{"id":515,"date":"2014-05-12T19:00:11","date_gmt":"2014-05-12T17:00:11","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/i-t-a-l-i-a-geografie-del-nuovo-made-in-italy\/"},"modified":"2014-05-12T19:00:11","modified_gmt":"2014-05-12T17:00:11","slug":"i-t-a-l-i-a-geografie-del-nuovo-made-in-italy","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/i-t-a-l-i-a-geografie-del-nuovo-made-in-italy\/","title":{"rendered":"I.T.A.L.I.A. Geografie del nuovo MADE  IN ITALY"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 chi dice che l\u2019Italia sia un Paese senza futuro. Che dietro l\u2019angolo ci aspetti un ineluttabile declino, la perdita di posizioni nella competizione internazionale, il definitivo declassamento, dopo le glorie remote e recenti, a nazione satellite. Tesi che trova il sostegno di fonti autorevoli, nazionali e internazionali: \u201cIl modello di specializzazione dell\u2019Italia \u00e8 molto simile a quello di Paesi emergenti come la Cina \u2013 dice l\u2019ultimo rapporto, datato 4 aprile 2013, dedicato al nostro Paese dalla Commissione Europea &#8211; con la maggior parte del valore aggiunto in settori tradizionali a bassa tecnologia, principalmente a causa della limitata capacit\u00e0 innovativa delle imprese italiane\u201d.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma l\u2019Italia \u00e8 davvero questa: scarsamente innovativa, in competizione al ribasso con i Paesi emergenti? Forse s\u00ec, se usiamo le lenti del pregiudizio, se ci accontentiamo di griglie di valutazione inadeguate, che magari inducono a sposare tesi come quella, tutta ideologica, che la ripresa passa per la modifica dell\u2019articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Ma se al nostro Paese guardiamo con un po\u2019 di simpatia e di affetto, e con un pizzico di curiosit\u00e0 e attenzione in pi\u00f9, la risposta \u00e8 no, decisamente no.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una delle eccellenze italiane, l\u2019industria del mobile, soffre da anni di una crisi durissima. Attaccata prima dalla concorrenza, non sempre leale, dei paesi dell\u2019Asia e di quelli dell\u2019Est Europa. Poi dall\u2019esplosione della bolla immobiliare, che ha affossato mercati strategici come quello statunitense. Poi la crisi globale, che &#8211; complice anche l\u2019ostinazione ragionieristica del governo e dell\u2019Europa sul rigore dei conti pubblici &#8211; ha mandato a picco il mercato nazionale. Tutto questo ha lasciato ferite molto profonde nel settore. Se l\u2019Italia fosse quella adombrata da qualche pigro tecnocrate della Commissione Europea, dovremmo avere intorno solo macerie.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 cos\u00ec. Inaridito il mercato interno, le aziende si sono rimboccate la maniche, andando a cercare dove sinora non si erano spinte. A volte mettendo un piede, a volte conquistando, mercati promettenti: dai Paesi Arabi a quelli emergenti come Cina, India, Brasile, a piazze minori ma ricche di prospettive come Azerbaigian, Georgia. E hanno fatto innovazione, con l\u2019ecodesign ad esempio. Cos\u00ec, pur senza raggiungere i livelli pre-crisi, dal 2009 l\u2019export italiano di mobili \u00e8 in costante crescita. Di cosa si tratta se non di capacit\u00e0 di reazione di fronte al mutare degli scenari? Di quella creativit\u00e0 e duttilit\u00e0 che sono il marchio di fabbrica del <em>made in Italy<\/em>?\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Italia deve affrontare e risolvere tante questioni, non solo legate al pesante debito pubblico, che aggravano la crisi: le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, l\u2019economia in nero e la criminalit\u00e0, una macchina burocratica elefantiaca e spesso inefficace, gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, il ritardo di tante aree del Sud. Guai a sottovalutare, ma \u00e8 un errore confondere tutto questo col posizionamento del Paese nel mondo.