{"id":4450,"date":"2021-10-11T16:35:01","date_gmt":"2021-10-11T14:35:01","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/il-sindacato-italiano-se-la-cava-nella-sfida-del-cambiamento\/"},"modified":"2021-10-11T16:35:01","modified_gmt":"2021-10-11T14:35:01","slug":"il-sindacato-italiano-se-la-cava-nella-sfida-del-cambiamento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/il-sindacato-italiano-se-la-cava-nella-sfida-del-cambiamento\/","title":{"rendered":"Il sindacato italiano se la cava nella sfida del cambiamento"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">1. Le associazioni &#8211; partiti, sindacati, gruppi, etc.- sono animali strani: a volte invecchiano malamente finendo per lasciare il posto ad altre istituzioni collettive, altre volte al contrario dimostrano una straordinaria vitalit\u00e0 anche oltre la loro epoca e la loro missione originaria. Oppure si dovrebbe parlare di \u00a0 resilienza, come va di moda dire oggi, tanto da ritrovare questa espressione perfino nell&#8217;acronimo del Pnrr presentato dal governo italiano alla Commissione europea.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Il pensiero corre immediatamente all&#8217;insospettato e rapidissimo declino dei partiti politici, un tempo potentissimi e a lungo, almeno per un secolo e mezzo, \u00a0 creduti imperituri dalla letteratura sociologica e giuridica di mezzo mondo.\u00a0 Oppure, al lato opposto, vale la pena citare la riscoperta di antiche forme di solidariet\u00e0 collettiva &#8211; ad esempio, la mutualit\u00e0 e le fondazioni caritatevoli &#8211; che ritornano oggi di attualit\u00e0, magari dopo una lunga eclissi che sembrava a prima vista essere il prodromo di una loro inevitabile decadenza. Capita cio\u00e8 &#8211; a dire la verit\u00e0, non molto spesso &#8211; che soluzioni inventate per rispondere ai problemi sorti in epoche storiche oramai definitivamente concluse si rivelino, per riprendere il gergo della teoria dei giochi, \u2018soluzioni di ottimo paretiano\u2019 anche in epoca contemporanea. Di pi\u00f9, esse si mostrano talmente flessibili da costituire uno strumento adeguato per soddisfare anche \u00a0 le nuove \u00a0 sfide avanzate dal cambiamento sociale.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La domanda a cui rispondere \u00e8 ovviamente <em>se, quando e a quali condizioni<\/em> si realizzi il miracolo rigenerativo di una forma associativa, nel nostro caso quella del sindacalismo.\u00a0 Per trovare \u00a0 la risposta dobbiamo cercare di comprendere non il nugolo dei casi &#8216;normali&#8217;, dove cio\u00e8 \u00e8 minimo l&#8217;indice di eterogeneit\u00e0 di Gini, \u00a0 ma le eccezioni talmente positive da suggerire che altri mondi &#8211; tanto improbabili quanto possibili &#8211;\u00a0 si possono realizzare solo che si abbia il coraggio di esplorare strade alternative alle esperienze medie. In fondo \u00e8 quanto ci insegna la storia mondiale e plurisecolare del capitalismo, con la sua invidiabile caratteristica di evolvere &#8216;tradendo&#8217; il suo passato e le sue regole consolidate nel nome di una continua apertura al nuovo, quel nuovo improbabile ma possibile verso cui il capitalismo \u00e8 destinato da una\u00a0 &#8220;tempesta che\u00a0 lo spinge irresistibilmente verso il futuro&#8221; (W. Benjamin).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Questa premessa appare necessaria per valutare pregi e limiti dell&#8217;ultimo lavoro di Jelle Visser, uno studioso olandese che da decenni aggiorna il pi\u00f9 completo database sulla sindacalizzazione nel mondo. Nel rapporto predisposto per l&#8217;Oil, \u00a0 <em>I sindacati in transizione<\/em> (2020),\u00a0 Visser analizza le ragioni del declino sindacale nei quarant&#8217;anni successivi all&#8217;apice di fine anni settanta, accentuatosi nel nuovo secolo,\u00a0 dal 2000 ad oggi, con le uniche eccezioni dell&#8217;Africa del Nord e dell&#8217;America meridionale (p. 40). Invecchiamento degli iscritti e mancato ricambio giovanile, calo del settore industriale, crescita del terziario e dei rapporti di lavoro non standard, aumento del settore informale, immigrazione, contrazione o stagnazione\u00a0 dell&#8217;occupazione nel\u00a0 settore pubblico,\u00a0 lavoro a tempo parziale e temporaneo sono indicati come i principali responsabili di un declino sindacale che appare quasi impossibile da arrestare, tanto da mettere in serio pericolo in molti paesi la stessa esistenza del sindacalismo in quanto tale.