe, a cui partecipavano anche Junger Habermas,\u00a0 Philippe Schmitter e Jon Elster,\u00a0 ricord\u00f2 la frustrazione per le difficolt\u00e0 incontrate, poco pi\u00f9 che ventenne, nel seguire le lezioni di Habermas, troppo astruse e difficili. A spingerlo a continuare con le scienze sociali fu\u00a0 il suggerimento\u00a0 di Offe, l\u2019amico di qualche anno pi\u00f9 anziano ma\u00a0 gi\u00e0 avvezzo alle strategie di sopravvivenza accademica: fare come lui, occuparsi di un tema del tutto sconosciuto a Habermas, cos\u00ec da impedirgli ogni possibilit\u00e0 di\u00a0 dire la sua. Per Streeck la scelta cadde sulle <em>industrial relations<\/em>, con un interesse tutto particolare alla loro dimensione politica, al loro contributo all\u2019ordine sociale e\u00a0 alla \u201cdemocrazia dei moderni\u201d.\u00a0 Streeck\u00a0 divent\u00f2 dunque un apprezzato\u00a0 studioso di relazioni industriali e, dopo aver insegnato per alcuni anni all\u2019universit\u00e0 di Madison, Wisconsin (1988-1995),\u00a0 fin\u00ec per seguire le orme\u00a0 degli antichi maestri, \u00a0 Habermas e\u00a0 Offe, accasandosi presso i Max Planck Institute di Colonia, citt\u00e0 dove tuttora insegna, \u00a0 mantenendo ininterrottamente da quasi vent\u2019anni\u00a0 la carica di\u00a0 direttore del <em>Max<\/em> <em>Plank<\/em> <em>Institut fur Gesellschaftsforschung<\/em>.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prima di questo volume, la sua \u201cfama tranquilla\u201d \u00a0era legata agli studi sulle associazioni datoriali e sindacali e sulle trasformazioni del capitalismo. Nei primi anni \u00a0 ottanta pubblic\u00f2 alcuni dei saggi pi\u00f9 influenti sul neocorporativismo, i pi\u00f9 noti dei quali\u00a0 in compagnia di Philippe Schmitter, teorizzando (e auspicando) la superiorit\u00e0 delle democrazie capitaliste basate sui patti tripartiti tra stato, associazioni imprenditoriali e sindacati dei lavoratori, con\u00a0 ampia devoluzione di responsabilit\u00e0 alle parti sociali, in grado di assicurare una maggiore\u00a0 inclusivit\u00e0 sociale e una redistribuzione pi\u00f9 egualitaria dei redditi, senza danneggiare la\u00a0 crescita economica e la produttivit\u00e0 delle imprese. Sempre a quel periodo risale l\u2019ambiziosissimo programma di ricerca sull\u2019associazionismo datoriale in occidente, le cui ipotesi di lavoro furono esposte\u00a0 in\u00a0 un famoso saggio tuttora da consigliare: P.C. Schmitter, e W. Streeck, <em>The organization of business interest. Studying the associative action of business in advanced industrial societies<\/em>, Colonia, WZB Discussion Paper IIM\/LMP\/ 81\/13, 1981. La ricerca scapp\u00f2 letteralmente loro mano a causa della difficolt\u00e0 a tenere assieme troppe variabili e troppi casi nazionali, con in pi\u00f9 i problemi\u00a0 logistici a coordinare in quegli anni <em>ante-internet<\/em> un\u2019indagine con due coordinatori, uno in Europa, l\u2019altro negli\u00a0 Stati Uniti. Si trattava di errori\u00a0 da primo corso di metodologia della ricerca,\u00a0 ammessi con sincerit\u00e0 da entrambi i protagonisti in occasione del\u00a0 volume in onore di Schmitter per il suo\u00a0 ritiro dalla vita accademica (2006). Nessun rapporto di ricerca finale vide mai la luce anche se un\u2019intera generazione di studiosi si form\u00f2 all\u2019interno di quel (confuso) progetto di ricerca. Non a caso vennero\u00a0 pubblicati molti volumi nazionali, uno dei quali riguardava l\u2019Italia (tra i tanti prodotti editoriali gemmati dal programma iniziale vale la pena ricordare il saggio di A. Martinelli e A. Chiesi, <em>La rappresentanza degli interessi imprenditoriali come meccanismo di regolazione sociale<\/em>, in\u00a0<em>Stato e regolazione sociale<\/em>, a cura di Lange P. e Regini M., Bologna, Il Mulino, 1986).\u00a0 Alla fine, forse deluso dai rinvii di Schmitter,\u00a0 l\u2019unico parto comparativo fu un breve articolo di Streeck (<em>Imprenditori e sindacati: eterogeneit\u00e0 degli interessi e capacit\u00e0 organizzativa,\u00a0<\/em> in \u201cStato e Mercato\u201d n. 1, 1991, p. 7\u00a0 e ss.) che mostrava come la frantumazione delle associazioni datoriali, elevatissima e comune in tutti i paesi studiati, andasse in direzione opposta alla tesi della maggior unitariet\u00e0 degli interessi imprenditoriali, tesi sostenuta in un influente articolo di dieci anni prima da C. Offe e H. Wiesenthal (<em>Two logics of collective action<\/em>, in I. M. Zeitlin, a cura di, <em>Political power and society theory<\/em>, Greenwich, JAI Press, 1980, vol. I).\u00a0<em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa veloce ricostruzione di un passaggio d\u2019epoca nella storia della idee sociali di fine secolo scorso\u00a0 serve a capire quanto Streeck sia stato un attore protagonista, per nulla ai margini,\u00a0 del \u00a0 <em>mainstream<\/em> sociologico mondiale in tema di lavoro e relazioni sindacali. Come \u00e8 noto, gi\u00e0 all\u2019inizio degli anni novanta la prospettiva neocorporativa,\u00a0 pi\u00f9 che indicare il futuro alle democrazie capitaliste occidentali, assunse sempre pi\u00f9 i contorni della riscoperta nostalgica di un passato ricco di promesse poi non mantenute:\u00a0 i\u00a0 \u201ctrent\u2019anni gloriosi\u201d \u00a0 <span>del compromesso keynesiano postbellico (fine anni 40\/fine anni 70),\u00a0 nei quali\u00a0 gli accordi neocorporativi\u00a0 garantivano\u00a0 la crescita economica, una ragionevole redistribuzione dei redditi, \u00a0 lo sviluppo del <em>welfare state<\/em>. A scombinare i modelli cos\u00ec ben disegnati da Streeck, Schmitter e compagni fu l\u2019impatto non previsto della globalizzazione e della rivoluzione neoliberale che, ironia della sorte, presero avvio\u00a0 proprio nei primi anni ottanta,\u00a0 ovvero negli stessi identici anni cui esplodeva il <em>neo-corporatist debate<\/em>, a onor del vero con una ricchezza e una sofisticazione di argomentazioni inusuali nelle scienze sociali.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Streeck \u00e8 stato\u00a0 il pi\u00f9 consapevole di questo esito paradossale degli studi neocorporatisti e negli ultimi vent\u2019anni -oltre a portare il suo contributo a importanti commissioni governative- ha scritto saggi impegnativi per criticare il\u00a0 conservatorismo sindacale tedesco, specie durante i due mandati di Schroeder: i suoi strali contro \u201cl\u2019uso privato del pubblico interesse\u201d si sono rivolti contro le strategie datoriali, politiche e sindacali,\u00a0 a causa dell\u2019opportunismo con cui si cercava di difendere le rendite di posizione.