{"id":4170,"date":"2021-02-22T18:58:20","date_gmt":"2021-02-22T17:58:20","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/una-vita-intensa-ed-esemplare\/"},"modified":"2021-02-22T18:58:20","modified_gmt":"2021-02-22T17:58:20","slug":"una-vita-intensa-ed-esemplare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/una-vita-intensa-ed-esemplare\/","title":{"rendered":"Una vita intensa ed esemplare"},"content":{"rendered":"<p>La scomparsa improvvisa e inattesa di Franco Marini mi colpisce profondamente sul piano personale. Non sono in grado di scrivere una commemorazione formale; l\u2019interessato mi avrebbe ruvidamente sconsigliato. D\u2019altra parte tutta la stampa italiana lo ha fatto ampiamente ed egregiamente. L\u2019emozione intima mi porta tuttavia a reagire con una testimonianza pubblica della mia esperienza politica con Marini, segnalando subito la ben diversa proporzione della sua rispetto alla mia. Mi impegna a riconoscerne la lucida visione e la realistica concretezza che lo hanno sempre caratterizzato.\u00a0<\/p>\n<p><span>La mia conoscenza politica con Franco \u00e8 iniziata 45 anni fa. Lui era gi\u00e0 un agguerrito dirigente nazionale della CISL e un esponente politico di primo piano della corrente della Democrazia Cristiana di Forze Nuove capeggiata da Carlo Donat Cattin. Un raggruppamento di forte ispirazione cattolico-sociale, assai radicato nelle classi lavoratrici e operaie del nord Italia che Donat Cattin, gi\u00e0 sindacalista cislino, capeggiava in modo accigliato e concreto com\u2019era il suo temperamento. Marini ne era stato attratto proprio per questo carattere sociale e incisivo. Donat Cattin, ministro del lavoro nel 1970 fu decisivo per l\u2019approvazione della legge sullo statuto dei lavoratori predisposto da una commissione presieduta da Gino Giugni. Una corrente di sinistra, nel panorama della Democrazia cristiana, perch\u00e9 fortemente orientata ai valori popolari del lavoro. Almeno all\u2019inizio anche la corrente di base si era mossa con analogo pragmatismo e senso del riformismo sociale, almeno fin quando fu guidata da Giovanni Marcora ex partigiano e piccolo imprenditore; salvo poi perdere lentamente questo suo carattere. Forze nuove invece, prima con Donat Cattin e poi con Franco Marini fu sempre fedele alla sua ispirazione iniziale, e quando il suo fondatore si accorse che la spinta originaria si era attenuata ne decise lo scioglimento negli anni Ottanta, sperando che gli altri capi corrente facessero lo stesso.<\/span><\/p>\n<p><span>Giover\u00e0 anche ricordare, magari per i pi\u00f9 giovani, che le correnti, almeno nei primi decenni non furono certo un male per la Democrazia cristiana. Come disse Aldo Moro poco tempo prima di morire \u201c<em>siamo importanti perch\u00e9 amalgama di tante cose. Per questo non siamo declinati\u201d.\u00a0<\/em><\/span><\/p>\n<p><span>Io ero solo un giovane cattolico agguerrito, responsabile del volontariato sociale a Roma della Comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio. L\u2019occasione della nostra prima conoscenza furono le riunioni tra esponenti cattolici di varia provenienza per prendere posizione in occasione del referendum per l\u2019abrogazione della legge sul divorzio. Marini aveva una posizione di grande attenzione alle posizioni laiche e liberali di parti significative del mondo cattolico; ricordo che a certe riunioni non pubbliche veniva soprattutto per ascoltare. Questa sua attenzione mi colpiva perch\u00e9 non vedevo in lui chiusure ideologiche (come in molti dirigenti democristiani, o in larga parte della gerarchia religiosa), ma intuivo una ricerca di punti di possibile mediazione, di dialogo. Quel minimo comune denominatore al quale lui tante volte ha contribuito e che ha salvato e sostenuto il nostro Paese nel suo enorme percorso di crescita nel dopoguerra.