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>La documentazione statistica appare ineccepibile sotto il profilo descrittivo, mentre la diagnosi, le terapie non sono particolarmente originali dal momento che riprendono la spiegazione <em>mainstream<\/em> del declino sindacale nel mondo come dovuta alle difficolt\u00e0 nell\u2019entrare in rapporto con quella che, con gergo desueto, potremmo chiamare \u201cla nuova composizione di classe\u201d: terziario, piccole dimensioni aziendali, giovani, donne, precariato, immigrati, ecc. Di qui un\u2019attenzione &#8211; forse eccessivamente esasperata -ai temi della sindacalizzazione dei nuovi lavori (piattaforme, logistica, e cos\u00ec via), magari con l\u2019aiuto del \u00a0 sostegno politico e istituzionale o, alternativamente, dei movimenti oppositivi di base a scala locale. Dato il taglio globale dell&#8217;analisi, poca attenzione viene dedicata ai casi devianti, in particolare non viene neppure messo a problema il perch\u00e9 della stranezza del caso italiano, il quale avrebbe dovuto collocarsi nel gruppo di coda dei paesi occidentali,\u00a0 non fosse altro perch\u00e9 accomunato da tutte le variabili negative di tipo socioeconomico, ma con in sovrappi\u00f9 altre due variabili avverse quali\u00a0 la competizione sindacale\u00a0 e il basso grado di neocorporativismo; al contrario, il nostro paese ha tuttora un tasso di sindacalizzazione che \u00e8 secondo solo all&#8217;Europa del Nord (Finlandia, Norvegia, Danimarca, Svezia) e al Belgio (Grafico 17, p. 52). Solo un <em>outlier, <\/em>una fastidiosa\u00a0 \u00a0 eccezione a cui non vale la pena prestare attenzione, oppure la spia di qualcosa che non funziona nella diagnosi e, dunque, nelle successive indicazioni terapeutiche?\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>2. Visser enfatizza &#8220;il calo dell\u2019occupazione nel settore manifatturiero e la nascita di nuove forme di lavoro flessibile e atipiche (non standard)&#8221;,\u00a0 ricorda come &#8220;la copertura della contrattazione collettiva in molte parti del mondi \u00e8 pericolosamente bassa e in continuo calo&#8221;, deplora il fatto che &#8220;una \u2018nuova instabilit\u00e0 del lavoro\u2019 caratterizza i rapporti di lavoro nel XXI secolo&#8221; (p. 9),\u00a0 per poi concludere\u00a0 che l&#8217;avanzata dell\u2019economia digitale e il divario tra i lavoratori stabili e retribuiti da una parte e i disoccupati e i lavoratori instabili, mal pagati e precari dall\u2019altra \u201ccompromette la principale attivit\u00e0 dei sindacati, ossia la definizione delle condizioni di lavoro attraverso la contrattazione collettiva e la gestione dei conflitti\u201d (p. 13).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Di conseguenza propone quarto scenari: a) <em>emarginazione<\/em>, da interpretarsi come il risultato di un processo di liberalizzazione dei movimenti e di svincolo del capitale dalla sua dipendenza dal lavoro, dagli stati nazionali e dagli obblighi internazionali; b) <em>dualizzazione<\/em>,\u00a0 con\u00a0 un divario sempre pi\u00f9 netto tra le imprese sindacalizzate e quelle non sindacalizzate, dove le seconde prevarranno sulle prime; c) <em>sostituzione<\/em>,\u00a0 con i i sindacati che lasceranno gradualmente il posto ad altre forme di azione e di rappresentanza sociale previste dalla legge (garanzie sui salari minimi, organi arbitrali, etc.), promosse dai datori di lavoro (coinvolgimento dei lavoratori, partecipazione), oppure\u00a0 da nuovi\u00a0 intermediari (studi legali, uffici di consulenza); d) <em>rivitalizzazione<\/em>,\u00a0 attraverso\u00a0 un&#8217;inversione della\u00a0 tendenza attuale