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dietro i foschi pronostici internazionali e le lamentazioni delle prediche nazionali c\u2019\u00e8 altro, c\u2019\u00e8 una questione culturale: la pervasivit\u00e0 di certi stereotipi disfattisti che, anche a non voler considerare gli effetti negativi sui mercati, non giovano certo a ridare speranza al Paese. E c\u2019\u00e8 anche una questione pi\u00f9 tecnica, che ne \u00e8 il riflesso: manca la capacit\u00e0, la curiosit\u00e0 e la voglia di superare strumenti interpretativi inadeguati a cogliere quanto si agita nei nostri distretti, nei territori, nelle nuove realt\u00e0 creative.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se, ad esempio, continuiamo pretendere di misurare la competitivit\u00e0 italiana con la quota di mercato detenuta nell\u2019export mondiale &#8211; indicatore sempre meno rappresentativo, ma ancora oggi ritenuto erroneamente il principale parametro di riferimento &#8211; vedremo solo un\u2019Italia in discesa libera. E saremo fuori strada. Se adottiamo invece come metro la bilancia commerciale dei prodotti, le cose cambiano: l\u2019Italia \u00e8 uno dei soli 5 Paesi del G-20 (con Cina, Germania, Giappone e Corea) ad avere un surplus strutturale con l\u2019estero nei prodotti manufatti non alimentari. Vantiamo quasi 1000 prodotti in cui siamo tra i primi tre posti al mondo per saldo commerciale attivo con l\u2019estero. Vuol dire che se pensiamo al mercato globale come a un\u2019olimpiade, ai prodotti come discipline sportive in cui vince chi ha un export di gran lunga superiore all\u2019import, l\u2019Italia arriva a medaglia quasi mille volte. Meglio di noi solo Cina, Germania e Stati Uniti. Pu\u00f2 essere questo l\u2019identikit di un Paese dalla \u201climitata capacit\u00e0 innovativa\u201d?\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E infatti siamo stati, nel 2012, i secondi in Europa, dopo la Germania, per attivo manifatturiero con i Paesi extra-UE (proprio quei mercati emergenti che secondo la Commissione ci avrebbero mandato a picco). La maggior parte di questo surplus, poi, non proviene dai settori tradizionali (il tessile, le calzature, il mobile), ma dalla meccanica e dai mezzi di trasporto. Tra i prodotti per i quali guadagniamo pi\u00f9 di una medaglia per il saldo commerciale troviamo le nuove tecnologie del caldo e del freddo, le macchine per lavorare il legno e le pietre ornamentali, oppure i fili isolati di rame e gli strumenti per la navigazione aerea e spaziale.\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutti oggetti cos\u00ec poco italiani, se continuiamo ad avere in testa l\u2019Italia di 15-20 anni fa, che in realt\u00e0 identificano la geografia di un nuovo <em>made in Italy<\/em>. E dimostrano che siamo stati in grado di risintonizzarci, con successo, sulle nuove frequenze del mercato globale. Senza, peraltro, perdere il presidio di quei settori per noi pi\u00f9 abituali, per i quali manteniamo il pi\u00f9 alto surplus in Europa con i Paesi extra-UE: \u201csemplicemente\u2019\u201d occupando le fasce di pi\u00f9 alto valore aggiunto, quelle del lusso e del design. Mentre frotte di analisti discutevano dei rischi e delle potenzialit\u00e0 insite nella crescita dei Paesi BRIC, un\u2019avanguardia di imprese italiane era gi\u00e0 sul posto, a fare da apripista e portabandiera: perch\u00e9 anche in quei Paesi la capacit\u00e0, tutta italiana, di creare bellezza \u00e8 uno dei beni pi\u00f9 ambiti.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il discorso \u00e8 lo stesso per il turismo. Non avremo mai un ritratto fedele delle nostre performance fin quando useremo come indicatore il numero degli arrivi. Se invece guardiamo i pernottamenti, vedremo che l\u2019Italia soffre, \u00e8 vero, e tanto, la contrazione del mercato domestico, ma \u00e8 prima\u00a0 assoluta in Europa per pernottamenti di turisti extra-Ue, distaccando di molto Gran Bretagna e Spagna che la seguono nella classifica. Siamo in Europa la meta preferita di americani, giapponesi, cinesi, australiani, canadesi, brasiliani, sudcoreani, turchi, ucraini e sudafricani.