<\/span><\/p>\n<p><span>Io aderii allora al gruppo dei \u201ccattolici democratici\u201d con Scoppola, Gorrieri, Ardig\u00f2 e Paolo Prodi. Nel 1974 facemmo pubblica propaganda per il no all\u2019abrogazione, partecipando cos\u00ec ad una vittoria che di politico aveva poco. Certificava la fine dell\u2019unit\u00e0 politica di larga parte dei cattolici, dopo la prima modernizzazione sociale e la secolarizzazione, dopo i movimenti profondi del \u201968. Sanciva inoltre una prima pesante crepa nell\u2019edificio enorme e possente della Democrazia Cristiana, sottovalutata dai suoi dirigenti escluso Moro assai preoccupato. La sconfitta della DC di Fanfani sostenuta dal Vaticano di mons. Benelli tuttavia ci illudeva che fosse possibile un rinnovamento dall\u2019interno della Democrazia Cristiana. All\u2019inizio del 1975 nacque cos\u00ec la Lega democratica, che aveva Ermanno Gorrieri e Pietro Scoppola come punti di riferimento costante, mentre io ne fui nominato segretario organizzativo nazionale.<\/span><\/p>\n<p><span>Franco Marini, dopo aver compreso che la spaccatura dei cattolici era inevitabile, anche per l\u2019aggressivit\u00e0 dei settori pi\u00f9 conservatori e di destra della DC, mantenne una linea quasi di silenzio, partecipando poco e niente alla campagna referendaria nella quale ampi settori della CISL (Carniti, Macario, Crea, Spandonaro) erano invece impegnati. Il mondo del lavoro era gi\u00e0 ampiamente secolarizzato, specie nelle grandi fabbriche del nord. La Lega democratica trov\u00f2 una sede in un appartamento della Cisl in via Isonzo e Luigi Macario, segretario generale, mi riceveva riservatamente ogni mese per darmi un piccolo assegno dell\u2019organizzazione con il quale finanziavamo le nostre spese operative. Ricordo che con Gorrieri parlammo della posizione di Marini apprezzandone l\u2019atteggiamento di preoccupazione silenziosa. Io intanto avevo iniziato a lavorare al Censis, abbandonando l\u2019impegno sociale e politico a tempo pieno.<\/span><\/p>\n<p><span>Dal nostro piccolo gruppo, un po\u2019 elitario e visionario, siamo stati osservatori e commentatori pubblici degli anni di piombo, della violenza nelle fabbriche, del tentativo di piccoli gruppi violenti di trascinare le lotte del movimento operaio su un terreno antidemocratico e rivoluzionario. Fummo travolti dall\u2019uccisione di Moro, non comprendendo bene anche il suo estremo sforzo di mediazione dalla prigionia. L\u2019ideologia feroce della \u201cguerra fredda\u201d avvelenava un po\u2019 anche le nostre menti.<\/span><\/p>\n<p><span>Marini e tanti dirigenti cislini presidiavano le fabbriche e i luoghi di lavoro ponendo il sindacato dei lavoratori come baluardo, come scudo per la difesa della democrazia. Franco difese pubblicamente a Roma anche la libera espressione all\u2019Universit\u00e0 la Sapienza dei gruppi di cattolici popolari che si riferivano a Comunione e liberazione. Lui non aderiva certo a queste esperienze, ma aveva una straordinaria sensibilit\u00e0 democratica che lo portava a patrocinare il diritto di libera espressione e di partecipazione di gruppi giovanili cattolici, in larga parte di fuori sede, ai quali i movimenti studenteschi di estrema sinistra volevano negare anche il diritto stesso di iniziativa. In quegli anni fece la stessa cosa anche per i radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino che nutrivano per lui un rispetto straordinario. Questa lezione fu per me davvero assai incisiva.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span>Il 3 maggio del 1983 Franco Marini, che per caso chiacchierava con un amico in via Po di fronte alla sede della Cisl, sentite le grida di aiuto dei passanti, fu il primo ad accorrere nella vicinissima via Livenza dove trov\u00f2 per terra Gino Giugni, suo amico, appena gambizzato dal terrorismo estremista di sinistra. Come ricord\u00f2 poi lo stesso Giugni lo prese tra le braccia per rianimarlo e attese l\u2019arrivo dell\u2019ambulanza. Giugni, d\u2019accordo con Ezio Tarantelli, era tra i \u201cprofessori\u201d vicini alla Cisl che sostenevano la necessit\u00e0 di bloccare l\u2019automatismo della scala mobile. Arriv\u00f2 cos\u00ec nel febbraio del 1984 l\u2019accordo di san Valentino al quale anche Marini, a fianco di Carniti, collabor\u00f2 incisivamente per la definizione e soprattutto per l\u2019approvazione nei luoghi di lavoro e per respingere il successivo referendum abrogativo voluto dal partito comunista e dalla Cgil.