\u00a0 Il severo esame \u00a0 del comportamento dei sindacati tedeschi negli anni dei governi Schr\u00f6der, port\u00f2 Streeck a concludere\u00a0 che \u201can SPD chancellor cannot govern against the unions and the opposition at the same time\u201d (<em>Industrial relations: from state weakness as strength to state weakness as weakness. Welfare corporatism\u00a0 and the private use of the public interest<\/em>, in S. Green e W.E. Paterson, a cura di, <em>Governance in contemporary Germany. the semisovereign state revisited<\/em>, Cambridge, Cambridge University Press p. 163). Ancora qualche anno fa\u00a0 Streeck continuava a pensarla allo stesso modo, anche se con uno scetticismo via via crescente: cercare un approccio\u00a0 riformista\u00a0 per salvare il nocciolo del modello sociale europeo,\u00a0 per quanto ammaccato e sotto tiro (<em>Re-forming capitalism: institutional change in the german political economy,<\/em> Oxford, Oxford University Press, 2009).\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2. Poi arriva il fallimento di Lehman Brothers e il crollo delle borse mondiali e, come negli anni ottanta, la crisi impone alla riflessione teorica di rileggere l\u2019intero passato postbellico alla luce dei nuovi inattesi eventi.\u00a0 Streeck \u00e8 forse lo studioso che con maggiore radicalit\u00e0 cerca di offrire una nuova lettura del capitalismo del novecento alla luce degli esiti catastrofici del 2008. Lo fa andando a riscoprire tre libri pubblicati quarant\u2019anni fa, il primo\u00a0 di Habermas (<em>La crisi della razionalit\u00e0 nel capitalismo maturo<\/em>, 1973 ed. orig.), il secondo di Offe (<em>Lo stato ne capitalismo maturo<\/em>, 1973 ed. orig.), il terzo di O\u2019Connor (<em>La crisi fiscale dello stato<\/em>, 1973 ed. orig.), proponendo la tesi che essi fossero in anticipo sui tempi e, con qualche importante aggiustamento, risultino pi\u00f9 attuali ai giorni nostri rispetto ad allora. Streeck non cita Sergio Bologna e il \u201cgruppo di lavoro sulla moneta\u201d (Andrea Battinelli, Lapo Berti, Serena Di Gaspare Franco Gori, Christian Marazzi, Marcello Messori,\u00a0 Mario Zanzani)\u00a0 che si aggreg\u00f2 intorno alla rivista \u201cPrimo Maggio\u201d proprio in quel intorno di anni, anche in questo caso a partire dal 1973, ma ad una lettura odierna appaiono sorprendenti le analogie e le convergenze tra i due percorsi teorici. \u00a0 Lo\u00a0 Streeck\u00a0 attuale opera infatti\u00a0 un riposizionamento politico\u00a0 su tesi di sinistra radicale, in un territorio non molto diverso da quello dell\u2019operaismo nostrano, quasi un ritorno agli anni giovanili, in parte simile alla\u00a0 traiettoria che da noi \u2013per altri motivi, <em>in primis <\/em>Berlusconi- hanno imboccato\u00a0 alcuni studiosi un tempo riformisti moderati, come, ad esempio,\u00a0 Luciano Gallino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma proviamo a raccontare i contenuti del\u00a0 libro.\u00a0 <em>Tempo guadagnato<\/em> inizia con una critica delle teorie della crisi sviluppate negli anni &#8217;70 dalla Scuola di Francoforte,\u00a0 in particolare da Habermas. Secondo Habermas, infatti, il <em>consensus<\/em> per le politiche anti-cicliche di stampo keynesiano diffusosi nelle societ\u00e0 capitaliste avanzate aveva accantonato il rischio delle classiche crisi cicliche come quella del 1929; tuttavia a partire dai tardi anni &#8217;60, anni di relativa prosperit\u00e0 economica, il capitalismo era stato investito da una crisi di legittimazione in seguito alla mercificazione e all&#8217;invasione dei \u201cmondi della vita\u201d da parte dei mercati e delle burocrazie statali. Secondo Streeck, tale analisi non \u00e8 corretta almeno per tre ragioni.\u00a0 A) La crisi di legittimazione \u00e8 stata all\u2019epoca sopravvalutata. Il rifiuto del lavoro subordinato era diffuso solo in alcune limitate frange studentesche, molto meno tra gli operai, mentre proprio in quegli anni le donne entravano sempre pi\u00f9 nel mercato del lavoro, accettando come \u201cliberazione\u201d la subordinazione al lavoro salariato. A questo proposito Streeck ironizza sugli effetti controintuitivi dei movimenti femministi, visto il loro effetto calmieratore del mercato del lavoro, funzionale ad\u00a0 incrementare l\u2019offerta di lavoro in un momento di piena occupazione (maschile). B) Poi, negli anni &#8217;80, si \u00e8 assistito a un ritorno dell&#8217;individualismo consumista, ben lontano da quanto supposto dai teorici della \u201ccrisi da legittimazione\u201d, i quali immaginavano una resistenza dei \u201cmondi vitali\u201d alla mercificazione capitalista di cui non si \u00e8 vista traccia.\u00a0 C) Infine,\u00a0 la capacit\u00e0 degli stati di agire come regolatori del capitalismo \u00e8 stata sopravvalutata, di converso \u00e8 stata sottovalutata la capacit\u00e0 del capitale di sottrarsi al patto sociale keynesiano per imporre un modello liberista di mai libere a scala sovranazionale.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La crisi attuale \u00e8, secondo Streeck, il risultato di una mancata redistribuzione del reddito che fu imposta dallo \u201csciopero dei capitali\u201d degli anni &#8217;70\u00a0 ma che fu resa politicamente sostenibile grazie ad una\u00a0 pace sociale acquisita tramite una spesa pubblica finanziata non con le tasse sul capitale e i redditi elevati ma 1) prima con l&#8217;inflazione; 2) poi con l&#8217;indebitamento pubblico; 3) infine con l&#8217;indebitamento privato, sfociato nella bolla finanziaria del 2008. Per Streeck queste strategie dilatorie si sono esaurite, non sono pi\u00f9 riutilizzabili, ma il capitale sarebbe in una posizione sufficientemente forte per fare un salto ulteriore di qualit\u00e0 attraverso\u00a0 lo svuotamento delle istituzioni democratiche e lo smantellamento dei diritti sociali, salto di qualit\u00e0 che procede attraverso lo spostamento del potere politico in sedi sopranazionali non rappresentative (come, ad esempio, la Comunit\u00e0 europea) e il suo esercizio da parte di <em>\u00e9lite<\/em> tecnocratiche non rappresentative.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel secondo capitolo Streeck rivede in chiave critica le teorie prevalenti<em>\u00a0<\/em> in tema di\u00a0 <em>common pool<\/em>, per\u00a0 le quali\u00a0 la propriet\u00e0 collettiva \u00e8 per definizione una modalit\u00e0 di gestione\u00a0 pi\u00f9 inefficiente rispetto\u00a0 alla propriet\u00e0 privata. Secondo tali teorie, gli eccessivi debiti pubblici sarebbero stati causati da un fallimento della democrazia, che spinge i politici ad effettuare spese insostenibili nel lungo periodo, sotto la pressione delle proprie <em>costituencies<\/em>, allo scopo di venire rieletti. Tuttavia, analizzando l&#8217;andamento del debito pubblico dei paesi occidentali, Streeck cerca di mostrare \u2013non sempre in modo persuasivo-\u00a0 come esso sia andato crescendo in corrispondenza dei tagli fiscali, della deregulation e della finanziarizzazione che hanno preso piede a partire dagli anni &#8217;80, quando il movimento operaio era gi\u00e0 stato sconfitto dallo sciopero dei capitali. Gli alti deficit sarebbero quindi una caratteristica propria del capitalismo neoliberista, dove\u00a0 lo stato non sarebbe in grado di sostenere adeguatamente\u00a0 le proprie spese con la tassazione. Secondo Wagner, ad