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo scenario si ripete sul fronte caldissimo dell\u2019innovazione. Il nostro sistema economico viene descritto nelle tabelle internazionali come scarsamente propenso a innovare. Ma se osserviamo da vicino queste classificazioni, vedremo che una macchina per imballaggio realizzata su misura o una grande nave da crociera progettata <em>\u00e0 la carte<\/em> sono considerate prodotti meno innovativi e complessi di un banale telefono cellulare o di uno dei tanti computer <em>entry level<\/em> fatti in serie. Per questo &#8211; e anche per il fatto che le migliaia di piccole e medie imprese del quarto capitalismo spesso non catalogano come tali tutti gli investimenti in ricerca e sviluppo \u2013 l\u2019innovazione italiana \u00e8 largamente sottovalutata. Ma allora come spiegare i nostri primati mondiali in singoli settori caratterizzati proprio da un alto tasso di innovazione, come (solo per citarne alcuni) la robotica di servizio, le biotecnologie, i nuovi materiali, le neuroscienze, la fisica delle particelle? Non \u00e8 un caso che il nostro Paese sia in prima linea, con Cnr, in due importantissimi progetti su cui la Commissione Europea ha deciso di puntare per il futuro, con un finanziamento di 2 miliardi di euro: il grafene e il cervello artificiale.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Italia \u00e8 la culla della cultura. Ma, con paradosso tipicamente tricolore, \u00e8 un Paese che alla cultura d\u00e0 scarso credito. Non c\u2019\u00e8 nessuno che neghi quanto questo settore sia importante ma, prima, sentiamo ripetere, dobbiamo risolvere problemi pi\u00f9 seri. E invece proprio la cultura \u00e8 una delle soluzioni. Mentre il tessuto imprenditoriale del Paese, nel 2012, resta sostanzialmente immobile, le attivit\u00e0 del sistema produttivo culturale (tra industrie culturali propriamente dette, industrie creative &#8211; attivit\u00e0 produttive ad alto valore creativo ma ulteriori rispetto alla creazione culturale in quanto tale &#8211; patrimonio storico artistico, <em>performing<\/em> <em>arts<\/em> e arti visive) crescono del 3,3%, arrivando ad essere quasi 460 mila, il 7,5% del totale nazionale. Danno lavoro a quasi 1,4 milioni di persone, il 5,7% del totale degli occupati. Creano, direttamente, 75,4 miliardi di euro di valore aggiunto. E ne attivano nel resto dell\u2019economia altri 133. In tutto fa 214 miliardi: il 15% circa del totale. Si pu\u00f2 forse lasciare a tempi migliori la cura di questo fattore trainante del sistema Paese? \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 poi la green economy. Mentre i governi faticano ancora a capirne la portata epocale, quasi una impresa italiana su quattro investe in tecnologie o prodotti \u201cverdi\u201d: di queste, il 37,9% ha introdotto innovazioni di prodotto o di servizio, contro il 18,3% delle imprese che non investono nell\u2019ambiente. Lo stesso dicasi per la propensione all\u2019export: il 37,4% delle imprese green vanta presenze sui mercati esteri, contro il 22,2% delle altre. Testimonianza di come il sistema economico sia, su questo fronte, complessivamente pi\u00f9 avanti della politica.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche la filiera agroalimentare, settore in cui la vocazione alla qualit\u00e0 \u00e8 evidentissima, soffre di simili letture distorte, quasi che il posto che ci siamo guadagnati nel mondo sia solo frutto di fortuna, e non dell\u2019attitudine a dare valore all\u2019irripetibile patrimonio agricolo, ambientale ed enogastronomico del Paese. L\u2019Italia ha una capacit\u00e0 di creazione di valore aggiunto pari a quasi duemila euro per ettaro: il doppio di quanto registrato mediamente in Francia, Germania e Spagna, il triplo circa della Gran Bretagna. Un caso? Siamo il primo Paese nell\u2019Unione Europea per numero di operatori biologici (48.269) e il secondo per superficie investita (quasi un milione e centomila ettari). Siamo undicesimi al mondo come valore agroalimentare complessivamente esportato, ma in 13 produzioni su un totale di 70 monitorate \u2013 dalla pasta, agli aceti ai superalcolici a base di vino &#8211; abbiamo la leadership globale.