<\/span><\/p>\n<p><span>Alla fine degli anni Ottanta Francesco Cossiga in una dichiarazione pubblica rese onore al coraggio di Marini che in un comizio a Torino in quegli anni, era sceso dal palco per avvicinarsi ad un gruppetto di contestatori che lanciavano contro di lui pesanti bulloni con la fionda. Nel 1996, quando Franco divenne segretario politico del Partito Popolare italiano, ricordo che Cossiga lo accus\u00f2 di scarso coraggio perch\u00e9 a suo parere stava lavorando per una coalizione di centro-sinistra, piuttosto che per una rifondazione centrista. Marini mi chiese la cortesia di rintracciare quell\u2019intervista di Cossiga e la invi\u00f2 all\u2019ex presidente con un biglietto a mano nel quale diceva solo \u201cil mio coraggio \u00e8 immutato!\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span>Un&#8217;altra occasione importante del mio confronto con Marini fu l\u2019Assemblea degli esterni che la Democrazia Cristiana organizz\u00f2 alla fine del 1981, per cercare una ricomposizione con i tanti fermenti del retroterra cattolico e sociale. Personalmente ero assai scettico su questo tentativo, molto strumentale e poco sincero da parte dei capi democristiani. Non mi impegnai per partecipare ma ricordo l\u2019orgoglio politico positivo con il quale Marini partecip\u00f2 sostenendo le ragioni della necessaria maggior apertura e del rinnovamento della Democrazia cristiana, non limitandosi a qualche pur pregevole apporto intellettuale, ma evidenziando la necessit\u00e0 di aprirsi a quelle forze cattolico-popolari che attiravano giovani e lavoratori. Pietro Scoppola volle generosamente essere protagonista attivo di quello sforzo, convinto com\u2019era che il rinnovamento dovesse maturare all\u2019interno del partito. Fu tuttavia deluso dei modesti risultati conseguiti, anche se il suo impegno convinse il partito a farlo divenire senatore nel 1983.<\/span><\/p>\n<p><span>Quando nel marzo del 2008 Marini ancora Presidente del Senato mi chiese di organizzare un evento in ricordo di Pietro Scoppola scomparso nei mesi precedenti, quella fu l\u2019occasione nella quale Franco volle ricordare la sua dialettica con Scoppola proprio a partire da quell\u2019Assemblea degli esterni del 1981. Marini aveva stima intellettuale e morale di Scoppola, ma ne vedeva i limiti politici della sua azione pur apprezzando l\u2019onest\u00e0 della sua posizione. Cos\u00ec volle sinceramente ricordare quella competizione: <em>\u201cOra nei giorni di quel congresso (l\u2019Assemblea appunto), mi trovavo in Cile perch\u00e9 in quel periodo i sindacati italiani (non solo la Cisl, ma anche la Cgil e la Uil) pericolosamente aiutavano gli oppositori di Pinochet, ed in particolare i sindacati cileni che non avevano vita facile: Mentre mi trovavo in Cile arriv\u00f2 una telefonata di notte, probabilmente di un esponente della Cisl. Chiesi: &lt;Avete finito?&gt;. Mi rispose: &lt;Si&gt;. Naturalmente domandai: &lt;Com\u2019\u00e8 andata?&gt;, perch\u00e9 c\u2019era molta vivacit\u00e0 in quel congresso. Lui mi disse: &lt;E\u2019 stato eletto per primo il professor Del Noce&gt;, che sapete benissimo chi \u00e8. Io lo interruppi e dissi: &lt;No, questo non mi interessa. Tra me e Scoppola come \u00e8 andata?&gt;. Eravamo secondi e terzi fra gli esterni eletti a questo congresso (immeritatamente, il secondo ero io). Dissi:&lt;Allora \u00e8 andata bene&gt;, perch\u00e9 c\u2019era questa dialettica\u201d.