esempio, l&#8217;avanzare del capitalismo richiederebbe un aumento progressivo della spesa pubblica per finanziare la formazione di capitale umano, le infrastrutture e per far fronte alle crescenti esternalit\u00e0 di mercato. Tuttavia, nel capitalismo neoliberista, molte delle funzioni statali sono state privatizzate in modo da renderle immuni al controllo democratico, compresa quella dello stesso\u00a0 finanziamento dello stato. Le prove statistiche che Streeck porta a sostegno delle sue tesi sono la parte pi\u00f9 debole del lavoro e sono discutibili, non fosse altro perch\u00e9 le due grandezze in gioco non sono tra loro commensurabili come lui vorrebbe: non \u00e8 questa la sede per una disanima tecnica, ma va sottolineato che i debiti statali accumulati per il <em>welfare<\/em> sono di entit\u00e0 decine di volte pi\u00f9 grandi della crescita dei profitti da capitale e finanza, per cui dalla constatazione che i secondi crescono\u00a0 (fatto certo) non discende che una tassazione adeguata dei profitti e delle rendite sarebbe stata da sola sufficiente a riequilibrare i deficit pubblici (prognosi errata). Pu\u00f2 trattarsi di una strategia legittima di tipo equitativo ma non \u00e8 (solo) per questa via che si pu\u00f2 sperare di ridurre i debiti pubblici dei paesi occidentali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;elemento pi\u00f9 innovativo del libro sta probabilmente nell&#8217;analisi del passaggio dallo \u201c<em>stato fiscale<\/em>\u201d,\u00a0 dipendente <em>dai<\/em> e responsabile <em>di fronte ai<\/em> cittadini per il proprio finanziamento, allo \u201c<em>stato indebitato<\/em>\u201d, dipendente <em>dai<\/em> e responsabile <em>di fronte ai <\/em>propri potentissimi creditori (le banche d&#8217;affari internazionali e le loro \u201csociet\u00e0 di recupero crediti\u201d), e infine allo \u201c<em>stato consolidato<\/em>\u201d, caratterizzato dal deficit democratico dell&#8217;Unione Europea e da soluzioni autoritarie per la repressione dei conflitti sociali. Il potere dei <em>rentiers <\/em>del debito risulterebbe\u00a0 confermato dalla gestione della crisi finanziaria del 2008, che \u00e8 stata affrontata trasferendo risorse dei contribuenti a istituzioni finanziarie che avevano versato relativamente poco in termini di tasse e che avevano estratto consistenti rendite dalla propriet\u00e0 di titoli di stato: se quindi c&#8217;\u00e8 un problema di <em>common pool<\/em>, esso \u00e8 dovuto per Streeck\u00a0 a un difetto di democrazia, non a un suo eccesso. I costi della crisi sono stati scaricati sulla gran parte dei cittadini, in modo da evitare le ire dei \u201cmercati\u201d, ovvero degli stessi <em>rentiers <\/em>del debito. In questo quadro, nella \u201cdiplomazia finanziaria internazionale\u201d, il sostegno internazionale a uno stato debitore diventa un \u201catto di solidariet\u00e0\u201d ai suoi creditori e al ceto superiore dello stato debitore, che trae anch&#8217;esso benefici dalle politiche di <em>austerity<\/em>. Si tratta di una delle parti pi\u00f9 felici del libro perch\u00e9 mostra bene come l\u2019indebitamento pubblico non sia neutro, ma produca a sua volta la nascita di una specifica classe in posizione di rendita, quella della grande finanza internazionale\u00a0 capace di lucrare e speculare sulle difficolt\u00e0 degli stati nazionali. Forse Streeck dipinge in modo un po\u2019 troppo intenzionale queste catene di sant\u2019Antonio (debiti privati, cartolarizzazioni, prestiti internazionali, <em>rating<\/em>, interessi sui debiti sovrani) come se\u00a0 fossero governate da una sorta di \u201cgrande vecchio\u201d (il capitale), quando sappiamo bene quanto poco unitari siano questi attori finanziari e quanto siano solcati da fratture, divisioni, conflitti. Tuttavia, che loro siano i primi a trarre vantaggio dal vicolo cieco in cui si sono cacciate le democrazie moderne non c\u2019\u00e8 dubbio di sorta: basta leggere la gustosissima nota 33 di pag. 234 a proposito del\u00a0 fondo Pimco e dei modi tutt\u2019latro che trasparenti di\u00a0 funzionamento delle aste sui titoli pubblici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il terzo\u00a0 capitolo comincia analizzando un articolo di Hayek del 1939 che auspica l&#8217;avvento di una federazione europea come strumento per limitare al minimo la possibilit\u00e0 di intervento degli stati nella regolamentazione dei capitali. Il capitolo procede mostrando come l&#8217;UE sia diventata esattamente il meccanismo voluto da Hayek per sottrarre la sfera economica al controllo democratico; la politica diventa in questo modo intrattenimento per i ceti medi (da noi,\u00a0 \u201criflessivi\u201d), e le differenze tra i partiti vengono confinate ai temi \u201cetici\u201d, senza che sia possibile valutare strategie alternative nella gestione dei fatti economici. Come \u00e8 noto, nella UE la Commissione non viene eletta e il\u00a0 parlamento europeo non approva le leggi. Inoltre i meccanismi istituzionali della UE rafforzano circuiti decisionali opachi, lontani dalla trasparenza, poco visibili ai cittadini,\u00a0 ma ben interconnessi\u00a0 con quelli in cui operano le <em>\u00e9lite<\/em> finanziarie internazionali. \u00a0 I criteri di convergenza pongono vincoli sostanziali agli stati, obbligandoli <em>de jure <\/em>all&#8217;adozione di politiche liberiste. Ma soprattutto, l&#8217;unione monetaria conferisce alla BCE un grandissimo potere, libero dal controllo dei singoli stati.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;assenza di sovranit\u00e0 monetaria costringe i paesi che non sono in grado di competere con l&#8217;export dei paesi pi\u00f9 avanzati alla \u201csvalutazione interna\u201d invece che alla svalutazione della moneta, puntando sulla riduzione del costo del lavoro, rafforzando cos\u00ec un circolo vizioso fondato\u00a0 sulla loro posizione subordinata all&#8217;interno della divisione internazionale del lavoro. E\u2019 qui il caso di ricordare, sulla scorta di molti studiosi del secolo scorso, che le colonie si sono sempre caratterizzate come \u00a0 esportatrici di prodotti a basso valore aggiunto e come\u00a0 mercati di importazione per prodotti ad alto valore aggiunto. Una delle conseguenze di questa nuova dislocazione dei poteri \u00e8 lo smantellamento dei compromessi\u00a0 neocoporativi, il declino dei sindacati e del loro ruolo, ma anche a un ridimensionamento parallelo delle associazioni datoriali. I contratti sono sempre pi\u00f9 individualizzati e i singoli lavoratori vengono lasciati soli ad affrontare il capitale nel \u201clibero\u201d e sempre pi\u00f9 precarizzato mercato del lavoro. Il <em>welfare state <\/em>viene ristrutturato e in parte privatizzato, riducendo ulteriormente il potere contrattuale del lavoratore nel mercato del lavoro (ad esempio, in Germania, attraverso le riduzioni delle indennit\u00e0 di disoccupazione). Ad ogni modo, difficilmente il consolidamento fiscale ridurr\u00e0 la dipendenza degli stati dai <em>rentiers<\/em> del debito, perch\u00e9 a tal scopo sarebbero necessari decenni di avanzi di bilancio, inoltre il trend attuale \u00e8 quello di una progressiva diminuzione\u00a0 (relativa al PIL) degli introiti da\u00a0 tassazione.