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non si pu\u00f2 poi non menzionare il Terzo Settore, il cui impegno nella produzione ed erogazione di servizi sociali \u2013 grazie alle tante cooperative sparse sul territorio e alle \u201cnuove\u201d imprese sociali \u2013 \u00e8 fondamentale. Questo variegato comparto contribuisce ad un 4,3% del Pil (con un volume di entrate annuo stimato di 67 miliardi di euro). Dati ancor pi\u00f9 significativi se accompagnati da una quantificazione del risparmio sociale derivante dalle ore di lavoro messe gratuitamente a disposizione dai quattro milioni di volontari e, ancor pi\u00f9, dal benessere materiale e immateriale apportato a chi ha beneficiato delle loro prestazioni, del loro aiuto e della loro solidariet\u00e0. Infatti, una recente stima del valore economico del lavoro volontario in Italia, basata sulla determinazione dell\u2019ammontare delle ore di volontariato prestate trasformate in unit\u00e0 di lavoro equivalente (ULA), ha evidenziato come tale valore sia pari a 7.779 milioni di euro. In termini relativi, questa stima corrisponde allo 0,7% del Pil; nel complesso, il volontariato in termini economici rappresenta il 20% dell\u2019ammontare complessivo delle entrate delle istituzioni non-profit. \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa Italia che ce la fa, che resiste alla crisi, che in qualche caso se la sta lasciando alle spalle, \u00e8 quella che si ostina, nonostante le sirene del declino, a fare l\u2019Italia. Che sa innovare senza perdere la propria anima. Che ha capito che nel mondo del XXI secolo, se uno spazio c\u2019\u00e8 per il nostro Paese \u00e8 quello della qualit\u00e0. \u00c8 l\u2019Italia che scommette sull\u2019attitudine ai prodotti taylor-made, sulle competenze radicate nei territori e mantenute salde con la coesione sociale e la cura del capitale umano. Che presidia la nuova frontiera della qualit\u00e0 ambientale. Che sa dare valore alla propria bellezza (quella dei paesaggi, dell\u2019arte, della cultura, dell\u2019ospitalit\u00e0, degli stili di vita) intercettando la grande, e crescente, domanda di Italia che viene da ogni angolo del pianeta.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa Italia non pu\u00f2 pi\u00f9 attendere. Va riconosciuta, guardata con attenzione, raccontata con passione. \u00c8 l\u2019ambizione del rapporto I.T.A.L.I.A. di Symbola, Fondazione Edison e Unioncamere, giunto alla sua seconda edizione: la stessa scelta del nome del nostro Paese, usato come acronimo, segnala gi\u00e0 dal titolo la voglia di percorrere le geografie del nuovo <em>made in Italy<\/em>, dall\u2019Industria al Turismo, dall\u2019Agroalimentare al Localismo e alla sussidiariet\u00e0, dall\u2019Innovazione, la tecnologia e l\u2019ambiente all\u2019Arte e la cultura. Numeri e storie di un\u2019Italia che va sostenuta: con un progetto collettivo, una missione in grado di ridare speranza e motivazione alle tante energie depresse. \u201cNon conosciamo mai la nostra altezza &#8211; ha scritto Emily Dickinson &#8211; finch\u00e9 non siamo chiamati ad alzarci\u201d. A molti talenti italiani la possibilit\u00e0 di alzarsi viene negata. Rimuovere gli ostacoli che ci separano da un futuro degno di questi talenti \u00e8 la vera priorit\u00e0 per il Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p><span style=\"font-size: xx-small;\">\u00a0 (*) Ferruccio Dardanello, Presidente Unioncamere<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: xx-small;\">\u00a0\u00a0(**) Marco Fortis, Vice Presidente Fondazione Edison<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: xx-small;\">\u00a0 (***) Ermete Realacci, Presidente Fondazione Symbola<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 chi dice che l\u2019Italia sia un Paese senza futuro. Che dietro l\u2019angolo ci aspetti un ineluttabile declino, la perdita di posizioni nella competizione internazionale, il definitivo declassamento, dopo le glorie remote e recenti, a nazione satellite. 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