attraverso strategie di <em>reinventing unionism<\/em>, garantendo protezione e rappresentanza alla \u201cnuova forza lavoro instabile\u201d dell\u2019economia digitale (p. 10 e pp. 51-61). Visser considera irrealistici il primo scenario; non ama per nulla l&#8217;ipotesi della &#8216;sostituzione&#8217; e di conseguenza non approfondisce la possibile esistenza di strade alternative suggerite dalle esperienze nordiche e da quella italiana;\u00a0 si allinea alla letteratura prevalente che predilige il secondo e il quarto scenario, non fosse perch\u00e9\u00a0 &#8220;presuppongono entrambi non solo la necessit\u00e0, ma anche l\u2019esistenza di un contropotere sotto forma di azione collettiva da parte dei lavoratori, seppure su basi completamente diverse&#8221; (p. 10).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Come si \u00e8 detto, con ogni probabilit\u00e0 per questioni linguistiche, ma anche in ragione di un certo formalismo tipico degli studi internazionali sulle\u00a0 relazioni industriali (copertura contrattuale, grado di centralizzazione, e cos\u00ec via),\u00a0 il caso italiano appare poco presente in queste comparazioni a largo raggio, anche se potrebbe offrire spunti di riflessione alternativi, non fosse altro perch\u00e9 le\u00a0 ricette alternative, in larga parte accolte da Visser e\u00a0 proposte da almeno tre decenni nella letteratura internazionale di settore, a partire dalle esperienze anglo-americane di <em>Revitalizing unions<\/em>, finora hanno mostrato poca o nulla efficacia dove sono state sperimentate.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Per procedere in una direzione alternativa vanno prese sul serio le esperienze nordiche, quella belga e quella italiana, bisogna cio\u00e8 affrontare una dimensione poco amata &#8211; di conseguenza poco frequentata &#8211; dagli studi di relazioni industriali. Anche Visser ne discute ma con un certo imbarazzo, da cui deriva una trattazione frettolosa e esitante. \u00a0 La variabile chiave \u00e8 quella che\u00a0 Visser definisce \u2018garanzie istituzionali all\u2019attivit\u00e0 sindacale\u2019, non a caso \u00e8 quella con l&#8217;indice R2 (0,62) pi\u00f9 alto rispetto a tutte le elaborazioni condotte nel suo studio su ben 96 paesi (p. 48).\u00a0 Visser osserva che\u00a0 &#8220;\u00e8 importante sottolineare che le garanzie istituzionali non sono da considerarsi un parametro esogeno&#8221; (p. 49), ma poi non va oltre, anzi mette in guardia dalla &#8220;maledizione delle garanzie istituzionali&#8221;, le quali condurrebbero a un rilassamento nelle politiche di nuova sindacalizzazione.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>A me pare che non venga messo a fuoco un punto decisivo, vale a dire cosa deve fare un sindacato una volta che siano state vinte le &#8216;battaglie per il riconoscimento&#8217; (Pizzorno) e acquisite larga parte delle &#8216;rivendicazioni contrattuali&#8217; (Clegg) riversandole in diritti soggettivi tutelati dal diritto (del lavoro). Continuare a scioperare per ulteriori rivendicazioni (p.53)? Spingere sempre pi\u00f9 in l\u00e0 l&#8217;asticella dei diritti sui luoghi di lavoro? Entrambe queste strategie hanno condotto nel vicolo cieco delle<em> heroic defeats<\/em>. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>3. Nei due decenni passati, modificando e riadattando un noto modello interpretativo elaborato da Schmitter e Streeck (1981) ho provato\u00a0 ad analizzare le ragioni del relativo successo del modello sindacale italiano, secondo nel mondo ormai solo a quello nordico, mettendo a fuoco il fatto che il sindacato pu\u00f2 mantenere la sua forza solo quando: a) agisce come una agenzia quasi statale, svolgendo attivit\u00e0 di servizio rivolte ai lavoratori, ma anche ai cittadini, su delega della pubblica amministrazione e offrendo <\/span><span>\u201c<\/span><span>beni autoritativi\u201d, in termini di adempimenti burocratici, certificazioni e controlli, primariamente nell<\/span><span>\u2019<\/span><span>area del welfare; b) assume comportamenti responsabili tanto a livello macro (concertazione) quanto a livello micro (partecipazione); c) ha una elevata capacit\u00e0 inclusiva (nuovo lavori, immigrati, giovani) spesso favorita da un\u00a0 modello organizzativo di tipo confederale.