{"id":4276,"date":"2021-05-04T09:54:08","date_gmt":"2021-05-04T07:54:08","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/ci-siamo-persi-la-classe-dirigente\/"},"modified":"2021-05-04T09:54:08","modified_gmt":"2021-05-04T07:54:08","slug":"ci-siamo-persi-la-classe-dirigente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/ci-siamo-persi-la-classe-dirigente\/","title":{"rendered":"Ci siamo persi la classe dirigente"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Ora che si sono attenuate, o\u00a0spente, le polemiche sul ruolo delle grandi societ\u00e0 di consulenza nella redazione della parte italiana dell&#8217;European Recovery plan,\u00a0si pu\u00f2 e si deve tornare con calma sui problemi, seri e irrisolti, che stanno sotto tali polemiche. E lo si deve fare sperabilmente fuori dalle miserie circolate in merito: le denunce indignate dei possibili gravi conflitti d&#8217;interesse e le maldestre risposte sul superamento o meno della dovuta soglia contrattuale (quando tutti conoscono le collaborazioni, talvolta milionarie, fra poteri pubblici e grandi societ\u00e0 di servizi professionali).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>L\u2019argomento non pu\u00f2 scadere in polemiche di parte , anzi merita un approccio che tenga conto del delicatissimo rapporto che si crea fra la dimensione tecnica e la dimensione politica in ogni testo di programmazione di lungo termine, che per necessit\u00e0 ha bisogno di due diverse competenze: da un lato, il padroneggiamento culturale dei fenomeni e dei processi economici che si vogliono risolvere nel presente e guidare\u00a0<\/span>nel futuro; dall&#8217;altro lato, la capacit\u00e0\u00a0di incardinare tale cultura socio-economica in una dinamica squisitamente politica, attenta cio\u00e8 al consenso collettivo e agli strumenti amministrativi disponibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Se queste due facce non si combinano &#8211; e addirittura talvolta si delegittimano &#8211; allora scattano le accuse reciproche, quando molti tecnici considerano\u00a0 \u201cpalle al piede\u201d le mediazioni politiche e amministrative e\u00a0<\/span>tanti politico &#8211; burocrati considerano fuori dal mondo tecnici pur universalmente stimati in un inutile contrasto fra migliori e peggiori (o\u00a0presunti tali) che alimenta solo il qualunquismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Non \u00e8 stato sempre cos\u00ec. Anzi, ricordando le nostre vicende passate, si pu\u00f2 prendere atto che per decenni tutta l&#8217;azione di governo vedeva unite in alcune strutture di vertice, spesso in poche persone, la capacit\u00e0 di esercitare insieme la dimensione tecnica e la dimensione politica delle varie misure da mettere in campo. Sappiamo tutti quale peso abbia avuto Nitti sulla politica economica dell\u2019 800 (con la pratica generale dell&#8217;economia mista), prima e dopo la sua esperienza di premier; ma ancora di pi\u00f9 conosciamo il ruolo fondante avuto da Beneduce durante il fascismo sull&#8217;assetto bancario e finanziario del Paese; sappiamo tutti quanto peso hanno avuto gli eredi di Beneduce (Saraceno , Giordani , Menichella, Mattioli, ecc.) nell&#8217;impegnativo rilancio post-bellico (l&#8217;Erp , o Enterprise resource planning, di allora) , con lo sviluppo delle partecipazioni statali e la creazione della Cassa per il Mezzogiorno; e ricordiamo tutti che i primi tentativi di pianificazione degli anni 50-60 (Piano Vanoni, Rapporto Saraceno, Piano Giolitti, Rapporto Ruffolo, ecc. ) sono stati figli di quella cultura tecnico-politica via via accumulata . Una cultura che trovava casa e sviluppo in alcuni grandi uffici studi, vere e proprie \u201ccantere\u201d del lavoro tecnico-politico del pianificare, come I&#8217;ufficio studi dell&#8217;lri ( con Saraceno che guidava Marsan, Giovannetti, Grassini, Livi, ecc.), I&#8217;ufficio studi dell&#8217;Eni (con Ruffolo che coordinava Sylos Labini, Fua, Pirani, Carabba ecc .) I&#8217;ufficio studi della Banca d\u2019 ltalia sotto Menichella e Baffi (con Fazio, Savona, Ciocca, Barattieri, ecc.) Nonch\u00e9 quell\u2019atipico ufficio studi che fu la Svimez (con Molinari , Sebregondi, Napoleoni, Annesi, Novacco, Graziosi, Baratta, ecc .)