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span>Nel 1991 quasi improvvisamente Marini diviene Ministro del Lavoro nel governo Andreotti. Sostituiva il Ministro Carlo Donat Cattin da poco deceduto. Franco mi fece chiamare al Ministero in via Flavia, dove con lui e con Maurizio Polverari che lo aiutava da vicino, pi\u00f9 che parlare di politiche del lavoro preparammo quella che fu poi la battaglia politica di Roma. Io avevo una qualche esperienza, sia perch\u00e9 conoscevo e frequentavo da anni molte borgate sperdute, sia perch\u00e9 nel 1985 avevo dato una mano a Nicola Signorello per la ripresa del Comune di Roma dopo 10 anni di una buona gestione del partito comunista, per\u00f2 ormai esaurita. Marini sapeva che nel 1992 ci sarebbero state le elezioni politiche e che avrebbe dovuto candidarsi alla Camera dei Deputati e misurarsi con il voto di preferenza contro personaggi davvero potenti e sostenuti da un esteso e radicato voto clientelare nelle periferie della metropoli. Franco non poteva solo essere eletto, doveva arrivare primo per affermare una idea diversa del partito democratico-cristiano, fondata sulla partecipazione consapevole dei lavoratori e delle loro famiglie e di quel cattolicesimo sociale e democratico che non era tentato da fughe elitarie.<\/span><\/p>\n<p><span>Marini arriv\u00f2 primo degli eletti superando anche Vittorio Sbardella che disponeva di mezzi finanziari ingenti e raccoglieva le cospicue clientele di Petrucci e di larga parte del mondo andreottiano romano e laziale. La battaglia fu davvero senza esclusione di colpi, compreso l\u2019estremo tentativo degli sbardelliani, nella notte successiva al voto, di \u201ccorreggere\u201d il flusso di voti che dal Comune di Roma andava al Tribunale per la certificazione. Io a un cero punto andai a dormire, ma Franco ovviamente rimase in piedi tutta la notta e seppi poi che all\u2019alba si era recato personalmente presso l\u2019ufficio elettorale comunale per presidiare e ammonire che non vi fossero \u201ccomplici errori\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span>Furono gli anni dei Governi Amato e Ciampi. Poche misure drastiche per bloccare l\u2019emorragia dei conti pubblici e per aprire la fase della concertazione con le parti sociali. Una legislatura di soli 2 anni che per\u00f2 fece da spartiacque tra la fine di un\u2019epoca politica e l\u2019inizio di una fase ben diversa. La Democrazia cristiana era al tramonto. La sua classe dirigente di mandarini, dopo 15 anni dalla morte di Moro, non era stata capace di favorire un adeguato ricambio della dirigenza, n\u00e9 aveva avuto la visione politica necessaria per un aggiornamento culturale, per una nuova capacit\u00e0 di rappresentanza della societ\u00e0 italiana profondamente mutata.<\/span><\/p>\n<p><span>Franco Marini non si riconobbe mai nelle espressioni di prima e seconda repubblica, tanto care a taluni giornalisti, intellettuali e a politici nella loro onda. Pensava che la repubblica fosse una e che il processo democratico procedeva tra avanzamenti e compromessi nella societ\u00e0 italiana.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span>Ricordo che Marini, non senza preoccupazione, accett\u00f2 e accompagn\u00f2 il passaggio verso il Partito popolare. Chiese di aver l\u2019incarico di segretario nazionale organizzativo in quegli anni, perch\u00e9 ben sapeva che un partito democratico di massa si fonda su di una rete di dirigenti, di gruppi, di sezioni, di circoli, su regole e processi partecipativi reali. Le idee e le proposte politiche, come nei luoghi di lavoro, devono essere presentate, discusse, votate e approvate, determinando cos\u00ec una reale forza organizzata di massa consapevole, che va a votare con la propria testa e le proprie gambe, e non perch\u00e9 deve ringraziare qualcuno per un favore o perch\u00e9 tema di essere minacciata nei propri interessi particulari.