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella seconda parte del capitolo, Streeck esprime il suo scetticismo nei confronti di una convergenza tra i livelli di sviluppo economico dei vari paesi dell&#8217;UE, condizione necessaria affinch\u00e9 l&#8217;UE diventi \u201carea valutaria ottimale\u201d e sfugga alle conseguenze negative a suo tempo evidenziata da\u00a0 Hayek. I trasferimenti di risorse ai paesi mediterranei sono stati inefficaci e viene proposto l\u2019esempio italiano come caso esemplare di incapacit\u00e0 a colmare il divario tra le proprie aree arretrate e quelle avanzate. Per Streeck le teorie economiche <em>mainstream<\/em> non sono\u00a0 in grado di spiegare il fallimento delle politiche di sviluppo nel Mezzogiorno italiano perch\u00e9 considerano la razionalit\u00e0 di mercato non come un costrutto sociale ma come un dato universale, immediatamente utilizzabile ovunque. Le scienze sociali, invece, sarebbero\u00a0 in grado di spiegare l&#8217;arretratezza del Mezzogiorno mettendo a fuoco la\u00a0 \u201cstruttura sociale molto tradizionalista del Meridione, insistendo sul predominio ininterrotto di un&#8217;\u00e9lite locale che avrebbe paura di perdere i propri privilegi con un&#8217;effettiva modernizzazione capitalistica\u201d (p. 160). Le risorse trasferite al Mezzogiorno sono quindi state catturate dalle <em>\u00e9lite<\/em> locali e usate in gran parte a fini consumistici piuttosto che per investimenti produttivi.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A livello europeo le prospettive di successo sono ancora pi\u00f9 irrealistiche: mancano tanto\u00a0 la vicinanza culturale che\u00a0 l&#8217;identit\u00e0 nazionale necessarie a legittimare gli aiuti; le <em>\u00e9lite<\/em> locali sono ancora pi\u00f9 lontane dal controllo del potere centrale; il volume delle risorse richieste \u00e8 enorme. Le risorse realisticamente disponibili bastano solo\u00a0 a comprare il consenso all&#8217;unione monetaria delle <em>\u00e9lite<\/em> dei paesi mediterranei (e a finanziare gli import dai paesi del \u201ccore\u201d europeo). Con l&#8217;ingresso nella UE dei paesi dell&#8217;Est poi, il progetto di convergenza tramite aiuti pu\u00f2 dirsi definitivamente archiviato, resta solo l&#8217;espansione del libero mercato nell&#8217;Eurozona. \u201cI mercati\u201d sono interessati al mantenimento dell&#8217;euro perch\u00e9 hanno investito in questa valuta e vogliono ottenere il rimborso integrale dei prestiti concessi in euro. Inoltre, come gi\u00e0 detto, l&#8217;euro \u00e8 garanzia di un minore potere di intervento degli stati nell&#8217;economia. L&#8217;euro favorisce le industrie dell&#8217;export dei paesi pi\u00f9 forti (la cui posizione coincide con i sindacati dei lavoratori) perch\u00e9 le rende immuni dalle tentazioni protezioniste dei paesi deboli. Inoltre i problemi economici dei paesi in deficit fanno scendere il tasso di cambio dell&#8217;euro rispetto alle altre valute, il che migliora le opportunit\u00e0 commerciali della parte pi\u00f9 competitiva dell&#8217;industria europea anche al di fuori dell&#8217;Europa. Nei paesi del Sud Europa, l&#8217;adesione all&#8217;euro \u00e8 sostenuta da un&#8217;alleanza tra gli apparati di stato e una classe media urbana orientata verso l&#8217;Europa occidentale. Le linee d&#8217;azione rispetto alla crisi sono state le seguenti: 1) gli stati insolventi devono essere salvati da altri stati e non dai rentiers del debito; 2) le banche in difficolt\u00e0 non vanno nazionalizzate ma devono essere salvate con i fondi pubblici; 3) si deve impedire agli stati insolventi di fare <em>default<\/em>; 4) dato che una soluzione \u00e8 possibile solo tramite la svalutazione generale del debito pubblico ci\u00f2 deve avvenire lentamente, in modo da permettere ai grandi investitori, che potrebbero adottare azioni punitive, di ristrutturare i propri portafogli.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel capitolo finale Streeck osserva che il\u00a0 potere sulle politiche economiche si sta concentrando sempre pi\u00f9 nelle mani delle banche centrali, che diventano <em>government of last resort<\/em> (governo di ultima istanza)senza avere il problema di legittimazione politica normalmente associato alla funzione di governo. La BCE ha \u201crisolto\u201d la crisi comprando i titoli di stato dei paesi indebitati dalle banche che li avevano gi\u00e0 acquistati. Dalla seconda met\u00e0 degli anni ottanta il tasso medio di crescita dei paesi industrializzati \u00e8 diminuito costantemente. Una nuova crescita che assicurasse la stabilit\u00e0 della democrazia capitalistica richiederebbe un rovesciamento di tale tendenza, e non si capisce come potrebbe avvenire. Lo svuotamento della democrazia richieder\u00e0 strumenti efficaci per poter marginalizzare ideologicamente, disaggregare politicamente e tenere sotto controllo chi non si adegua. A questo punto Streeck si chiede se sia possibile democratizzare l&#8217;Europa? L&#8217;elezione diretta dei presidenti di Commissione e Consiglio cambierebbe poco \u201cpoich\u00e9 essi non contano nulla rispetto al presidente della BCE e della Corte di giustizia europea \u2013 per non parlare del presidente della Goldman Sachs\u201d (p. 205). Inoltre, le differenze nazionali tra i vari paesi europei sono troppo marcate per consentire un&#8217;unione politica reale. A parere di Streeck, l&#8217;unica soluzione \u00e8 quella dell&#8217;abolizione dell&#8217;unione monetaria (paragonata al <em>gold standard<\/em>) e il ritorno a un sistema di tassi di cambio flessibili, in modo che gli stati in difficolt\u00e0 nell&#8217;immediato possano nuovamente fare ricorso alla svalutazione per trarre respiro quando incalzati dalla competizione internazionale, invece che dover ricorrere all&#8217;abbassamento del costo del lavoro. Inoltre il ritorno alla \u201csovranit\u00e0 monetaria\u201d garantirebbe maggiori possibilit\u00e0 di mettere i mercati e i capitali un po&#8217; pi\u00f9 sotto il controllo degli stati democratici. L&#8217;euro non dovrebbe essere abolito, ma potrebbe continuare a esistere accanto alle valute nazionali come moneta di riferimento e di ancoraggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3. Come si \u00e8 visto dalla ricostruzione che abbiamo svolto,\u00a0 la sua idea \u00e8 quella di\u00a0 un contrasto divenuto\u00a0 insanabile tra popolazioni lavoratrici sempre pi\u00f9 impoverite e capitalismo delle <em>\u00e9lite<\/em> globali sempre pi\u00f9 alla ricerca di nuove fonti di guadagno per ricostruire i margini di profitto. La storia si sviluppa in tre fasi:\u00a0 prima\u00a0 attraverso l\u2019inflazione (seconda met\u00e0 degli anni settanta e prima met\u00e0 degli anni ottanta), poi attraverso il debito pubblico (anni ottanta e novanta), infine attraverso le liberalizzazioni e la crescita a dismisura del debito privato (anni duemila). Ne deriverebbe un conflitto non pi\u00f9 mediabile tra democrazia e capitalismo, con la conseguenza che per salvare le classi medie e il welfare state, in difficolt\u00e0 dopo i \u201ctrent\u2019anni gloriosi\u201d a causa dell\u2019esaurirsi del compromesso keynesiano,\u00a0 andrebbe contrastata la linea della globalizzazione capitalista, anche attraverso una tattica di arretramento temporaneo, ovvero <em>in primis<\/em>\u00a0 riconoscendo l\u2019errore dell\u2019euro e la necessit\u00e0 di un suo abbandono a favore di una ripresa del\u00a0 controllo sulla moneta\u00a0 e della leva del cambio da parte dei singoli stati nazionali.