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>In questa prospettiva si \u00e8 aperto un dibattito tra la strategia dell&#8217;<em>organzing <\/em>e quella del<em> servicing, <\/em>a cui anche Visser fa qualche cenno. Tuttavia si tratta di una discussione troppo influenzata dalla tradizione\u00a0 a cui abbiamo gi\u00e0 fatto cenno del <em>Revitalizing unions.\u00a0<\/em> La strategia dell<\/span><span>\u2019<\/span><span>organizing si sostanzia in attivit\u00e0 svolte al livello locale, spesso con il coinvolgimento dell&#8217;associazionismo di base, \u00a0 finalizzate al reclutamento e al coinvolgimento nella vita del sindacato dei non iscritti, mobilitando il consenso intorno alle\u00a0 tipiche attivit\u00e0 sindacali di contrattazione e mobilitazione collettiva. L<\/span><span>\u2019<\/span><span>approccio del servicing \u00e8 invece orientato alla fornitura di servizi rivolti ai lavoratori dentro e fuori dai luoghi di lavoro, attraverso un apparato di dipendenti specializzati e di consulenti esterni, spesso in concorrenza di mercato con altre agenzie (ad esempio, le Acli) o\u00a0 con i\u00a0 privati (<em>in primis<\/em>, gli avvocati e i consulenti del lavoro).\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Che sia il modello Ghent dei paesi nordici oppure il modello di agenzia substatale all&#8217;italiana, gli alti tassi di sindacalizzazione derivano dalla capacit\u00e0 di far transitare le iscrizioni al sindacato tramite i servizi: nel caso italiano, a seconda dei territori, anche oltre il 50% delle nuove tessere l&#8217;anno. E non \u00e8 un caso che nel nostro paese, nonostante le critiche malevoli cadute loro addosso nelle pi\u00f9 diverse diverse stagioni politiche, i patronati\u00a0 e i caf non siano mai stati seriamente messi in discussione, anzi, nell&#8217;emergenza Covid, si sia subito pensato a loro per fare fronte ai nuovi e molteplici adempimenti connessi alle misure statali dei cosiddetti &#8216;ristori&#8217;.\u00a0 La prospettiva qui proposta si propone di non limitare l&#8217;analisi dei servizi sindacali alla logica degli &#8216;incentivi selettivi&#8217; all&#8217;iscrizione (Olson), ma di considerarli come un tassello all&#8217;interno delle trasformazioni delle societ\u00e0 contemporanee, con al centro il ruolo dello stato e del diritto. \u00a0 Proviamo a riflettere. Qual \u00e8 il segreto della strategicit\u00e0 dei servizi individuali? Perch\u00e9 sono cos\u00ec centrali tanto da sopravanzare il ruolo dell&#8217;azione collettiva?\u00a0 Partiamo da lontano, accettando con realismo che l\u2019idea di ridurre il peso dello stato nella societ\u00e0 e nell&#8217;economia si \u00e8 rivelata ingenua. Il punto \u00e8 che non si \u00e8 portata sufficiente attenzione al fatto che la crescita del mercato ha comportato un aumento spropositato di norme di tutti i generi a difesa di prerogative di ogni tipo, anche e soprattutto del cittadino lavoratore, basti pensare alle norme in materia di sicurezza sul lavoro. Non solo: l\u2019imprenditore stesso vuole essere tutelato da ogni rischio nell\u2019esercizio della sua attivit\u00e0, cos\u00ec pure il consumatore, il lavoratore, la donna, l\u2019ambientalista, il malato, il gestore, e cos\u00ec via. Ogni possibile pezzo di societ\u00e0 invoca riconoscimento e tutele e lo fa attraverso la rivendicazione di diritti che ritiene legittimi per tutti.\u00a0 Ma il riconoscimento dei <em>diritti<\/em> produce <em>diritto: <\/em>norme, regolamenti, decreti, circolari interpretative, sentenze giudiziarie<em>.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Tuttavia, se dobbiamo rassegnarci ad una marea di norme e regolamenti pubblici, questo non significa accettare l&#8217;inefficienza dei poteri pubblici.