<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Tutti coloro, quorum ego, che hanno lavorato in quelle diverse \u201ccantere\u201d sanno di aver svolto un lavoro squisitamente tecnico-politico (da centauro, \u00e8 stato detto), dove il rispetto per l\u2019autonomia e il primato della politica non era inferiore al rispetto per la propria professionalit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Certo, alcuni dei pi\u00f9 \u201ccentauri\u201d fra\u00a0<\/span>noi (penso ad Amato, ad Andreatta e a Prodi) fecero scelte personali di diretta responsability politica; ma anche loro si sono sempre sentiti mediatori fra tecnica e politica, non puri sacerdoti della loro alta professionalit\u00e0, sempre lontani da quella declamata incompatibilit\u00e0 fra tecnici e politici che avremmo visto in funzione negli anni successivi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Qualcuno si sorprender\u00e0 dei tanti nomi elencati, ma \u00e8 una cosa voluta perch\u00e9 ogni testo, specie programmatico, deve avere il nome e il cognome di chi scrivendolo ci mette la faccia. E si capisce quanto ci si ritrovi spiazzati oggi rispetto all&#8217;assoluto\u00a0<\/span>anonimato che regge ogni documento di improbabile pianificazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Passi per i piani industriali delle aziende, dove l&#8217;obiettivo \u00e8 molto specifico e verificabile con gli esiti del mercato: ma l\u2019anonimato non \u00e8 accettabile per i piani di sviluppo complessivo del sistema.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Qui si conoscono testi preparatori intermedi\u00a0 (se non di sintesi) di fatto scritti &#8220;al ciclostile\u201d, partendo da bozze preparate da singole amministrazioni, che fanno poi la ronda fra uffici centrale periferici ( con qualche sosta nelle societ\u00e0 di consulenza); senza per\u00f2 nessuna firma di una persona o di un gruppo che certifichino la garanzia della necessaria osmosi fra cultura alta e umile esercizio di scrittura (ricordo che Claudio Napoleoni faceva spesso colazione con Mattioli e Sraffa ma poi nel pomeriggio scriveva capitoli del Rapporto Saraceno).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nel panorama attuale, i programmi li scrivono quindi gli amministrativi, senza l&#8217;aiuto delle \u2018\u2019cantere\u2019\u2019 e spesso senza neppure una complessa linea politica da seguire. I grandi uffici studi di una volta non esistono pi\u00f9. Giulio Sapelli ha citato, con un voluto tono di disprezzo , un grande imprenditore che negli anni 2000 ha deciso di chiudere I&#8217;ufficio studi e la scuola di management sentenziando che \u2018\u2019mi costano troppo, preferisco fare un contratto con un&#8217;azienda di consulenza\u2019\u2019. E\u2019 la stessa decisione silenziosamente presa dallo Stato: quei pochi uffici studi o centri di ricerca esistenti sono stati chiusi (addirittura &#8211; e lo ricordo con nostalgia &#8211; I&#8217;Istituto di studi sulla congiuntura di Miconi e Cipolletta) ed e arrivata l&#8217;onda del ricorso alle societ\u00e0 di consulenza volutamente e istituzionalmente anonime (non si capisce mai chi vi sia dietro ogni documento). Sono potenti organizzativamente e finanziariamente; hanno un consolidato metodo di lavoro; possono mettere a disposizione folli plotoni di giovani ben preparati; gestiscono pertinenti prodotti di medio livello; ma di fatto non ci mettono la faccia e fanno circolare testi non imputabili a nessuno, quindi silenziosamente irresponsabili. In fondo, fanno un servizio, anche di livello, ma non hanno &#8211; anzi, non vogliono avere &#8211; una propria cultura, una propria intenzionalit\u00e0, una propria idea della realt\u00e0 e delle modality di governarla.