<\/span><\/p>\n<p><span>Nel 1994 mi ero riavvicinato alla politica militante. Romano Forleo, era stato nominato commissario della Democrazia cristiana a Roma, mi chiam\u00f2 per affidarmi la responsabilit\u00e0 di riprendere i contatti con gli ambienti sociali e con i mondi giovanili. Io posi una sola condizione: quella di fare una seria battaglia per disinquinare il tesseramento della DC romana. Forleo mi appoggiava e io mi recai agli uffici di piazza del Ges\u00f9, alla segreteria organizzativa, per richiedere di accedere ai tabulati dei presunti iscritti e promuovere una incisiva verifica. Ricordo quella mattina il comprensibile imbarazzo di Nicodemo Oliverio, allora funzionario del partito, che era d\u2019accordo con me ma non sapeva come muoversi. Arriv\u00f2 in ufficio Franco Marini che, informato della cosa, venne a salutarmi e disse a Nico di darmi subito tutti i tabulati integrali dei nominativi che risultavano iscritti al partito. Tornai la mattina dopo per trovare in una stanza quasi 3 metri cubi di tabulati. Erano gli elenchi assurdi dei presunti tesserati romani. Tessere per la maggior parte pagate dai capi-corrente con somme enormi di denari acquisiti illecitamente, spesso anche inquinando appalti e forniture pubbliche. Era la fotografia plastica della crisi profonda della Democrazia cristiana a Roma come in tante altre realt\u00e0 del Paese.<\/span><\/p>\n<p><span>Marini era ben consapevole di questa situazione e quei fatti cementarono ancor di pi\u00f9 il nostro rapporto personale di stima reciproca. Gerardo Bianco mi chiam\u00f2 a partecipare alla fondazione del Partito Popolare, nominandomi responsabile nazionale dei ceti medi che significava soprattutto un impegno verso le categorie sociali. Mi impegnai in tanti piccoli incontri, avvicinandomi sempre di pi\u00f9 per\u00f2 all\u2019iniziativa di Franco Marini. Il suo impegno assai intenso fu quello di costruire un partito nuovo, riannodando una rete di quadri sul territorio; ex dirigenti sindacali, associativi, esponenti politici che provenivano anche da esperienze diverse: cattolici, socialisti, liberali, repubblicani. Senza un telaio robusto di rappresentanti radicati il partito popolare non poteva decollare e radicarsi. Purtroppo la politica, come tutte le cose umane, vive anche di gelosie e pregiudizi, di intellettualismi e di soggezioni ideologiche. C\u2019era chi era convinto da altre visioni: una democrazia ormai sganciata dai modelli partitici precedenti e pi\u00f9 vicina al modello americano dei comitati elettorali, basata su modelli elettorali maggioritari, sulla governabilit\u00e0 attribuita a minoranze pi\u00f9 sagaci e intelligenti.<\/span><\/p>\n<p><span>La storia l\u2019abbiamo vissuta tutti. Chi prese il potere politico alla fine della legislatura dell\u2019Ulivo dimostr\u00f2 tutta l\u2019incapacit\u00e0 di costruire le mediazioni possibile, quel minimo comune denominatore che poteva portare pi\u00f9 unit\u00e0 fra i cattolici impegnati in politica. L\u2019inizio degli anni Duemila segn\u00f2 Il fallimento progressivo dei tentativi maggioritari fondati su coalizioni obbligate, incollate da meri interessi elettoralistici. Una democrazia senza partiti che si \u00e8 rapidamente sgretolata nel populismo di massa leghista e 5 Stelle.<\/span><\/p>\n<p><span>Marini si impegn\u00f2 con enorme generosit\u00e0 nel tenere insieme e rafforzare la Margherita, cercando di dare a questa esperienza una forte componente cattolico liberale e democratica. Il successo elettorale della coalizione tra Margherita e DS nel 2006, ancorch\u00e9 di dimensioni minime, cre\u00f2 le condizioni per una responsabilit\u00e0 istituzionale di Marini. Mi ricordo bene che nell\u2019aprile del 2006 mi chiam\u00f2 per dirmi che il centro-sinistra puntava sulla sua candidatura per la seconda carica della Repubblica, la presidenza del Senato. Mi fece pure capire che la cosa non sarebbe stata affatto semplice perch\u00e9 nella maggioranza c\u2019erano settori con altri disegni. Mi disse comunque di non interessarmi di nulla. Ci saremmo rivisti a cose fatte. Alla vigilia delle votazioni in Senato, previste nel fine settimana, io cos\u00ec partii per una breve vacanza a Edimburgo. Dopo alcune tornate senza esito nelle quali il centro-destra tentava di far eleggere il gi\u00e0 anziano Giulio Andreotti &#8211; evidentemente non soddisfatto del grande servizio reso, ma anche non pago dell\u2019enorme potere avuto per 6 decenni e non consapevole degli gli errori accumulati con cinismo &#8211; fu eletto Franco Marini.