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venendo da uno studioso\u00a0 tedesco,\u00a0 pi\u00f9 volte in passato consulente del governo, analisi e terapia si prestano ad osservazioni ironiche. Ancora: pur rilevandosi molte tesi del libro alquanto forzate e corroborate da statistiche non cos\u00ec esplicative come l\u2019autore vorrebbe, argomenti e logiche discorsive sono sempre stringenti e mai banali, come del resto ha riconosciuto lo stesso Habermas nella sua recensione, pur da posizioni opposte, orientate al rilancio del progetto di unit\u00e0 politica dell\u2019Europa.\u00a0 Colpisce il linguaggio indignato\u00a0 Streeck quando conclude che \u201cil popolo greco \u00e8 stato convinto a fare un investimento fraudolento, di vaste proporzioni e con la partecipazione attiva delle grandi fabbiche internazionali di denaro (p.188), \u00a0 oppure quando si scaglia\u00a0 contro\u00a0 \u201cle scienze politiche accademiche (che) tendono a sottovalutare la forza che l\u2019indignazione morale pu\u00f2 provocare sul piano politico (\u2026) Provano per ci\u00f2 che definiscono \u201cpopulismo\u201d solo un elitario disprezzo, che condividono con i ceti dominanti che del resto amano frequentare\u201d (p.189), e infine quando inneggia a una sorta di resistenza etica: \u201cAl momento, a chi si oppone allo stato consolidato non rimane molto altro da fare che buttare sabbia negli ingranaggi capitalistici dell\u2019austerit\u00e0 e dei discorsi che la circondano\u201d (p.190). De resto lo stesso Habermas,\u00a0 nonostante il lusinghiero accostamento\u00a0 al\u00a0 <em>18 Brumaio<\/em> <em>di Luigi Bonaparte<\/em> di Marx, osserva come \u201calla fine del libro egli mostra simpatia per l\u2019aggressivit\u00e0 cieca di una resistenza autodistruttiva che ha rinunciato a sperare in una soluzione costruttiva\u201d, per poi chiedersi come mai l\u2019 analisi svolta non\u00a0 lo induca alla conclusione opposta, per \u201crigenerare a livello sovranazionale quella forza regolatrice dei mercati un tempo concentrata nella legislazione democratica degli stati nazionali\u201d (J. Habermas, <em>Democrazia o capitalismo? La miseria capitalistica di una societ\u00e0 planetaria integrata economicamente e frantumata in stati nazionali<\/em>, in <a href=\"http:\/\/www.resetdoc.org\"><span>www.resetdoc.org<\/span><\/a>, 2 settembre 2013).\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il mondo contemporaneo descritto da Streeck \u00e8 popolato da quattro\u00a0 attori collettivi: gli\u00a0 stati nazionali ai quali vengono sottratti vieppi\u00f9 poteri discrezionali perch\u00e8 indebitati; i capitalisti, sempre pi\u00f9 internazionalizzati, finanziarizzati, tra loro coordinati;\u00a0 i cittadini, i cui redditi reali stanno calando, ai quali\u00a0 vengono imposti i costi degli aggiustamenti dei conti pubblici,\u00a0 e ai quali viene sottratta la stessa democrazia nazionale; le istituzioni internazionali, governate da una\u00a0 nuova \u201ccasta\u201d composta da tecnici, economisti, professori, una <em>\u00e9lite<\/em> globalizzata espressione diretta del potere economico-finanziario attraverso le infinite <em>revolving doors<\/em> delle loro carriere personali. E i lavoratori? E il sindacato? Streeck vi fa qualche cenno distratto per suggerire come non faccia pi\u00f9 parte deli quattro lati del\u00a0 problema. Il tema non pu\u00f2 essere liquidato in una battuta vista la carriera dell\u2019autore che abbiamo per rapidi cenni raccontato nel primo paragrafo, ma anche vista la rivista che ospita queste riflessioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il problema non \u00e8 tanto il <em>sundown of the union<\/em>, il tramonto del sindacalismo profetizzato fin dal 1983 da Bob Dylan, se non sorridere amaramente sul fatto che trent\u2019anni fa un menestrello aveva gi\u00e0\u00a0 a disposizione\u00a0 fonti e quadri concettuali per comprendere la direzione che il mondo avrebbe preso. Anche per chi -come al sottoscritto- la profezia era sembrata in passato un annuncio troppo precipitoso, oramai ci sono pochi dubbi: lo si chiami come si vuole \u2013declino, tramonto, accerchiamento-\u00a0 ma il sindacato \u00e8 nei guai.\u00a0 Attraversa uno dei periodi di minor <em>appeal<\/em> della sua storia: declino degli iscritti e del consenso popolare (almeno secondo i sondaggi di opinione); ripiegamento della contrattazione,\u00a0 sempre pi\u00f9 di\u00a0 tipo \u201cconcessivo\u201d e \u201cdifensivo\u201d, come si usa dire in gergo;\u00a0 scarso seguito nella\u00a0 stampa\u00a0 e nei nuovi <em>media<\/em>; pochissima attenzione da parte di studiosi e intellettuali, tanto che in molte universit\u00e0 sono stati chiusi i corsi di relazioni industriali e ai\u00a0 giovani ricercatori vengono suggeriti altri campi\u00a0 di studio con maggiori\u00a0 prospettive di carriera. La letteratura di settore segnala inoltre, su un piano pi\u00f9 generale, tre variabili indipendenti che congiurano contro la rivitalizzazione dell\u2019esperienza sindacale: i cambiamenti strutturali dell\u2019economia\u00a0 (globalizzazione), l\u2019impatto delle nuove tecnologie (informatica e internet), gli assetti istituzionali delle relazioni tra attori sociali (liberismo). Sotto questo profilo Streeck \u00e8 giustificato nella sua disattenzione. Ovunque nel mondo l\u2019intreccio di queste tre variabili erode in modo inesorabile\u00a0 gli assetti tradizionali delle negoziazioni e delle tutele sindacali. L\u2019esito finale e convergente risulta essere una riduzione strutturale del peso dell\u2019attore sindacale, che ottiene sempre meno risultati nel conseguimento dei suoi obiettivi, specialmente nell\u2019ambito delle relazioni industriali (che dovrebbe essere la sua arena elettiva). Attenzione: il sindacato non scompare, una sua sopravvivenza subalterna e marginale viene anzi in qualche modo \u201cistituzionalizzata\u201d, non viene messa in discussione la sua esistenza burocratica, ma a tramontare \u00e8 il suo ruolo di attore rilevante nel poligono di forze su cui si regge l\u2019economia, la politica e la\u00a0 societ\u00e0 nel mondo d\u2019oggi. \u00a0 \u00a0\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il punto di svolta sono gli anni\u00a0 settanta e l\u2019assenza di una strategia sindacale di rafforzamento degli assetti neocorporativi. Perch\u00e9 quegli assetti non hanno resistito? Perch\u00e9 il sindacato non ha fatto tutto il necessario per difenderli, anzi \u00e8 sembrato demolirli nella convinzione si trattasse di gabbie d\u2019acciaio che ne limitasse la sua forza espansiva?