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Se ripercorriamo il percorso dell\u2019attuale nostro Erp , troviamo l\u2019effetto della debolezza del lavoro di mediazione tecnico-politica che invece aveva sostenuto I&#8217;Erp degli anni 50; e paradossalmente avvertiamo un&#8217;assoluta assenza della politica . Sulla urgenza di consegnare presto a Bruxelles il nostro Piano, singoli dipartimenti dei ministeri sono stati impegnati a scrivere un&#8217;ipotesi di intervento. L&#8217;insieme di quelle ipotesi, senza alcuna sintesi intermedia, \u00e8 stata trasferita a Palazzo Chigi; da qui il voluminoso incartamento, magari tramite una societ\u00e0 a partecipazione statale e finito sui tavoli delle societ\u00e0 di consulenza; e queste hanno rimesso in bella quel che avevano ricevuto, dopo di che il tutto \u00e8 stato restituito ai primi estensori del testo, affinch\u00e8 scrivano un programma pi\u00f9 stringato e operativo. Un andare e venire probabilmente con poco valore aggiunto, nella speranza che alla fine della ronda ci siano al vertice teste pensanti capaci di fare una sintesi di alto potere contrattuale presso I\u2019 Unione europea. ll che per\u00f2 non copre il vuoto del tessuto intermedio di elaborazione che sta sotto il via vai dei documenti di lavoro, n\u00e9 il vuoto di adeguate formule di attuazione e rendicontazione degli interventi.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La riflessione che precede potr\u00e0 apparire a molti un getto di autobiografica nostalgia per un mondo ormai scomparso e di cui pochi sono i sopravvissuti. Ma lo si prenda anche come uno stimolo a rivedere una situazione chiaramente di inerzia culturale , oltre che di povert\u00e0 programmatica. E quindi, in positivo, come un invito a reagire.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La prima strada da seguire per una non rinviabile reazione \u00e8 quella di rinsanguare il dibattito politico sul significato profondo dell&#8217;attuale Piano di Recovery.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Non \u00e8 un puro rinvio di sigle ricordare che l\u2019attuale Erp ha la stessa sigla di quell\u2019 Erp che fra il 45 e il 55 and\u00f2 sotto tanti nomi, tanti padri (il punto IV di Truman , il Piano Marshall, la Banca Mondiale del presidente Edge) e rappresent\u00f2 una pietra angolare della nostra ricostruzione post-bellica , ma anche una esplicita pietra di scandalo politico. Tutti i leader politici di allora (De Gasperi, Nenni, Togliatti, per primi) si sentirono impegnati a capire, decifrare, accettare o negare quello che c\u2019era dietro quel programma di aiuti; e anche i politici<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>di caratura tecnica si gettarono nella mischa, da Rodolfo Morandi e Ugo La Malfa ad Amendola, fino a molto settoriali Vanoni e Antonio Segni. Tutti impegnati ad avviare ogni momento della pianificazione economica del dopoguerra. Erano evidenti le linee di contrasto politico di allora (la scelta occidentale, la scelta neocapitalistica, la scelta di un pesante intervento dello Stato, la liberalizzazione degli scambi commerciali, ecc.), ma il dibattito sull&#8217; Erp di allora fu accompagnato da un forte calore politico.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Non c&#8217;\u00e8 chi non veda l&#8217;abissale differenza con la situazione attuale. Sull\u2019 Erp di oggi ci si dilunga su mirabolanti obiettivi innovativi (la digitalizzazione e la transizione ecologica)\u00a0 o ci si perde su questioni di bottega (quanti soldi sui singoli settori e come spenderli) ma nei verbali parlamentari e nei quotidiani non c\u2019\u00e8 una sola riga in cui si possa registrare un dibattito sulla dimensione politica egli obiettivi del piano . Sull&#8217;argomento \u00e8 caduto un governo e ne \u00e8 nato un altro, ma nell&#8217;assoluto silenzio della classe politica e dell\u2019opinione qualificata. Per cui i documenti di pianificazione in corso d&#8217;opera rischiano di contenere elenchi di improbabili progetti di innovazione o banali agglomerati di intenzioni e di proposte, scritti da dirigenti ministeriali e da societ\u00e0 di consulenza, in una dinamica di rimpallo e di eco destinata, a ogni passaggio, alla inevitabile perdita di vigore.