<\/span><\/p>\n<p><span>Pronunci\u00f2 subito un discorso di grande sensibilit\u00e0 istituzionale, ponendosi subito come Presidente <em>super partes<\/em> in un Senato dove il centro-sinistra aveva solo 2 voti in pi\u00f9, come Presidente istituzionale per garantire al Governo Prodi l\u2019agibilit\u00e0 politica necessaria nella seconda Camera. Nei giorni successivi ci vedemmo e mi chiese di assumere la direzione del suo gabinetto, lasciando il mio lavoro al Cnel. Mi raccont\u00f2 anche alcuni piccoli ingegnosi stratagemmi con i quali era stato eletto, malgrado le trappole \u201camiche\u201d. Si fece di tutto per tenere in piedi la Legislatura e il Governo. Quando per\u00f2, caduto Prodi, il Presidente della Repubblica incaric\u00f2 Marini di tentare la formazione di un nuovo governo Franco fu giustamente intransigente. Al termine delle consultazioni il centro-sinistra avrebbe potuto contare su qualche voto in pi\u00f9, disponibile perch\u00e9 c\u2019era in campo Marini. Ma lui disse che non si potevano affrontare i gravi problemi sul tappeto con una coalizione solo rabberciata da pochi transfughi.<\/span><\/p>\n<p><span>La storia successiva \u00e8 troppo recente. Compreso il tradimento per la mancata elezione al Quirinale, del quale dovrebbero parlare prima quelli che puntarono sull\u2019&lt;intelligenza&gt; politica di Renzi e che offuscarono la mente del segretario politico del partito democratico. Di questa scellerata strategia fece le spese anche Romano Prodi. La rottamazione dei maggiori dirigenti cattolici era cos\u00ec compiuta.<\/span><\/p>\n<p><span>Ricordato questo merita di tornare brevemente all\u2019esperienza del Senato, costellata di alcuni cammei senza precedenti: Marini fu l\u2019unico Presidente nella storia repubblicana a restituire una parte cospicua dei non irrilevanti fondi personali che l\u2019ordinamento gli attribuiva senza controllo. Ricordo l\u2019espressione del segretario generale del Senato quando questo avvenne. Dal momento che detestava la retorica si rifiut\u00f2 poi di far fare a spese del Senato il suo ritratto da appendere nella galleria dei Presidenti fuori dall\u2019Aula. Visto che il ritratto non poteva comunque mancare chiam\u00f2 un pittore suo amico e pag\u00f2 il ritratto a sue spese, chiedendo anche che non venisse appeso fino a quando non avesse lasciato il suo ufficio in Senato (cosa che avvenne nel 2018). I suoi predecessori lo avevano fatto appendere addirittura mentre erano in carica. Inoltre il Presidente Marini promosse una prima concreta riduzione dei fondi per i gruppi e i senatori, e anche dei vitalizi, oltrech\u00e9 delle pensioni dei funzionari. E, soprattutto, fece passare una disposizione che limitava a 2 legislature il diritto degli ex Presidenti ad avere un ufficio in Senato, ben sapendo che questa regola l\u2019avrebbe colpito. Mi disse: \u201ce che problema c\u2019\u00e8?\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span>Non c\u2019era moralismo in queste posizioni. Non ne era capace. C\u2019era piuttosto una sensibilit\u00e0 politica di fare le riforme possibili, anche piccole e graduali, la ricerca di quel minimo comune denominatore, in questo caso con una opinione pubblica divenuta intollerante con l\u2019inconcludenza della politica. A questo proposito pochi ricordano quando nel 2007 fu l\u2019unica autorit\u00e0 istituzionale a ricevere Beppe Grillo che aveva raccolto decine di migliaia di firme per una nuova legge elettorale. Grillo arriv\u00f2 in bicicletta portando pacchi di firme. Dal momento che se ne temevano le intemperanze fu fatto entrare tra due lunghissimi cordoni di commessi del Senato che dal portone di ingresso