\u00a0 Proprio sulla scorta delle molteplici osservazioni contenute in questo volume, sarebbe utile uno sforzo ulteriore di approfondimento analitico per identificare le premesse al declino insite nelle scelte (in apparenza) vittoriose fatte negli anni del sindacato in auge.\u00a0 In questa prospettiva,\u00a0 l\u2019irilevanza attuale andrebbe spiegata con le scelte -o le non scelte, o le scelte sbagliate- che hanno punteggiato la\u00a0 storia passata del sindacalismo, ovvero con i vincoli imposti dal lascito degli anni ruggenti. Se il destino del sindacato dipendesse solo dalle scelte attuali dei suoi dirigenti, da qualche parte si dovrebbe rinvenire almeno un esempio, una \u201cmosca bianca\u201d di successo sindacale; mentre se, come \u00e8 facile constatare, il declino \u00e8 universale, tranne in parte\u00a0 nei mitici paesi\u00a0 nordici sui quali torneremo, la conclusione che se ne deve trarre \u00e8 che il declino\u00a0 non dipende dalla qualit\u00e0 delle strategie ma\u00a0 dalle sfide a cui si deve fare fronte oggi, in primo luogo,\u00a0 e dalle eredit\u00e0 negative del passato, in secondo luogo. Insomma, invece della museificazione e della santificazione dei <em>leader<\/em> del movimento sindacale degli anni settanta, quella che andrebbe avviata con il dovuto approfondimento \u00e8 una vera e propria \u201ccritica del sindacalismo forte\u201d,\u00a0 per comprendere le ragioni dell\u2019irrilevanza odierna, come pue per comrendere i margini (<em>constraints<\/em>) entro cui i dirigenti di oggi possono agire. Si pensi, ad esempio, al ruolo e alle teorizzazioni di Bruno Trentin, in particolare in tema di diritti, oppure al costante rifiuto della logica partecipativa, oppure alle vicende Fiat.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 questa la sede per una disamina esaustiva, ma si possono indicare alcuni spunti a mo\u2019 di promemoria per quanto riguarda il nostro paese.\u00a0 Il primo e pi\u00f9 ovvio esempio riguarda le pensioni. Il sindacalismo in ascesa conquist\u00f2 le pensioni con il metodo retributivo nel 1969. Lo fece per tutti, fin da subito, anche per chi aveva stipendi altissimi (dirigenti d\u2019azienda e del settore pubblico <em>in primis<\/em>), senza che mai nessuno in tutti questi decenni si sia fatto carico di\u00a0 una proposta sensata per mettere un tetto ad una norma che, fatta con le pi\u00f9 buone intenzioni, ha avuto\u00a0 l&#8217;effetto di dare molto di\u00a0 pi\u00f9 a chi gi\u00e0 aveva gli stipendi pi\u00f9 alti, o aveva la possibilit\u00e0\u00a0 di elevarseli negli ultimi anni\u00a0 della carriera lavorativa. Solo oggi il problema viene al pettine, ma per quarant&#8217;anni nessun sindacalista si \u00e8 mai posto la questione di raddrizzare questa \u201cfurbizia\u201d legalizzata a favore dei ceti pi\u00f9 abbienti. Ma si trattasolo di un esempio, se ne ptrebbero fare all\u2019infinito. Per non parlare della scelta sindacale di risolvere i problemi di aggiustamento del settore industriale e degli apparati pubblici tramite i prepensionamenti, tanto in voga negli anni settanta, ottanta e novanta, e in parte all&#8217;origine del numero esagerato di pensioni oggi erogate nel nostro paese. A questo si aggiunge la resistenza inusitata all&#8217;innalzamento dell&#8217;et\u00e0 pensionabile -sarebbe istruttivo contare il numero di scioperi generali, tutti unitari -in nome di un principio\/diritto solo proclamato e mai gistificato, i cui costi ricadono oggi in toto sulle spalle delle generazioni future. L&#8217;esplosione della spesa pubblica e il debito degli anni ottanta (pensioni + sanit\u00e0 + enti locali) da cosa dipendono se non da un&#8217;eccessiva condiscendenza verso le cosiddette &#8220;conquiste&#8221;, che altro non erano se non privilegi generazionali- tutti sanciti da accordi unitari- scaricati sulle spalle di chi sarebbe venuto dopo? Streeck non \u00e8 d\u2019accordo e pensa che basterebbe tassare i redditi alti e le rendite finanziarie, ma non porta mai un numero a sotegno di questa sua illusione, come abbiano gi\u00e0 detto la parte pi\u00f9 debole della sua argomentazione. \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Analoghe riflessioni potrebbero essere fatte a proposito del Sud e dell\u2019ottimistica visione del ruolo che avrebbero avuto i patti d&#8217;area e i patti territoriali proposti negli anni novanta. Di recente tanto\u00a0 Nicola Rossi quanto Carlo Trigilia hanno scritto in modo autocritico su quelle vicende, dove \u00e8 stato calcolato essere state sperperate pi\u00f9 risorse che per l\u2019intera Cassa del Mezzogiorno, con risultai infinitamente minori. Eppure non ci voleva molto per capire -gi\u00e0 allora- che distribuire risorse localmente, in nome di una supposta virtuosa vitalit\u00e0 della societ\u00e0 meridionale, avrebbe condotto a sperperi giganteschi consentendo alle classi dirigenti locali al comando di \u00a0istituzioni (comuni, province, regioni) e associazioni (industriali, artigiani, commercianti, agricoli e forse anche sindacati) di arricchirsi con i soldi pubblici\/europei e di spendere in consumi &#8220;affluenti&#8221; (suv, seconda casa, barca, gioielli, etc.) privi della ben che minima ricaduta in termini di sviluppo locale. Perfino un osservatore lontano com Streeck se ne accorge e giunge alle stesse conclusioni (pp. 159-172).\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019altro appuntamento mancato \u00e8 quello con la strategia della partecipazione e della responsabilit\u00e0, pur se timidamente tentata in qualche momento, specie nei primi anni ottanta. Il punto di fondo \u00e8 che il sindacalismo degli anni d&#8217;oro rimane fino in fondo antagonista e ostile alla disciplina sui luoghi di lavoro, la cui piena accettazione \u00e8 il primo presupposto di qualsiasi esperimento partecipativo. Non a caso la Cisl rompe con la Cgil sui punti di\u00a0 contingenza non sui quaranta giorni alla Fiat, sui problemi di governo macroeconomico e di politica dei redditi non sull&#8217;idea che l&#8217;ultima parola sui problemi di organizzazione del lavoro ce l&#8217;abbiano i dirigenti d\u2019azienda e non i delegati sindacali. Nel corso dei decenni, il sindacato \u00e8 arrivato a scontrarsi con i limiti immanenti all&#8217;espansione delle rivendicazioni. Un sindacato troppo forte e intransigente rischia di diventare un gruppo di protezione di interessi particolari, finanche corporativi, che possono andare a scapito di interessi pi\u00f9 vasti e di pi\u00f9 ampio respiro: basti pensare ai conflitti generazionali,\u00a0 frutto imprevisto e avvelenato\u00a0 