\u00a0 Il nodo da scogliere \u00e8 che l\u2019amministrazione non deve scaricare sui cittadini o le imprese l\u2019onere burocratico, ma deve fare in modo che qualcun altro lo faccia &#8211; la stessa p.a. oppure una agenzia autorizzata &#8211; in modo da rendere la vita il pi\u00f9 semplice possibile all\u2019utente. Qui interviene la positiva esperienza dei patronati e dei caf e il rapporto di agenzia tra lo stato e questo tipo di istituti, qui la ragione della loro costante attualit\u00e0. Nonostante le mille grida manzoniane nessuno in occidente \u00e8 riuscito finora a trovare la chiave per ridurre le norme o semplificarle. Forse, la strada da esplorare \u00e8 un&#8217;altra, e va nella direzione della riscoperta e attualizzazione del principio di sussidiariet\u00e0 nella messa in opera delle politiche pubbliche.\u00a0 L&#8217;esempio dei servizi sindacali \u00e8 sotto questo profilo il pi\u00f9 significativo perch\u00e9 risolve alla radice il problema del cosiddetto <em>back-office<\/em>, di chi si prende carico dell&#8217;infinita stratificazione di norme, regolamenti, procedure amministrative.\u00a0 Il punto \u00e8 tutto qui, ovvero quale sia il modo pi\u00f9 efficace per semplificare la vita al cittadino e all&#8217;operatore economico: la via della semplificazione, oppure quella dell&#8217;ingegnerizzazione (preventiva) dei processi di <em>back-office<\/em>,<em>\u00a0 <\/em>anche attraverso l&#8217;affidamento a terzi di frammenti di procedimento amministrativo? Il modello Ghent nei paesi scandinavi e i servizi sindacali nel nostro paese sembrano indicare una strada che andrebbe ulteriormente esplorata e sperimenta, quella del rapporto di agenzia con soggetti privati in grado di garantire il pino rispetto delle finalit\u00e0 statali, la correttezza dell&#8217;applicazione di norme e regolamenti sotto il controllo della pubblica amministrazione e, contemporaneamente, il minor intralcio possibile alla vita dei cittadini e degli operatori economici.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Nel caso italiano, ci\u00f2 che \u00e8 realmente curioso non \u00e8 il declino del fenomeno sindacale, ma le ragioni che ne spiegano la sopravvivenza, la persistenza, a volte perfino il rafforzamento organizzativo. Pertanto la domanda da farsi \u00e8: come mai il sindacato italiano, il sindacato confederale, non \u00e8 stato travolto dall\u2019onda montante della rivoluzione digitale, della globalizzazione e delle politiche <em>no-union<\/em>? Se il trend degli anni Ottanta fosse proseguito con lo stesso andamento negativo, oggi i tassi di sindacalizzazione sarebbero sotto il 20%, invece si mantengono leggermente sopra o sotto la soglia del 30%, a seconda dei metodi di calcolo. Di nuovo: come mai questa \u201cresilienza\u201d sindacale? Di questo successo organizzativo del nostro sindacalismo si parla poco o nulla, anzi i sindacalisti quasi se ne vergognano, per la probabile ragione che analizzare questi dati porterebbe alla luce aspetti del modello organizzativo confederale non del tutto compatibili con le retoriche sindacali di tipo tradizionale, tutte rivolte alla rappresentanza sui luoghi di lavoro e all&#8217;azione collettiva ma\u00a0 poco\u00a0 interessate &#8211; almeno a\u00a0 parole &#8211; alle tutele specifiche dei singoli lavoratori e dei cittadini. Parlare delle ragioni per cui alcuni sindacati occidentali siano andati meglio del previsto, significa riscoprire alcuni effetti non previsti di scelte (in parte) non volute e non previste compiute nei decenni passati. Su questo ha ragione Visser quando scrive che &#8220;\u00e8 importante sottolineare che le garanzie istituzioni non sono da considerarsi un parametro esogeno, quanto piuttosto il risultato delle scelte e delle politiche passate e presenti dei sindacati stessi&#8221; (p. 49).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>4. Perch\u00e9 quasi ci si vergognava, anche tra gli studiosi e gli addetti ai lavori, di prendere atto di questa &#8216;grande trasformazione&#8217; del sindacalismo, almeno di quello capace di reggere le sfide della contemporaneit\u00e0?