giungevano fino allo studio del Presidente. Marini lo accolse con un ampio sorriso, senza dir nulla, ma Grillo era gi\u00e0 intimidito quando entr\u00f2. Appena seduti Franco lo scrutava serenamente e Grillo cominci\u00f2 cos\u00ec a parlare prima scusandosi del pandemonio creato, poi dicendo che lui sentiva l\u2019imperativo di dover fare qualcosa, poi quasi implorando il Presidente per un impegno verso le nuove generazioni che lui sentiva molto intensamente a partire dai propri figli. A quel punto Marini inizi\u00f2 a parlare dicendo a Grillo che anche lui aveva qualche preoccupazione per il suo unico figlio, che l\u2019aveva spinto a studiare e a impegnarsi nel lavoro, anche all\u2019estero. La cosa fin\u00ec cos\u00ec, amichevolmente, tra due padri di famiglia che avevano trovato un minimo comune denominatore.<\/span><\/p>\n<p><span>Quante volte negli anni successivi, commentando la soggezione di molti autorevoli dirigenti politici verso i grillini, ne abbiamo constatato la grande inettitudine al dialogo, al confronto, anche allo scontro se necessario, sempre per\u00f2 per costruire qualcosa, per cercare un minimo comune denominatore che consentisse di avanzare un po\u2019.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span>La sua presidenza del Senato meriterebbe un saggio politico. E\u2019 tutto agli atti dell\u2019Aula: il suo enorme lavoro per consentire il confronto dialettico tra le due coalizioni e insieme l\u2019attivit\u00e0 del governo Prodi. L\u2019intensit\u00e0 dell\u2019impegno istituzionale non gli consent\u00ec la libert\u00e0 che altri presidenti avevano goduto. I suoi viaggi all\u2019estero furono solo 2, secondo una lista che lui stesso aveva compilato. Il primo in Canad\u00e0: un tributo alle decine di migliaia di emigrati abruzzesi, alcuni dei quali lui stesso aveva visto partire. Dopo le visite di scambio di esperienze e di confronto con i vertici dello Stato canadese, ricordo a Toronto l\u2019incontro a pranzo con circa 1500 immigrati abruzzesi di prima e seconda generazione. Quando prese la parola per un breve saluto la commozione fu immensa, i pi\u00f9 anziani piangevano e i pi\u00f9 giovani si spellavano le mani. Tutti, dico tutti, in processione vollero stringergli la mano. Era la prima volta che una cos\u00ec alta autorit\u00e0 italiana, un abruzzese, veniva a visitarli, a riconoscere il loro spirito di sacrificio e il loro profondo amor di patria.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span>Il secondo viaggio di Marini fu in Algeria, paese strategico per noi per le sue immense risorse energetiche. Paese dilaniato da conflitti politici ed etnico-religiosi. Malgrado lo stato di salute grave anche il Presidente della Repubblica Bouteflika volle riceverlo. Marini tuttavia fece anche quello che pi\u00f9 aveva in mente: una conferenza pubblica nella sede della seconda Camera algerina sui temi della democrazia e dei suoi rapporti stretti con la societ\u00e0 civile e l\u2019ispirazione religiosa. Anche in questa situazione Marini seminava germi di dialogo tra le varie posizioni, cercando un terreno basato su di un minimo comune denominatore per uscire da un conflitto sanguinoso e indicare un percorso possibile di crescita democratica. Avrebbe poi voluto andare in Turchia, per motivi simili, anche perch\u00e9 dei rapporti tra la Turchia e l\u2019Europa si era occupato nel suo mandato di parlamentare europeo tra il 1999 e il 2004.<\/span><\/p>\n<p><span>In questo racconto sommario almeno un cenno merita la nascita del partito democratico che Marini sostenne decisamente, pur non condividendo mai l\u2019astratta aspirazione maggioritaria che alcuni dirigenti sostenevano, come se fosse un partito di aristocratici predestinati, preferendo invece la lenta costruzione organizzata del consenso e il radicamento profondo nella societ\u00e0, a partire dagli ideali politici fondativi. Nella Cisl aveva fatto una lunghissima opposizione prima di arrivare ai vertici e rinnovare dalle fondamenta il suo sindacato. A differenza di altri colleghi non temeva certo un percorso lungo ma chiaro.