delle conquiste, all&#8217;apparenza sacrosante, in tema di pensioni. Il rischio \u00e8 quello di trovarsi a operare secondo una stretta logica di inclusione\/esclusione che va a discapito di coloro che si trovano all&#8217;esterno della barriera protettiva dell\u2019organizzazione. Un sindacato debole \u00e8 senz&#8217;altro una tragedia per il lavoro subordinato, ma un sindacato troppo potente rischia a sua volta di condannarsi all\u2019estremismo di facciata, come nel caso della Fiom,\u00a0 se non riconosce che <em>potere<\/em> e <em>responsabilit\u00e0<\/em>, come diceva Gudo Baglioni nel 1980,\u00a0 sono due facce della stessa medaglia. Purtroppo questo nodo gordiano non \u00e8 mai stato sciolto in modo risolutivo (esigibile, nel linguaggio sindacale), n\u00e9 prima n\u00e9 dopo la stagione degli allori. Sotto questo profilo ritorna d\u2019attualit\u00e0 l\u2019insegnamento di Mancur Olson in \u00a0 <em>Ascesa e declino delle nazioni. Crescita economica, stagflazione, rigidit\u00e0 social\u00a0<\/em> (Bologna, Il Mulino, 1984) quando sottolineava come il peso irresponsabile delle <em>costituencies <\/em>sindacali e datoriali sui bilanci pubblici avrebbe condotto alla stagnazione, a meno di una svolta neoliberale oppure di una loro responsabilizzazione (caso nordico). Streeck non ne \u00e8 convinto ma, ancora una volta, il suo racconto \u00e8 perfettamente compatibile con una lettura alternativa, pi\u00f9 realistica, che metta nel dovuto conto le tendenze <em>overlapping <\/em>degli anni settanta e ottanta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quelli fin qui citati sono tutti esempi di come il\u00a0 &#8220;sindacato di oggi&#8221;, ovunque nel mondo, debba fare i conti con le contromosse ai successi del &#8220;sindacato di ieri&#8221;. Tale reazione \u00e8 sicuramente guidata dal pensiero neoliberista, da chi sta in alto nella scala sociale. Fin qui Steeck ha ragioni da vendere. Ma la domanda da porsi\u00a0 \u00e8 la seguente: perch\u00e9 questa reazione neo liberista ha cos\u00ec tanto consenso in quelle che un tempo si chiamavano \u201cle classi subalterne\u201d e nelle classi medio-basse escluse dai circuiti finanziari internazionali? Perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 una reazione\/mobilitazione progressista alla \u00a0dilagante reazione neoliberista? La risposta che spesso si tende a dare, a volte anche tra le righe di questo volume, rinvia ad una sorta di \u201ccospirazione del male\u201d, organizzata nell\u2019ombra da oscuri potentati, con al vertice le trame delle grandi societ\u00e0 finaziarie internazionali. Non\u00a0 mi pare venga in questo modo colto il punto dolente. Certo, conta lo squilibrio nei rapporti di forza,\u00a0 l&#8217;insignificanza di molte proposte sindacali e politiche, ma bisogna pur chiedersi perch\u00e9 i lavoratori, i cittadini (tranne i pensionati) abbiano ritirato la loro fiducia nell&#8217;azione sindacale come via per il miglioramento delle loro condizioni di vita. A mio avviso, contano molto pi\u00f9 di quanto si creda il peso di decenni di &#8220;effetti perversi dell&#8217;azione collettiva&#8221;, a cui i sindacalisti di ieri non hanno prestato la dovuta attenzione. Se un lavoratore \u00a0viene danneggiato dallo sciopero dei ferrovieri, prima o poi ne ritterr\u00e0 responsabile il sindacato, \u00a0non i ricchi del mondo; se un lavoratore \u00a0acquista una Fiat con centomila difetti dovuti con ogni evidenza al processo produttivo, prima o poi se la prender\u00e0 con la scarsa qualit\u00e0 dovuta al &#8220;potere operaio&#8221; sulle linee, non con il Marchionne di turno che cerca di farle funzionare; \u00a0se un lavoratore non pu\u00f2 fare gli straordinari che vuole per \u00a0prendere qualche soldo in pi\u00f9, prima o poi sar\u00e0 il sindacato ad essere messo sotto accusa; e avanti cos\u00ec con tutti i mille altri esempi di questo tipo\u00a0 (basta solo pensare a cosa accadeva e accade nel pubblico impiego).\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">4. Probabilmente \u00a0\u00e8 ingeneroso chiedere ai sindacalisti di farsi carico di questi dilemmi. Ma allora bisogna accettare l&#8217;idea che il sindacalismo debba essere tenuto a bada, frenato, limitato, perch\u00e9, \u00a0come qualsiasi altro monopolio, quando \u00e8 troppo forte tutela troppo una parte di interessi a scapito di un&#8217;altra parte di interessi che pur convivono all&#8217;interno degli stessi individui. La reazione\u00a0 agli eccessi sindacali a partire dagli anni ottanta prende il nome di \u201csvolta neoliberista\u201d, <em>pour cause<\/em>,\u00a0 quasi a mettere in chiaro il fastidio popolare verso un\u00a0 eccesso di azione collettiva di tipo disciplinatorio\u00a0 che aveva dominato gli\u00a0 anni del \u201ccontropotere sindacale\u201d\u00a0 e che forse spiega la non reazione\u00a0 a politiche oggettivamente divisive. Sotto sotto \u00e8 quanto sembra pensare in modo implicito anche Streeck visto che, dopo una vita passata a studiare le relazioni sindacali, in questo libro non pone alcuna speranza in una loro rinascita per risolvere i problemi da lui sollevati,\u00a0 nonostante riguardino il cuore stesso dell\u2019azione sindacale: la redistribuzione dei redditi e il livello di vita delle classi meno abbienti.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Un ultimo problema viene a questo punto ad intersecasi con la discussione fin qu\u00ec svolta: il tema della \u201cdemocrazia dei contemporanei\u201d e i ruolo delle <em>\u00e9lite<\/em> (anche sindacali). Molto tempo fa,\u00a0 Giovanni Sartori si domand\u00f2 cosa fosse da preferire: una pi\u00f9 ampia partecipazione dei cittadini ai processi decisionali (la\u00a0 democrazia \u201c<em>in entrata<\/em>\u201d), oppure una pi\u00f9 estesa distribuzione equitativa di beni e servizi (la democrazia \u201c<em>in uscita<\/em>\u201d). <\/span>In termini analitici, la democrazia in entrata ricerca il consenso <em>ex ante<\/em>: dunque, quasi per definizione lo trova sempre, pur se a scapito della \u201cqualit\u00e0\u201d dei\u00a0 beni pubblici prodotti; la democrazia in uscita verifica la soddisfazione dei cittadini <em>ex post<\/em>, correndo forse pi\u00f9 rischi ma anche capitalizzando meglio le risorse\u00a0 (tasse) estratte ai cittadini. Questa biforcazione teorica ha scavato a lungo e in modo imprevisto in questi decenni nelle accademie di mezzo mondo, ma quel che conta rilevare in sede finale, proprio sulla scorta dell\u2019ultimo Streeck, \u00e8 quanto difficile possa essere il futuro dello stato democratico quando vengano meno tutte le aspettative di una qualche redistribuzione \u201cin uscita\u201d, anzi lo si immagini programmaticamente votato a squilibrare i rapporti tra ricchi e poveri.