\u00a0 Una spiegazione un po&#8217; malevola rinvia al fatto che il sindacato ha perso il suo fascino, non interessa dal punto di vista intellettuale, \u00e8 visto con sufficienza dai mezzi di informazione. Ne deriva una sorta di strabismo analitico dovuto alla circostanza che, mentre il sindacato si ringiovanisce, chi continua a occuparsi di sindacato invecchia. Come gli ex militanti, anche loro sono innamorati del piccolo mondo antico, del sindacalismo dei tempi che furono. Ci\u00f2 suggerisce l\u2019opportunit\u00e0 di guardare con occhiali nuovi e diversi dal passato al fenomeno sindacale, quantomeno se si vuol davvero capire in quale direzione sta andando; viceversa, il rischio \u00e8 di rimanere prigionieri degli infiniti stereotipi del \u201cmondo di ieri\u201d. Sotto questo profilo alcune esperienze sindacali nazionali \u00a0 mostrano una straordinaria capacit\u00e0 di aderire alle trasformazioni del mondo del lavoro, cambiando la propria pelle: vale a dire adeguandosi alla terziarizzazione dell\u2019economia, trasformandosi in organizzazioni di servizi e tutele prevalentemente individuali, adeguando in questo modo quello che definisco\u00a0 il loro\u00a0 \u201csistema di offerta\u201d alle domande del mondo del lavoro di oggi, in prevalenza pi\u00f9 femminilizzato, pi\u00f9 giovane, pi\u00f9 istruito, pi\u00f9 mobile, pi\u00f9 multiculturale.\u00a0 Questa mutata \u201ccomposizione di classe\u201d &#8211; per usare i termini antichi utilizzati pi\u00f9 sopra &#8211; esprime domande di tutela che il sindacato italiano\u00a0 e quello nordico sono stati\u00a0 in grado di intercettare attraverso una trasformazione, implicita, del loro\u00a0 \u201csistema di offerta\u201d, e nonostante uno iato evidente tra la retorica antica delle dichiarazioni ufficiali e una prassi quotidiana molto pragmatica.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Si tratta di un cambio di pelle in parte inconsapevole, in parte dovuto al caso, ma se, ad esempio,\u00a0 il sindacato oggi gode di (relativa) buona salute, sempre tenendo conto dei tempi difficili nei quali viviamo e del confronto con le altre esperienze sindacali, lo si deve ad alcune scelte preterintenzionali compiute dai tre sindacati confederali negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, proprio nel momento di massima divaricazione delle strategie di Cgil, Cisl e Uil:\u00a0 la linea di Bruno Trentin (Cgil)\u00a0 di difesa antagonista dei diritti individuali di tutti i lavoratori; b) l\u2019opzione dello scambio politico e del neocorporativismo proposta da Pierre Carniti (Cisl) con l\u2019ambizione di farsi carico di un\u00a0 ruolo politico del sindacato; c) infine l\u2019idea di Giorgio Benvenuto (Uil) di un sindacato capace di andare oltre i confini corporativi del lavoro dipendente, e in grado di tutelare i cittadini in tutti i mondi vitali in cui si trovano a vivere in condizione di subalternit\u00e0 o disagio. \u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>5. La miscela generata in modo involontario trent\u2019anni fa non ha equivalenti noti altrove nel mondo: tre sindacati nazionali, tutti e tre confederali, in tutto e per tutto simili tranne che per una blanda colorazione politica, formalmente divisi ma quasi sempre uniti, tutti e tre a svolgere a Roma e sul territorio pi\u00f9 o meno le stesse identiche cose, ovvero contrattazione nazionale e aziendale, tutele individuali, difesa dei pensionati, servizi ai lavoratori e ai cittadini. Non stupisce la difficolt\u00e0 di Visser &#8211; come della gran parte degli studiosi stranieri &#8211; a capirne qualcosa. Ma non c&#8217;\u00e8 dubbio che se guardiamo al\u00a0 sindacato italiano dal punto di vista organizzativo c\u2019\u00e8 da rimanere sorpresi: oggi Cgil, Cisl e Uil hanno il massimo di sedi mai avute in Italia, pi\u00f9 di 7.000; un numero di stipendiati mai avuto prima, circa 25.000; almeno 200.000 delegati eletti nei luoghi di lavoro; un fatturato di oltre un miliardo l\u2019anno; oltre 5.000.000 di pensionati iscritti; un numero di iscritti attivi pi\u00f9 basso dell\u2019apice di fine anni Settanta, ma sempre\u00a0 pi\u00f9 di 6.000.000, anche se in tema di tesseramento le valutazioni sono sempre articolate, per usare un\u2019espressione diplomatica, data la natura volontaria -diciamo cos\u00ec &#8211;\u00a0 delle autocertificazioni sindacali. Molti altri sindacati in giro per il mondo ci invidiano questa tenuta organizzativa. Essa dipende in primo luogo dal \u201cmultiverso\u201d di attivit\u00e0 offerte; e questo vale per una qualsiasi sede sindacale nel pi\u00f9 sperduto angolo del paese.