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Serve allora un dibattito squisitamente politico. Non si pu\u00f2 evitarlo perch\u00e8 comunque entro aprile dobbiamo presentare a Bruxelles almeno una bozza di piano. Per l\u2019Europa, I\u2019 attuale ERP \u00e8 una sfida complessa (di competizione verso Est e verso Ovest, di rafforzamento strutturale interno, di eccellenza dei propri campioni imprenditoriali , di traino dei Paesi pi\u00f9 fragili ) ed \u00e8 necessario che I\u2019Italia non arrivi a Bruxelles senza aver svolto un dibattito interno su tali sfide comuni, sul modo in cui le interpretiamo nel trattare il nostro sviluppo.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Arrivare a Bruxelles con la semplice idea di indire bandi per presentare centinaia di progetti, senza una sintesi politico-programmatica, potrebbe portare al pericolo di marginalizzione di chi andr\u00e0 a contrattare la nostra parte dell&#8217; Erp.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Ma si pu\u00f2 svolgere il necessario dibattito politico senza un adeguato supporto tecnico? Negli anni tra il 45 e il 60, leader politici poterono contare su una ricca elaborazione culturale : con vicinanze addirittura personali, con collegamenti stretti con le varie strutture collaterali tecnico-politiche; con I\u2019 utilizzo degli uffici studi e delle \u201ccantere\u201d sopra citate;\u00a0 con la presenza socio-politica dei vertici delle partecipazioni statali e della Cassa per il Mezzogiorno .<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Quei fili di raccordo fra la dimensione politica e la dimensione tecnica non ci sono pi\u00f9 ed \u00e8 improbabile che siano ricostruibili oggi, in una cultura collettiva diventata pi\u00f9 povera. Ma qualcosa bisogner\u00e0 pur tentare, magari sfruttando il vincolo europeo secondo cui non si finanziano interventi se non legati a riforme strutturali significative. E la riforma strutturale pi\u00f9 significativa pu\u00f2 e deve essere fatta nel governo della cosa pubblica: riguarda gli assetti tecnico-politici di vertice. Una riforma che si focalizzi sul rafforzamento dei soggetti primi del dibattito politico: specialmente dei partiti, che dovrebbero ritornare a essere soggetti di cultura politica e tecnica (con i loro centri di ricerca, con le loro riviste, con le antenne di collaborazioni esterne, ecc.) e specialmente dei luoghi di governo (gabinetti ministeriali e commissioni parlamentari) , che dovrebbero poter contare su nuclei di persone ad alta qualificazione tecnico-politica. Nel rapporto a due fra dimensione tecnica e dimensione politica resta decisivo il ruolo dei dirigenti apicali delle diverse amministrazioni, cui si dovrebbero poter garantire occasioni collegiali di informazione e formazione di stampo manageriale, con un&#8217;adeguata conoscenza e con un adeguato padroneggiamento dei processi reali del sistema economico e sociale, in vista di un forte lavoro di raccordo fra volont\u00e0 politica, intenzioni programmatiche e gestione\u00a0<\/span>della macchina pubblica.\u00a0 Si comprende facilmente che un impegno di questo tipo non \u00e8 di facile attuazione: non esiste pi\u00f9 quel contesto culturale e politico degli anni\u00a050 che spingeva tutti a discutere e mediare. Converr\u00e0 non indulgere al passato \u201cprendere le armi &#8221; nella pi\u00f9 difficile situazione attuale, rimettendo lentamente a posto i fondamentali del rapporto fra dimensione tecnica e dimensione politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>*da Corriere della sera Economia 26\/04\/2021<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ora che si sono attenuate, o\u00a0spente, le polemiche sul ruolo delle grandi societ\u00e0 di consulenza nella redazione della parte italiana dell&#8217;European Recovery plan,\u00a0si pu\u00f2 e si deve tornare con calma sui problemi, seri e irrisolti, che stanno sotto tali polemiche. 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