<span> Nel volume inglese, uscito sempre nel 2013 e citato all\u2019inzio di questo lavoro, <em>Politics in the age of austerity<\/em>, vi \u00e8 un importante saggio a proposito del modello svedese di Sven Steinmo (<em>Governing as an engineering problem: the politica economy of swedish success<\/em>, pp. 84-107), con un sorprendente siparietto finale tra Streeck e Steinmo. L\u2019importanza della vicenda svedese -e per estensione\u00a0 di Norvegia, Danimarca, e in parte del Belgio- non ha bisogno di spiegazioni perch\u00e9 ha a che vedere con l\u2019unica area del mondo in cui resiste un sindacato forte e allo stesso tempo non vi sono le sindromi da \u201cstato indebitato\u201d denunciate da Streeck. Il compromesso keynesiano \u00e8 vivo e vegeto, anche se aggiustamenti e <em>austerity<\/em> non sono mancati: ma condotti prima e in modo equitativo da sindacati e dai partiti di sinistra,\u00a0 non dopo una sconfitta, solo\u00a0 da parte delle controparti liberiste.\u00a0<\/span>\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonostante le migliaia di ricerche sulle relazioni sindacali, molto spesso inutili e ripetitive, noi conosciamo poco in chiave comparativa su cosa davvero conti il sindacato nei luoghi di lavoro e fuori dai luoghi di lavoro. Tuttavia, da quel che si intuisce anche da questo\u00a0 saggio di Steinmo, in Svezia da molti decenni il sindacato ha rinunciato a qualsiasi \u201ccontropotere\u201d interno ai luoghi di lavoro in cambio di solide garanzie per quanto riguarda: a) la sua sopravvivenza organizzativa (sistema <em>ghent<\/em>); la politica dei redditi (accordi neocorporativi); c) un <em>welfare <\/em>fortemente egualitario e redistributivo. Rinuncia al \u201ccontropotere\u201d significa qualcosa di ben pi\u00f9 concreto di una vaga aspirazione partecipativa, significa che in azienda comandano i dirigenti e che compito dei sindacalisti, presenti nei consigli di amministrazione, \u00e8 quello di convincere i lavoratori ad adeguarvisi, compreso quando la decisione \u00e8 quella di licenziare o chiudere uno stabilimento. Nessun sindacalista nostrano di qualsiasi sigla sindacale potrebbe seguire l\u2019esempio svedese, ma si dovr\u00e0 pur riflettere sul fatto che, nonostante la globalizzazione e l\u2019onda neoliberale sia giunta anche in Svezia e nei paesi contermini, tali modelli abbiano retto senza sostanziali scossoni. Certo, anche l\u00ec \u00e8 arrivata l\u2019<em>austerity<\/em> e i tagli alla spesa pubblica, ma con la partecipazione del sindacato e senza mettere in discussione il compromesso neocorporativo. Streeck scrive a Sveinmo chiedendogli come mai i cittadini svedesi non protestano e non scendono in piazza contro le politiche di <em>austerity <\/em>e il\u00a0 relativo peggioramento delle condizioni di vita. E lui risponde come avrebbe potuto rispondere Sartori: \u201cmolti pensano che la Svezia abbia raggiunto i suoi notevoli risultati per il fatto di essere il paese pi\u00f9 <em>democratico <\/em>al mondo (&#8230;), e che siccome i risultati sono stati progressisti il processo dovesse essere stato \u00a0 democratico\u201d\u00a0 Non \u00e8 cos\u00ec, la Svezia non conosce un processo democratico partecipativo ma \u201cun sistema politico nel quale le <em>\u00e9lite<\/em> hanno una considerevole discrezionalit\u00e0 e autonomia per fare ci\u00f2 che credono per tutelare al meglio gli interessi dei loro cittadini, e\u00a0 solo in un secondo momento i\u00a0 cittadini possono giudicare se queste \u00e9<em>lite<\/em> siano state veramente efficaci\u201d (p. 103, <em>traduzione nostra<\/em>) e conclude dicendo che il modello svedese si \u00e8 costruito in lunghissimo arco di anni grazie a tre condizioni: <em>\u00e9lite<\/em> lungimiranti e convergenti (comprese quelle sindacali) che spesso hanno preso decisioni contrarie all\u2019opinione dei cittadini e dei lavoratori;\u00a0 un forte deferenza sociale dentro e fuori dei luoghi di lavoro; un\u2019ampia fiducia interna alle diverse componenti dell\u2019<em>\u00e9lite<\/em>, come pure\u00a0 tra i cittadini e le <em>\u00e9lite<\/em>. Insomma, \u201cTronti a Stoccolma\u201d, prima le <em>\u00e9lite<\/em> poi il popolo:\u00a0 la sua\u00a0 <em>autonomia del politico<\/em>, vista la poca fortuna in patria, ha trovato rifugio e gloria da quelle parti. Se questo tipo di approccio fosse anche solo in parte verosimile, la ricostruzione\u00a0 storica del dopoguerra dovrebbe mettere a fuoco come mai in alcuni (pochi) paesi alcune <em>\u00e9lite <\/em>sindacali e politiche lungimiranti\u00a0 (di sinistra) siano riuscite nel capolavoro di salvare \u201ccapra e cavoli\u201d, mentre nel resto del mondo occidentale all\u2019unisono le\u00a0 <em>\u00e9lite <\/em>sindacali e politiche di sinistra, a volte con arroganza pseudo-intellettuale,\u00a0 non\u00a0 siano riuscite a fare altro che scavarsi da oltre trent\u2019anni\u00a0 la fossa sotto i piedi in nome della fedelt\u00e0 a incomprensibili\u00a0 \u201cprincipi non negoziabili\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si tratta di parole e orizzonti inattuali nella babele\u00a0 democratico-populista della contemporaneit\u00e0. La siderale distanza che separa la composta discussione\u00a0 nordica dalla caciara nostrana segnala da ultimo la ragione del <em>cul de sac<\/em> in cui si sono infilate le democrazie contemporanee, il loro evidente declino, ma, insieme, l\u2019inevitabile tramonto di un sindacato incapace di fare i conti con i propri successi (passati). Streeck sembra prenderne atto e cercare altrove,\u00a0 nel populismo, nelle \u201cmoltitudini\u201d <em>a la<\/em>\u00a0 Toni Negri,\u00a0 i potenziali di resistenza critica: a fronte del progressivo svuotamento della democrazia, \u201cse il popolo dello stato, organizzato democraticamente, pu\u00f2 dimostrare il proprio senso di responsabilit\u00e0 solo rinunciando alla propria sovranit\u00e0 nazionale e limitandosi per generazioni a garantire la possibilit\u00e0 di ripagare i proprio creditori, potrebbe allora risultare pi\u00f9 responsabile tentare, per una volta, la strada del comportamento irresponsabile\u201d, cio\u00e8 la ribellione di strada. A parte le facili battute sull\u2019irrealismo dell\u2019alternativa proposta da un anziano studioso prossimo alla pensione, a noi basta constatare il ritardo di un dibattito nostrano che sembra incapace di fare i conti con i problemi duri dell\u2019attualit\u00e0 e si rinchiude nelle riserve indiane degli scontri su \u201crappresentativit\u00e0\u201d, \u201ctitolarit\u00e0 contrattuale\u201d, \u201cesigibilit\u00e0 dei diritti\u201d,\u00a0 per non parlare del tormentone sulla \u201cdemocrazia partecipativa\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0(*) Docente di scienze politiche all&#8217;universit\u00e0 di Trieste<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Saggio in corso di uscita \u00a0su &#8221;Quaderni di Rassegna Sindacale n.3 \/ 2014&#8221;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questioni e problemi a partire da \u201cTempo guadagnato\u201d di Wolfgang Streeck\u00a0 1. L\u2019ultimo libro di Wolfgang Streeck, pubblicato nel 2013\u00a0 (Tempo guadagnato. 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