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Proviamo allora a elencare i mestieri svolti dentro una qualsiasi delle tre confederazioni. In primo luogo i sindacalisti fanno dalla mattina alla sera una certosina manutenzione contrattuale: senza contratto nazionale di lavoro, niente sindacato come lo conosciamo qui da noi. Anche quando, come in anni recenti, il contratto nazionale di lavoro porta a casa poco o nulla, la sua funzione \u00e8 importante per il solo fatto di esserci e di venire rinnovato, magari con contratti separati come per due volte nei meccanici: \u00e8 comunque utile, e questo anche per chi non lo firma. Questa manutenzione contrattuale viene fatta ogni giorno in azienda, nei recapiti sindacali, negli uffici vertenze, dal momento che il contratto produce diritti legalmente riconosciuti davanti a qualsiasi pretore del lavoro (il recupero inatteso di Trentin). Ora, questa dimensione del contratto nazionale &#8211; come sottolinea Visser &#8211; spiega la differenza tra i sindacati che resistono, specie in Europa, e quelli che vacillano, come nel mondo angloamericano. La seconda azione che il sindacato italiano effettua \u00e8 una continua attivit\u00e0 di lobbying e pressione su ministeri, parlamento e governo, per garantire una legislazione di favore ai lavoratori dipendenti e ai cittadini meno abbienti. Siccome lobby sembra una brutta parola nessuno ne parla, ma si tratta di un\u2019attivit\u00e0 importante, fatta dalle segreterie confederali nazionali con sede nella Capitale, e tutta basata su di un implicito scambio politico, con alla base richieste responsabili e conflitto regolato (il recupero inatteso di Carniti). La terza grande area di attivit\u00e0 sono i servizi individuali ai lavoratori, ai pensionati ai cittadini (patronati, caf vertenze individuali, tutela dei consumatori, accoglienza degli immigrati, etc.). Ad esempio, i caf e i patronati non sono solo il 730 e le pensioni, ma anche Isee, successioni, reddito di cittadinanza, badanti, disoccupazione ecc., una marea di attivit\u00e0 minute ma indispensabili per sopravvivere nella giungla di adempimenti in cui tutti noi siamo coinvolti (il recupero inatteso di Benvenuto). Attraverso questa marea di pratiche e di servizi individuali, il sindacato italiano entra in contatto grossomodo con oltre 10.000.000 di persone l\u2019anno, il che significa 10.000.000 di persone che una o pi\u00f9 volte l\u2019anno entrano in una sede sindacale.\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Qualcuno potr\u00e0 storcere il naso, ma in tempi difficili come gli attuali c&#8217;\u00e8 qualcuno che ha fatto meglio? Non a caso le sedi sindacali di moderna concezione assomigliano sempre pi\u00f9 a un centro commerciale: sono collocate in periferia, con grandi parcheggi, preferibilmente a piano terra; all\u2019ingresso si trova un banco di accoglienza, poi sale di attesa, il bar, lo spaccio di prodotti equo-solidali, e cos\u00ec via. I vecchi uffici delle categorie stanno ai piani superiori o in una sede laterale. Lo ripeto: si tratta di un esito non voluto e non previsto delle tensioni sindacali di quarant\u2019anni fa. Per non parlare di un altro filone, anche questo non teorizzato n\u00e9 dichiarato, relativo alla diffusione della bilateralit\u00e0, ovvero degli istituti di codecisione paritaria tra organizzazioni datoriali e organizzazioni sindacali, ad esempio nella formazione professionale, nella previdenza integrativa, nella sanit\u00e0 integrativa, nell\u2019integrazione in caso di disoccupazione, e cos\u00ec via. Stiamo parlando di centinaia di istituti bilaterali, in grado di generare risorse organizzative e servizi ai lavoratori.