<\/span><\/p>\n<p><span>Nell\u2019ottobre del 2011 Marini, in occasione dell\u2019anniversario della scomparsa di Pietro Scoppola, scrisse un articolo sull\u2019Unit\u00e0, dove riassumeva le sue opinioni sul partito democratico, in sintonia con lo stesso pensiero politico pi\u00f9 recente di Scoppola. Fece sua la riflessione che il professore aveva esposto nel 2006 a Chianciano, in un convegno di ex popolari. \u201c<em>I popolari e la tradizione cattolico democratica <\/em>\u2013 disse allora Scoppola \u2013 <em>non possono non essere dentro questo processo. Il Partito democratico non \u00e8 un\u2019estensione di quel processo di aggregazione parziale che \u00e8 stata la Margherita, deve essere una cosa nuova e perci\u00f2 spinge ad un ritorno alle proprie radici. Bisogna insomma trovare o ritrovare i legami con il proprio mondo. Proprio l\u2019ipotesi di uno scioglimento di una soggettivit\u00e0 partitica in un nuovo e pi\u00f9 ampio soggetto esige un radicamento maggiore nel proprio terreno, nella propria cultura, nel proprio ambiente, nella propria storia\u201d. \u201cQueste considerazioni di<\/em> <em>Scoppola<\/em> \u2013 aggiungeva Marini \u2013 <em>le ho tenute bene a mente. Spesso mi \u00e8 capitato di trovare nel partito persone che in base al teorema di &lt;scomporre per ricomporre&gt;, ci dicevano di tagliare i ponti con il passato. Ma come si fa a tagliare i ponti con una cultura? Non esiste possibilit\u00e0 in natura. Per giunta, pensandola come Scoppola, sono convinto che quanto pi\u00f9 i cattolici vivranno la propria storia tanto pi\u00f9 il partito democratico crescer\u00e0, estender\u00e0 il proprio campo di riferimento e, soprattutto, sar\u00e0 capace di intercettare gli umori profondi e diffusi del Paese\u201d.<\/em> \u00a0<\/span><\/p>\n<p><span>Ne aveva fatto di strada quel giovane di famiglia numerosa e poverissima, che vide il mare solo a 12 anni, e che fece la scuola sindacale mosso dall\u2019esempio di suo padre operaio e sindacalista nella sua fabbrica. Ebbe i suoi primi incarichi sindacali alla met\u00e0 degli anni Cinquanta tra le mennulare (le braccianti raccoglitrici di mandorle) in Sicilia, poi a Ivrea nelle fabbriche industriali e poi ancora tra i braccianti del Fucino in Abruzzo. Bruno Storti lo licenzi\u00f2 perch\u00e9 \u201ctroppo bravo\u201d. Non accettava i piccoli compromessi della gestione sindacale di allora consumata nel collateralismo politico democristiano. Lo salv\u00f2 la stima di Giulio Pastore che lo prese con s\u00e8 al Ministero del Mezzogiorno dove Marini ricominci\u00f2 a tessere la sua tela arrivando a scalzare Storti e a portare la Cisl al protagonismo autonomo e vitale nella societ\u00e0 industriale e terziaria.<\/span><\/p>\n<p><span>Credo che la lezione di Franco Marini sia ancora di straordinaria attualit\u00e0 per quanti volessero far crescere la presenza e il contributo dei popolari e dei cattolici democratici e sociali nel partito democratico davvero esangue e bisognoso come non mai di questo originale apporto. Il tempo presente ha aperto un ombrello politico enorme rappresentato dal governo Draghi, e un cielo infinito di spazio ispirato da papa Francesco. L\u2019ultima volta che parlammo mi disse che se avesse avuto quindici anni di meno non avrebbe avuto dubbi nel gettarsi nell\u2019impresa.<\/span><\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><span>*Gi\u00e0 Capo di Gabinetto del Presidente Marini al Senato e amico da sempre<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La scomparsa improvvisa e inattesa di Franco Marini mi colpisce profondamente sul piano personale. Non sono in grado di scrivere una commemorazione formale; l\u2019interessato mi avrebbe ruvidamente sconsigliato. D\u2019altra parte tutta la stampa italiana lo ha fatto ampiamente ed egregiamente. 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