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Questo vero e proprio sistema di offerta, lo ripeto: via via cresciuto nel tempo in modo involontario e inconsapevole, protegge il sindacato dalla crisi di consenso dei partiti di sinistra. La ricetta del successo sindacale italiano \u00e8 costituita in primo luogo dalla pervasivit\u00e0 del contratto nazionale di lavoro; poi, in secondo, dalle deleghe di agenzia da parte dello Stato. Ma ci sono altri fattori esplicativi: ad esempio, un ruolo importante viene dal pluralismo a competizione limitata tra Cgil, Cisl e Uil, che consente di diversificare i marchi e raccogliere i delusi di questa o quell\u2019altra sigla. Sempre che la competizione sia limitata e controllata; siccome il sindacalismo italiano, a parte qualche momento di sbandamento pericoloso (quasi sempre alla Fiat), ha mantenuto la competizione entro confini ragionevoli, la divisione sindacale va interpretata non come un limite ma come una risorsa. Quarto ingrediente: il modello confederale, vale a dire che le tutele e i servizi individuali a base confederale vengono prima delle categorie, come pure che il nazionale viene prima dei territori. Infatti, solo organizzazioni nazionali con forte guida centralizzata garantiscono strutture e societ\u00e0 di servizi in grado di garantire la pi\u00f9 ampia diffusione territoriale.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Rimangono tuttavia alcuni problemi legati alle situazioni <em>border line<\/em>, sulle quali si sofferma pi\u00f9 e pi\u00f9 volte il saggio di Visser. L&#8217;esempio pi\u00f9 tipico \u00e8 quello di alcuni segmenti della logistica, il fronte del porto, il quinto stato della concorrenza al ribasso sul solo costo del lavoro e sui contratti sub-standard. Si tratta di un problema reale, ma non dobbiamo confonderlo con l\u2019universo delle relazioni di lavoro. E neppure, a nostro avviso, \u00e8 indicativo di una tendenza generale prossima ventura. Parliamo di una parte, che va trattata per quello che \u00e8, ovvero una parte limitata del mondo del lavoro, dove sono saltate le regole di base delle societ\u00e0 (post)sindacalizzate. Va anche tenuto presente come, pure in questo caso, sia il contratto di lavoro standard a fare da riferimento delle inadempienze, come anche a segnalare le situazioni di \u201cfuori gioco\u201d. Infine, come ricorda Visser, \u00e8 bene che in quei settori ci sia un pluralismo sindacale anche di tipo funzionale, \u00e8 bene cio\u00e8 che dove non si rispettano le regole di base ci sia campo aperto per il sindacalismo militante, i Cobas, l\u2019Adl, e cos\u00ec via. Quando qualcuno rompe le regole ci deve essere qualcun altro che si contrappone con modalit\u00e0 altrettanto dure, poi, forse, a valle del conflitto militante, si riaprir\u00e0\u00a0 di nuovo un suo spazio per ri-regolare per via confederale le\u00a0 relazioni di lavoro sub-standard, visto la loro natura\u00a0 di comportamenti opportunistici tipici dei <em>free-rider<\/em>. Si tratta, insomma, di un ultimo modo di vedere il bicchiere mezzo pieno di un sindacalismo che sopravvive e si adatta al mondo che cambia,\u00a0 senza la nostalgia dell\u2019effetto \u2018colonna in marcia\u2019 (<em>echelon advance effect<\/em>), tipico del sindacato di classe,\u00a0 di cui parlava negli anni settanta Fred Hirsch e di recente ridiscusso\u00a0 da Giancarlo Provasi. Una nostalgia che costituisce, a sua volta, l\u2019aspetto meno convincente anche del pur interessante lavoro di Visser..<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>*Recensione a J. Visser, I sindacati in transizione, ILO, 2020<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1. Le associazioni &#8211; partiti, sindacati, gruppi, etc.- sono animali strani: a volte invecchiano malamente finendo per lasciare il posto ad altre istituzioni collettive, altre volte al contrario dimostrano una straordinaria vitalit\u00e0 anche oltre la loro epoca e la loro missione originaria. 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